
Siamo nel vivo del Roma Pride e del Pride Month. Le piazze si riempiono, i carri prendono forma, le bandiere tornano a colorare le strade. E se c’è una voce che manca più di tutte è quella de La Karl Du Pigné.
Il Pride era casa sua. Non credo di dire un’eresia affermando che, insieme al Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, il Pride romano lo abbia inventato anche lei. Non soltanto perché c’era dal primo corteo del 1994, ma perché ne incarnava lo spirito: irridente, politico, eccessivo, accogliente, litigioso, festoso. Contraddittorio come tutte le cose vive.
E forse è proprio da qui che bisogna partire: Andrea Berardicurti non è stata semplicemente La Karl Du Pigné e viceversa.
Le due figure non si sovrappongono, non si traducono l’una nell’altra, non funzionano come originale e copia. Sono state piuttosto un sistema binario sabotato dall’interno: due polarità che si alimentavano senza mai coincidere. Andrea non “diventava” La Karl salendo sul palco e La Karl non si dissolveva a fine serata lasciando spazio a una presunta autenticità privata. Non c’era smascheramento. Non c’era una verità nascosta sotto il trucco. C’era continuità nella frattura.
Andrea abitava la propria soggettività come un territorio ibrido, troppo complesso per entrare nelle caselle e troppo ironico per prenderle sul serio. Non era la nostalgia della “travestita” degli anni Settanta né la rassicurazione lessicale del cis o del trans contemporaneo.
Era un attraversamento. Una postura che rifiutava la gabbia dell’autodefinizione obbligatoria. In un tempo in cui anche le identità dissidenti rischiano di irrigidirsi in nuove ortodossie, la sua posizione restava mobile, quasi meccanica nella capacità di funzionare su più registri. Un motore misto avrebbe detto con ironia, capace di cambiare assetto senza chiedere omologazione.
La Karl Du Pigné era l’esplosione scenica di quella complessità. Tagliente come vetro, coltissima, feroce nell’analisi, allergica a qualsiasi tentativo di addomesticamento. La sua cultura era quella delle persone queer che hanno imparato a costruirsi un archivio quando nessuno gliene offriva uno: fatta di scuola e curiosità, di libri e marciapiedi, di politica e club culture, di connessioni impreviste e memorie condivise. Una cultura viva, irrequieta, che rifiutava le gerarchie tra sapere alto e sapere basso. Per La Karl una citazione colta, una battuta oscena, una teoria politica e una conversazione al bancone di un bar potevano appartenere allo stesso discorso.
Era capace di attraversare mondi diversi senza chiedere il permesso a nessuno. E forse è anche per questo che risultava così difficile da classificare: troppo queer per alcuni ambienti istituzionali, troppo politica per chi cercava soltanto intrattenimento, troppo ironica per chi pretendeva serietà, troppo seria per chi scambiava il camp per superficialità.
Ma era anche capace di un’accoglienza che aveva la temperatura di una madre queer. Non una madre normativa, ma una presenza che protegge senza soffocare, che consola senza neutralizzare il conflitto, che accoglie senza chiedere conformità. Una di quelle figure capaci di rimproverarti con una battuta al vetriolo e, un attimo dopo, di farti sentire al sicuro. Aveva il dono raro di farti sentire contemporaneamente giudicato, compreso e amato.
Dal primo Pride romano del 1994 in poi, Andrea è stata corpo in piazza. Non presenza decorativa, ma militanza visibile. In prima linea nella lotta contro lo stigma verso le persone che vivono con l’HIV, quando esporsi significava assumersi il peso della stigmatizzazione collettiva. Il suo attivismo non era separato dalla performance: il palco e la strada erano estensioni della stessa urgenza. Il corpo truccato, costruito, esibito diventava dichiarazione politica. Non chiedeva inclusione; imponeva riconoscimento. Entrava in una stanza e costringeva quella stanza a ridefinire se stessa.
Per molte persone queer romane, La Karl non è stata soltanto un’artista o un’attivista. È stata il primo volto visto entrando in un locale, la prima persona incontrata durante una manifestazione, il primo esempio concreto di come fosse possibile trasformare l’esclusione in spettacolo, la rabbia in ironia, la differenza in potenza. È stata la dimostrazione vivente che la visibilità non è una concessione, ma una conquista.
La sua traiettoria è stata trasversale: centri sociali, teatri off, collettivi radicali, club culture, spazi istituzionali attraversati senza mai esserne normalizzata. Vulcanica, sempre pronta a inventare la prossima “truffa” nel senso più camp del termine: un sabotaggio poetico, un’operazione di slittamento ironico capace di smascherare le regole proprio mentre sembrava giocarci dentro. La truffa come gesto creativo. La truffa come strategia di sopravvivenza. La truffa come arte queer di restare irriducibili.
Per Andrea e per La Karl il drag non era imitazione né caricatura. Era un dispositivo di superamento della logica identitaria attraverso i codici vestimentari. L’abito diventava argomentazione. Il make-up un manifesto. La silhouette una tesi sul genere come costruzione culturale. Il palco era il luogo in cui l’ego si espandeva, come accade a ogni artista, ma anche lo spazio in cui comunicare, lottare, performare per chi non aveva voce. Non parlava “al posto di”. Parlava da un margine che destabilizzava il centro.
E forse è proprio per questo che raccontare Andrea Berardicurti è così difficile. Alcune figure non restano fuori dalla narrazione perché marginali, ma perché troppo grandi, troppo contraddittorie, troppo vive per essere archiviate senza perdere potenza. Andrea e La Karl non sono un’icona da cristallizzare né un’identità da celebrare in modo rassicurante. Sono una forza in movimento. Moltə si sono sempre vantatə di aver conosciuto La Karl raccontandone soltanto il lato più spigoloso. È una narrazione che non ho mai trovato particolarmente convincente.
Perché chi l’ha conosciuta davvero sa che dietro la battuta al vetriolo c’erano cura, ascolto e una generosità spesso invisibile.
E poi diciamolo: se ti mandava a cercare broccoli in un campo di patate, per non usare espressioni meno eleganti, non era necessariamente perché fosse burbera. C’era anche un’altra possibilità. Molto più semplice. Non le piacevi.
E poi c’era la scrittura. Perché La Karl non era soltanto un corpo, una parrucca, un microfono o una manifestazione. Era anche una penna al cianuro, e qui a Aut lo sappiamo bene. Una lingua capace di essere feroce e irresistibilmente divertente nello stesso momento. Ti faceva ridere mentre ti stava smontando le certezze pezzo dopo pezzo. Come le migliori drag, non si limitava a intrattenere: ti costringeva a guardare quello che avresti preferito ignorare.
La sua era una penna al cianuro, ma anche uno strumento di archivio. In un Paese che troppo spesso dimentica le proprie storie LGBTQIA+, La Karl ha raccontato persone, luoghi, battaglie e contraddizioni contribuendo a costruire quella memoria collettiva che oggi troppo facilmente diamo per scontata. Scriveva come viveva e come performava: senza chiedere permesso. Senza cercare rispettabilità. Senza fare sconti.
Nel pieno del Pride Month la sua assenza pesa. Ma pesa perché la sua presenza continua a essere ovunque. Nei corpi che sfilano, nelle drag che salgono su un palco senza chiedere permesso, nelle persone LGBTQIA+ che scelgono di essere visibili anche quando sarebbe più semplice sparire. Nelle risate troppo forti, nei look troppo esagerati, nelle discussioni troppo accese, nelle comunità che continuano a costruirsi nonostante tutto.
Alcune persone lasciano un ricordo. La Karl Du Pigné ha lasciato una genealogia. Ha lasciato un metodo. Ha lasciato la consapevolezza che si può essere radicali senza rinunciare alla leggerezza, politici senza smettere di essere spettacolari, feroci senza perdere la capacità di amare.
E, come tutte le grandi figure camp, queer e rivoluzionarie, continua a fare rumore anche adesso che non è più nella stanza.
Se esistesse un archivio nazionale delle risposte perfette, La Karl avrebbe un’intera ala dedicata. Una sera qualcuno le si avvicina e chiede: “Zia Karl, lui dice di essere solo attivo…” Lei lo guarda come si guarda una persona che ha appena dichiarato di aver visto una sirena parcheggiare in doppia fila. Pausa. “Radioattivo, casomai.” E niente. In una sola parola aveva demolito secoli di mitologia maschile, performatività virile e omofobia interiorizzata, risparmiandoci pure il dibattito.








































































































