AUT Magazine

Chieti, la provincia che vive in mille città

di Alessandro Michetti
Vivere l’identità LGBTQIA+ nei piccoli centri e il bisogno di spazi sicuri e protetti dall’omotransfobia: un’intervista al consigliere Arcigay di Teramo, Fabio Milillo.
Aut Chieti SR 2

Nel nostro numero monografico di settembre abbiamo scelto come argomento le mappe, quelle geografiche, politiche, quelle dove si tracciano le rotte del cuore, della pancia e del cervello ma anche quelle su cui si segnano città che ospitano, spesso in condizioni di disagio, milioni di persone LGBTQIA+, proprio come accade, ad esempio, a Chieti. Mappa per orientarsi in una città di provincia, tutta italiana.

Chieti è una delle migliaia di piccole città che la maggior parte degli italiani non sa nemmeno dove si trovi. Nonostante questo, Chieti è l’emblema di quella miriade di piccoli centri del nostro paese dove il conservatorismo, un ostinato rispetto per la tradizione più trivia e l’ostilità a volte violenta verso qualsivoglia forma di evoluzione culturale, assurge a valore e orgoglio cittadino. Per capire meglio come si vive dall’interno una realtà di provincia, abbiamo intervistato Fabio Milillo, consigliere de La Virtuosa – Arcigay Teramo, componente del gruppo operativo di Arcigay Sport Nazionale e per 7 anni consigliere di Arcigay Chieti, nonché uno dei due portavoce di Abruzzo Pride che si è tenuto proprio questa estate a Chieti. 

Prima di iniziare la nostra chiacchierata, chiariamo una cosa: Chieti è in Abruzzo. Ora che abbiamo identificato la corretta localizzazione, Fabio: raccontaci la tua esperienza personale nell’essere nato, cresciuto e vissuto in questa città…
Ho iniziato a prendere consapevolezza di me quando ero ancora in età scolare, sebbene abbia fatto coming out solo a 24 anni. Ricordo che al liceo provavo un forte sentimento e una forte attrazione verso il mio compagno di banco eppure non capivo cosa fosse, ne parlai con una professoressa, ma l’unica cosa che mi disse fu: “Taglia”, facendo poi il segno delle forbici con le mani. Parliamo di circa 15 anni fa, le associazioni LGBTQIA+ non svolgevano attività nelle scuole, non c’erano progetti di affettività, non capivo “chi fossi”. La prima esperienza avuta “per caso” mi fece sentire profondamente in colpa, sbagliato, un errore, soprattutto perché sono cresciuto in una famiglia allargata molto conservatrice. La consapevolezza è poi arrivata al di fuori di Chieti. Bastava spostarsi di qualche km verso Pescara o Francavilla e le cose cambiavano, si respirava un’area diversa. Quando ho iniziato a fare coming out ho ricevuto anche reazioni diverse: molte amiche si sono sentite in difetto di non avermi mai “conosciuto” ma è anche capitato che un amico, dopo la mia rivelazione, ha fatto 4 volte la rotonda con la macchina per poi vomitare: da quel giorno non lo sento più. 

Quale pensi sia il fattore culturale che più ha creato nella tua città un atteggiamento omotransfobico? 

Non credo che Chieti sia una città omolesbobitransobica: era ed è ancora in parte città chiusa. È difficile fare informazione, è una città con una forte storia di politiche di destra alle spalle con sindaci che hanno partecipato al Family Day o sindaci di estrema destra con saluti romani al proprio funerale. Ci sono molte associazioni che portano informazioni e formazioni transfemministe ma non sempre è facile fare attività per associazioni che si basano sul volontariato. Ricordo molte volte quando lavoravo come formatore per un progetto scuola sul bullismo omolesbobitransfobico alla parola “Gay” o “Arcigay” cambiavano le espressioni delle dirigenze scolastiche. Così come cambiavano le espressioni delle attività commerciali nell’organizzazione di aperitivi di socializzazione. Di certo quindi la storicità porta con sé un contesto sociale e culturale di un certo tipo, Chieti infatti si divide fisicamente in una parte alta e una bassa dove è presente l’università e più volte nell’attivismo la maggior parte delle attività si svolgevano nella parte bassa, “Lo Scalo”, dove era più facile trovare spazi accoglienti. 

Puoi raccontarci le esperienze di altri tuoi amici che vivono nella tua stessa città? 

Sai che non ho amici LGBTQIA+ di Chieti? Ricordo, quando mi avvicinai al mondo dell’associazionismo, ero l’unica persona di Chieti che vi partecipava. Ricordo che cercavo uno spazio dove potermi riconoscere e andai ad un incontro del Gruppo Giovani dell’Arcigay Chieti. Posso sentire ancora il terrore vivo che avevo nell’attraversare quella porta sovrastata dalla bandiera arcobaleno. Poi mi sono fatto coraggio e ho scoperto un mondo stupendo dentro e fuori di me. Anche in questi incontri ero l’unico di Chieti, e sono stato l’unico volontario di Chieti dell’Arcigay Chieti per 4-5 anni. La maggior parte di noi erano infatti fuorisede del sud dell’Abruzzo. E questa è stata una cosa che mi ha sempre meravigliato: facevamo attivismo in una città difficile, in una città dove negli eventi in piazza ci chiedevano se “Arcigay significasse che noi fossimo supergay”, eppure le persone che venivano dal sud più di noi trovavano in questa città uno spazio sicuro dove viversi liberamente. 

Qual è il valore dell’associazionismo e della visibilità in città che hanno lo stesso DNA di Chieti? 

L’attivismo è cambiamento. In un sistema, in una società dove ci sono schermi e comportamenti “da rispettare”, portare attivismo vuol dire creare un cambiamento e rivoluzionare una società. Il mondo dell’associazionismo in queste città può portare in primis la presenza di spazi sicuri e l’interazione con persone nelle quali potersi rispecchiare e riconoscere. Nello stesso tempo porta un’azione politica di cambiamento a livello delle amministrazioni comunali – come possono essere ad esempio richieste a candidati e candidate sindaco in campagna elettorale, o con azioni a livello regionale. Nello stesso tempo l’associazionismo, attraverso la rete e il confronto, porta a un’elaborazione politica transfemminista collettiva che dal passo porta a un cambiamento e a una maggiore consapevolezza non solo di sé ma anche su temi come l’abilismo, la tematica dei corpi, il consenso. L’associazionismo può infine colmare quelle che sono le mancanze a livello di informazioni ed educative nei sistemi scolastici: ad oggi non sono previsti infatti percorsi di educazione all’affettività all’interno del mondo delle scuole, eppure è sempre più necessario informare i giovani e le giovani sul tema della consapevolezza di sé in campo di identità di genere e di orientamento sessuale, delle infezioni sessualmente trasmissibili e dei metodi di prevenzione e della lotta al bullismo omolesbobitransfobico. 

Estate 2023, primo Pride a Chieti. Non è stato facile. Quali sono stati secondo te i pro e contro di un evento come questo?

Chieti ha visto il suo primo Abruzzo Pride lo scorso giugno: è stata una giornata stupenda, stancante, ma stupenda. E’ stato un lavoro di 8 mesi quello che ha preceduto il corteo a Chieti, in quanto volevamo fortemente marciare per le strade del centro storico di Chieti e scuoterlo con le nostre istanze di libertà e di autodeterminazione. Il pride ha riscontrato una grande partecipazione di persone di tutte le età. Abbiamo contribuito a portare un piccolo cambiamento nella città, c’è una foto che è stata scattata durante il corteo con la folla arcobaleno in piazza Trento e Trieste con lo sfondo del palazzo ex-ond dalla classica architettura fascista intitolata ad Arnaldo Mussolini (fratello minore di Benito n.d.r.). Non sono mancati anche episodi di opposizione al nostro corteo: nei tre giorni precedenti al corteo Forza Nuova distribuiva volantini sull’ “apologia di sodomia” e sul “pensiero gender” e il Vescovo di Chieti, Bruno Forte, è uscito con un comunicato stampa due giorni prima del corteo. Durante il corteo invece ci hanno riportato di persone che hanno ricevuto offese durante la marcia, di persone che sputavano dalla finestra e, purtroppo, durante gli interventi politici, le Famiglie Arcobaleno sono state bersaglio di violenze verbali da un gruppo di ragazzi. Queste ultime poi, rientrando nelle macchine, ci hanno informato di essere stati seguiti dagli stessi per quindi richiedere di essere scortate dalle forze dell’ordine. Il Pride non è solo una festa, un carro con musica, non dobbiamo dimenticarci del suo valore politico, del portare noi stessi e noi stesse per le strade per come siamo e chi siamo: noi scardiniamo e portiamo rivoluzione.
Per farvi capire meglio il contesto, vi riporto una frase che disse uno dei sindaci di Chieti nel 2000 in relazione al World Pride di Roma. Si pronunciò dicendo che il corteo fu “un bel corteo di maschiacci, che a titolo gratuito avrebbero sfilato per le vie della città alla caccia pacifica dei gay per farli felici senza vasellina”. Per questo il pride di Chieti è stato sicuramente un forte cambiamento, uno schiaffo di libertà e di autodeterminazione in una città come Chieti e in una regione come l’Abruzzo. 

Come è stato organizzare un pride a Chieti? Difficoltà, sorprese (positive, negative), risvolti?

E’ stato faticoso sicuramente. Abbiamo trovato grande disponibilità da parte dell’Amministrazione Comunale con la quale abbiamo, a partire dal settembre precedente, concordato percorso e posizione del Pride Park. In più il Pride porta con se molte spese: piano sicurezza, carro, SIAE, autorizzazioni, allestimenti, palco, etc. e quindi in realtà il nostro percorso è partito dall’autunno precedente con eventi di finanziamento e di informazione. In più l’Abruzzo Pride nelle ultime tre edizioni è stato preceduto da una Pride Week itinerante in tutto l’Abruzzo. In una settimana infatti sono stati svolti circa 22 eventi nelle provincie di Chieti, Pescara, Teramo e L’Aquila. Questo perché ogni territorio, sebbene diverso, ha bisogno del Pride e di esprimere le sue istanze di territorio. In più, non accettando sponsorizzazioni, il crowdfunding è stato essenziale: l’Abruzzo Pride è un Pride che parte dal basso e quindi porta con sé anche molto lavoro. Ma alla fine, è stata una bellissima sorpresa vedere tantissimi giovani e tantissime giovani, famiglie, attraversare le strade di Chieti con tutto il proprio orgoglio. 

Quando si nasce in piccoli centri come questi, soprattutto molti anni fa, prima di internet, prima che sbocciasse una maggior consapevolezza di noi stessi come comunità lgbtqi+, si aveva la necessità quasi vitale di andare via per vivere una vita più libera. Tu come hai vissuto la tua? 

Io ho avuto tutte relazioni con persone non di Chieti, in realtà ora che ci penso credo di non essere mai uscito con un ragazzo di Chieti. A Chieti non ci sono spazi di socializzazione queer o LGBTQIA+, non vi sono club o discoteche friendly. Questo mi ha portato sempre a frequentare città vicine come Pescara. Attualmente non lavoro a Chieti e non vivo a Chieti e ogni volta che vi torno continuo a sentirmela stretta. Nello stesso tempo però è una città che sta cambiando: le nuove generazioni iniziano ad avere una maggior consapevolezza di sé, stanno iniziando a nascere nuove associazioni, è un cammino di cambiamento che è iniziato, che si muove lentamente considerando il territorio ma sono sicuro che quel cambiamento desiderato e necessario arriverà.

Che consiglio daresti alle persone LGBTQI+ che come te abitano in piccoli centri del nostro paese vivendo le stesse difficoltà che si vivono anche a Chieti?  

Bella domanda. Io ho avuto la fortuna di trovare l’Arcigay a Chieti che mi ha permesso di scoprirmi e di scoprire un mondo che non conoscevo. Esistono però molti paesi dove questo non è possibile, oppure possono esserci persone che non hanno la possibilità di spostarsi per frequentare un gruppo di socializzazione o altri servizi. Quindi tutto dipende dalle disponibilità che quella persona ha. Sicuramente consiglierei la frequentazione di servizi e spazi di socializzazione, molte associazioni da post covid hanno mantenuto anche servizi online e questo può essere qualcosa di utile e di facilmente accessibile. Quando ero più giovane io esistevano i blog, non credo esistano ancora però anche utilizzare applicazioni di conoscenza come Grindr, ad esempio, potrebbe aiutare a trovare amicizia. Poi, personalmente, consiglio di viaggiare. Vedo infatti nel viaggio, nel confronto con realtà diverse, la possibilità di vedere che il mondo è grande e che ognuno e ognuna di noi può decidere quale posto possa diventare la propria vera casa. Inoltre nel viaggio ho sempre visto una opportunità di crescita personale e di scoperta di una parte di sé. Esistono anche molti progetti giovanili Erasmus+ che ti permettono di viaggiare e spostarti in maniera gratuita per l’Europa: io purtroppo li ho scoperti tardi o avrei girato metà Europa in questo modo. Infine consiglio di informarsi: in piccoli paesi, o dove non vi è possibilità di spostarsi, anche leggere articoli online, riviste come questa, libri permette di conoscere e di conoscersi di più. Spesso nei piccoli paesi o città come Chieti, come ho vissuto io la mia adolescenza, rischi di sentirti solo o sentirsi sola, o di non trovare persone dove potersi rispecchiare come “simili”. Il mondo invece è grande ed è molto di più di questo. 

[Foto di Syder Ross]

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