AUT Magazine

Storia di un gruppo rivoluzionario degli anni ’80

di Sciltian Gastaldi
Uno dei primi esempi di quella che oggi chiamiamo famiglia queer ebbe origine proprio a Roma, tra le persone del gruppo dirigente del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, nella seconda metà degli anni ‘80. Una domenica pomeriggio, abbiamo riunito in un salotto romano alcuni di loro: Francesco Gnerre, Giorgio Gigliotti e Andrea Pini, e ci siamo fatti raccontare da loro quella che fu la loro 'comune frocia'. Nel ricordo di Marco Sanna.
Marco Sanna, gay camp di Sant'Elpidio, 1983
Andrea Pini, Luciano Parisi, Marco Sanna, Giorgio Gigliotti (sul terrazzo di casa Sanna a Roma), 1988

Anche grazie alla popolarità che Michela Murgia ha raggiunto col suo coming out relativo al tumore che l’ha uccisa anzitempo, oggi l’enciclopedia Treccani include la voce “Famiglia Queer” definita come una “Comunità di persone che, indipendentemente dal genere d’appartenenza o dall’orientamento sessuale, vivono insieme per scelta e sono legate da affinità affettive, sentimentali e dalla condivisione delle attività.” A ben guardare, però, le famiglie queer nel nostro Paese sono sempre esistite anche prima che questo nome venisse creato.

Uno degli esempi più belli e militanti ebbe origine proprio a Roma, tra le persone del gruppo dirigente del Circolo di cultura omosessuale “Mario Mieli” della seconda metà degli anni ‘80: Francesco Gnerre, Giorgio Gigliotti, Vanni Piccolo, Andrea Pini e Marco Sanna, fra i molti altri. Così, quando Aut mi ha chiesto di intervistare alcuni di loro, ho subito accettato, considerandolo come un onore e come un’occasione da non perdere per sapere di più su quella “comune frocia” che seppe accompagnare Marco Sanna (1956 – 1990) negli anni migliori e peggiori della sua purtroppo breve vita: sarebbe morto di Aids sei anni prima circa dell’introduzione sul mercato italiano dei farmaci anti-retrovirali, quando lo scoprirsi sieropositivi all’Hiv segnava una sorta di condanna a morte.

Francesco Gnerre, Giorgio Gigliotti, Andrea Pini (casa Gnerre, Roma, dicembre 2023)

L’intervista tripla (Vanni Piccolo non ha potuto intervenire per un contrattempo) si è svolta nell’elegante appartamento di Roma Ostiense di Francesco Gnerre, forse il più grande critico letterario della comunità LGBTQIA+ italiana. Conosco Francesco (classe 1944) dall’altro secolo e lo considero un maestro, oltre che un amico. Gli voglio bene al modo mio: timido, discreto. Ho letto quasi tutti i suoi libri e sono uno dei pochi in Italia a collezionare tutte le edizioni del suo immarcescibile L’eroe negato. Omosessualità e letteratura nel Novecento italiano (1981, 2000, 2018), testo che fece epoca quando apparve e continua a segnare il punto di partenza e d’avanguardia nello studio dell’omosessualità nei personaggi letterari italiani fino ai nostri giorni. Di fronte a lui, seduti sul divano e su una poltrona, ci sono i suoi due amici fraterni (o dovrei dire sorerni?), Andrea Pini e Giorgio Gigliotti, dietro due affettuose mascherine FFP2, messe per via di un raffreddore che non vogliono trasmettere a Francesco. Anche Andrea e Giorgio sono due pezzi da novanta della intelligencija controcorrente italiana non solo arcobaleno: Andrea è, fra gli altri, l’autore di Quando eravamo froci. Gli omosessuali nell’Italia di una volta (Il Saggiatore, 2011), capolavoro di sociologia del costume. Giorgio invece è l’autore di Islamitudine, una delle più poetiche e complete trilogie sul mondo islamico del Nord Africa, dove Giorgio ha vissuto per quasi un decennio.

La prima domanda è quasi obbligata:

Allora, come nacque la vostra famiglia Queer con Marco Sanna?

Risponde Giorgio Gigliotti, sorridendo: “La famiglia Queer ce l’eravamo costruita: Vanni (oggi 83 anni) faceva la mamma, le figlie eravamo Andrea, Giorgio e Marco. Francesco era il padre… scappato di casa! Le figlie erano tutte prostitute. Anche la mamma era prostituta: lei ci aveva insegnato il mestiere. Raffaele Anello – un altro loro amico, ndr – abitava a Roma con Marco ed era la nipotina, e Vanni allora diventò la nonna, ma non bisognava dirglielo perché si arrabbiava.”

Marco Sanna in una manifestazione a Bologna, 1981

Sì, anche mia mamma non ha mai gradito esser chiamata “nonna” dalle nipotine… cose da signore di altra epoca! Ma la famiglia d’origine di Marco Sanna dove si trovava? C’era ancora? Lui era sardo, no? 

Francesco Gnerre: “Sì, era sardo di Anela, in provincia di Sassari. La famiglia si era poi trasferita ad Aprilia, nel basso Lazio. Ad Aprilia aveva fatto le scuole, ma il liceo l’aveva frequentato a Nettuno. Ad Aprilia vivevano e vivono ancora le due sorelle, Felicita e Caterina, che lo avrebbero accolto quando lui seppe di esser malato di Hiv. Noi gli abbiamo detto ‘scegli tu, se vuoi rimanere a Roma, noi ci siamo. Se vuoi andare ad Aprilia dalla tua famiglia, comprendiamo anche questa voglia’. Lui disse ‘per carità, voglio restare a Roma’. E così siamo stati noi a costituire la sua nuova famiglia, in accordo con le sorelle, va detto. Le sorelle, poi, sono diventate amiche nostre.” 

Quando veniste a sapere da Marco Sanna della sua condizione di sieropositivo? Ve lo disse lui?

Pini: “Sì, con Marco noi condividevamo tutto, eravamo molto vicini. Ce lo disse subito, prima che alle sue sorelle che furono coinvolte solo dopo la prima ospedalizzazione, nel 1988. Scelse di non dirlo pubblicamente, cosa che colpì alcune persone.”

Abbastanza comprensibile, per quei tempi: penso a Pier Vittorio Tondelli, che non lo disse mai e ancora oggi la sua famiglia nega l’evidenza parlando di ‘morte per polmonite bilaterale’, tecnicamente corretto. O a Freddie Mercury, che lo disse proprio all’ultimo. Lo stigma era atroce, all’epoca.

Pini: “Sì, infatti. Esisteva un forte legame fra noi. Avevamo una condivisione di vita, ma anche di scelte politiche. Avevamo dato vita, insieme ad altri ovviamente, al Circolo di cultura omosessuale ‘Mario Mieli’. Il Circolo cominciò subito a impegnarsi sul tema dell’Aids e per l’aiuto alle persone sieropositive o ammalate.”

Quando seppe di essere sieropositivo? Come stava?

Pini: “All’inizio Marco stava bene. È risultato positivo nel 1985. Poi si è ammalato verso il 1988. Da quel momento ha cominciato a porsi il problema e noi subito gli siamo stati accanto. La cosa interessante e drammatica insieme è che dento al Circolo stavamo mettendo in piedi un servizio di assistenza domiciliare a persone Hiv+ e praticamente Marco fu il primo assistito del Circolo.”

Per altro: come nacque la scelta di dedicare il Circolo a Mario Mieli e non, per dire, a Pier Paolo Pasolini, che di certo era allora più famoso a livello nazionale, e aveva legato gran parte della sua vita a Roma? 

Pini: “Pasolini era per noi del movimento un esterno. Un’altra generazione. Mieli era perfettamente interno al movimento omosessuale gay italiano, e il suo Elementi di critica omosessuale aveva portato il discorso sull’omosessualità ad un livello alto e rivoluzionario, rompendo un tabù (era il 1977) fino ad allora mai affrontato: per la nostra generazione era una bibbia.” 

Gnerre: “Pasolini era come Visconti, come Zeffirelli. Ne parlavano [di omosessualità], non potevano non parlarne, ma non assumevano mai posizioni pro-omosessuali.” 

Sala Borromini, maggio 1982, il Sindaco Ugo Vetere in centro, Marco Sanna alla sua destra (in foto anche Francesco Gnerre, Bruno Di Donato, la deputata del PCI Angela Bottari, la giornalista e politica Lidia Menapace).

Anzi. Ma torniamo alla scelta del nome del Circolo a Mieli.

Gnerre: “La genesi del nome venne da una riunione lunghissima alla sede di Largo di Torre Argentina del Partito Radicale che ci ospitava. C’era stato a Roma l’assassinio di Salvatore Pappalardo, era il 1982. L’idea di creare un circolo a Roma che raccogliesse il portato del F.U.O.R.I.! (Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano, che nel 1982 si sciolse), e del NARCISO (collettivo universitario nato negli anni precedenti alla Sapienza e dentro ci lavoravano persone come Marco, Porpora Marcasciano e altri, poi confluiti nel Mieli). Mettiamo tutto insieme a Roma. L’idea era di intitolare il circolo a Salvatore Pappalardo, l’ultima vittima di un’aggressione omofoba a Montecaprino, ma c’erano dubbi a riguardo”.

Pini: “Nel frattempo Mieli si era suicidato.”

Gnerre “Sì. Ugo Bonessi fece la proposta di intitolarlo a Mario Mieli e fummo subito tutti d’accordo. Io avevo conosciuto Mario Mieli a Roma dopo lo spettacolo La traviata Norma. Andai a congratularmi con gli attori, primi anni 80. 

Qual era la funzione del Circolo Mario Mieli in quei primi anni 80? Vi battevate contro l’Aids ma anche contro lo stigma, giusto?

Gigliotti: “Quando più tardi, nel 1991, nacque Mucca, al Castello, entravano tanti soldi e tutti quei soldi andavano all’assistenza domiciliare ai malati.”

Pini: “Sì, lo stigma era terribile. C’era una pressione sociale contro la malattia e contro i malati.”

Era ancora prima della campagna pubblicitaria del ministero della Salute con il tremendo ‘alone viola’, del 1990, vero?

Pini: “Sì, prima. Semplicemente di Aids non si parlava da nessuna parte a livello istituzionale. Ne parlavamo noi, anzi, facevamo militanza noi contro lo stigma e la malattia. Organizzavamo prelievi [del sangue] protetti, anonimi, prima della legge sull’Aids. 

Gigliotti: “Fummo i primi a fare uno screening contro l’Aids.”

Pini: “Fummo contattati dall’Istituto superiore di sanità, che ci coinvolse in un esperimento. Fummo la coorte di controllo con i dottori Rezza e Ippolito, che allora erano i giovanissimi medici responsabili. Erano anni in cui l’Hiv non era stato ancora identificato! Il test Elisa (il primo test di immunoassorbimento enzimatico per valutare la positività di un paziente all’Hiv: una tecnica biomolecolare oggi molto diffusa, che consente di misurare la presenza di anticorpi all’Hiv nel sistema immunitario di una persona, ndr) è del 1985. Noi nel 1984 ogni qualche mese andavamo allo Spallanzani vecchio, nei cessi, a farci le seghe perché dovevamo dare lo sperma per vedere se ci fosse un virus.”

Andrea Pini, Francesco Gnerre, Vanni Piccolo, Marco Sanna (a casa di Gnerre, Roma, 1984)

Immagino la vostra allegria. 

Gnerre: “Io abitavo a San Lorenzo e portavo lo sperma a San Lorenzo. C’era un centro lì.”

Pini: “Insomma, venne fuori che due terzi del direttivo del Mieli di allora era positivo.”

Chi ne fu toccato, se posso chiedere?

Pini: “Il nostro primo presidente, Bruno Di Donato, è morto di Aids. Sono morti Marco Sanna e Marco Bisceglia, prete sospeso a divinis perché apertamente omosessuale e che era stato tra i fondatori del primissimo Arcigay a Palermo e poi tra i fondatori del Mieli. Poi Marco Melchiorri, uno dei militanti più attivi. E troppi altri.

Gigliotti: “Quei primi test ci dettero anche qualche errore, qualche falso positivo. Ero in Calabria con l’epatite, tornai a Roma e trovai Vanni, che era l’unico autorizzato a dare i risultati dei test, mi disse ‘Sei sieropositivo’ e mi crollò il mondo addosso. Ma io avevo fatto il test da pochissimo in Calabria ed era negativo. Quindi poi fortunatamente sono risultato negativo.”

Tornando a Marco Sanna, quando ha cominciato ad avere bisogno della vostra assistenza e presenza? 

Gigliotti: “Con l’avanzare della malattia Marco ha cominciato a perdere la vista, non poteva più guidare. Ti ricordi – si rivolge ad Andrea – quando si ruppe il braccio a quella festa? Siamo andati a una festa a un casale di un nostro amico, una festa di carnevale. Io ero vestito da Cicciolina, Andrea da vibratore e Marco da fatina: si alzava una gonna e aveva sotto una gatta in peluche pelosissima. Sfiga vuole che era bagnato per terra, Marco cade male e si rompe un braccio. Quindi vestiti così andiamo al Pronto soccorso del San Giovanni. Noi tre vestiti in questo modo carnevalesco seduti in panchina nella sala d’attesa. Ogni tanto passava un medico, ci guardava e si bloccava. E noi tranquille, a far finta di nulla. A Marco comunque misero il gesso al braccio quindi anche per metterlo a letto, nei giorni successivi, bisognava andare ad aiutarlo per svestirlo.”

Pini: “Quando le cose sono andate peggiorando abbiamo fatto un vero e proprio calendario, con 10-12 persone che si alternavano andando a casa o all’ospedale.”

Gnerre: “Una volta siamo andati a vedere un film, ma lui diceva che non gli piaceva, che era tutto buio… In realtà non vedeva più bene.”

Ecco, quindi la vostra presenza non era ‘solo’ dal punto di vista dell’assistenza e della cura.

Pini: “Ma no, ovviamente. Noi eravamo un gruppo di amici e facevamo tutto il possibile anche per divertirci. Nei momenti in cui Marco stava bene la sera andavamo a rimorchiare, la domenica facevamo delle gite fuori Roma. Oppure andavamo a trovare ‘le cugine di campagna’: Lillo e Claudio, che abitavano a Sutri, quindi in campagna vera. Diramazioni multiple della famiglia, insomma.”

Marco Sanna, gay camp di Sant’Elpidio, 1983

Ridendo chiedo: Ma in questa famiglia queer ante-litteram c’erano anche molti ‘incesti’?  

Pini: “No, cercavamo di scopare all’esterno della famiglia. Non ci piacevano gli incesti! Scherzi a parte, abbiamo cercato di sostenere la sessualità in tutti i modi: per noi la sessualità era un valore, il Circolo era libertario. Il gioco divenne complicatissimo perché da una parte bisognava proteggere le persone Hiv+ dallo stigma, ci siamo impegnati a fondo per la diffusione e l’uso del preservativo, ma volevamo anche salvare l’idea della bellezza della sessualità.”

Com’erano i rapporti con Franco Grillini, all’epoca presidente di ArciGay e già noto a livello nazionale?

Pini: “Il rapporto con Grillini è stato inizialmente conflittuale.” 

Gnerre: “Grillini portava avanti l’idea dell’omosessuale in doppiopetto, che a noi non piaceva.”

Pini: “Grillini voleva risultare accettabile alle istituzioni, mentre noi volevamo essere liberi di esprimere le nostre idee anche quando risultavano scomode e controcorrente. Va detto che il rapporto nel tempo si è recuperato, ci siamo trovati molto vicini per varie questioni. Ma all’inizio no. Anche il modo in cui Arcigay si aprì alle donne non ci era piaciuto, tutto calato dall’alto. Il Circolo ha provato ad aprirsi alle donne lesbiche in modo più spontaneo. La prima donna ad avere un ruolo nel Mieli è stata Rosaria Iardino che divenne anche vice-presidente, intorno al 1987-88. Venne come persona sieropositiva, più che come donna lesbica.”

Rosaria Iardino la ricordo per il famoso bacio dato in Tv, al Costanzo Show, all’immunologo Ferdinando Aiuti. Fece scalpore e servì molto a sfatare il mito della pericolosità dei sieropositivi. Torniamo a Marco Sanna: chi era, che tipo era? Ho visto delle sue foto. Foto molto belle. Fatemi conoscere Marco con le vostre parole.

Gigliotti: “Marco era un gran catalizzatore. Era una personalità del movimento.”

Pini: “Al di là delle cariche formali (il direttivo: presidente, vicepresidente, segretario) all’interno del Circolo non c’erano specializzazione esclusive. Marco era soprattutto un’anima politica, lanciava molte proposte, era tanto creativo.” 

Gigliotti: “Francesco Simonetti era segretario del Circolo ma anche DJ a Mucca. Non c’erano ruoli o vite separate, eravamo un tutt’uno. È stata anche la forza del nostro gruppo.”

Pini: “È stato un periodo interessante, intenso, drammatico, perché noi ci occupavamo dell’assistenza di Marco dal punto di vista amicale, ma anche stavamo costruendo il primo servizio di assistenza domiciliare a Roma e forse in Italia per malati di Aids. Il Circolo aveva ricevuto i primi finanziamenti arrivati dalla Regione Lazio. L’abbiamo nominato poco ma Vanni Piccolo fu una figura importante di quegli anni: seppe fare un lavoro politico importante, collegandoci con le istituzioni. I primi finanziamenti della Regione vennero grazie a lui. Nel frattempo ero diventato presidente del Circolo perché Vanni divenne preside di scuola e fu trasferito a Parma. Con quei soldi che Vanni ci aveva fatto ottenere potemmo mettere in piedi una segreteria, nacque l’assistenza domiciliare, il primo centro di assistenza psicologica, il gruppo di auto-aiuto per persone sieropositive.”

Gigliotti: “Marco era una persona divertentissima, autoironica, il primo a scherzare sulla sua malattia. Di un carisma… Marco nel nostro gruppo era quello che, di fondo, teneva tutti uniti.” 

Pini: “Sì, aveva una grande facilità di socializzazione con tutti, sempre con la battuta pronta, molto umano, capace di ammaliare tutti, dalle donne ai gay, ai ragazzotti da scoparsi, cadevano tutti ai suoi piedi perché riusciva a mettere il sorriso giusto per affascinare, era intelligente, era arguto…”

Un vero catalizzatore.

Gigliotti: “Guarda, anche quando lui stava male, era comunque la persona con cui ci si divertiva. Una volta lo stavo accompagnando per fare dei controlli in ospedale. Erano venuti Gorbaciov e Raissa a Roma (probabilmente era il 1989, ndr), noi in giro con la 500 e dappertutto c’era polizia. Noi dalla 500 con Marco che giocava a fare Raissa e salutava tutti i poliziotti con la mano dal finestrino… e stavamo andando all’ospedale a fare i controlli per la sua malattia, capisci? Sapeva farsi amare.” 

Pini: “A me faceva anche incazzare perché lui mi soffiava sempre il ragazzo che piaceva a me… gli tenevo il muso per tre giorni!” 

Gigliotti: “Poi c’erano gli amanti di Marco da Aprilia: erano “I mariti di Aprilia!”.

Come mai decideste di dedicare a Marco il centro di documentazione, la biblioteca del Mieli di oggi?

Pini: “Quando morì Marco, lui aveva espresso il desiderio di donare i suoi libri e così nacque il Centro di documentazione Marco Sanna.”

Che pensiero dolce. Farebbe piacere anche a me donare la mia biblioteca GLBTQ+ al Mieli quando non ci sarò più. Marco era cambiato negli ultimi tempi, quando comprese che non sarebbe sopravvissuto?

Gigliotti: “No, ma non sono mancati i momenti malinconici. Una volta disse, bloccandosi: ‘Come avrei voluto vedere come saremmo diventati tutti da vecchi’.”

Pini: “Era molto interessato alla politica, ai cambiamenti, al progresso dei diritti. Una sua frase che ricordo fu quando disse ‘Mi dispiace non poter vedere come va a finire’. Era il 1990.” 

Il sole è tramontato dietro al gazometro. Penso che potremmo andare avanti ore a parlare di Marco Sanna e degli inizi del Circolo Mario Mieli, ma in fondo la cosa migliore è lasciare l’ultima parola proprio a Marco e al suo desiderio di voler vedere come va a finire.

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Piccoli centri, grandi Pride: dal caso di Latina a quello di Campobasso, dalla crescita di Ragusa all’abbraccio orgoglioso di Lodi. E se la politica LGBTQIA+ ripartisse da qui?

Alessia Laudoni Moonday_yoga
Mappe corporee: un viaggio affascinante di connessione e consapevolezza 

Chakra e identità, la connessione tra corpo e spirito è un viaggio di consapevolezza e integrazione che porta allo svelamento del proprio sé al resto della comunità.

Livia Patta
Una mappa verso il Sé: le costellazioni familiari

Accettazione e identità, liberando il passato e imparando dal lessico familiare. Il potere dei legami relazionali cambiano vite, costruiscono comunità, generano galassie.

Luca Ragazzi
Guida per orientarsi nelle piattaforme on demand

Se parliamo di mappe per orientarsi, allora sappiamo bene quanto possa essere utile una guida per non perdersi nei meandri labirintici e infiniti dei film a tematica lgbtqia+ delle library delle piattaforme on demand. Questa la nostra.

Alessandro Michetti
Via Balilla, è così che dovrebbe andare il mondo

Esplorando uno dei quartieri più accoglienti della comunità LGBTQIA+ a Roma, protagonista del documentario “Noi qui così siamo” di Maurizio Montesi.

Collettivo “La Gilda del Cassero”
Geografie queer dal pianeta nerd

La Gilda di Bologna da anni promuove i giochi da tavolo come strumento di impatto sociale e politico per le persone LGBTQIA+, battendosi per una giusta rappresentazione e decolonizzazione degli immaginari ludici.

Mohamed Maalel
Palermo è la mappa del mio corpo

Un diario pieno di coordinate alla ricerca di ricordi, aspettative e identità, nella capitale più LGBTQIA+ della Sicilia. Il racconto intimo e personale di un pugliese, per metà tunisino, che lascia la sua terra per un posto tutto nuovo: la Palermo di oggi.

Nicolò Bellon
Guida agli uomini passati di qua

Tra le note di Milva e Dalla, tra le strade di Roma e Biella, il giovane scrittore Nicolò Bellon disegna una mappa di ricordi, sentimenti e malinconie.

Alessandro Michetti
Chieti, la provincia che vive in mille città

Vivere l’identità LGBTQIA+ nei piccoli centri e il bisogno di spazi sicuri e protetti dall’omotransfobia: un’intervista al consigliere Arcigay di Teramo, Fabio Milillo.

Edoardo Tulli
Per una città diversa in una società di uguali

Una lotta che dal 1994 arriva a oggi: un progetto di riqualificazione per rompere i confini e accogliere la comunità del Palazzo Mario Mieli nel quartiere San Paolo a Roma.

Giacomo Guccinelli
Asessualità e aromaticismo. Identità politiche e narrativa dell’assenza

Le persone aroace, asessuali e aromantiche, sono identità che problematizzano, mettono in dubbio e si sottraggono da ciò che la maggioranza pensa sia normale all’interno delle dinamiche relazionali. Disegnando nuove geografie dei rapporti.

Simone Gambirasio
Corpi disabili, corpi invisibili

I luoghi di visibilità LGBTQIA+ sono davvero così accessibili per le persone con disabilità?

Antonia Caruso
Occhio non vede, cuore non vota

L’invisibilità si crea con l’esclusione dal campo visivo, è un processo attivo e selettivo per annullare l’essenza dell’altro. Ed è soprattutto all’interno della popolazione trans che troviamo un gatekeeping interno.

Stephan Mills
Il mio corpo intersex invisibile

Perché così poche persone conoscono la realtà intersex? E’ tempo di rendere più visibile una realtà ancora troppo poco conosciuta: quella dei corpi intersex. Un percorso di lotta per ottenere i cambiamenti desiderati e di accettazione degli aspetti che non vogliamo cambiare. 

Egizia Mondini e Alessandro Michetti
L’editoriale: Invisibili

Essere visibili è un atto politico, di autoaffermazione, autodeterminazione e affrancamento, ma anche un’urgenza esistenziale, oltre che di condivisione. Perché “fuori dalla collettività c’è solo la mitomania”. 

Aldo Mastellone
Comunità trans nello sport: quando rendersi visibili è rivoluzione

La situazione delle persone LGBTQIA+ nello sport agonistico. Intervista a Guglielmo Giannotta, Presidente di ACET, Associazione per la Cultura e l’Etica Transgenere.

Ambra Angiolini
Come la politica e l’economia sfruttano la nostra invisibilità

Far tornare le nostre diverse identità gli unici luoghi davvero interessanti da visitare, è la rivoluzione che dobbiamo mettere in atto.

Francesco Lepore
Sacerdoti omosessuali al bivio

Da una voluta invisibilità al bisogno di coming out. Anche in Vaticano.

Daniele Coluzzi
L’omosessualità nella letteratura italiana: una storia di invisibilità

Da Michelangelo a Tasso, come gli artisti hanno usato le loro opere per celebrare i propri amori.

Paolo Di Lorenzo
Il “cucciolo” che spaccò l’America in due

Il coming out di Ellen DeGeneres e una Hollywood piena di armadi che non fu più la stessa.

Loredane Tshilombo
Black Queerness: quando sei abituato a essere invisibile

Nella presunta visibilità queer conquistata c’è l’invisibilità delle persone non bianche: il dibattito politico e la sfida del rispetto sociale in una società che riesce a convivere con più di venticinquemila persone black and brown morte o disperse nel Mediterraneo negli ultimi dieci anni.

Luca de Santis
Come sta cambiando l’identità fascista

I simboli nostalgici si legano a felpe alla moda, gli smartphone branditi al posto di bibbie e crocifissi, spariscono le divise militari scoprendo corpi muscolosi e cappelli di pelliccia. “Etero Pride”, “All lives metters”, “Libertà di essere madri”: i nuovi fascisti si appropriano dei nostri riferimenti e delle nostre parole, per mostrarsi più accettabili ma mantenendo gli strumenti di sempre: violenza e oppressione.

Luca Ragazzi
Quando il cinema queer era invisibile, o quasi

Veloce rassegna dei film italiani che hanno contribuito alla lotta per i diritti LGBTQIA+.

Matteo Albanese
Bisessualità: un orientamento doppiamente al margine

Secondo la comunità gay e lesbica, i bisessuali sono uomini gay velati e le bisessuali donne etero opportuniste. Secondo la società eterosessuale le persone bisessuali sono ingorde e insaziabili a livello sessuale, più portate alla promiscuità e alla non-monogamia. Non c’è da stupirsi che il pensiero bisessuale sia praticamente sconosciuto in Italia. Più invisibilità di così…

Mohamed Maalel
Non sono più un uomo

Un racconto inedito che parla di multiculturalità, identità, invisibilità.

Ali Bravini
Fuori dai binari: una prospettiva che sfida le convenzioni di genere

Se un Dio esiste è sicuramente non binario. Allora chi siamo noi umani per pretendere di doverci descrivere come maschi o femmine? E’ necessario restituire consistenza a prospettive invisibilizzate da un binarismo imposto che da secoli caratterizza la nostra cultura e spesso anche la visione della nostra comunità LGBTQIA+.

Roberto Gualtieri
40 anni di storia nella città di Roma

L’obiettivo dell’Amministrazione romana è quella di rendere la città sempre più accogliente, giusta e in ascolto. Una sfida che deve essere vinta assolutamente.

Egizia Mondini e Alessandro Michetti
The Luxurian Age of Muccassassina

Intervista a Vladimir Luxuria, ex direttrice artistica di Muccassassina. Per scoprire come nasce un mito.

Antonia Caruso
In questa notte tutte le vacche sono gay

Chissà se a Mario Mieli avrebbe fatto piacere diventare mariomieli, martire, eroina, poeta e anche stencil. Antonia Caruso ha tratteggiato per noi un suo personalissimo ritratto, irriverente, ironico, punk, di quel Mario Mieli di cui portiamo il nome da 40 anni. Un Mario Mieli eccessivo ma mai eccedente. 

Monica Cirinnà
Unioni civili, divisioni politiche

Più che il percorso di una legge, un’epopea omerica, fatta di insidie, tradimenti e successi che alla fine hanno portato al (desiderato?) approdo. A ripercorrerlo insieme a noi è Monica Cirinnà.

Mario Colamarino
Il Mario Mieli è di nuovo Aut

Il Magazine del Circolo è tornato in circolazione, stavolta on line. Il Presidente del Circolo Mario Mieli, in veste di editore, ci spiega la spinta che ha portato a questo ritorno.

Isabella Borrelli
Si è fr**i anche per il culo degli altrə

Chi era Mario Mieli? L’intellettuale, il filosofo, lo scrittore, l’avanguardista? A proporci una sua rilettura è Isabella Borrelli, attivista lesbofemminista intersezionale.

Vanni Piccolo
Da AMOR al Mieli

Il Circolo Mario Mieli secondo Vanni Piccolo, presidente dal 1984 al 1990.

Deborah Di Cave
La storia di un circolo a cui devo anche un po’ la mia

La prima presidentessa nella storia del Mario Mieli ci racconta il suo Circolo.

Sebastiano Secci
Pride e Resistenza

Era il 2019 e gridavamo: chi non si accontenta lotta. A raccontarcelo, l’allora presidente Sebastiano Secci.

Rossana Praitano
Anniversario di rubino

Rosso come il rubino simbolo di quest’anniversario e come la passione per l’attivismo politico della ex presidentessa Rossana Praitano

Emiliano Metalli
Teatro di lotta: Norme, Traviate e Mieli on stage

Una retrospettiva su Mario Mieli drammaturgo. Perché sì, fu anche questo.

Emiliano Metalli
Mario Mieli autore, regista, costumista, scenografo, truccatore: qualcosa di magico

Osserviamo Mario Mieli attraverso la lente del teatro: una figura di intellettuale complesso, agitatore culturale, politico dissacrante, controcorrente, avanguardista, spesso inarrivabile e in anticipo su temi e metodologie. 

Francesco Paolo Del Re
Dalla Luna ai Faraoni, fotografando il mio amico Mario

Regista, autrice di documentari, giornalista: Maria Bosio era amica di Mario Mieli e l’autrice di alcune delle fotografie più famose dell’intellettuale. Questa è un’intervista esclusiva per Aut nella quale ci racconta un Mario Mieli inedito, da vicino.

Ilaria Di Marco
Una rivoluzione che ha ancora molto da dire

Dal 28 giugno al 30 luglio, alla Pelanda di Roma, la mostra RIVOLUZIONARI3 — 40 anni del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli. Ce ne parla la curatrice.

Egizia Mondini
L’editoriale

Siamo tornati a casa.

Chiara Sfregola
Orgoglio all’italiana

Siamo in marcia da quasi 50 anni ma la meta non l’abbiamo ancora raggiunta. Chiara Sfregola ripercorre per noi la storia del pride in Italia, attraverso le parole di chi queste manifestazioni ha contribuito a organizzarle, animarle e, in primo luogo, immaginarle.

Cristina Leo
Transgender: guerrier* senza corazza

“La pratica femminista dell’autocoscienza, del partire da sé, mi impone di parlare per me stessa, non per le altre e gli altri, ma semmai insieme alle altre e agli altri”.

Claudio Mazzella
Il Pride al tempo del Covid

Il Pride del 2021 fu quello del ritrovarsi, del guardarsi finalmente non più attraverso uno schermo o con la linea che cade continuamente. Tornavamo a toccare, stringerci e guardarci negli occhi.

Egizia Mondini
The Greatest Show Ever

Intervista a Diego Longobardi, direttore artistico di Muccassassina dal 2005.

Leila Daianis
Il colpo d’ala della libellula

È il 1978. Un nuovo paese, una vita nuova. Più facile? Decisamente no. Ma ho cercato di fare la differenza. E forse ci sono riuscita.

Imma Battaglia
La politica, la passione, il World Pride

Nel suo nome quasi un destino: Battaglia. Contro quello che ritiene ingiusto, a favore di chi non può difendersi. Ci racconta il suo più grande successo: il World Pride del 2000 a Roma.

Marilena Grassadonia
Sulla strada dei diritti

Il saluto e l’augurio di Marilena Grassadonia, Coordinatrice Ufficio Diritti LGBT+ di Roma Capitale.

Egizia Mondini e Alessandro Michetti
La forza della nostra storia. Intervista ad Andrea Pini

In questa intervista Andrea Pini, presidente del Circolo Mario Mieli dal 1990 al 1993, ci racconta la nascita del Circolo Mario Mieli.

Giorgio Bozzo
Una grande lotta di liberazione

Dalle radici dell’orgoglio è germogliata la coscienza di un’intera comunità.

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