AUT Magazine

Perché è importante la carriera alias nelle scuole e sul lavoro

di Milo Serraglia
Le vite delle persone trans* sono sotto bombardamento istituzionale e mediatico: ispezioni, illazioni, interrogazioni parlamentari, talk televisivi, raccolta firme piegati alla retorica pro-life. Alla battaglia contro la carriera alias, ora si aggiunge il caso dell’Ospedale Careggi di Firenze con l’ennesimo attacco strumentale nei confronti delle persone più piccole della nostra comunità, bambin* e adolescenti gender variant. E’ necessario proteggere le persone trans* più giovani a partire dal diritto allo studio e a non essere oggetto di discriminazione, proprio come prevede la nostra Costituzione.
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In tutto il mondo, e quindi anche in Italia, è in corso da anni una “caccia all’omo”, come la definì nel suo libro dal titolo omonimo il giornalista Simone Alliva, per identificare in maniera molto efficace la moderna crociata contro le persone LGBTQIA+ che da un decennio almeno vede le coppie di donne o di uomini che hanno figl* e le persone trans* sempre più bersaglio delle forze politiche di destra e dei cosiddetti movimenti “per la vita”. La motivazione evidente è che due mamma, due papà, “un uomo che diventa donna”, “una donna che diventa uomo” rappresentano per loro la distruzione del paradigma del solo vero pensiero unico che ha sempre dominato in Italia: quello cattolico. Per fortuna quasi più nessun* teme di finire all’inferno, perciò l’unica soluzione rimasta ai pro-lifelli d’Italia è ricorrere al panpenalismo: un nuovo reato per ogni “problema”, laddove per problema il Governo attuale intende “presunto diritto” da negare a colpi di decreti (rave, migranti, proteste ambientaliste), proposte di legge contro la 194 (capacità giuridica del concepito, ascolto del battito) e per rendere la GPA reato universale, azioni delle Procure contro le coppie composte da due madri, solo per fare alcuni tragici esempi di questo primo anno dell’era Meloni. 

Sul fronte dei diritti LGBTQIA+ a tenere banco sono state a lungo le famiglie arcobaleno, mentre si iniziava ad additare le persone trans* come il gender personificato. E così, una volta consumato il delitto perfetto contro le Famiglie Arcobaleno, sono diventate più aggressive le campagne mediatiche e le azioni contro le persone trans*: cartellonistica, inserzioni e petizioni contro chi – a detta loro – confonde le creature portando il gender a scuola; una proposta di legge a prima firma Pillon per bandire le persone trans* da tutti gli sport a tutti i livelli e in qualsiasi contesto; diffide contro le scuole che hanno adottato regolamenti per la cosiddetta carriera alias; fino ad arrivare agli ultimi giorni di gennaio, quando il Ministero della Salute – a seguito di un’interrogazione di Maurizio Gasparri basata sui “si dice” – ha inviato degli ispettori all’Ospedale Careggi di Firenze per indagare su eventuali irregolarità nei percorsi di affermazione di genere di bambin* e adolescenti gender variant, con particolare riguardo ai protocolli di somministrazione dei puberty blockers. Al momento in cui scrivo le indiscrezioni fin qui trapelate ci dicono di alcune presunte irregolarità tutte ancora da verificare riguardo ai percorsi psicologici preliminari previsti prima di iniziare a somministrare il farmaco a minori trans* prebubescenti. Ci ritornerò più avanti, cerchiamo intanto di capire perché la onlus catto-talebana, guidata da Jacopo Coghe, protettore delle serrande, e Maria Rachele Ruiu, già candidata di FDI, si è così fissata contro questo strumento di tutela. Per farlo bisogna partire, a stare strett*, ad almeno 10 anni fa. 

Nel 2016 Josep Bergoglio, durante un incontro con religiosi e seminaristi a Tbilisi, disse, tra le altre cose, che “La teoria gender è una guerra mondiale contro il matrimonio”. Parole davvero progressiste (sic!) pronunciate a pochi mesi dall’approvazione in Italia della Legge 76/2016 che regola le unioni civili tra persone dello stesso sesso e le convivenze di fatto. Devono averlo preso in parola i pro-vita che, se nei giorni dispari lo contestano perché fa concessioni (quali?) alla comunità LGBTQIA+, nei giorni pari conducono una lotta senza quartiere proprio contro il gender, così spaventoso tanto da essere utilizzato da Bergoglio (quando era ancora vescovo in Argentina) per fomentare le folle (incluse le suore di clausura!) a scendere in piazza contro il matrimonio egualitario, che a detta sua avrebbe fatto sprofondare il Paese come Atlantide. 

Nessun paese è sprofondato, eppure il gender continua ad aleggiare in Europa – ma non solo – come uno spettro che a qualcuno fa quasi più paura di quello del comunismo di Karl Marx. 

In Italia le campagne della onlus cattolica si sono negli anni intensificate e la “nuova” ondata anti-gender riguarda le scuole e quindi le vite e i diritti delle persone più giovani. 

Le affissioni, spesso rimosse perché contrarie al DL Infrastrutture 2021 che prevede “il divieto di pubblicità che proponga messaggi […] discriminatori con riferimento all’orientamento sessuale, all’identità di genere, alle abilità fisiche e psichiche”, ma anche le vele, recitano: “Basta confondere le identità dei bambini”. Nascevano come strumenti della campagna contro l’educazione sesso-affettiva nelle scuole ma si prestano ormai da qualche tempo anche alla propaganda contro l’introduzione del regolamento per la carriera alias nelle scuole, cioè una disposizione interna che ogni singolo istituto decide singolarmente se adottare o meno, e che permette alle persone che frequentano le scuole superiori (ma è prevista anche in qualche scuola elementare e media) di far utilizzare, a chi lo richiede, genere e nomi diversi da quelli assegnati alla nascita nei rapporti tra pari, con il corpo docente e con il personale, nei registri elettronici e in tutto ciò che avviene all’interno della scuola. Serve, in breve, a garantire il diritto allo studio delle persone trans*, che sono quelle più soggette ad abbandono scolastico, il ché in una reazione a catena le porta poi a essere meno scolarizzate e dunque penalizzate ed escluse dall’accesso al lavoro, oltre ad avere un forte impatto sulla socialità e quindi sulla salute mentale e fisica. 

A dicembre 2022 ProVita & Famiglie Onlus – di cui è presidente Toni Brandi, un imprenditore del settore turistico legato a doppio filo con Forza Nuova come emerso da alcune inchieste giornalistiche – ha inviato 150 diffide alle scuole superiori italiane che avevano approvato la carriera alias. La risposta della comunità trans* non si è limitata a una serie di post sui social che in punta di diritto dimostravano l’assoluta legittimità dei regolamenti alias, ma sta soprattutto nella controdiffida inviata dall’associazione trans* romana Gender X che ha di fatto annullato l’azione pro-life e anche tranquillizzato le dirigenze scolastiche a proseguire in questa strada di civiltà. Ma gli animi catto-talebani non si sono placati e continuano a battere su questo tasto, portando tra gli altri “argomenti” quello che si tratti di una recente moda “degli arcobalenati” per confondere i bambini e le bambine. 

Posto che la difesa del diritto allo studio in tutte le sue sfumature non è per nulla una moda recente, ma ha consentito a diverse categorie un tempo escluse di scolarizzarsi, va detto anche a chi fa finta di non saperlo che se è vero che che la carriera alias nelle scuole è arrivata (qui…) solo da pochi anni, in realtà è qualcosa di già sperimentato nelle Università Italiane da almeno un decennio e che si è evoluto nel tempo: in principio fu il doppio libretto previsto nel 2013 dall’Università di Padova e poi da altri atenei, fino alla famigerata carriera alias in vigore ormai in quasi tutte le Università pubbliche con regolamenti sempre meno machiavellici che prevedono semplicemente che la persona trans* con documenti non ancora rettificati al momento dell’immatricolazione faccia la richiesta che verrà gestita dalla segreteria nel rispetto della privacy della persona e senza allegare certificato medico con diagnosi di disforia di genere. 

Come è arrivata la carriera alias nelle scuole superiori? Nulla di straordinario: le persone trans* non iniziano magicamente a esistere solo dopo la maggiore età, quindi era più che logico che iniziassero a rivendicare questa forma di tutela anche prima di diventare “grandi”, ricordando così oltretutto che, come cantava Mia Martini, “sono stata anch’io bambina”, stimolando una buona fetta di genitori non solo a non farsi prendere da brivido orrore raccapriccio, ma ad accompagnare le loro piccole creature in un percorso che resta tortuoso ma lo è un po’ di meno se c’è una comunità educante che le accoglie in tutta la loro meravigliosa interezza. Tra l’altro il paradosso creato dalla carriera alias è che in maniera volontaria e politica, non medicalizzata ma consapevole, le persone trans* stanno costringendo lo Stato a mettere davvero in pratica, nel rispetto della dignità della persona, una parte del percorso di affermazione di genere che era una volta imposta anche a scopo di scoraggiare a proseguire ǝ che veniva vissuta come una tortura: il real-life test, cioè un periodo (lungo, troppo) durante il quale la persona trans* doveva dimostrare di potersi meritare i trattamenti ormonali e chirurgici facendo una vita da travestì (con tutto il portato negativo che ancora ha nella nostra cultura etero cis binaria il travestitismo) per provare sulla propria pelle come si stava “nell’altro genere”. Peccato che ci si stava malissimo, perché insieme a quell’assurdo dovere di risultare credibile agli occhi della società cis etero patriarcale non era previsto anche il giusto diritto a non essere trattat* come mostr*, non c’era un patto sociale per cui ad azione A corrisponde B ossia: ok io “mi travesto” ma tu mi chiami Milo o Miranda. Le persona trans* venivano semplicemente mandate allo sbaraglio, con tutti i rischi che ne conseguono. Oggi siamo noi che diciamo no al limbo infinito per arrivare a dama (cioè a sentenza per la rettifica, per le operazioni, per gli ormoni) e che inventiamo percorsi e modalità nuove creando scompiglio, portando a dire che così non va bene proprio a chi diceva che si doveva fare così. Sarà appunto perché insieme al dovere ci abbiamo messo anche il piacere, ossia il diritto. Allo studio e a non essere oggetto di discriminazione proprio come prevede la Costituzione.

Dalle scuole alle Università alle fabbriche, come si diceva una volta, anche se il percorso è stato inverso perché ci sono state persone pioniere anche nel mondo del lavoro che si sono battute per il proprio diritto come singole all’interno delle aziende già dagli inizi degli anni 2000 fino a tempi più recenti, aprendo così la strada (lunghissima) che ha portato l’anno scorso alla ratifica dei primi CCNL che prevedono l’identità alias per chi lavora nella Pubblica Amministrazione, nella Sanità, nella Scuola, oltre al comparto Multiservizi che dovrebbe regolamentarla nella contrattazione di secondo livello in corso. Passare dalla contrattazione ad personam a quella collettiva ha messo le persone trans* che lavorano al riparo da possibili ripensamenti delle aziende che non erano in alcun modo vincolate a rispettare un accordo basato su una buona pratica invece che su un diritto sindacale: quello della tutela della salute e della sicurezza sul lavoro. 

Ci è voluta pazienza certosina per creare un combinato disposto tra normative UE, (mal) recepite dall’Italia, decreti, testi unici e quant’altro, ma un tassello è stato messo al suo posto, compreso quello del rischio di ritrovarsi senza lavoro perché trans*. Non abbiamo dimenticato Cloe Bianco che per noi non è solamente una storia triste ma una vertenza sindacale che nessun* ha voluto o saputo gestire. Così come, più di recente, siamo stat* col fiato sospeso per un’altra professoressa, Giovanna Cristina Vivinetto, che, dopo un procedimento durato 3 anni ,ha avuto ragione contro una scuola romana che – a detta del dirigente scolastico – l’aveva licenziata “per giusta causa” ǝ invece si trattava di transfobia. 

Come è potuto succedere? Perché non esiste una legge che tuteli le persone trans* contro le discriminazioni sul lavoro, a differenza di quanto accade per l’orientamento sessuale, e quindi c’è stata un prova di forza della dirigenza che ha fatto i suoi giusti calcoli: non voglio “un trans” a scuola (ma allora perché l’hai assunta? Non ha mai nascosto di essere una donna trans!) e quindi la licenzio inventando fantomatiche inadempienze, perché tanto sono quasi sicuro che non farà ricorso per paura e comunque, anche se lo farà, staremo in ballo chissà quanto in tribunale e se anche il tribunale le darà ragione al massimo dovrò pagare gli stipendi non corrisposti senza alcuna sanzione ulteriore, avendo ottenuto comunque il mio scopo: aver accasato dalla mia scuola “un trans”. Ed è effettivamente così che è andata: Vivinetto è stata risarcita, la sentenza si sofferma pochissimo sul reale motivo del licenziamento, cioè la discriminazione in quanto trans*, e l’azienda perde non perché ha discriminato ma perché non ha ottemperato al contratto rispetto al principio della giusta causa. 

Mentre scrivo il flusso dei pensieri viene interrotto spesso dal ritmo febbrile dei messaggi nelle chat di attivismo: dobbiamo trovare ancora altre energie per difendere le nostre vite trans* dall’ennesimo attacco strumentale nei confronti delle persone più piccole della nostra comunità, bambin* e adolescenti gender variant, delle loro famiglie e del personale dell’Ospedale Careggi di Firenze che le accompagna nel percorso di affermazione di genere. Come accennato all’inizio di questo pezzo, siamo sotto bombardamento istituzionale e mediatico: ispezioni, illazioni, interrogazioni parlamentari, talk televisivi piegati alla retorica pro-life in cui si paventano pericoli e mancanza di informazioni sui rischi – benefici connessi alla somministrazione della triptorelina, un bloccante della pubertà somministrato secondo criteri strettissimi stabiliti dal Comitato Nazionale di Bioetica, presieduto (ahinoi!) da Assuntina Morresi che è anche Vice Capo Gabinetto del Ministero della Famiglia, Natalità e Pari Opportunità, braccio destro di Eugenia Roccella, una garanzia! 

Non stupisce quindi, nel ripasso matto e disperato delle carte che si sta facendo in questi giorni per sostenere ancora più efficacemente le persone più indifese della nostra comunità, di ritrovare in fondo al documento del Comitato Nazionale di Bioetica del 2018 – quello con cui si autorizzava l’utilizzo della triptorelina off-label (ossia al di fuori dell’impiego previsto originariamente per il farmaco), una postilla molto stizzita in cui Morresi – avversa alla decisione – porta a sostegno della sua tesi contraria nientemeno che un post di Arcilesbica in cui si paragonavano i percorsi di affermazione di genere alle cosiddette terapie di conversione: sostengono Gramolini & Danna, che non esistono bambin* gender variant, adolescenti trans+ ma che sono bambine lesbiche e bambini gay ai quali vengono imposte “terapie di conversione”, una pratica che dicono di aver purtroppo assaggiato. 

Ora, non metto in dubbio che sia successo anche a loro, ma non posso accettare la menzogna che ai loro tempi siano state costrette a essere maschi, semmai saranno state forzate a essere donne etero ed è una violenza che conosco, da persona assegnata femmina alla nascita che per salvarsi in qualche modo scelse la via del lesbismo anche se non era la sua vera natura. Violenze che dunque non neghiamo, e che anzi combattiamo ancora oggi però proprio contro i pro-life amici di Arcilesbica che sono contrari a una legge che le metta al bando come già avvenuto in altri Paesi Europei: Germania, Francia, Grecia, Spagna, Malta, il Parlamento di Madrid, della Murcia, dell’Andalusia e di Aragona le hanno già vietate, mentre Belgio, Austria, Finlandia, Portogallo, Svizzera e UK hanno dichiarato che lo faranno. All’appello mancano solo pochi Stati, detti silenti, tra i quali purtroppo l’Italia. 

Ma interessa forse questo ad Arcilesbica e al suo codazzo di parvenu? Assolutamente no, e continua la guerra contro le persone trans* raccogliendo firme contro la chiusura del Careggi. Ben 80… ancora meno delle 100 messe faticosamente insieme contro la GPA. Una strategia perdente, come fatto notare persino da Marina Terragni (RadFem Italia) che non ha firmato nessuna delle due affidando ai social le sue motivazioni: è inutile, perché nella guerra dei numeri perdiamo. E in effetti tra la lettera di Agedo (270 famiglie) e quella di Genderlens (circa 2mila firme da tutto il mondo) è una disfatta totale, che però non ci lascia per niente tranquill*. 

In questo vuoto legislativo generale in tema di diritti LGBTQIA+, il vortice di contraddizioni creato da questa alleanza incredibile, tra provita/Arcilesbica/ Radfem e qualche gay alla ricerca continua di ri-posizionamenti personali, rischia di travolgere chiunque, tranne chi da posizioni privilegiate parla di pericoli mentre ci mette in pericolo e pare non voler capire che ci si mette a sua volta: è certo che, se e quando finiranno con noi, sarà un altro lo spauracchio da agitare per scopi elettorali. Se finiranno. Perché abbiamo attraversato secoli ma siamo ancora qui, siamo diventate persone adulte, alcune addirittura anziane, senza morire tutte ammazzate, nonostante la società ci dicesse, e ancora ci dica, che non siamo degne di questo mondo. E allora tocca proprio a noi esserci per le persone più piccole. Non posso pensare di arrendermi e di non stare con loro in questa ennesima battaglia, perché significherebbe lasciare ancora una volta da solo il piccolo me che non aveva nessuno dalla sua parte a dirgli che non era sbagliato. Ci prenderemo tutto: scuola, salute, lavoro, casa e pure la triptorelina e gli ormoni e gli interventi e i documenti, ǝ si farà l’amore ognuno come gli va, perché vinta questa partita il passo successivo sarà salutare con tutti gli onori la Legge 164/82, i protocolli patologizzanti e approvare, finalmente, la Legge che vogliamo. 

[Foto di Alexander Grey e Aiden Craver]

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Le persone aroace, asessuali e aromantiche, sono identità che problematizzano, mettono in dubbio e si sottraggono da ciò che la maggioranza pensa sia normale all’interno delle dinamiche relazionali. Disegnando nuove geografie dei rapporti.

Simone Gambirasio
Corpi disabili, corpi invisibili

I luoghi di visibilità LGBTQIA+ sono davvero così accessibili per le persone con disabilità?

Antonia Caruso
Occhio non vede, cuore non vota

L’invisibilità si crea con l’esclusione dal campo visivo, è un processo attivo e selettivo per annullare l’essenza dell’altro. Ed è soprattutto all’interno della popolazione trans che troviamo un gatekeeping interno.

Stephan Mills
Il mio corpo intersex invisibile

Perché così poche persone conoscono la realtà intersex? E’ tempo di rendere più visibile una realtà ancora troppo poco conosciuta: quella dei corpi intersex. Un percorso di lotta per ottenere i cambiamenti desiderati e di accettazione degli aspetti che non vogliamo cambiare. 

Egizia Mondini e Alessandro Michetti
L’editoriale: Invisibili

Essere visibili è un atto politico, di autoaffermazione, autodeterminazione e affrancamento, ma anche un’urgenza esistenziale, oltre che di condivisione. Perché “fuori dalla collettività c’è solo la mitomania”. 

Aldo Mastellone
Comunità trans nello sport: quando rendersi visibili è rivoluzione

La situazione delle persone LGBTQIA+ nello sport agonistico. Intervista a Guglielmo Giannotta, Presidente di ACET, Associazione per la Cultura e l’Etica Transgenere.

Ambra Angiolini
Come la politica e l’economia sfruttano la nostra invisibilità

Far tornare le nostre diverse identità gli unici luoghi davvero interessanti da visitare, è la rivoluzione che dobbiamo mettere in atto.

Francesco Lepore
Sacerdoti omosessuali al bivio

Da una voluta invisibilità al bisogno di coming out. Anche in Vaticano.

Daniele Coluzzi
L’omosessualità nella letteratura italiana: una storia di invisibilità

Da Michelangelo a Tasso, come gli artisti hanno usato le loro opere per celebrare i propri amori.

Paolo Di Lorenzo
Il “cucciolo” che spaccò l’America in due

Il coming out di Ellen DeGeneres e una Hollywood piena di armadi che non fu più la stessa.

Loredane Tshilombo
Black Queerness: quando sei abituato a essere invisibile

Nella presunta visibilità queer conquistata c’è l’invisibilità delle persone non bianche: il dibattito politico e la sfida del rispetto sociale in una società che riesce a convivere con più di venticinquemila persone black and brown morte o disperse nel Mediterraneo negli ultimi dieci anni.

Luca de Santis
Come sta cambiando l’identità fascista

I simboli nostalgici si legano a felpe alla moda, gli smartphone branditi al posto di bibbie e crocifissi, spariscono le divise militari scoprendo corpi muscolosi e cappelli di pelliccia. “Etero Pride”, “All lives metters”, “Libertà di essere madri”: i nuovi fascisti si appropriano dei nostri riferimenti e delle nostre parole, per mostrarsi più accettabili ma mantenendo gli strumenti di sempre: violenza e oppressione.

Luca Ragazzi
Quando il cinema queer era invisibile, o quasi

Veloce rassegna dei film italiani che hanno contribuito alla lotta per i diritti LGBTQIA+.

Matteo Albanese
Bisessualità: un orientamento doppiamente al margine

Secondo la comunità gay e lesbica, i bisessuali sono uomini gay velati e le bisessuali donne etero opportuniste. Secondo la società eterosessuale le persone bisessuali sono ingorde e insaziabili a livello sessuale, più portate alla promiscuità e alla non-monogamia. Non c’è da stupirsi che il pensiero bisessuale sia praticamente sconosciuto in Italia. Più invisibilità di così…

Mohamed Maalel
Non sono più un uomo

Un racconto inedito che parla di multiculturalità, identità, invisibilità.

Ali Bravini
Fuori dai binari: una prospettiva che sfida le convenzioni di genere

Se un Dio esiste è sicuramente non binario. Allora chi siamo noi umani per pretendere di doverci descrivere come maschi o femmine? E’ necessario restituire consistenza a prospettive invisibilizzate da un binarismo imposto che da secoli caratterizza la nostra cultura e spesso anche la visione della nostra comunità LGBTQIA+.

Roberto Gualtieri
40 anni di storia nella città di Roma

L’obiettivo dell’Amministrazione romana è quella di rendere la città sempre più accogliente, giusta e in ascolto. Una sfida che deve essere vinta assolutamente.

Egizia Mondini e Alessandro Michetti
The Luxurian Age of Muccassassina

Intervista a Vladimir Luxuria, ex direttrice artistica di Muccassassina. Per scoprire come nasce un mito.

Antonia Caruso
In questa notte tutte le vacche sono gay

Chissà se a Mario Mieli avrebbe fatto piacere diventare mariomieli, martire, eroina, poeta e anche stencil. Antonia Caruso ha tratteggiato per noi un suo personalissimo ritratto, irriverente, ironico, punk, di quel Mario Mieli di cui portiamo il nome da 40 anni. Un Mario Mieli eccessivo ma mai eccedente. 

Monica Cirinnà
Unioni civili, divisioni politiche

Più che il percorso di una legge, un’epopea omerica, fatta di insidie, tradimenti e successi che alla fine hanno portato al (desiderato?) approdo. A ripercorrerlo insieme a noi è Monica Cirinnà.

Mario Colamarino
Il Mario Mieli è di nuovo Aut

Il Magazine del Circolo è tornato in circolazione, stavolta on line. Il Presidente del Circolo Mario Mieli, in veste di editore, ci spiega la spinta che ha portato a questo ritorno.

Isabella Borrelli
Si è fr**i anche per il culo degli altrə

Chi era Mario Mieli? L’intellettuale, il filosofo, lo scrittore, l’avanguardista? A proporci una sua rilettura è Isabella Borrelli, attivista lesbofemminista intersezionale.

Vanni Piccolo
Da AMOR al Mieli

Il Circolo Mario Mieli secondo Vanni Piccolo, presidente dal 1984 al 1990.

Deborah Di Cave
La storia di un circolo a cui devo anche un po’ la mia

La prima presidentessa nella storia del Mario Mieli ci racconta il suo Circolo.

Sebastiano Secci
Pride e Resistenza

Era il 2019 e gridavamo: chi non si accontenta lotta. A raccontarcelo, l’allora presidente Sebastiano Secci.

Rossana Praitano
Anniversario di rubino

Rosso come il rubino simbolo di quest’anniversario e come la passione per l’attivismo politico della ex presidentessa Rossana Praitano

Emiliano Metalli
Teatro di lotta: Norme, Traviate e Mieli on stage

Una retrospettiva su Mario Mieli drammaturgo. Perché sì, fu anche questo.

Emiliano Metalli
Mario Mieli autore, regista, costumista, scenografo, truccatore: qualcosa di magico

Osserviamo Mario Mieli attraverso la lente del teatro: una figura di intellettuale complesso, agitatore culturale, politico dissacrante, controcorrente, avanguardista, spesso inarrivabile e in anticipo su temi e metodologie. 

Francesco Paolo Del Re
Dalla Luna ai Faraoni, fotografando il mio amico Mario

Regista, autrice di documentari, giornalista: Maria Bosio era amica di Mario Mieli e l’autrice di alcune delle fotografie più famose dell’intellettuale. Questa è un’intervista esclusiva per Aut nella quale ci racconta un Mario Mieli inedito, da vicino.

Ilaria Di Marco
Una rivoluzione che ha ancora molto da dire

Dal 28 giugno al 30 luglio, alla Pelanda di Roma, la mostra RIVOLUZIONARI3 — 40 anni del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli. Ce ne parla la curatrice.

Egizia Mondini
L’editoriale

Siamo tornati a casa.

Chiara Sfregola
Orgoglio all’italiana

Siamo in marcia da quasi 50 anni ma la meta non l’abbiamo ancora raggiunta. Chiara Sfregola ripercorre per noi la storia del pride in Italia, attraverso le parole di chi queste manifestazioni ha contribuito a organizzarle, animarle e, in primo luogo, immaginarle.

Cristina Leo
Transgender: guerrier* senza corazza

“La pratica femminista dell’autocoscienza, del partire da sé, mi impone di parlare per me stessa, non per le altre e gli altri, ma semmai insieme alle altre e agli altri”.

Claudio Mazzella
Il Pride al tempo del Covid

Il Pride del 2021 fu quello del ritrovarsi, del guardarsi finalmente non più attraverso uno schermo o con la linea che cade continuamente. Tornavamo a toccare, stringerci e guardarci negli occhi.

Egizia Mondini
The Greatest Show Ever

Intervista a Diego Longobardi, direttore artistico di Muccassassina dal 2005.

Leila Daianis
Il colpo d’ala della libellula

È il 1978. Un nuovo paese, una vita nuova. Più facile? Decisamente no. Ma ho cercato di fare la differenza. E forse ci sono riuscita.

Imma Battaglia
La politica, la passione, il World Pride

Nel suo nome quasi un destino: Battaglia. Contro quello che ritiene ingiusto, a favore di chi non può difendersi. Ci racconta il suo più grande successo: il World Pride del 2000 a Roma.

Marilena Grassadonia
Sulla strada dei diritti

Il saluto e l’augurio di Marilena Grassadonia, Coordinatrice Ufficio Diritti LGBT+ di Roma Capitale.

Egizia Mondini e Alessandro Michetti
La forza della nostra storia. Intervista ad Andrea Pini

In questa intervista Andrea Pini, presidente del Circolo Mario Mieli dal 1990 al 1993, ci racconta la nascita del Circolo Mario Mieli.

Giorgio Bozzo
Una grande lotta di liberazione

Dalle radici dell’orgoglio è germogliata la coscienza di un’intera comunità.

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