
Melissa Chaudhrary è una donna americana, progressista, convertita all’Islam. Si presenta pubblicamente come una “white woman in hijab” e oggi corre per una carica politica nello Stato di Washington.
Non è la sua conversione a colpirmi. Una società libera si fonda sul diritto di scegliere la propria fede, di cambiarla o di non averne alcuna. Mi colpisce un altro fatto. Nel suo programma elettorale non compare un’esplicita difesa dei diritti delle persone LGBTQ+. Secondo quanto dichiarato, questa scelta nasce dal desiderio di non urtare la sensibilità di una parte dell’elettorato musulmano.
Melissa, purtroppo, non rappresenta un caso isolato. È il sintomo di una trasformazione che attraversa una parte della sinistra occidentale: una corrente influenzata dal relativismo culturale e da alcune derive del pensiero woke, che sembra aver progressivamente smarrito il primato dei diritti universali rispetto al relativismo culturale.
Eppure questa impostazione rappresenta una frattura con la tradizione che, per oltre un secolo, ha definito la sinistra democratica. La sinistra universalista nasce dall’Illuminismo. Nasce dall’idea che ogni essere umano, indipendentemente dalla propria origine, religione, sesso o orientamento sessuale, possieda la stessa dignità e gli stessi diritti. È questa tradizione che ha combattuto il razzismo, conquistato il suffragio femminile, difeso la laicità dello Stato e trasformato i diritti delle persone omosessuali da concessioni in diritti umani. Il suo punto di partenza era semplice: esistono principi che valgono per tutti.
Oggi, invece, una parte del progressismo sembra aver sostituito questo principio con un altro. Non più diritti uguali per tutti, ma diritti interpretati in funzione dell’identità del gruppo e del contesto culturale. Quando una cultura viene considerata “oppressa”, diventa sempre più difficile criticarne gli aspetti incompatibili con una democrazia liberale. Quando una minoranza viene vista esclusivamente come vittima, si rinuncia a pretendere da essa il rispetto degli stessi principi richiesti a chiunque altro. È qui che il relativismo entra in conflitto con l’universalismo.
Karl Popper lo aveva intuito con il suo celebre paradosso della tolleranza: una società che tollera senza limiti gli intolleranti finisce per essere distrutta dalla propria tolleranza. Non significa perseguitare chi è diverso. Significa riconoscere che esistono principi che non possono essere negoziati: l’uguaglianza tra uomini e donne, la libertà religiosa, il diritto di cambiare religione o di non professarne alcuna, la libertà di amare chi si vuole e la separazione tra Stato e autorità religiosa.
Questi principi non sono privilegi occidentali. Sono conquiste dell’umanità. Ma è altrettanto vero che hanno trovato la loro più compiuta elaborazione nella tradizione liberale e illuminista europea, attraverso secoli di filosofia, di rivoluzioni, di battaglie civili e di emancipazione. Negarlo significa rinunciare a comprendere la storia.
Ed è proprio qui che emerge una delle contraddizioni più evidenti. Difendere il diritto di una donna a indossare il velo appartiene pienamente alla tradizione liberale. Nessuno Stato dovrebbe imporre come una donna debba vestirsi. Ma è cosa diversa trasformare quel simbolo nell’emblema dell’emancipazione femminile. L’idea che una donna debba coprire il proprio corpo per essere rispettata non è emancipazione. È una forma di patriarcato. Cambiano i simboli, ma il principio resta identico: la responsabilità dello sguardo maschile ricade sul corpo femminile. Per decenni il femminismo universalista ha combattuto proprio questa logica, affermando che una donna non vale per ciò che mostra o nasconde del proprio corpo, ma perché è una persona libera. Per questo trasformare l’hijab, o qualunque simbolo di modestia imposto come norma sociale o religiosa, in un’icona femminista significa confondere il diritto individuale di scegliere con la celebrazione di un modello culturale nato per limitare quella stessa libertà.
Il problema, allora, non è la sinistra. Il problema è una parte della sinistra che ha progressivamente sostituito il primato dei diritti universali con il relativismo culturale. Una trasformazione apparentemente sottile, ma dalle conseguenze profonde. Quando i diritti cessano di essere universali e diventano negoziabili in funzione dell’identità di chi li mette in discussione, smettono di essere diritti. Diventano concessioni. Forse è proprio qui che il progressismo ha iniziato a perdere terreno. Ha smesso di pretendere integrazione e si è accontentato della semplice convivenza. Ha sostituito l’idea di cittadinanza, fondata su diritti e doveri comuni, con quella di comunità separate, ciascuna portatrice delle proprie regole e delle proprie eccezioni. Ha finito per considerare ogni critica a pratiche culturali incompatibili con la democrazia liberale come una forma di intolleranza. E, soprattutto, ha trasformato il necessario esame critico del passato coloniale in un senso di colpa permanente.
Sì, l’Occidente ha commesso errori enormi. Li conosciamo. Li studiamo. Li abbiamo riconosciuti. Ma la consapevolezza della nostra storia non può trasformarsi in una condanna perpetua che ci impedisce di difendere ciò che quella stessa storia ha prodotto di migliore.
Se ogni conquista viene relativizzata perché nata in Occidente, allora rinunciamo anche all’universalità dei diritti che proprio quelle conquiste hanno reso possibili.
Il risultato è un paradosso: nel tentativo di non apparire eurocentrici, si finisce per essere indulgenti verso pratiche che negano la libertà delle donne, la laicità dello Stato o i diritti delle persone LGBTQ+.
La denuncia del “doppio standard”: diversi esponenti della comunità gay e intellettuali occidentali denunciano quello che considerano un silenzio ipocrita o un “punto cieco” ideologico della sinistra progressista. Sostengono che l’omofobia e la transfobia radicate nell’Islam letteralista ed estremista siano di matrice fortemente patriarcale e teocratica, e che vadano condannate con la stessa fermezza usata contro l’omofobia del cattolicesimo o dei movimenti ultraconservatori occidentali. Questo vuoto culturale ha finito per favorire la destra, che oggi prova a presentarsi, spesso in modo opportunistico e selettivo, come difensore della laicità e dei diritti civili. È un universalismo spesso incompleto e talvolta accompagnato da nazionalismo e derive xenofobe. Ma il fatto stesso che possa occupare quello spazio dovrebbe interrogare profondamente il progressismo. La sfida, allora, non è abbandonare la sinistra. È recuperare la sua tradizione migliore: quella universalista, laica e illuminista. Quella che difende gli ultimi senza rinunciare ai propri principi. Quella che accoglie senza rinunciare all’integrazione. Quella che combatte ogni discriminazione, indipendentemente da chi la esercita. L’inclusione autentica può esistere soltanto se fondata su diritti uguali per tutti.
Difendere la tradizione liberale e illuminista non significa affermare una superiorità morale dell’Occidente.
Significa riconoscere il valore di un patrimonio di idee che, pur essendo nato storicamente in Europa e nel mondo occidentale, oggi appartiene a tutta l’umanità: la libertà dell’individuo, l’uguaglianza davanti alla legge, la laicità dello Stato, la parità tra uomini e donne, la libertà di amare chi si vuole, di professare una religione o di non professarne alcuna, la dignità della persona. Questa è l’eredità più preziosa del pensiero liberale e illuminista.
Non un privilegio da rivendicare. Ma una responsabilità da custodire. Perché una civiltà non si indebolisce quando riconosce i propri errori. Si indebolisce quando, per il peso di un senso di colpa permanente, smette di difendere i principi che l’hanno resa capace di correggerli. Una società aperta può accogliere culture diverse soltanto se esiste un terreno comune sul quale tutti sono chiamati a incontrarsi. Quel terreno è costituito dai diritti universali.
Ed è proprio il primato di quei diritti sul relativismo culturale che rappresenta, ancora oggi, la migliore difesa della libertà di ogni individuo.
— Eng. Version —
Melissa and the Left That Risks Forgetting Universalism
Melissa Chaudhrary is an American woman, a progressive, and a convert to Islam. She publicly presents herself as a “white woman in hijab” and is now running for public office in the state of Washington.
It is not her conversion that gives me pause. A free society is founded on the right to choose one’s religion, to change it, or to have no religion at all.
Something else does.
Her campaign platform contains no explicit defense of LGBTQ+ rights. According to her own statements, that omission stems from a desire not to offend the sensitivities of part of the Muslim electorate.
Melissa, unfortunately, is not an isolated case. She is the symptom of a broader transformation taking place within part of the Western left: a current of thought shaped by cultural relativism and certain strands of woke ideology that seems to have gradually lost sight of the primacy of universal rights over cultural relativism.
Yet this represents a break with the tradition that defined democratic progressivism for more than a century.
The universalist left emerged from the Enlightenment. It was built on the conviction that every human being, regardless of origin, religion, sex, or sexual orientation, possesses the same dignity and the same rights. It was this tradition that fought racism, secured women’s suffrage, defended the separation of church and state, and transformed LGBTQ+ rights from privileges granted by society into fundamental human rights.
Its starting point was simple: some principles apply equally to everyone.
Today, however, part of the progressive movement appears to have replaced that principle with another. No longer equal rights for all, but rights interpreted according to group identity and cultural context. Once a culture is labeled “oppressed,” criticizing aspects of it that conflict with liberal democracy becomes increasingly difficult. Once a minority is viewed exclusively as a victim, society becomes reluctant to ask that it uphold the same principles expected of everyone else.
This is where relativism collides with universalism.
Karl Popper understood this in his famous paradox of tolerance: a society that tolerates intolerance without limits ultimately destroys itself through its own tolerance. This does not mean persecuting those who are different. It means recognizing that certain principles cannot be negotiated: equality between men and women, religious freedom, the right to change one’s religion—or to have none at all—the freedom to love whomever one chooses, and the separation of religious authority from the state.
These principles are not Western privileges. They are achievements of humanity. But it is equally true that they found their most complete expression within the liberal and Enlightenment traditions of Europe, forged through centuries of philosophy, revolutions, civil rights struggles, and movements for emancipation. To deny this is to misunderstand history.
And this is where one of the clearest contradictions emerges.
Defending a woman’s right to wear a hijab is entirely consistent with the liberal tradition. No government should dictate how a woman dresses. But that is very different from turning the hijab into a symbol of women’s liberation.
The idea that a woman must cover her body in order to deserve respect is not emancipation. It is a form of patriarchy. The symbols may change, but the underlying principle remains the same: responsibility for the male gaze is placed on the female body. For decades, universalist feminism challenged precisely this idea, insisting that a woman’s worth is not determined by what she reveals or conceals, but by her freedom as an individual.
That is why turning the hijab—or any symbol of modesty imposed as a social or religious norm—into a feminist icon confuses an individual’s freedom to choose with the celebration of a cultural model originally designed to limit that very freedom.
The problem, then, is not the left itself.
The problem is a part of the left that has gradually replaced the primacy of universal rights with cultural relativism.
The shift may appear subtle, but its consequences are profound.
Once rights cease to be universal and become negotiable depending on who is questioning or limiting them, they cease to be rights at all. They become conditional privileges.
Perhaps this is where progressivism began to lose its way.
It stopped demanding integration and settled instead for coexistence.
It replaced the idea of citizenship—grounded in shared rights and shared responsibilities—with the idea of separate communities, each claiming its own norms and exceptions.
It increasingly treated criticism of cultural practices incompatible with liberal democracy as a form of intolerance.
And, above all, it transformed the necessary critical examination of colonial history into a permanent sense of guilt.
Yes, the West committed enormous wrongs.
We know them.
We study them.
We have acknowledged them.
But awareness of our history cannot become a perpetual condemnation that prevents us from defending the best that history has also produced.
If every achievement is dismissed simply because it originated in the West, then we also undermine the universality of the rights those achievements helped make possible.
The result is a paradox: in an effort to avoid appearing Eurocentric, we become increasingly reluctant to criticize practices that deny women’s freedom, secular government, or LGBTQ+ rights.
This cultural vacuum has allowed the political right to occupy ground that historically belonged to the left, presenting itself—often selectively and opportunistically—as the defender of secularism and civil rights. Its universalism is frequently incomplete and sometimes accompanied by nationalism and xenophobic tendencies. Yet the very fact that this space has become available should force progressives to ask themselves why.
The challenge, then, is not to abandon the left.
It is to recover its finest tradition: the universalist, secular, Enlightenment tradition.
The tradition that defends the marginalized without abandoning its principles.
That welcomes newcomers without abandoning the expectation of integration.
That opposes every form of discrimination, regardless of who commits it.
True inclusion can exist only when it is built upon equal rights for everyone.
Defending the liberal and Enlightenment tradition does not mean claiming the moral superiority of the West.
It means recognizing the value of a body of ideas that, although historically born in Europe and the broader Western world, now belongs to all humanity: individual liberty, equality before the law, secular government, equality between women and men, the freedom to love whomever one chooses, the freedom to practice a religion—or none at all—and the inherent dignity of every human being.
This is the most precious legacy of the liberal Enlightenment.
Not a privilege to boast about.
But a responsibility to preserve.
Civilizations do not become weaker because they acknowledge their mistakes.
They become weaker when, burdened by permanent guilt, they stop defending the very principles that made them capable of recognizing and correcting those mistakes in the first place.
An open society can welcome different cultures only if there is common ground upon which everyone is expected to meet.
That common ground is universal human rights.
And it is precisely the primacy of those rights over cultural relativism that remains, today as ever, the strongest safeguard of individual freedom.








































































































