AUT Magazine

Quando il (video)gioco è inclusivo: la lezione del consenso di Astarion in Baldur’s Gate 3

di Marina Pierri
Può un videogioco insegnare cosa sia il consenso e l'abuso? Essere survivor o abuser? Nel pluripremiato videogame Baldur's Gate 3 il personaggio pansessuale di Astarion è una masterclass di scrittura, in un "viaggio dell'eroina" sviscerato dalla più esperta studiosa del campo, Marina Pierri.
Baldurs gate 3

(Attenzione, l’articolo contene temi quali abuso, st*p*o, trauma, violenza).

Sono immobile: tutto ciò che posso fare è sbattere le palpebre. Un Mind Flayer, ossia una creatura tentacolare dai subdoli occhi gialli, mi infila un verme nell’occhio. Non proprio un verme. Un girino. Si chiama girino. Familiarizzo con il termine, e tre file di denti aguzzi. Nero. Chi sono? Dove sono? A chi appartiene la voce fuori campo che mi sussurra all’orecchio elementi di contesto impossibili da interpretare?

La schermata mi conduce a una griglia di costruzione personaggio. Le opzioni sono molto ricche. Posso scegliere tra varie razze: elfo, mezzelfo, umano, drow (pelle blu), tiefling (diavolo dalla pelle scarlatta)… E poi Mago, Paladino, Stregone, Barbaro, Druido, tanto altro. Uomo o donna, persona transgender, persona non-binary.
Per me è piuttosto semplice. Mezzelfo, fisico androgino, genitali maschili, capelli lunghi raccolti da un lato in una specie di half-mohawk battezzato «Eclissi Parziale», Druido, non-binary.
Gironzolando per reddit (cosa che mi troverò a fare molto, molto spesso nei quattro mesi successivi) scoprirò che generalmente, in inglese, ci si riferisce al proprio avatar di gioco come TAV, acronimo – tra le altre cose – di Tadpole Adventurer, ossia Avventuriere con il Girino. Nessuno, nei forum, chiama il suo TAV per nome. Non lo farò nemmeno io. Il nome del proprio TAV è un fatto sorprendentemente intimo. Del resto, mi troverò a constatare che Baldur’s Gate III è un videogioco sorprendentemente intimo.

La nave su cui mi trovo si chiama nautiloide. Qui è stato innestato il girino nel mio cervello; una seconda nascita. Le pareti sono mucosa e membrana, i miei sensi mimano il tanfo putrido di sangue e interiora. Mi imbatto in una donna dalla pelle verde tesa sul teschio. Si chiama Lae’zel ed è una Githyanki, un’altra delle razze del gioco. È violenta e fastidiosa, non desidera che salvi la ragazza immobilizzata nella capsula in cui siamo inciampati. Non le do retta. Con il mio girino, posso controllare buona parte di quanto esiste in questo teatro dalla sembianza organica.

Il nautiloide si schianta su una spiaggia abbandonata. Accanto a me, la ragazza che ho liberato. È priva di sensi. Quando la sveglio, si presenta come Shadowheart, Cuorescuro in italiano. È bella come un’attrice, ma ha occhi pieni di rabbia. Con sé porta un artefatto simile a un prisma – frattale del gioco stesso – di cui sembra decisa a non scucire assolutamente nulla. Insistere non soltanto non serve, ma è controproducente. Della githyanki Lae’zel, invece, nessuna traccia.

Esploro la spiaggia assieme a Cuorescuro, la mia prima compagna di viaggio.

E lo so bene: adesso stai temendo che quest’articolo sia un riassunto di Baldur’s Gate III. Non preoccuparti. Sarebbe non solo assurdo, ma abbastanza impossibile. Ti basti sapere che sto per arrivare al punto. Perché sì, non è mia intenzione ricapitolare gli infiniti eventi che costellano questa epica videoludica ma raccontarti del personaggio, e nello specifico della mia relazione con il personaggio che sto per incontrare adesso.

Di fronte a noi c’è il mare. Non so se sia il mare o un lago, una pozza di acqua, un fiume. L’acqua scintilla. Splende il sole sulla testa mia, di Cuorescuro e dell’uomo che incrociamo sulla riva. Parla esattamente come il Dottor Frank-N-Furter del Rocky Horror Picture Show. Indossa un abito abbastanza lussuoso, che tradisce un immaginario tropizzato. È un pirata? Forse. Non ne ho idea. Ha pupille sfuggenti e capelli bianchi. Mi sembra il comprimario più esplicitamente queer che io (nella mia limitata esperienza) abbia mai incontrato in un videogioco, e non sono soltanto gli abiti o la voce a testimoniarlo. Non è quanto dice, è come lo dice. Il modo di gesticolare, i mezzi sorrisi amari, il roteare delle pupille e del polso quando sfodera un pugnale.
È uno stronzo. Insopportabile, arrogante, pieno di sé, assolutamente consapevole del suo fascino e disposto a usarlo. Ma c’è qualcos’altro che per ora ci si può solamente limitare a intuire: ha una paura fottuta. Si chiama Astarion ed è un Elfo. E ora che ho quasi finito Baldur’s Gate III, me ne rendo conto: questo primo approccio è una diapositiva perfetta di tutto quello che verrà. Tra noi.

Baldur’s Gate III, adattamento videoludico del celeberrimo Dungeons & Dragons, è una cosiddetta branching narrative, ossia una narrativa ramificata. Non è questa la sede per dipanare le origini di questa forma di progressione, ti basti sapere che, da ché ricordo, ne sono ossessionata. Da persona che si occupa di storie, sarebbe a dire di interpretarle e non solo, la branching narrative mi sembra una delle forme più complesse possibili di racconto: in una singola vicenda, in pratica, ne sono contenute centinaia. L’albero dell’avventura si allunga man mano che la vivi, e lo fa in una specifica direzione che percepisci come soltanto tua. Personale. Privata.

Gloriosi, ma tutt’altro che unici, antecedenti recenti di branching narrative videoludica sono The Witcher e Mass Effect, non un caso siano tra le esperienze che ho amato di più, e nelle quali mi sia immersa con maggiore ardore nella mia intera vita di (appassionata) turista del videogioco. E, tuttavia, né una né l’altra saga arriva seppure vagamente alla potenza di Baldur’s Gate III, che servendosi e ibridandosi – com’è ovvio – a un tempo tecnologico differente offre una forma di intrattenimento avanzato anche e soprattutto grazie a una sceneggiatura che in me ha prodotto numerosi <screams internally>. Preciso: quando dico sceneggiatura, non intendo soltanto intreccio. Pochissimi titoli possono contare su dialoghi e personaggi di spessore come Baldur’s Gate III.

Perché? Semplice. Tutto l’impianto relazionale di BG3 (ok se mi riferisco al gioco così, per brevità, da adesso?) è basato due nozioni basilari: la fiducia e il consenso. Più fiducia si dà ai propri sodali (che sono moltissimi), più si accettano i confini che stabiliscono spontaneamente attorno a sé, più il rapporto con ciascuno di loro diventa soddisfacente. Più si rispetta la loro volontà, più ci si muove sulla base del consenso entusiasta ed esplicito, e più si costruiscono alleati preziosi dal punto di vista empatico e, sì, bellico. Non sorprenderà sapere che BG3 sia simultaneamente un gioco relazionale e un action, ma tant’è e vale la pena specificarlo. Solo che, appunto, i compagni non sono solo pedine da muovere, ma simulacri praticamente perfetti di esseri umani con bagagli di trauma da comprendere a fondo solo per potersi realmente avvicinare. Aiuta che tuttə, come TAV, abbiano un girino (o più girini, se e solo se lo vogliono, notificandolo) nel cervello, quindi siano nella medesima situazione di partenza; ma si tratta di un incipit, appunto.

Quello che accade dopo, sta interamente a chi gioca. Interamente a te. Che con ciascuna scelta sei tenutə a costruire sodalizi o inimicizie, muovendoti delicatamente attorno a ciascuna sensibilità consolidata attraverso una backstory che si pela strato dopo strato.

Il meccanismo alla base di queste costruzioni di identità/relazione è il cosiddetto approval, l’approvazione. O la disapprovazione. Man mano che si conquistano le terre aspre del Faerûn, si può decidere a chi accompagnarsi. Si hanno tre personaggi a disposizione, non di più, e considerato che ciascunə ha una personalità irreplicabile, le proprie decisioni vengono accolte da approvazione o disapprovazione.
Ora, ci sono compagnə la cui approvazione si ottiene senza difficoltà. Io, per esempio, ho condotto le mie run (eroiche) di BG3 con Cuorescuro e Karlach, oltre ad Astarion su cui tornerò a breve. Ecco, Karlach è una diavolessa che almeno io ho vissuto come lesbian-coded. Donna rovente e torreggiante, non ha un cuore: al suo posto ha un congegno infernale, in senso letterale. Per contrasto, è una buona; un’eroina in senso canonico. Perderla dalle mani è facilissimo. Sii egoista, spigolosə o antieroicə e Karlach ti disapproverà dall’inizio alla fine, chiedendosi cosa ci fa lei con unə come te (ammesso che tu non l’abbia già ammazzata per sbaglio). Oppure sii altruista, morbidə o senza macchia e lei ti giurerà eterna lealtà.

Non è lo stesso per Astarion, probabilmente il compagno generalmente più complesso, dal punto di vista degli ingranaggi di approvazione e disapprovazione, di BG3. Con lui, a differenza per esempio di Karlach, le cose non sono mai bianche o nere. Ci saranno azioni perfettamente in linea con il suo asse di valori, che tuttavia lo urteranno. E ci saranno azioni che tecnicamente dovrebbero urtarlo, e al contrario otterranno il suo pieno consenso.

Muoversi delicatamente attorno ad Astarion è una delle vere sfide di BG3, se decidi di fartelo amico. O, peggio, se decidi di farne il tuo innamorato.
La romance, nel gioco, è percorribile con una enorme quantità di personaggi; in effetti, con quasi tuttə lə tuə compagnə giocabili e reclutabili, che sono più di dieci. Ma nessunə o quasi ha una backstory cruenta quanto quella di Astarion, e quasi nessunə richiede la stessa ermeneutica delle intenzioni. L’attore che lo interpreta, Neil Newbon, a oggi ha ricevuto o è stato nominato per numerosi premi e se c’è un character di BG3 capace di ispirare infinite discussioni in tutti gli angoli dell’internet, è certamente Astarion.

BG3 è diviso in tre atti, come ogni buona storia. Solo che qui lo schema è abbastanza esplicito. Nel primo atto, prendi le redini del mondo narrativo e inizi a comprendere cosa significa la situazione che state vivendo. È l’atto più difficile del gioco per ciò che concerne le relazioni, perché non conosci ancora le persone cui ti accompagni, e sei costantemente tenutə a leggere tra le righe. Così, se Astarion ti interessa, la tua vita di TAV diventa particolarmente complicata. Non starò a mentire: io ho utilizzato una guida vera e propria, dettagliatissima, navigando i miei istinti pienamente eroici per non farmi odiare. Nel primo atto di BG3 Astarion, infatti, detesta lə eroə, le persone deboli e gli schiavisti almeno quanto ama lə bambinə e i gatti. L’ironia saccente è un po’ un suo tratto, e se TAV è in grado di replicarla, Astarion inizia a sentirsi a casa sciorinando pezzi di sé. Piccoli. Pochi. Comunque qualcosa.
Fino a che non arriva il suo primo big reveal.

Astarion è un vampiro e a un certo punto, pur vergognandosene, confessa la sua condizione. Ben presto chiede a TAV di poter bere il suo sangue tutte le notti e TAV ha ovviamente facoltà di accettare, oppure rifiutare. Accettare significa svegliarsi ogni mattina dissanguatə e soffrire alcuni svantaggi ma Astarion, al contrario, ottiene lo status «felice». Qui si innescano i primi presagi della sua lunga missione personale, intitolata L’elfo pallido; e la scrittura dà un’idea di quanto tossica possa diventare una relazione dove un partner è costretto a soffrire per dare gioia all’altro[1]. Puoi avere una romance con un personaggio solo se hai una buona relazione con il personaggio: è evidente. E io sono riuscita a concludere il primo atto di BG3 con una sudatissima romance tra TAV e Astarion in tasca, senza compromettere nemmeno un pezzetto del mio gameplay eroico. Serpeggia l’idea che si possa avere una romance con Astarion solo nei gameplay antieroici, ma posso smentire recisamente: sono andatə a letto nel corso della celebre (se conosci il gioco) festa nel Boschetto dei Druidi, e lì e solo lì TAV gli ha porto il collo. Al mattino, però, TAV ha scoperto che Astarion era una maschera.

Da qui in poi, mi spiace dirlo, pioveranno spoiler. Siete avvisatə.

Astarion ha delle vistose cicatrici dietro la schiena. Come accade quasi sempre con i personaggi di BG3, ossessionarlo con richieste intrusive non porta a nulla se non ad allontanarlo. Perché quelle cicatrici nascono da un contratto sottoscritto contro la sua volontà. Vale la pena specificare che Astarion è quel che si definisce (fatto familiare a chi ama D&D) una progenie vampirica: nato e cresciuto nella Città Bassa di Baldur’s Gate, magistrato, a trentanove anni è stato assalito da un potente vampiro di nome Cazador Szarr che ne ha fatto il suo schiavo, fato che condivide con numerosa altra progenie (spesso adescata da Astarion stesso). Per ora, il gioco fa accedere a questa porzione di informazioni: Astarion è stato progenie vampirica per duecentotrentanove anni quando è avvenuto l’incontro/scontro con TAV. E non è un caso che, a differenza di chiunque altro, non sia particolarmente ansioso di levarsi il girino dal cervello: la bestiolina dentata è responsabile della sua temporanea libertà da Szarr, che naturalmente lo vuole e lo sta cercando in ogni angolo del mondo conosciuto perché «gli appartiene». Inoltre, il girino consente di camminare alla luce del sole, cosa che ad Astarion sarebbe altrimenti preclusa per via della sua condizione di non morto.

Man mano che la relazione tra TAV e Astarion progredisce, assieme alla storyline principale di BG3, questo semplice impianto narrativo si ingrossa e con esso le motivazioni di personaggio. Astarion è stato ripetutamente torturato e st*p*ato, nonché costretto a fare lo stesso ad altri a dispetto delle sue intenzioni. È stato forzato a un traffico di esseri umani che avveniva tramite l’inganno, e questo inganno sovente incorporava il sesso. Nel personaggio, e molti dettagli non verbali lo suggeriscono a più riprese, è ingranata la prospettiva BDSM solo per chi ha un’idea piuttosto travisata di cosa sia il BDSM.
Fino a conseguenze potenzialmente estreme, Astarion replica questa dinamica con TAV più o meno da subito. È quello che sa fare, del resto; è quel che è. Astarion è incapace di distinguere la sua faccia dalla sua maschera, e ne resta incapace più o meno fino all’ultimo.

È stato programmato per essere una macchina di seduzione e, per certi versi, la sua «costruzione» ipersessualizzata e pansessuale rimanda all’estetica cyborg.

Quanto a lui e a quello che effettivamente gli aggrada, non è un caso che spesso sia stato letto, attraverso la lente dello spettro asessuale, come una persona demisessuale (inoltre, è anche piuttosto sereno quando si viene al poliamore). Per provarlo, adduco qui una circostanza di gioco non strettamente necessaria ai fini della progressione della storia collettiva o individuale di Astarion.

Sul Ponte del Dragone di BG3 (cui si accede nel terzo atto) è collocata una casa di piacere chiamata Sharess’ Caress. Qui, come del resto accadeva in Witcher, TAV può sollecitare atti sessuali a pagamento. Io, personalmente, non ho problemi con il sesso a pagamento e, dunque, ho provato. Nella mia prima run di BG3 (che ho lasciato a metà per ricominciare con maggiore consapevolezza, avendo trascurato molto) non avevo una romance con Astarion, o meglio, mi sono accorta troppo tardi di volerla. Ho, perciò, provato a coinvolgerlo in un’orgia (che tecnicamente può anche diventare a cinque) con due gemellə (un uomo e una donna). Ha accettato, anche abbastanza entusiasticamente. Solo che, alla fine, la voce narrante ha pronunciato questa frase: «Quando lo guardi, i suoi occhi sono a un milione di reami di distanza».
Sui forum, e su Reddit, queste parole sono estremamente discusse: è opinione comune, peraltro assai condivisibile, che quel sesso ad Astarion non sia piaciuto per niente, specie considerato che durante l’ingaggio də gemellə pronuncia qualcosa di simile a «è molto strano essere la persona che paga e non quella che è pagata». Nella mia seconda run, infatti, quella in cui TAV e Astarion sono sentimentalmente impegnati, Astarion rifiuta direttamente l’invito sostenendo che non si sente a suo agio.

Insomma, Astarion è un survivor. Tutta la dinamica del rapporto tra il vampiro e TAV non può prescindere, nemmeno per un minuto, da questa consapevolezza. Moltissime persone, infatti, si sono sentite rappresentate.

Io stessa, da survivor, mi sono sentita euforicamente rappresentata. Ottenere la fiducia di una persona sopravvissuta all’abuso può essere molto complesso, in più Astarion – ripeto – è un golem del sesso, e sa di esserlo, solo che proprio in questa forma affascinante si annida il pattern più profondamente traumatico della sua vita. Per Astarion, resistere alla messa in atto di una varietà di dinamiche di manipolazione basate tanto sul suo aspetto quanto sulla sua ars amandi resta una costante tentazione nel corso dell’intero gioco. Ma ci sono delle maniere per interrompere il ciclo. E non è nemmeno necessario essere suoi amanti, se non lo si desidera. Astarion sarà ben contento anche di trovare un grande amico.

Amico o amante, capisci presto che per fare stare bene Astarion (istinto di protezione al quale difficilmente si sfugge) basta poco, molto meno di quanto si sarebbe potuto pensare nel primo atto. In primo luogo, bisogna evitare di prendere decisioni al posto suo. Non bisogna mettersi in mezzo tra Astarion e quel che sceglie per sé, e questo è il suo maggiore trigger. Non ha problemi a dirti che devi lasciarlo agire secondo coscienza in pace, perché altrimenti non hai capito niente: è stato una cosa e non tornerà a esserlo, ora che è libero. In secondo luogo, devi fidarti anche quando sembra davvero stupido farlo. E in moltissime occasioni è proprio così. Il personaggio Astarion esiste, infatti, per due singoli scopi: il potere e la vendetta. Nella prima parte del gioco, ma anche fino a buona metà della seconda, ti trovi a domandarti se tu ci abbia visto giusto e ci sia qualcos’altro, se ci sia posto per altro. In molte occasioni sembrerà di no, e sarà parecchio scoraggiante. Dunque, sarai (perché lo sarai, di nuovo) tentatə di prendere decisioni al posto suo in maniera paternalistica, perché tu sai meglio di lui quello che è bene per lui, no? Ecco, don’t. È la sola strada sbagliata, indipendentemente da ciascuna delle scelte di corso della storia generale e dell’esito finale della sua missione individuale. Lo è anche nella vita, o almeno io lo penso.

E Astarion è generalmente un’ottima scuola di rispetto dell’autodeterminazione altrui. L’autodeterminazione non è concessa e non può esserlo. Se dovessi riassumere in una frase quello che questo personaggio mi ha insegnato, suonerebbe più o meno così.

Giusto per fare atterrare il discorso, che altrimenti sembrerebbe piuttosto rarefatto, descrivo qui quelle che, per me, sono state le situazioni più salienti di articolazione narrativa di Astarion e del suo rapporto con TAV, culminando con lo spoiler più grosso del gioco per quanto lo riguarda.

Nel primo atto si può trovare un libro proibito che concede un enorme potere a chi lo legge: quello della vita, e quello della morte. BG3 scrive a caratteri cubitali che si tratta di un tomo pericoloso, e leggerlo avrà conseguenze nefaste. Astarion lo desidera con tutto il suo cuore, e tu? Che farai? Darai il libro vietato alla persona assetata di potere, nonché di vendetta, che probabilmente ne farebbe l’uso peggiore di chiunque? La risposta è sì, ed è assai controintuitiva. Nessuno quanto Astarion, per ovvi motivi, ha un legame profondo con la vita e la morte. E, per lui, che TAV si fidi e gli conceda il libro fa tutta la differenza del mondo. Consiglio a chi sta cercando di avere una relazione con Astarion in BG3 di cominciare da qui. Il gesto non passa inosservato. Il sesso nel boschetto è decisamente meno rilevante, anche perché quello è per lui, come ho già spiegato: sesso.

Nel secondo atto, una donna fanatica vorrebbe farsi mordere da Astarion a tutti i costi. In cambio, concederebbe a TAV una pozione capace di aumentare in maniera consistente e permanente i suoi poteri. Uno dei tanti (tantissimi) bivi di BG3. Astarion, in questo contesto, e se un minimo ti ci sei affezionatə, ti rende la vita semplice, per una volta: si rifiuta esplicitamente di farlo perché, di nuovo, non è una cosa. Tu puoi costringerlo, certo. Puoi insistere. Oppure puoi aiutarlo ad affermare la sua volontà e la sua decisionalità. E se mi hai letta finora hai già capito: se opti per quest’ultima soluzione, l’Astarion-maschera che hai conosciuto fino a questo momento si frantuma definitivamente. Rivela di essersi dato a TAV per farsi proteggere (vecchio pattern di abuso), ma adesso si sente visto (fine del pattern di abuso). Testuali parole.

Ora, vengo al sudato terzo atto di questo lungo articolo, che contiene gli spoiler più grandi.

L’elfo pallido, la missione di Astarion, è uccidere Cazador Szarr, il vampiro che lo ha reso schiavo, e così vendicarsi di duecento anni di sevizie. Le cicatrici sulla sua schiena sono infatti la chiave di un rituale grazie al quale il vecchio «maestro» diventerà un vampiro asceso, ossia una creatura fatta di buio, mostruosità e potere. BG3 mette te, e TAV, davanti a un’altra biforcazione, stavolta davvero ricca di conseguenze: aiutare Astarion a prendere il potere di Szarr o rifiutarlo. Tutto punta qui. Ogni singolo dialogo intrattenuto con Astarion plana verso questo delta, ma la magia della sceneggiatura sta nel rendere la decisione orribilmente complicata (io, per esempio, ne ho parlato con il mio compagno per giorni cercando di capire cosa fare). Per tutto il gioco, e anche in parte dopo che la maschera di Astarion si frantuma nel secondo atto, lui non smette di desiderare di diventare un vampiro asceso perché potrà camminare nel sole anche senza il girino, succhiare chi gli pare per sempre e generalmente instillare riverenza – nonché terrore – con un singolo sguardo. In chiunque. Anche in TAV, certo.

Fino a questo momento BG3 ti ha educato, in maniera quasi pavloviana, a rispettare Astarion. Per ogni scelta controintuitiva fatta, si è trasformato in maniere radicali rispetto al primo atto. Eppure, il suo desiderio di diventare Cazador Szarr, il mostro, non è venuto meno. Io mi sono aggirata nel secondo e nel terzo atto augurandomi che cambiasse idea, che mostrasse un cedimento, che buttasse lì delle frasi chiare capaci di dimostrare che, quantomeno, avesse preso consapevolezza della stupidità e brutalità di questo desiderio. Era, ed è, un fatto etico. Se rispetti una persona, e di fatto vieni addestrata dal gioco a rispettare questo personaggio così sfumato, non puoi decidere per lui, alla fine. Significa che sei fuori pista, o no? Che, dopotutto, hai ragione tu sulla volontà dell’altrə. Ma io sapevo con certezza che se Astarion fosse asceso non sarebbe stato più lo stesso, specie considerato che per il rituale avrebbe sacrificato tutta la progenie vampirica di Baldur’s Gate per un totale di settemila anime. Si sarebbe perso. Tutto quello che di bello avevo conosciuto di Astarion sarebbe stato risucchiato nel vortice dell’autorità.

Così, ho tergiversato. Quando diceva (e lo diceva molte volte) di voler ascendere, semplicemente nicchiavo. Contraddirlo era abbastanza inutile.
Poi, però, sono successe tre cose che non mi aspettavo. La prima: quando Astarion incontra due dei suoi «fratelli» vampiri (con cui non ha un gran legame, va detto), non intervenire fa sì che non li uccida. Finalmente, una crepa. Se non ne vuole uccidere due, come fa a volerne uccidere settemila?
La seconda: in un incontro con i Gur, che sono i cacciatori di mostri, la loro capa Ulma dice ad Astarion che è cambiato. E glielo dice così, chiaramente, conferendogli (dunque conferendo a TAV) la missione di salvare i loro bambini. Astarion sembra contento di sentirlo; sembra trovare una nuova dignità nelle parole di Ulma.
La terza: la più macroscopica, il twist di scrittura di BG3 che ho apprezzato di più, forse in assoluto. Il desiderio di Astarion di ascendere viene letteralmente preso a pizze in faccia quando entra nel palazzo di Cazador ed è molto, molto vicino a ucciderlo. Lì comincia per il personaggio, e per te, cioè per TAV, un vero e proprio tour dell’orrore.

La progenie del palazzo è completamente imbambolata, i cani sono diventati crudeli, il vecchio guardiano non morto che torturava Astarion in un posto denominato «il Canile» gli ricorda di quanto fossero dolci le sue urla. Astarion sbrocca: eh, per forza. Ma la situazione precipita ulteriormente quando il vampiro incontra le sue vittime personali, quelle da lui adescate che attendono, ormai, il rituale di Cazador in gabbia da quasi due secoli. Ci sono i bambini Gur, ma soprattutto c’è un giovane di cui ricorda; un ragazzo che era vergine, timido, innamorato e lui aveva consegnato al suo padrone. TAV chiede ad Astarion, in un dialogo molto intenso, se in altre circostanze anche lui avrebbe fatto la stessa fine. Astarion conferma, e non senza imbarazzo.

Quando avviene l’incontro con Cazador, finalmente emerge Astarion. Insieme a quello che ha subìto, come, e da chi. E il cuore ti si spezza.

La meccanica di gioco pretende e prevede un’ingerenza di TAV a questo punto, anche se ne avrei volentieri fatto a meno. Ma così è: puoi dargli una mano a diventare Cazador o, per dirla come la direbbe Galadriel ne Il signore degli anelli, diminuire e restare Astarion.
Immagini facilmente quale sia stato il mio contributo, in questo senso.

Non asceso, Astarion ti porta alla sua tomba in un momento molto romantico. E succede quanto speravi: è felice (proprio felice), dice che ti ama. Di più, che sei la sola persona lui abbia mai amato. Continua a ripetertelo sempre, fino al gran finale. La trasformazione è compiuta e Astarion sembra aver ritrovato un’umanità perduta da tempo, dopo aver ammazzato Cazador tra pianti e strilla da far tremare i vetri.
TAV ha sempre la facoltà di lasciarlo, ora che lo ha condotto per mano a un destino agrodolce. Quando il girino sparirà, infatti, Astarion non potrà più camminare nel sole, e tuttavia la cosa sembra andargli sorprendentemente bene.
Be’, (lə miə) TAV non lo ha lasciato. Cosa ne sarà di Astarion, quando TAV creperà come tutti gli esseri umani? Impossibile dirlo, ma qualche dialogo suggerisce che al vampirismo possa esistere una cura. Disgraziatamente, infatti, la progenie vampirica non può generare altri vampiri. È facoltà e prerogativa esclusiva dei vampiri ascesi.

Non ho percorso il finale nel quale Astarion diventa un vampiro asceso. Nel senso: non ci ho nemmeno provato e mi sono rifiutata di scoprire cosa sarebbe accaduto. Nei mesi precedenti, mi sono detta che avrei provato entrambe le opzioni: diventare la sposa vampiro di Astarion (ma suə subalternə), o avere con lui un rapporto alla pari con tutte le tare di cui sopra. Niente, non ce l’ho fatta. Non sono proprio riuscita a convincermi di voler avere a che fare con quell’altro Astarion.

Non puoi capire cosa esiste online in merito alla questione ascendere/non ascendere Astarion. Se questa mia disamina ti è sembrata lunghissima e un po’ assurda, sappi che c’è chi ha fatto molto di peggio mettendo sulla bilancia temi quali volontà, consenso, BDSM/non BDSM, bene e male, violenza e tenerezza, rabbia, paura, amore.

È incredibile quel che si è creato attorno a BG3 e nello specifico attorno ad Astarion, perché testimonia del potere straordinario di un personaggio ben scritto. Solo ieri mi sono imbattuta in un pezzo dotato, per me, di grande senso:

in quasi ogni altra storia, una persona con un passato e un arco di trasformazione come quello di Astarion sarebbe stata una donna. Mi limito ad aggiungere un pezzo: ho vissuto un Viaggio dell’Eroina davvero soddisfacente, sia per identificazione che per pura esplorazione di contesto.

Chi ne ha la possibilità e il privilegio, dovrebbe davvero infilarsi in Baldur’s Gate III. Baldur’s Gate III è una masterclass di alto livello, che mi ha insegnato e informerà moltissimo la mia percezione della narrativa stessa, e di quello che può fare quando non si limita a scrivere un personaggio, e invece te lo fa vivere.
È un gioco che chiede tanto, come hai capito: non vuole solo la tua attenzione, ma in qualche modo anche il tuo cuore. Tiro i dadi e ti consiglio di darglielo, ma solo se ti fa piacere.

 

 

[1] Ora, devo ammettere che a me questa porzione di gioco è proprio mancata. Grazie alla mia guida e a una serie di saggi sotterfugi su cui non mi dilungherò, ho avuto una approvazione «molto alta» da Astarion. Che non mi ha mai chiesto di bere da me. Un glitch? Forse, un glitch significativo non di meno.

Articoli Correlati
Majid Capovani
Stai fermo un turno, anzi, due! La (velata) oppressione delle identità impreviste

Non si è solo emarginatə in quanto queer, ma in quanto queer e razzializzatə, in quanto queer e religiosə, queer e neurodivergentə/disabilə e molte altre possibili combinazioni. Trovare dei luoghi davvero safe, in cui poter esprimere liberamente la propria identità con tutte le sue intersezioni, diventa molto difficile, contribuendo ad alimentare quel senso di solitudine e isolamento che moltə di noi si portano dietro, imprevisti di una società che non contempla esistenze e vissuti come i nostri. Strettə nella sensazione di essere sempre “troppo” o “troppo poco”.

Luca Ragazzi
Festival di cinema queer in Italia. Lo stato dell’arte

In tempi in cui il cinema è nel nostro salotto, hanno ancora senso i festival? Se i film a tematica LGBTQIA+ ormai vincono gli Oscar, ai festival restano solo gli scarti? Non è così. Dietro questi festival c’è un enorme lavoro di ricerca.

Milo Serraglia
Perché è importante la carriera alias nelle scuole e sul lavoro

Le vite delle persone trans* sono sotto bombardamento istituzionale e mediatico: ispezioni, illazioni, interrogazioni parlamentari, talk televisivi, raccolta firme piegati alla retorica pro-life. Alla battaglia contro la carriera alias, ora si aggiunge il caso dell’Ospedale Careggi di Firenze con l’ennesimo attacco strumentale nei confronti delle persone più piccole della nostra comunità, bambin* e adolescenti gender variant. E’ necessario proteggere le persone trans* più giovani a partire dal diritto allo studio e a non essere oggetto di discriminazione, proprio come prevede la nostra Costituzione.

Mohamed Maalel
Imprevisti e probabilità: essere italiani di seconda generazione

Nascere e crescere in Italia con un padre tunisino e una madre italiana spesso significa essere ritenuti soggetti al limite, continuamente in cerca di definizione. Siamo sicur* di star giocando con le stesse regole?

Marcello Lupo
Vai in prigione! Storia di una rinascita

Quanti sono i pregiudizi e le difficoltà che gli ex detenuti devono fronteggiare quando vengono reintrodotti nella società? La reintegrazione nel tessuto sociale e lavorativo è un passo cruciale per la vera libertà e il cambiamento positivo nella vita di chi ha scontato una pena e deve essere messo in condizione di tornare alla vita.

Aldo Mastellone
Soldi colorati: come riconoscere il rainbowashing nelle campagne Pride

Nella città di Monopolis come orientarsi nella comunicazione aziendale della diversity e inclusion? Perché un’azienda decide di esporsi su questi temi? E’ vero che “guadagnano sulla nostra pelle” come spesso leggiamo sui social network? Ed è davvero solo per soldi? Ecco una guida semplice e pratica su come riconoscere il rainbowashing. 

Marina Cuollo
Tu non giochi! Rivoluzionare la rappresentazione della disabilità nei media.

Mentre i paesi anglofoni iniziano ormai a considerare inammissibile la simulazione del corpo disabile come performance attoriale, in Italia questa è una pratica ampiamente diffusa. Riconoscere l’importanza di avere persone con disabilità nell’intera filiera dell’industria audiovisiva è un passo fondamentale. Che è tempo di fare.

Isabella Borrelli
Sfamiglia Queer: da cura a pratica politica

La decostruzione della famiglia tradizionale: una riflessione sulle nuove dinamiche relazionali che mettono in discussione una serie di concetti che non ci rappresentano più nelle identità. E ancora: l’importanza delle reti relazionali queer e le sfide nel contesto politico contemporaneo. Perché oggi più che mai la famiglia è politica.

Luca de Santis
Il mio mondo nei videogiochi

In occasione dell’uscita del suo nuovo romanzo “Gamer girl”, abbiamo intervistato Valerie Notari, autrice transgender, gamer e veterana del cosplay italiano. Un intimo sguardo a un’altra famiglia, quella virtuale del mondo dei videogiochi. Una conversazione appassionante sulla crescita personale, l’identità di genere e il potere transformativo delle storie.

Sciltian Gastaldi
Storia di un gruppo rivoluzionario degli anni ’80

Uno dei primi esempi di quella che oggi chiamiamo famiglia queer ebbe origine proprio a Roma, tra le persone del gruppo dirigente del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, nella seconda metà degli anni ‘80. Una domenica pomeriggio, abbiamo riunito in un salotto romano alcuni di loro: Francesco Gnerre, Giorgio Gigliotti e Andrea Pini, e ci siamo fatti raccontare da loro quella che fu la loro ‘comune frocia’. Nel ricordo di Marco Sanna.

Sara Paolella
Scomodo: una questione di famiglia

Scomodo è uno dei prodotti editoriali più interessanti degli ultimi anni. E’ un mensile cartaceo di approfondimento che rappresenta uno spazio di espressione per centinaia di redattori, artisti, creativi e scrittori under 30. Come Aut, combattono la superficialità, la mancanza di approfondimento dell’informazione mainstream e vogliono connettere mondo fisico e digitale. E la redazione è all’interno dello Spin Time, spazio di rigenerazione urbana a Roma. Se non sapete chi sono, è tempo di conoscere questi ragazzi.

Luca de Santis
Queer family: le serie TV che la raccontano meglio

Nella comunità LGBTQIA+ la famiglia ha tanti significati, più ampi e complessi di quanto si creda, e le serie TV negli ultimi anni hanno provato a raccontarle. Io ho chiesto alla mia famiglia queer di mandarmi un vocale con i loro titoli preferiti. Un po’ diario, un po’ podcast, un po’ una finestra intima. Perché se si ha avuto la fortuna di incontrare persone così speciali, condividerle è il miglior regalo che si possa fare.

Mauro Angelozzi
Madonna Celebration Tour: riunione di famiglia

Quello che Madonna ci ha sempre insegnato è che non è nei legami di sangue che si trova la pace. E quella che si è ritrovata intorno a lei in occasione del Celebration Tour è sicuramente la sua fedele e inossidabile (come lei) queer family: vite sopra le righe, famiglie dove tutto è possibile, dove ci si ama e ci si odia in libertà, dove la stravaganza si fa arte e il genere conta zero. Noi eravamo alla tappa di Colonia e vi raccontiamo com’è andata. 

Karma B
A Michela Murgia

“Ricordatemi come vi pare”, ha detto, e si è fatta isola, miraggio superiore, fata morgana, distanza da non colmare, qualcosa che non si può ricordare, come un verbo che ha solo il presente, impossibile da coniugare. Se esistessero le parole giuste per “dire” Michela Murgia sarebbero quelle che le Karma B hanno dedicato a lei sul palco dei Rainbow Awards 2023, di fronte al marito, il figlio e una parte della sua numerosa e variegata queer family. 

Roberta Ortolano
Il nostro percorso di procreazione medicalmente assistita 

Un viaggio intimo attraverso le sfide della maternità lesbica: un racconto di coraggio, speranza, resistenza e determinazione con il sogno di diventare genitori.

Giovanni Raulli
Casa Arcobaleno: le famiglie che ti salvano

Siamo entrat* all’interno di Casa Arcobaleno, il rifugio per giovani LGBTQIA+ espulsi dalle proprie famiglie. Perché non sempre le famiglie di origine rappresentano un porto sicuro. E per salvarci abbiamo bisogno di scialuppe di salvataggio.

Egizia Mondini
L’editoriale – Queer families

Le famiglie queer, intese come reti di affetto e sostegno costruite al di là dei tradizionali legami di sangue, rappresentano un esempio tangibile di amore, inclusività e solidarietà. Quanto sono state importanti in passato e quanto lo sono ancora oggi?

Andrea Pini
Co-housing: una proposta per vivere insieme

Dove spariscono le persone LGBTQ+ quando invecchiano? La maggior parte si ritira riducendo contatti, relazioni ed attività sociali, fino all’invisibilità. Eppure sono tante le energie, le competenze, le esperienze che possiamo mettere in circolo per far fluire in azioni di aiuto reciproco. Serve un ponte tra le vecchie e le nuove generazioni, che dia un senso ai ricordi degli uni e forza agli altri. E il co-housing può rispondere a questa esigenza.

Pino Anastasi
Famiglie di salvataggio ai tempi dell’aids

Un viaggio nelle memorie di chi ha affrontato l’epidemia di aids, dalle prime notizie a una tesi di laurea, da Muccassassina all’Unità di Strada, il  racconto di chi ha trasformato l’impegno in sostegno.

Chiara Tesei
Di salute mentale e tabù di coppia

Conversazione corale tra Chiara Tesei, Ali Bravini, Elena Incatasciato sui tabù nelle relazioni.

Elena Incatasciato
Di bisessualità e pansessualità

Conversazione corale tra Chiara Tesei, Ali Bravini, Elena Incatasciato sui tabù nelle relazioni.

Ali Bravini
Di poliamore, neurodivergenze e salute mentale

Conversazione corale tra Chiara Tesei, Ali Bravini, Elena Incatasciato sui tabù nelle relazioni.

Michela Andreozzi
E se non voglio essere madre?

Essere donna prima di essere madre. Decidere di NON avere figli è ancora un tabù. Dalla discriminazione alla scelta: il percorso verso una vita senza maternità raccontato dalla sagace penna di Michela Andreozzi.

Egizia Mondini
L’editoriale: quali sono i tabù di oggi?

Quello che è tabù per uno può essere pregiudizio per un altro. Quando apriamo il barattolo e dobbiamo decidere cosa metterci dentro, le diverse prospettive emergono e diventano esse stesse un interessante spunto di riflessione e confronto. 

Alessandro Michetti
Il porno è ancora un tabù?

La vergogna è il braccio armato dei tabù, che a loro volta sono l’impalcatura che tiene in piedi uno dei dogmi più insidiosi e castranti che esistano: la sacralità del sesso. Intervista ad Alice Scornajenghi, creatrice dell’acclamata fanzine erotica Ossì, spazio per una narrativa porno di qualità.

Raffaella Mottana
Soli

Il tema tabù coinvolge anche la questione delle nuove coppie: troppie, coppie aperte, poliamoros*. E proprio a questo è ispirato questo racconto. Un altro frutto della collaborazione con Accento Edizioni con i suoi promettenti, brillanti giovani autori. 

Francesco Ferreri
Tabù, tra paura e controllo

Il potere dei tabù: strumenti sociali di controllo e l’influenza infettiva all’interno dei gruppi, anche lgbtqia+.

Giulia Paganelli
Corpi grassi: tabù e identità nella comunità LGBTQIA+

Grassofobia: la battaglia contro gli stereotipi nella comunità LGBTQIA+, nell’era di Sam Smith.

Ali Bravini
Basta un pezzo di carta (?)

Tabù di genere e percorsi trans: la necessità di un cambio radicale.

Luca Ragazzi
La sessualità tra gli anziani nel cinema: oltre il tabù 

Desiderio e intimità: rappresentazioni della sessualità tra anziani, oltre gli stereotipi. Ecco un’antologia dei film che trattano (bene) l’argomento. 

Egizia Mondini e Alessandro Michetti
Lo stigma della depressione

Intervista al Trio Medusa, ambassador della campagna “La Depressione non si sconfigge a parole”.

Valeria Scancarello
Il “peso” dello stigma: centimetri della mia storia

Affrontando la grassofobia: una riflessione personale sulla società e l’accettazione di sé.

Egizia Mondini
L’editoriale – Nuove mappe per orientarsi

C’è venuta voglia di indagare nuove geografie, zoomando sui dettagli, sbirciando dentro i vicoli delle nostre sfumature, vedendo fino a che punto ci siamo spinti alla scoperta di nuovi territori, ridisegnando la mappa del nostro ecosistema. Ne è emersa una nuova cartografia della comunità lgbtqia+, e non solo, intrigante e stimolante, ma con confini mai troppo definiti. Non vi resta che sfogliare l’atlante insieme a noi.

Isabella Borrelli
Il linguaggio inclusivo fa schifo

“Vi inventate sempre nuove parole” è l’accusa più diffusa e fessa mai fatta alla comunità lgbtqia+. Il linguaggio neutro ha provato a proporre nuove mappature che scardinassero il maschile universale. L’utilizzo di linguaggi neutrali e non binari ha avvistato una nuova terra del linguaggio queer. La rottura del paradigma, della norma e del cambiamento è invece non solo qualcosa a cui aspirare ma una pratica politica. E’ anche attraverso il cambiamento e sovvertimento del linguaggio che pratichiamo la nostra dissidenza. E affermiamo la nostra esistenza. 

FRAD
Non si può più dire niente?

Sembra l’argomento del momento, anche in bocca a chi ancora fa fatica a capirne il senso. Un senso prima ancora umano che politico. E allora noi, abbiamo pensato di prenderci anche un po’ in giro. Per non farci dire che ci prendiamo sempre e solo troppo sul serio. E chi meglio di FRAD poteva riuscirci? Ma davvero con noi persone LGBQTQIA+non si può più dire niente? E non si può scherzare? Per fortuna ci sono le vignette di Frad.

Antonia Caruso
È davvero inclusivo parlare inclusivo? 

Abbiamo iniziato davvero a credere che cambiando le parole sarebbe cambiato il mondo. Se non ché, il resto del mondo continua a non saper né leggere né scrivere e la lingua del futuro non sarà sicuramente l’italiano.

Jennifer Guerra
Il movimento trans-femminista oggi in Italia

Non solo grandi città. Dalle Case delle donne ai centri antiviolenza; l’importante rete di supporto della rete transfemminista italiana cresce nei piccoli centri con oltre 150 gruppi e iniziative.

Gayly Planet
Le nuove geografie del turismo LGBTQIA+

Dai Grand Tour ai Gay Camp: il turismo LGBTQIA+ in Italia racconta la storia della nostra comunità, dall’Ottocento fino ai giorni nostri.

Vincenzo Branà
L’importanza dei pride di provincia

Piccoli centri, grandi Pride: dal caso di Latina a quello di Campobasso, dalla crescita di Ragusa all’abbraccio orgoglioso di Lodi. E se la politica LGBTQIA+ ripartisse da qui?

Alessia Laudoni Moonday_yoga
Mappe corporee: un viaggio affascinante di connessione e consapevolezza 

Chakra e identità, la connessione tra corpo e spirito è un viaggio di consapevolezza e integrazione che porta allo svelamento del proprio sé al resto della comunità.

Livia Patta
Una mappa verso il Sé: le costellazioni familiari

Accettazione e identità, liberando il passato e imparando dal lessico familiare. Il potere dei legami relazionali cambiano vite, costruiscono comunità, generano galassie.

Luca Ragazzi
Guida per orientarsi nelle piattaforme on demand

Se parliamo di mappe per orientarsi, allora sappiamo bene quanto possa essere utile una guida per non perdersi nei meandri labirintici e infiniti dei film a tematica lgbtqia+ delle library delle piattaforme on demand. Questa la nostra.

Alessandro Michetti
Via Balilla, è così che dovrebbe andare il mondo

Esplorando uno dei quartieri più accoglienti della comunità LGBTQIA+ a Roma, protagonista del documentario “Noi qui così siamo” di Maurizio Montesi.

Collettivo “La Gilda del Cassero”
Geografie queer dal pianeta nerd

La Gilda di Bologna da anni promuove i giochi da tavolo come strumento di impatto sociale e politico per le persone LGBTQIA+, battendosi per una giusta rappresentazione e decolonizzazione degli immaginari ludici.

Mohamed Maalel
Palermo è la mappa del mio corpo

Un diario pieno di coordinate alla ricerca di ricordi, aspettative e identità, nella capitale più LGBTQIA+ della Sicilia. Il racconto intimo e personale di un pugliese, per metà tunisino, che lascia la sua terra per un posto tutto nuovo: la Palermo di oggi.

Nicolò Bellon
Guida agli uomini passati di qua

Tra le note di Milva e Dalla, tra le strade di Roma e Biella, il giovane scrittore Nicolò Bellon disegna una mappa di ricordi, sentimenti e malinconie.

Alessandro Michetti
Chieti, la provincia che vive in mille città

Vivere l’identità LGBTQIA+ nei piccoli centri e il bisogno di spazi sicuri e protetti dall’omotransfobia: un’intervista al consigliere Arcigay di Teramo, Fabio Milillo.

Edoardo Tulli
Per una città diversa in una società di uguali

Una lotta che dal 1994 arriva a oggi: un progetto di riqualificazione per rompere i confini e accogliere la comunità del Palazzo Mario Mieli nel quartiere San Paolo a Roma.

Giacomo Guccinelli
Asessualità e aromaticismo. Identità politiche e narrativa dell’assenza

Le persone aroace, asessuali e aromantiche, sono identità che problematizzano, mettono in dubbio e si sottraggono da ciò che la maggioranza pensa sia normale all’interno delle dinamiche relazionali. Disegnando nuove geografie dei rapporti.

Simone Gambirasio
Corpi disabili, corpi invisibili

I luoghi di visibilità LGBTQIA+ sono davvero così accessibili per le persone con disabilità?

Antonia Caruso
Occhio non vede, cuore non vota

L’invisibilità si crea con l’esclusione dal campo visivo, è un processo attivo e selettivo per annullare l’essenza dell’altro. Ed è soprattutto all’interno della popolazione trans che troviamo un gatekeeping interno.

Stephan Mills
Il mio corpo intersex invisibile

Perché così poche persone conoscono la realtà intersex? E’ tempo di rendere più visibile una realtà ancora troppo poco conosciuta: quella dei corpi intersex. Un percorso di lotta per ottenere i cambiamenti desiderati e di accettazione degli aspetti che non vogliamo cambiare. 

Egizia Mondini e Alessandro Michetti
L’editoriale: Invisibili

Essere visibili è un atto politico, di autoaffermazione, autodeterminazione e affrancamento, ma anche un’urgenza esistenziale, oltre che di condivisione. Perché “fuori dalla collettività c’è solo la mitomania”. 

Aldo Mastellone
Comunità trans nello sport: quando rendersi visibili è rivoluzione

La situazione delle persone LGBTQIA+ nello sport agonistico. Intervista a Guglielmo Giannotta, Presidente di ACET, Associazione per la Cultura e l’Etica Transgenere.

Ambra Angiolini
Come la politica e l’economia sfruttano la nostra invisibilità

Far tornare le nostre diverse identità gli unici luoghi davvero interessanti da visitare, è la rivoluzione che dobbiamo mettere in atto.

Francesco Lepore
Sacerdoti omosessuali al bivio

Da una voluta invisibilità al bisogno di coming out. Anche in Vaticano.

Daniele Coluzzi
L’omosessualità nella letteratura italiana: una storia di invisibilità

Da Michelangelo a Tasso, come gli artisti hanno usato le loro opere per celebrare i propri amori.

Paolo Di Lorenzo
Il “cucciolo” che spaccò l’America in due

Il coming out di Ellen DeGeneres e una Hollywood piena di armadi che non fu più la stessa.

Loredane Tshilombo
Black Queerness: quando sei abituato a essere invisibile

Nella presunta visibilità queer conquistata c’è l’invisibilità delle persone non bianche: il dibattito politico e la sfida del rispetto sociale in una società che riesce a convivere con più di venticinquemila persone black and brown morte o disperse nel Mediterraneo negli ultimi dieci anni.

Luca de Santis
Come sta cambiando l’identità fascista

I simboli nostalgici si legano a felpe alla moda, gli smartphone branditi al posto di bibbie e crocifissi, spariscono le divise militari scoprendo corpi muscolosi e cappelli di pelliccia. “Etero Pride”, “All lives metters”, “Libertà di essere madri”: i nuovi fascisti si appropriano dei nostri riferimenti e delle nostre parole, per mostrarsi più accettabili ma mantenendo gli strumenti di sempre: violenza e oppressione.

Luca Ragazzi
Quando il cinema queer era invisibile, o quasi

Veloce rassegna dei film italiani che hanno contribuito alla lotta per i diritti LGBTQIA+.

Matteo Albanese
Bisessualità: un orientamento doppiamente al margine

Secondo la comunità gay e lesbica, i bisessuali sono uomini gay velati e le bisessuali donne etero opportuniste. Secondo la società eterosessuale le persone bisessuali sono ingorde e insaziabili a livello sessuale, più portate alla promiscuità e alla non-monogamia. Non c’è da stupirsi che il pensiero bisessuale sia praticamente sconosciuto in Italia. Più invisibilità di così…

Mohamed Maalel
Non sono più un uomo

Un racconto inedito che parla di multiculturalità, identità, invisibilità.

Ali Bravini
Fuori dai binari: una prospettiva che sfida le convenzioni di genere

Se un Dio esiste è sicuramente non binario. Allora chi siamo noi umani per pretendere di doverci descrivere come maschi o femmine? E’ necessario restituire consistenza a prospettive invisibilizzate da un binarismo imposto che da secoli caratterizza la nostra cultura e spesso anche la visione della nostra comunità LGBTQIA+.

Roberto Gualtieri
40 anni di storia nella città di Roma

L’obiettivo dell’Amministrazione romana è quella di rendere la città sempre più accogliente, giusta e in ascolto. Una sfida che deve essere vinta assolutamente.

Egizia Mondini e Alessandro Michetti
The Luxurian Age of Muccassassina

Intervista a Vladimir Luxuria, ex direttrice artistica di Muccassassina. Per scoprire come nasce un mito.

Antonia Caruso
In questa notte tutte le vacche sono gay

Chissà se a Mario Mieli avrebbe fatto piacere diventare mariomieli, martire, eroina, poeta e anche stencil. Antonia Caruso ha tratteggiato per noi un suo personalissimo ritratto, irriverente, ironico, punk, di quel Mario Mieli di cui portiamo il nome da 40 anni. Un Mario Mieli eccessivo ma mai eccedente. 

Monica Cirinnà
Unioni civili, divisioni politiche

Più che il percorso di una legge, un’epopea omerica, fatta di insidie, tradimenti e successi che alla fine hanno portato al (desiderato?) approdo. A ripercorrerlo insieme a noi è Monica Cirinnà.

Mario Colamarino
Il Mario Mieli è di nuovo Aut

Il Magazine del Circolo è tornato in circolazione, stavolta on line. Il Presidente del Circolo Mario Mieli, in veste di editore, ci spiega la spinta che ha portato a questo ritorno.

Isabella Borrelli
Si è fr**i anche per il culo degli altrə

Chi era Mario Mieli? L’intellettuale, il filosofo, lo scrittore, l’avanguardista? A proporci una sua rilettura è Isabella Borrelli, attivista lesbofemminista intersezionale.

Vanni Piccolo
Da AMOR al Mieli

Il Circolo Mario Mieli secondo Vanni Piccolo, presidente dal 1984 al 1990.

Deborah Di Cave
La storia di un circolo a cui devo anche un po’ la mia

La prima presidentessa nella storia del Mario Mieli ci racconta il suo Circolo.

Sebastiano Secci
Pride e Resistenza

Era il 2019 e gridavamo: chi non si accontenta lotta. A raccontarcelo, l’allora presidente Sebastiano Secci.

Rossana Praitano
Anniversario di rubino

Rosso come il rubino simbolo di quest’anniversario e come la passione per l’attivismo politico della ex presidentessa Rossana Praitano

Emiliano Metalli
Teatro di lotta: Norme, Traviate e Mieli on stage

Una retrospettiva su Mario Mieli drammaturgo. Perché sì, fu anche questo.

Emiliano Metalli
Mario Mieli autore, regista, costumista, scenografo, truccatore: qualcosa di magico

Osserviamo Mario Mieli attraverso la lente del teatro: una figura di intellettuale complesso, agitatore culturale, politico dissacrante, controcorrente, avanguardista, spesso inarrivabile e in anticipo su temi e metodologie. 

Francesco Paolo Del Re
Dalla Luna ai Faraoni, fotografando il mio amico Mario

Regista, autrice di documentari, giornalista: Maria Bosio era amica di Mario Mieli e l’autrice di alcune delle fotografie più famose dell’intellettuale. Questa è un’intervista esclusiva per Aut nella quale ci racconta un Mario Mieli inedito, da vicino.

Ilaria Di Marco
Una rivoluzione che ha ancora molto da dire

Dal 28 giugno al 30 luglio, alla Pelanda di Roma, la mostra RIVOLUZIONARI3 — 40 anni del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli. Ce ne parla la curatrice.

Egizia Mondini
L’editoriale

Siamo tornati a casa.

Chiara Sfregola
Orgoglio all’italiana

Siamo in marcia da quasi 50 anni ma la meta non l’abbiamo ancora raggiunta. Chiara Sfregola ripercorre per noi la storia del pride in Italia, attraverso le parole di chi queste manifestazioni ha contribuito a organizzarle, animarle e, in primo luogo, immaginarle.

Cristina Leo
Transgender: guerrier* senza corazza

“La pratica femminista dell’autocoscienza, del partire da sé, mi impone di parlare per me stessa, non per le altre e gli altri, ma semmai insieme alle altre e agli altri”.

Claudio Mazzella
Il Pride al tempo del Covid

Il Pride del 2021 fu quello del ritrovarsi, del guardarsi finalmente non più attraverso uno schermo o con la linea che cade continuamente. Tornavamo a toccare, stringerci e guardarci negli occhi.

Egizia Mondini
The Greatest Show Ever

Intervista a Diego Longobardi, direttore artistico di Muccassassina dal 2005.

Leila Daianis
Il colpo d’ala della libellula

È il 1978. Un nuovo paese, una vita nuova. Più facile? Decisamente no. Ma ho cercato di fare la differenza. E forse ci sono riuscita.

Imma Battaglia
La politica, la passione, il World Pride

Nel suo nome quasi un destino: Battaglia. Contro quello che ritiene ingiusto, a favore di chi non può difendersi. Ci racconta il suo più grande successo: il World Pride del 2000 a Roma.

Marilena Grassadonia
Sulla strada dei diritti

Il saluto e l’augurio di Marilena Grassadonia, Coordinatrice Ufficio Diritti LGBT+ di Roma Capitale.

Egizia Mondini e Alessandro Michetti
La forza della nostra storia. Intervista ad Andrea Pini

In questa intervista Andrea Pini, presidente del Circolo Mario Mieli dal 1990 al 1993, ci racconta la nascita del Circolo Mario Mieli.

Giorgio Bozzo
Una grande lotta di liberazione

Dalle radici dell’orgoglio è germogliata la coscienza di un’intera comunità.

Indice dei contenuti
Ultimi post
NOI SIAMO SOCIAL

Seguici per rimanere aggiornat*!

La pagina che stai cercando è in aggiornamento! Contattaci per non perderti nessuna novità di AUT Magazine!