
E’ stato presentato a Roma, nella storica sala Anica, “La vita segreta dei Papaveri”, il cortometraggio d’esordio di Giorgia Rumiz. Diretto da Stefano Scaramuzzino e prodotto da Step Media Entertainment, il film racconta una storia delicata di amore e guarigione fra due donne: Leonora, chiusa nel dolore dopo una rottura, e Bianca, donna affascinante e intelligente che le mostra la possibilità di ritrovare sé stessa attraverso il desiderio e l’intimità emotiva.
A battere il ritmo in questa vicenda è Giordano (Claudio Scaramuzzino), la voce della coscienza di Leonora, il suo grillo parlante che la contrasta, la provoca e la mette continuamente alla prova. Un artificio già noto nel cinema, che qui risulta particolarmente azzeccato: tanto è timida, insicura e titubante Leonora, tanto è tagliente, spregiudicato e mordace è Giordano, diventando così un vero specchio del tormento interiore della protagonista, capace di trasformare ogni esitazione e ogni silenzio in una sfida emotiva.
Il cortometraggio, dramedy intimista di circa diciotto minuti, celebra i piccoli gesti e i silenzi che segnano il passaggio dal dolore alla cura, culminando nel simbolo delicato ma potente del papavero rosso. Il cast include Martina Valentini Marinaz e Massimiliano Buzzanca.
Abbiamo intervistato Giorgia Rumiz e il regista Stefano Scaramuzzino.

Leonora guarisce quando smette di restare chiusa nella stanza e accetta di attraversare il desiderio. Quanto c’è di autobiografico in questa sospensione emotiva e quanto invece è un dispositivo narrativo? In altre parole: “Giordano” è più memoria personale o costruzione simbolica?
Risponde Giorgia Rumiz – Giordano incarna entrambe le cose. Leonora all’inizio della storia è un personaggio “passivo” che subisce il mondo attorno a sé, quindi avevo bisogno di un personaggio attivo che facesse da catalizzatore. Poi, Giordano incarna un po’il mio monologo interiore che avverte la necessità di commentare ogni mia decisione e di considerare ogni scenario possibile (anche se la mia vocina nella testa è decisamente meno simpatica di Giordano).
Quanto è importante ma anche difficile ascoltare “la voce” dentro di noi per essere fedeli a ciò che siamo?
Risponde Giorgia Rumiz – Sicuramente dipende dalla voce dentro di noi, perché molte volte – al contrario di come spesso sembra – quella vocina è più un riflesso traumatico che altro. Scenari catastrofici a parte, essere se stessi è sempre una sfida. Bisogna sapersi analizzare e saper tirare fuori il meglio dal proprio io interiore. Non parlo necessariamente di scendere a compromessi con se stessi, ma parlo di esprimere la propria voce (anche essendo scomodi se serve) nuocendo il meno possibile. E questo non è mai semplice perché essere fedeli a se stessi secondo me è necessario, ma è anche necessario esserlo senza ferire il prossimo. L’importante è ascoltarsi, guardarsi allo specchio e dire “sto andando bene”. Poi magari incasinarsi un po’ ma alla fine è l’intenzione che conta.
Il papavero rosso è un segno delicato ma anche potentissimo: fragilità, sangue, rinascita. Quando è nato questo simbolo? È arrivato all’inizio del processo creativo o è emerso durante la scrittura come chiave per dare senso alla trasformazione di Leonora?
Risponde Giorgia Rumiz – La spiegazione è decisamente poco filosofica. Ultimamente seguo un po’ un flusso creativo che mi porta a mettere nomi di fiori nei titoli delle cose che scrivo. Forse perché lego i fiori a periodi specifici della mia vita o persone che ho incontrato in quel determinato momento. Mentre scrivevo ho pensato che il papavero fosse un fiore adeguato, ma non c’è stata un’analisi particolarmente ragionata. Ho detto “fiori che crescono anche nell’asfalto. Suona perfetto”.
Parliamo di percorso: qual è la strategia distributiva che avete immaginato per La vita segreta dei Papaveri? State puntando a un circuito festivaliero specifico (nazionale, internazionale, LGBTQ+), a piattaforme digitali o a un tour di proiezioni evento? Quali festival sentite più affini al tono intimista e dramedy del corto, e che tipo di vita vi augurate per il film?
Risponde Stefano Scaramuzzino – Per i circuiti festivalieri ci stiamo indirizzando su festival LGBTQIA+ e festival che favoriscono progetti “d’autore”. Ci auguriamo sicuramente di mostrare questo progetto (frutto di un duro lavoro) a quante più persone possibili e speriamo di riuscire a poter inserire il cortometraggio anche in proiezioni indipendenti o in piccoli circuiti culturali. Attualmente per la distribuzione ci stiamo affiancando a Massimo Falsetta, che grazie alla sua professionalità impeccabile ci indirizzerà sulle strade più adeguate da percorrere.
Cosa vi aspettavate realizzando questo film e cosa vi aspettate ora che è pronto per il pubblico?
Ci aspettavamo sicuramente un risultato che facesse vedere l’impegno della squadra e il cuore che abbiamo messo nella scrittura! Adesso, soprattutto dopo la presentazione molto positiva all’Anica, ci auguriamo che il pubblico accolga con affetto il nostro cortometraggio.








































































































