Nella stessa frase. La storia di Rami, gay e palestinese a New York

Essere palestinese è diventato un fatto politico prima ancora di essere un fatto biografico. Essere palestinese e gay è un’equazione che la narrazione politica stenta a far stare nella stessa frase. Anche in una città come New York. Da un lato la fuga da un luogo dove l’omosessualità è criminalizzata; dall’altro una città dove l’identità tace per non essere usata come bandiera. La parola rifugiato ha una freddezza burocratica che dice dove sei arrivato, ma non la complessità di ciò che hai lasciato. Perché si può essere costretti a fuggire da un posto e continuare comunque a chiamarlo casa.
Melissa Chaudhrary e la sinistra che rischia di dimenticare l’universalismo

Quando una candidata progressista sceglie di non difendere i diritti LGBTQ+ per non urtare l’elettorato musulmano, il corto circuito è servito. Il caso di Melissa Chaudhry negli Stati Uniti evidenzia una spaccatura profonda: il passaggio dall’universalismo illuminista all’illusione del relativismo culturale. Sostituendo i diritti uguali per tutti con la logica dell’identità di gruppo e sfidando il paradosso della tolleranza di Popper, il progressismo rischia di trasformare i principi in concessioni. Un vuoto culturale che finisce per favorire la destra, lasciandole spazio per presentarsi come difensore della laicità e dei diritti civili.
Confessioni a New York (parte II): ballando insieme a Madonna!

Quello che doveva essere un sabato qualunque si è trasformato in una serata epica. E dove poteva succedere se non a New York? Stiamo parlando del Club Confessions, l’esclusivo evento con cui Madonna ha celebrato l’uscita del suo nuovo album al Knockdown Center. La serata più desiderata del momento, con una guest list quasi impossibile da conquistare. Eppure il nostro corrispondente da New York è stato tra i pochi invitati, vivendo dall’interno una notte tra Madonna, Stuart Price e migliaia di persone in pista. Il suo racconto vi aspetta su Aut, nella rubrica Cronache da Carroll Gardens. Entrate con noi?
A NY con Madonna

Vent’anni dopo averci fatto ballare per dimenticare il dolore, Madonna torna per chiudere il cerchio con Confessions II, un album intimo, potente e privo di nostalgie. New York per l’occasione in questi giorni si è trasformata in una gigantesca celebrazione a cielo aperto per la sua Regina. Tra maratone di ballo a Williamsburg, confessionali pop a Union Square e una provocatoria esibizione a Times Square, la Regina del Pop dimostra che invecchiare non è una sconfitta, ma il privilegio di non dover più dimostrare niente a nessuno. Un viaggio intenso tra le strade in cui tutto è iniziato e la verità di un’artista che ha smesso di avere paura del tempo. Il racconto dal nostro corrispondente a New York non si è fatto attendere.
Il mio secondo Pride a New York… e la questione dei gay conservatori

Il tema del Pride di New York di quest’anno, “Pride for all of us”, suona come un abbraccio, ma nasconde un’urgenza politica. L’anno scorso scrivevamo che il Pride stava tornando a essere una protesta e non un festival; oggi i dati confermano quel clima di inquietudine, con diritti conquistati che vengono messi in discussione. Ma la vera contraddizione si consuma all’interno della comunità stessa. È qui che entra in scena la figura più complessa del nostro tempo: il gay di destra.
Il giorno in cui la lobby gay smise di essere una lobby

C’era un tempo in cui la cosiddetta “lobby gay” americana evocava potere, influenza e coesione. Oggi, quell’immagine appare lontana, quasi nostalgica, sostituita da una realtà più frammentata e meno incisiva. In un sistema politico dominato da gruppi di pressione forti e organizzati, la comunità LGBTQ+ sembra aver perso parte della sua capacità di orientare il dibattito. Tra derive del linguaggio woke e reazioni sempre più compatte dell’anti-woke, il terreno si è fatto più complesso. E nel mezzo resta una domanda: cosa serve oggi per tornare a incidere davvero?
Il sindaco Mamdani, il Corano e New York City

Un giuramento in una stazione fantasma. Due Corani. Una città intera come pubblico. Zohran Mamdani diventa sindaco di New York senza retorica, senza scenografie dorate, ma con un messaggio politico chiarissimo: identità, fede e diritti possono convivere nello spazio pubblico. Musulmano praticante, socialista, femminista, pro-choice e alleato LGBTQ+, Mamdani manda in crisi la narrazione di chi per anni ha usato i “valori occidentali” come arma identitaria. Dell’insediamento del primo sindaco musulmano di New York ci racconta il nostro corrispondente in città.
Il matrimonio di ferro: i gay di destra e la fragile promessa americana

Nei sobborghi perfetti della Florida o nei brunch di Palm Springs, li riconosci: polo Ralph Lauren, SUV ibrido, labrador di nome Liberty. Sono i gay conservatori americani, l’ultima mutazione del sogno di integrazione: patrioti, padri, madri e fieramente contrari alla “politica woke”. Molti hanno figli, una bandiera americana in giardino e un’abitudine rassicurante: votare repubblicano. Per anni hanno creduto che l’amore avesse davvero vinto: il matrimonio egualitario del 2015, i talk show pieni di coppie felici, le pubblicità arcobaleno. Poi la realtà ha bussato alla porta con il garbo di un messo giudiziario: nulla è per sempre, nemmeno la felicità domestica. Dal nostro corrispondente da New York, una nuova, spietata puntata di Cronache da Carroll Gardens.
Il mondo al contrario, esiste!

A quattro ore da New York, c’è un luogo che ribalta i paradigmi del mondo: Provincetown, estrema punta del Massachusetts. Da oltre un secolo rifugio per artisti e comunità queer, è diventata laboratorio vivente di inclusione, bellezza e libertà. Qui la mascolinità tossica è già storia passata, le coppie etero convivono serenamente con famiglie arcobaleno e gli anziani queer testimoniano una resistenza fatta di amore durato una vita. Provincetown non è un’utopia: è la prova che un “mondo al contrario” può aggiustare, non distruggere.
Italoamericani a New York: il lato kitsch (e tenero) della piramide identitaria e la questione sospesa LGBTQ+

Non basta un cognome e una nonna che fa le lasagne per capire cos’è davvero l’identità italoamericana. È un mosaico di memorie, stereotipi e orgoglio, dove “dolce vita” e “fast life” si intrecciano… ma spesso lasciano fuori le voci queer. In molte comunità ortodosse, l’Italia resta un presepe immutabile: cattolica, patriarcale, allergica a Pride e famiglie arcobaleno. Tra Staten Island e TikTok, si celebra un’Italia in bianco e nero, ignorando quella viva e multicolore di oggi. Eppure, dietro cliché e contraddizioni, si nasconde un bisogno universale: sentirsi parte di una storia. Ce lo racconta, con una lente da vicino, il nostro corrispondente da New York.