AUT Magazine

Di poliamore, neurodivergenze e salute mentale

di Ali Bravini
Conversazione corale tra Chiara Tesei, Ali Bravini, Elena Incatasciato sui tabù nelle relazioni.
Salute mentale ehimetalor-akhere-unuabona-pTUCMqXCOrk-unsplash

Al solo nominare la comunità LGBTQIA+  risuonano, nella mente di tutt3, slogan adornati di concetti come libertà, autodeterminazione, sospensione del giudizio… Sarebbe bello saperci, per l’appunto, liber3 e autodeterminat3 tanto quanto ci piace raccontarci. Purtroppo però, come ogni comunità, viviamo dentro di noi gli stessi bias e le stesse dissonanze cognitive di chiunque altr3.  E’ da queste radici, antichissime e fortemente salde nelle nostre coscienze, che prendono vita i tabù.  Fra i tanti, dei quali si potrebbe parlare a lungo, ne abbiamo scelti alcuni e ne abbiamo parlato con chi li vive sulla propria pelle tutti i giorni. Con Ali, Chiara ed Elena abbiamo parlato di pansessualità, poliamore e salute mentale. Temi apparentemente distanti, ma tutti ugualmente portati dalla società contemporanea e, purtroppo, dalla nostra stessa comunità, ad essere etichettati come temi scomodi, da nominare solo sottovoce. 

Ali Bravini, 27 anni. Storica contemporanea, responsabile del Centro di Documentazione Marco Sanna e attivista per i diritti LGBTQIA+. Topic: poliamore, neurodivergenze, salute mentale.

Cosa si intende per non monogamie etiche? 

Per “non monogamie etiche” si intendono i vari tipi di relazione al di fuori della coppia monogama, etero o queer che sia. Rientrano in questa definizione relazioni come le “coppie aperte”, il poliamore o l’anarchia relazionale; si intende un tipo di relazione basata sulla comunicazione e sul consenso tra l3 vari3 partner, per cui non c’è una esclusività sessuale e/o romantica ma l3 partner sono liber3 di avere rapporti sessuali e/o relazioni amorose con altre persone. Il fondamento etico di tutto ciò è appunto il consenso e la comunicazione, con lo stabilirsi anche di vari e possibili limiti o gerarchie all’interno del rapporto poliamoroso.

In che modo hai scoperto di essere non monogama?

Personalmente ho scoperto di essere non monogama dopo delle relazioni da “coppia tradizionale” veramente disfunzionali, soprattutto sul tema della gelosia e dell’esclusività. Ho prima imparato di poter amare e intrattenere, consensualmente, più di un rapporto romantico allo stesso tempo. Entrando a contatto con persone poliamorose sono stata dentro un “sistema” di anarchia relazionale, dove, appunto, non esisteva una vera gerarchia tra l3 vari3 partner e ho scoperto una certa nuova fluidità che mi calzava molto bene. 

Come hai trovato info sul tema? Hai trovato delle realtà con le quali confrontarti? 

Le varie informazioni le ho inizialmente trovate approcciandomi direttamente con persone poliamorose, quindi tramite passaparola e l’esperienza personale di altre persone. In seguito ho iniziato a informarmi fondamentalmente sui social seguendo varie personalità e influencer poliamorose che fanno divulgazione sul tema.

Ti sei sentita accolta o hai incontrato discriminazione dentro/fuori la comunità riguardo il tuo stile relazionale? Quali sono state le circostanze delle discriminazioni?

Dentro la comunità lgbtqia+ non ho subito discriminazioni sul mio stile relazionale. Purtroppo però sono stata in relazioni queer disfunzionali. Non penso esista veramente una “comunità poli” ma in generale diciamo che non è oro tutto quel che luccica. Esiste, comunque, ancora un grande tabù, fuori e dentro la comunità, per tutto ciò che riguarda il mondo non-monogamo. Rimane difficile da smontare e difficile parlarne, anche all’interno della comunità e, anche se in altri paesi si è un po’ più avanti da qualche anno, qui ci sono resistenze sul tema anche perché riguarda lo stile relazionale e l’orientamento romantico della persona: in sostanza, anche le persone etero possono essere poliamorose e questo crea sempre discussioni. Le stesse discussioni si fanno ancora sull’asessualità o sull’essere kinky, ad esempio.

Quali sono gli stereotipi legati al tuo stile relazionale?

Sicuramente permangono gli stereotipi sull’essere, semplicemente, delle persone “promiscue”, incapaci di stare in una relazione “fissa” (insomma, “tradizionale”). Ovviamente la verità è più ampia. Viviamo ancora in una società che ci impone la coppia come un modello e il matrimonio tradizionale come un obiettivo fondamentale della nostra vita, nonostante questa visione sia molto recente, storicamente. Credo più al fatto che le nostre relazioni siano costellazioni e pianeti di un’enorme galassia e che non si può pretendere che una sola persona (noi stess3 o l3 partner) possa riempire la marea di “bisogni” relazionali, affettivi o sessuali che proviamo. Questo vale sia per le relazioni poliamorose che per le relazioni amicali, platoniche: sono necessarie e vitali. Un altro grande stereotipo è quello legato all’ipersessualità. Non tutte le persone poliamorose sono ipersessuali: io, ad esempio, sono demisessuale e mi sento a mio agio, a livello sessuale, solo dopo aver instaurato un certo tipo di relazione emotiva e amorosa. Il tabù dell’educazione sessuale e dell’educazione al consenso è ciò che fomenta questi stereotipi e rafforza, invece, lo stile della coppia tradizionale, spesso disfunzionale sul piano romantico e comunicativo. Far cadere i tabù, informare e infine riuscire a comunicare in maniera sana con l3 propri3 partner è ciò di cui abbiamo bisogno per buttare giù certi pregiudizi: non basta parlarne e parlarne, serve anche un’azione politica sistemica.

Ti senti sicura a parlare del tuo stile relazionale quando conosci qualcuno? 

Dentro la comunità, mi sono sentita abbastanza sicura. Al di fuori, non allo stesso modo di come non mi sento sicura di poter parlare del mio orientamento o della mia identità di genere. In generale, sia tra conoscenti che tra le amicizie più strette, è già molto difficile rompere il tabù del sesso, della sessualità libera e fluida. Il tabù della monogamia è ancora più difficile da toccare, ci addentriamo in una serie di pregiudizi pericolosi e pesanti, legati a situazioni che in realtà sono personali, particolari, private. 

Hai ricevuto rifiuti amorosi a causa del tuo stile relazionale?

No per fortuna e, anzi, ho attualmente una relazione stabile e monogama nonostante la mia partner sappia del mio essere poliamorosa. Anche in questo caso mantenere una comunicazione sana all’interno del rapporto aiuta a non creare tabù, non detti, tradimenti e altre situazioni spiacevoli sulla gelosia.

Quali sono delle buone fonti per informarsi su questa tematica? 

Purtroppo in Italia c’è ben poco a livello di bibliografia ma consiglio “Per una rivoluzione degli affetti” di Brigitte Vassallo e “La zoccola etica” di Dossie Eston e Janet Hardy. Quest’anno è uscito anche “Poliamore” di Car G. Lepori e Nicole “Nic” Braida.

In quale parte dello spettro delle neurodivergenze ti trovi? 

Personalmente, mi trovo nello spettro dell’ADHD (Attention deficit hyperactivity disorder) di tipo iperattivo.

Come hai scoperto di non essere neurotipicə?

Ho “scoperto” di essere neurodivergente quando, circa 6 anni fa, la mia psichiatra dell’epoca, riflettendo sulla mia adolescenza e il mio “stare” a scuola (e in varie situazioni sociali), mi aprì gli occhi e unì i puntini. In generale, quando ero al liceo conoscevo una sola persona con DSA, nessunə aveva diagnosi di neurodivergenza o di autismo, non se ne parlava e mi trattavano semplicemente come una persona problematica e troppo iperattiva. Ricordo ancora espressioni come “hai il ballo di san Vito”, “sei un cavallo pazzo”, “hai l’argento vivo addosso’ etc etc. Venivo spesso odiata dall3 professor3 perché ero capace di fare molte cose contemporaneamente durante le lezioni o forse è meglio dire che ero incapace di stare ferma ad ascoltare una lezione frontale. Riflettendoci, era abbastanza chiaro che ci fosse un pattern preciso nell’estremismo dei miei voti scolastici: dall’1 nelle materie scientifiche in cui avevo evidenti difficoltà fino ai 10 nelle materie umanistiche in cui riuscivo a focalizzare la mia attenzione. Certo, questa situazione mi rendeva, comunque, non-bocciabile e questo mi ha permesso, almeno, di non perdere anni di scuola. All’epoca però, il tabù che riguarda neurodivergenze e salute mentale era molto più forte rispetto ad ora, non c’erano gli studi e le ricerche di adesso, non c’era (almeno nella mia esperienza personale) quel briciolo di attenzione in più, almeno nel sistema scolastico, per individuare quelle problematicità. Si passava per svogliat3, disattent3, poco studios3 e si dava poco o nessun aiuto a persone con alcune difficoltà oggettive.

Come sono cambiate le tue relazioni sociali dopo la scoperta e la diagnosi?

Non saprei. Anche se non ho problemi nel descrivere la mia condizione, i miei rapporti sociali più stretti non sono cambiati molto. Questo non è stato sempre un bene, perché, in realtà, differentemente da come accade per un coming out, qua ci si aspetterebbe (e dovrebbe esserci) un certo tipo di cambiamento portato all’ascolto e al trattare con più attenzione la persona. In generale, però, in certi “safer places”, come quelli queer, ho trovato più apertura mentale e soprattutto attenzioni particolari per la mia condizione. A livello di relazione romantica/sessuale sono sempre stata aperta e chiara su quello che sono e per fortuna non ho trovato mai un vero rifiuto. Al massimo, una difficoltà oggettiva nell’altra persona nel gestire certe situazioni di crisi ma comunque ho sempre trovato persone aperte e disposte ad ascoltare i miei bisogni.

A che età l’hai scoperto/hai avuto la diagnosi?

L’ho scoperto, o meglio, capito, a circa 22 anni ma non mi sono attivata all’epoca per una diagnosi ufficiale. Nonostante tutt3 le psichiatr3 e psicologh3 che ho avuto sono concordi nella diagnosi, non ho una diagnosi ufficiale perché quelle per le persone over 25 sono una cosa molto nuova in Italia ed esistono poch3 professionist3 in grado di redigerla ufficialmente e ancora meno nel pubblico. Attualmente ho iniziato comunque il percorso per averla e sono in attesa di un pezzo di carta che lo certifichi; in generale prendo da anni degli psicofarmaci che tengono a bada alcuni sintomi e mi permettono di vivere certe situazioni sociali che prima erano, più o meno, invivibili.

In che modo ti sei sentitə discriminatə all’interno della comunità (o all’esterno) in base alla tua neurodivergenza?

Più che discriminata ciò che capita di continuo è che le mie esigenze vengano ignorate o prese poco in considerazione. Spesso, anche nei safer places come quelli lgbtqia+, o in vari eventi, si fa poca attenzione a ciò che potrebbe creare una situazione di overwhelming per la persona neurodivergente o che potrebbe triggerarla. C’è poca attenzione ma soprattutto poca informazione: se ne parla troppo poco e male per smontare questo tabù che vige su tutto ciò che riguarda, diciamo, la “sfera mentale” della persona. Per quasi tutt3 è molto più facile rapportarsi con una persona che ha un problema fisico, evidente o meno, rispetto al rapporto con una persona neurodivergente. Ancora parliamo di persone che “soffrono” di autismo…

In che modo l’essere neurodivergente ha o non ha avuto un impatto all’interno delle tue relazioni (sociali, amorose, etc)…

Se più o meno è rimasto tutto lo stesso nelle relazioni amicali/platoniche, sinceramente ha avuto un impatto positivo nelle relazioni romantiche, da quando sono aperta su questo tema. Ho sempre trovato una più particolare attenzione e nessuna discriminazione a riguardo. Riuscire a comunicare in maniera sana le proprie esigenze, cosa di cui non ero capace anni fa, facilita le cose a chi, pur non capendo, decide di starti accanto. Nessunə ha la palla di vetro per capire cosa gira nella tua testa e anche se a volte è veramente difficile, esprimere i propri bisogni è l’unico modo per evitare che partner o amich3 ti facciano del male in modo non intenzionale.

In che modo pensi il mondo, o almeno la comunità, dovrebbe comportarsi nei confronti delle persone neurodivergenti?

A livello sociale, servirebbe molta più informazione a riguardo. Ormai le diagnosi di ADHD, autismo e varie DSA, stanno aumentando a dismisura, anche solo perché c’è più informazione e anche, in parte, rappresentazione (per quanto molte volte troppo stereotipata) che, finalmente, sta dando qualche picconata a questo tabù e a quello dell’affidarsi a psicologh3 e psichiatr3. Si sta anche iniziando, per fortuna, a smontare un certo tipo di linguaggio, ad esempio abbandonando l’uso de “la sindrome di Asperger” o la distinzione tra persone neurodivergenti e autistiche  “ad alto o basso funzionamento”. E di questo un po’ ne sono grata, perché per anni anche io (e secondo la mia psichiatra) rientravo nella categoria “ad alto funzionamento”, cioè, in realtà, delle persone neurodivergenti che hanno, in una certa maniera, meno bisogno di supporto esterno nella vita di tutti i giorni. Questa è comunque una distinzione discriminatoria che si sta superando e che però viene ancora usata, purtroppo.

Cosa dovrebbe cambiare, all’interno dei nostri spazi, per accogliere le persone neurodivergenti nel miglior modo possibile?

Nella comunità, all’interno dei nostri “safer places” o negli eventi sociali con molta gente a volte basterebbero anche piccole cose come mettere a disposizione degli stimming toys, delle cuffie o tappi per le orecchie o creare uno “spazio di decompressione”, una sorta di quiet room quando c’è troppo caos e la persona in questione è triggerata o si sta sentendo poco bene. È sempre importante, poi, il consenso nel chiedere alle persone di essere toccate o abbracciate e ovviamente un approccio attivo all’ascolto nei confronti delle esigenze altrui. Durante eventi pubblici, dibattiti o gruppi di ascolto, ad esempio, è fondamentale sottolineare un “trigger warning” quando si sta per parlare di un argomento potenzialmente triggerante per le persone, non solo neurodivergenti ma anche “traumatizzate”. In questo modo, ognun3 può decidere di allontanarsi per evitare di stare male o anche chiedere di cambiare argomento, se possibile. Tutti questi sono strumenti utili per aprirsi alle possibili difficoltà delle persone neurodivergenti, autistiche o con problemi legati alla salute mentale e che altre associazioni e posti (soprattutto fuori dall’Italia) iniziano a fare.

Visto l’aumento delle diagnosi di ADHD e dello spettro autistico per persone all’interno della comunità (soprattutto trans e non binaria), pensi ci sia una correlazione?

Non so se ci sia, scientificamente, una vera e propria correlazione ma è sicuramente un dato il fatto che siano in aumento le persone trans/non binarie che rientrano nello spettro autistico o dell’ADHD. Rispetto al passato, adesso gli studi parlano non solo di genetica ma anche di impatto ambientale come fattori nello sviluppo dell’ADHD. Quindi l’intersezione tra varie situazioni soggette a discriminazioni e il minority stress, oltre a vissuti traumatici (più o meno correlati) può essere, probabilmente, un fattore in questa equazione.

Qual è la tua condizione di salute mentale?

La mia diagnosi è quella di un disturbo bipolare atipico (detto tecnicamente anche come “non specificato”), disturbo depressivo maggiore e disturbo narcisistico della personalità di tipo depresso. In sintesi, condizioni legate all’instabilità dell’umore, dovuti anche a vari traumi.

Com’è stato spiegare all3 tu3 partner la tua condizione di  salute mentale? 

Sono passati ormai molti anni da queste diagnosi ufficiali e spiegarlo è sempre un po’ difficile. Molte persone neurotipiche o semplicemente, diciamo, “non-depresse” non riescono a capire quanto questi disturbi possano essere invalidanti. Nelle relazioni passate è stato molto difficile far capire questo ed anche che per questi disturbi non esiste una “cura”: esiste solo la terapia e non è facile da gestire. Non sempre ho avuto partner in grado di aiutarmi in questo o capaci di cogliere la difficoltà nel dover seguire una terapia psicologica e psichiatrica ben precisa. Ancora, intorno a me, so di relazioni in cui uno dei partner è depressə e l’altrə non riesca a capire la condizione perché essa non è fisica ma solamente mentale. Questa situazione si ripropone molto spesso, a causa di vari tabù sulla salute mentale a discapito di malattie fisiche, che sono visibili e riconoscibili. 

In che modo questa impatta i tuoi rapporti? Quanto impatta? 

Non è facile né spiegare né gestire le due fasi del bipolarismo, quella maniacale e quella depressiva, ed è molto difficile stare accanto a una persona che ha un disturbo depressivo maggiore. Impatta molto nei vari rapporti, sia amicali che romantici e/o sessuali. La salute mentale (e la terapia) può influire ad esempio, parlando di sessualità, sulla libido o comunque comportare cambi di personalità anche evidenti in certi casi. Questo può essere causato sia dal disturbo che dalla gestione impropria della terapia ed è difficile da capire per chi non prova queste stesse sensazioni, quella stessa invalidità portata dalla depressione o quella mania onnipotente tipica del bipolarismo. Personalmente ho perso varie persone, chiuso tanti rapporti per un motivo o per l’altro: o per la malagestione della mia terapia o per la scarsa capacità di comprensione dall’altra parte. 

Si può parlare di coming out anche riferendosi alla salute mentale? Quali sono le similitudini e quali le differenze?

Direi di sì. Parlare dei propri disturbi mentali è veramente difficile, sia a causa del tabù e dello stigma, sia a causa della scarsa comprensione di come funzioni il cervello e le emozioni umane. Proprio per questo penso siano fondamentali l’educazione sentimentale (insieme a quella sessuale, alle differenze e al consenso) nelle scuole e soprattutto un piano nazionale per l’assunzione e la formazione di psicologh3 e psichiatr3. Le persone, in generale, possono spaventarsi davanti alla “rivelazione”, a questo particolare “coming out”. Penso che le similitudini siano proprio nelle reazioni delle altre persone a riguardo, che siano di pena, di paura o di ignoranza e di allontanamento, cose che accadono anche con il coming out a livello di orientamento sessuale o identità di genere. Sicuramente c’è uno stigma e un tabù diverso e le persone depresse non sono, ovviamente, perseguitate o discriminate come accade invece per la comunità lgbtqia+. Il grande tabù, però, rimane quello del suicidio, in un paese fintamente laico come l’Italia. Non se ne può parlare, non se ne parla, si dice sottovoce ed è veramente difficile relazionarsi con le persone quando sei una “survivor”, quando sei una persona che lotta o ha lottato con la depressione e che, per un motivo o per l’altro, è finita nel loop dell’autolesionismo o ha provato concretamente a togliersi la vita. Proprio per questo, io cerco di essere una persona il più aperta possibile su questi temi, per quanto facciano male: ho vissuto tre ricoveri psichiatrici a causa della mia depressione e vari tentativi di suicidio. So, a livello esperienziale, cosa significa vivere questa condizione, so quanto sembri un tabù insormontabile, so cosa vuol dire omertà, svilimento e invisibilizzazione. Ed è importante che se ne parli, se ne parli il più possibile: non per “normalizzare” nulla ma per sensibilizzare le persone sulla propria salute mentale e per quella dell3 propri3 car3.

Senti che l’argomento sia trattato col giusto peso al giorno d’oggi? Com’è cambiato negli ultimi anni? 

C’è un’apertura diversa e un diverso modo di parlare dell’argomento negli ultimi anni, grazie ai social e alle nuove generazioni. Solo 10 anni fa, quando io andavo al liceo, era un tabù intoccabile: non se ne poteva parlare, non c’erano molte diagnosi e la mia scuola non aveva neanche uno sportello psicologico tra i propri servizi. Adesso se ne parla ma non penso se ne parli abbastanza e con il giusto peso. L’apertura data dai social si porta dietro la leggerezza con cui si parla di malattie e disturbi, come la depressione, l’ansia, il bipolarismo, la schizofrenia, etc. Spesso se ne parla come se lo fossimo tutt3, ansios3 o bipolari, etc, riferendosi a situazioni che invece riguardano una semplice tristezza o momentanei stati d’ansia, niente a che vedere con una malattia riconosciuta e invalidante come la depressione maggiore. Purtroppo, anche fenomeni come l’autolesionismo o altri legati ai disturbi alimentari diventano virali oppure si creano subforum o gruppi sui social (ad es. telegram, reddit, tumblr) in cui la gente non solo si scambia informazioni (spesso errate) ma ci si spinge a vicenda nel continuare queste dinamiche molto pericolose.

Ti senti accolta dall3 partner riguardo questo tema?

In questo momento, assolutamente sì. Purtroppo o per fortuna, ho avuto varie partner depress3 o con disturbi psichiatrici e quindi ho quasi sempre trovato una connessione e una comprensione in questo senso. L’altro lato della medaglia è che è molto difficile stare dietro ad una persona con vari problemi legati alla salute mentale… se anche tu, in qualche modo sei sulla stessa barca. Ma insieme è sempre meglio che da sole.

E dalla comunità?

Direi di sì. Anche se, come dicevo, l’invalidità portata dalla depressione e il suicidio rimangono ancora un enorme tabù anche all’interno della comunità. 

Cos’è il minority stress? Come impatta sul tuo essere parte della comunità e nell’avere problemi di salute mentale? 

Per minority stress si intende il livello di stress e ansia dovuto all’appartenere a uno o più gruppi marginalizzati e oppressi. Sicuramente ha un grande impatto su di me e ricordo come anche, quando ho ricevuto la relazione di incongruenza di genere, risultasse un valore (dato dai test) molto alto. Io sono una persona trans non binaria che ha iniziato la terapia ormonale, sono bipolare, depressa, narcisista e con l’ADHD. Sono pansessuale, poliamorosa, kinky. Preferisco pensare che, essere al centro di così tante intersezioni, mi renda una persona che può capire e che può essere, se non di riferimento, almeno di aiuto per le altre persone che vivono alcune delle mie condizioni. Nel mondo di oggi, nella società italiana, fuori dalla nostra bolla queer, non mi sento per niente tutelata, purtroppo, soprattutto per quanto riguarda l’approccio col mondo sanitario. Un approccio che, però, per me, è cronico, continuativo, necessario da sempre. Affrontare ogni volta ospedali, medich3, professionist3 non preparati sui temi lgbtqia+ è sempre una sfida e a volte si finisce per restare a casa e rinviare quella visita… Trovare psicologh3, ma soprattutto psichiatr3 format3 e che riescano a metterti a tuo agio è veramente difficile quando, oltre ad avere dei disturbi psichici, sei anche parte della comunità LGBTQIA+.

Le tue relazioni romantiche/platoniche fungono da rete di supporto riguardo alla tua salute mentale? Se sì, in che modo?

Sì, assolutamente sì. Le mie relazioni, sia romantiche che platoniche, hanno creato una rete di supporto fondamentale e mi hanno letteralmente salvato la vita più volte. Sia mettendomi al muro e facendomi riconoscere l’abisso in cui stavo finendo sia rendendosi disponibili sempre come una potenziale spalla per piangere o un orecchio per ascoltare. A volte, anche chiamando un’ambulanza, quando quella rete, da sola, di più non può fare. Questa però si può creare se, anche qui, c’è una comunicazione, un’apertura da tutte le parti: dove il tabù è più forte, è più difficile parlarne e di conseguenza è complicato costruire una rete di persone che anche solo siano a conoscenza dei tuoi problemi.

Quali sono fonti valide sul tema della salute mentale e in particolare sulla tua problematica? 

Consiglierei di leggere “L’uomo che trema” di Andrea Pomella, un romanzo autobiografico basato sulla depressione dell’autore. Ci sono poi molte persone online che fanno divulgazione ma starei molto attent3 a cosa si legge.

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Sciltian Gastaldi
Storia di un gruppo rivoluzionario degli anni ’80

Uno dei primi esempi di quella che oggi chiamiamo famiglia queer ebbe origine proprio a Roma, tra le persone del gruppo dirigente del Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli, nella seconda metà degli anni ‘80. Una domenica pomeriggio, abbiamo riunito in un salotto romano alcuni di loro: Francesco Gnerre, Giorgio Gigliotti e Andrea Pini, e ci siamo fatti raccontare da loro quella che fu la loro ‘comune frocia’. Nel ricordo di Marco Sanna.

Sara Paolella
Scomodo: una questione di famiglia

Scomodo è uno dei prodotti editoriali più interessanti degli ultimi anni. E’ un mensile cartaceo di approfondimento che rappresenta uno spazio di espressione per centinaia di redattori, artisti, creativi e scrittori under 30. Come Aut, combattono la superficialità, la mancanza di approfondimento dell’informazione mainstream e vogliono connettere mondo fisico e digitale. E la redazione è all’interno dello Spin Time, spazio di rigenerazione urbana a Roma. Se non sapete chi sono, è tempo di conoscere questi ragazzi.

Luca de Santis
Queer family: le serie TV che la raccontano meglio

Nella comunità LGBTQIA+ la famiglia ha tanti significati, più ampi e complessi di quanto si creda, e le serie TV negli ultimi anni hanno provato a raccontarle. Io ho chiesto alla mia famiglia queer di mandarmi un vocale con i loro titoli preferiti. Un po’ diario, un po’ podcast, un po’ una finestra intima. Perché se si ha avuto la fortuna di incontrare persone così speciali, condividerle è il miglior regalo che si possa fare.

Mauro Angelozzi
Madonna Celebration Tour: riunione di famiglia

Quello che Madonna ci ha sempre insegnato è che non è nei legami di sangue che si trova la pace. E quella che si è ritrovata intorno a lei in occasione del Celebration Tour è sicuramente la sua fedele e inossidabile (come lei) queer family: vite sopra le righe, famiglie dove tutto è possibile, dove ci si ama e ci si odia in libertà, dove la stravaganza si fa arte e il genere conta zero. Noi eravamo alla tappa di Colonia e vi raccontiamo com’è andata. 

Karma B
A Michela Murgia

“Ricordatemi come vi pare”, ha detto, e si è fatta isola, miraggio superiore, fata morgana, distanza da non colmare, qualcosa che non si può ricordare, come un verbo che ha solo il presente, impossibile da coniugare. Se esistessero le parole giuste per “dire” Michela Murgia sarebbero quelle che le Karma B hanno dedicato a lei sul palco dei Rainbow Awards 2023, di fronte al marito, il figlio e una parte della sua numerosa e variegata queer family. 

Roberta Ortolano
Il nostro percorso di procreazione medicalmente assistita 

Un viaggio intimo attraverso le sfide della maternità lesbica: un racconto di coraggio, speranza, resistenza e determinazione con il sogno di diventare genitori.

Giovanni Raulli
Casa Arcobaleno: le famiglie che ti salvano

Siamo entrat* all’interno di Casa Arcobaleno, il rifugio per giovani LGBTQIA+ espulsi dalle proprie famiglie. Perché non sempre le famiglie di origine rappresentano un porto sicuro. E per salvarci abbiamo bisogno di scialuppe di salvataggio.

Egizia Mondini
L’editoriale – Queer families

Le famiglie queer, intese come reti di affetto e sostegno costruite al di là dei tradizionali legami di sangue, rappresentano un esempio tangibile di amore, inclusività e solidarietà. Quanto sono state importanti in passato e quanto lo sono ancora oggi?

Andrea Pini
Co-housing: una proposta per vivere insieme

Dove spariscono le persone LGBTQ+ quando invecchiano? La maggior parte si ritira riducendo contatti, relazioni ed attività sociali, fino all’invisibilità. Eppure sono tante le energie, le competenze, le esperienze che possiamo mettere in circolo per far fluire in azioni di aiuto reciproco. Serve un ponte tra le vecchie e le nuove generazioni, che dia un senso ai ricordi degli uni e forza agli altri. E il co-housing può rispondere a questa esigenza.

Pino Anastasi
Famiglie di salvataggio ai tempi dell’aids

Un viaggio nelle memorie di chi ha affrontato l’epidemia di aids, dalle prime notizie a una tesi di laurea, da Muccassassina all’Unità di Strada, il  racconto di chi ha trasformato l’impegno in sostegno.

Chiara Tesei
Di salute mentale e tabù di coppia

Conversazione corale tra Chiara Tesei, Ali Bravini, Elena Incatasciato sui tabù nelle relazioni.

Elena Incatasciato
Di bisessualità e pansessualità

Conversazione corale tra Chiara Tesei, Ali Bravini, Elena Incatasciato sui tabù nelle relazioni.

Ali Bravini
Di poliamore, neurodivergenze e salute mentale

Conversazione corale tra Chiara Tesei, Ali Bravini, Elena Incatasciato sui tabù nelle relazioni.

Michela Andreozzi
E se non voglio essere madre?

Essere donna prima di essere madre. Decidere di NON avere figli è ancora un tabù. Dalla discriminazione alla scelta: il percorso verso una vita senza maternità raccontato dalla sagace penna di Michela Andreozzi.

Egizia Mondini
L’editoriale: quali sono i tabù di oggi?

Quello che è tabù per uno può essere pregiudizio per un altro. Quando apriamo il barattolo e dobbiamo decidere cosa metterci dentro, le diverse prospettive emergono e diventano esse stesse un interessante spunto di riflessione e confronto. 

Alessandro Michetti
Il porno è ancora un tabù?

La vergogna è il braccio armato dei tabù, che a loro volta sono l’impalcatura che tiene in piedi uno dei dogmi più insidiosi e castranti che esistano: la sacralità del sesso. Intervista ad Alice Scornajenghi, creatrice dell’acclamata fanzine erotica Ossì, spazio per una narrativa porno di qualità.

Raffaella Mottana
Soli

Il tema tabù coinvolge anche la questione delle nuove coppie: troppie, coppie aperte, poliamoros*. E proprio a questo è ispirato questo racconto. Un altro frutto della collaborazione con Accento Edizioni con i suoi promettenti, brillanti giovani autori. 

Francesco Ferreri
Tabù, tra paura e controllo

Il potere dei tabù: strumenti sociali di controllo e l’influenza infettiva all’interno dei gruppi, anche lgbtqia+.

Giulia Paganelli
Corpi grassi: tabù e identità nella comunità LGBTQIA+

Grassofobia: la battaglia contro gli stereotipi nella comunità LGBTQIA+, nell’era di Sam Smith.

Ali Bravini
Basta un pezzo di carta (?)

Tabù di genere e percorsi trans: la necessità di un cambio radicale.

Luca Ragazzi
La sessualità tra gli anziani nel cinema: oltre il tabù 

Desiderio e intimità: rappresentazioni della sessualità tra anziani, oltre gli stereotipi. Ecco un’antologia dei film che trattano (bene) l’argomento. 

Egizia Mondini e Alessandro Michetti
Lo stigma della depressione

Intervista al Trio Medusa, ambassador della campagna “La Depressione non si sconfigge a parole”.

Valeria Scancarello
Il “peso” dello stigma: centimetri della mia storia

Affrontando la grassofobia: una riflessione personale sulla società e l’accettazione di sé.

Egizia Mondini
L’editoriale – Nuove mappe per orientarsi

C’è venuta voglia di indagare nuove geografie, zoomando sui dettagli, sbirciando dentro i vicoli delle nostre sfumature, vedendo fino a che punto ci siamo spinti alla scoperta di nuovi territori, ridisegnando la mappa del nostro ecosistema. Ne è emersa una nuova cartografia della comunità lgbtqia+, e non solo, intrigante e stimolante, ma con confini mai troppo definiti. Non vi resta che sfogliare l’atlante insieme a noi.

Isabella Borrelli
Il linguaggio inclusivo fa schifo

“Vi inventate sempre nuove parole” è l’accusa più diffusa e fessa mai fatta alla comunità lgbtqia+. Il linguaggio neutro ha provato a proporre nuove mappature che scardinassero il maschile universale. L’utilizzo di linguaggi neutrali e non binari ha avvistato una nuova terra del linguaggio queer. La rottura del paradigma, della norma e del cambiamento è invece non solo qualcosa a cui aspirare ma una pratica politica. E’ anche attraverso il cambiamento e sovvertimento del linguaggio che pratichiamo la nostra dissidenza. E affermiamo la nostra esistenza. 

FRAD
Non si può più dire niente?

Sembra l’argomento del momento, anche in bocca a chi ancora fa fatica a capirne il senso. Un senso prima ancora umano che politico. E allora noi, abbiamo pensato di prenderci anche un po’ in giro. Per non farci dire che ci prendiamo sempre e solo troppo sul serio. E chi meglio di FRAD poteva riuscirci? Ma davvero con noi persone LGBQTQIA+non si può più dire niente? E non si può scherzare? Per fortuna ci sono le vignette di Frad.

Antonia Caruso
È davvero inclusivo parlare inclusivo? 

Abbiamo iniziato davvero a credere che cambiando le parole sarebbe cambiato il mondo. Se non ché, il resto del mondo continua a non saper né leggere né scrivere e la lingua del futuro non sarà sicuramente l’italiano.

Jennifer Guerra
Il movimento trans-femminista oggi in Italia

Non solo grandi città. Dalle Case delle donne ai centri antiviolenza; l’importante rete di supporto della rete transfemminista italiana cresce nei piccoli centri con oltre 150 gruppi e iniziative.

Gayly Planet
Le nuove geografie del turismo LGBTQIA+

Dai Grand Tour ai Gay Camp: il turismo LGBTQIA+ in Italia racconta la storia della nostra comunità, dall’Ottocento fino ai giorni nostri.

Vincenzo Branà
L’importanza dei pride di provincia

Piccoli centri, grandi Pride: dal caso di Latina a quello di Campobasso, dalla crescita di Ragusa all’abbraccio orgoglioso di Lodi. E se la politica LGBTQIA+ ripartisse da qui?

Alessia Laudoni Moonday_yoga
Mappe corporee: un viaggio affascinante di connessione e consapevolezza 

Chakra e identità, la connessione tra corpo e spirito è un viaggio di consapevolezza e integrazione che porta allo svelamento del proprio sé al resto della comunità.

Livia Patta
Una mappa verso il Sé: le costellazioni familiari

Accettazione e identità, liberando il passato e imparando dal lessico familiare. Il potere dei legami relazionali cambiano vite, costruiscono comunità, generano galassie.

Luca Ragazzi
Guida per orientarsi nelle piattaforme on demand

Se parliamo di mappe per orientarsi, allora sappiamo bene quanto possa essere utile una guida per non perdersi nei meandri labirintici e infiniti dei film a tematica lgbtqia+ delle library delle piattaforme on demand. Questa la nostra.

Alessandro Michetti
Via Balilla, è così che dovrebbe andare il mondo

Esplorando uno dei quartieri più accoglienti della comunità LGBTQIA+ a Roma, protagonista del documentario “Noi qui così siamo” di Maurizio Montesi.

Collettivo “La Gilda del Cassero”
Geografie queer dal pianeta nerd

La Gilda di Bologna da anni promuove i giochi da tavolo come strumento di impatto sociale e politico per le persone LGBTQIA+, battendosi per una giusta rappresentazione e decolonizzazione degli immaginari ludici.

Mohamed Maalel
Palermo è la mappa del mio corpo

Un diario pieno di coordinate alla ricerca di ricordi, aspettative e identità, nella capitale più LGBTQIA+ della Sicilia. Il racconto intimo e personale di un pugliese, per metà tunisino, che lascia la sua terra per un posto tutto nuovo: la Palermo di oggi.

Nicolò Bellon
Guida agli uomini passati di qua

Tra le note di Milva e Dalla, tra le strade di Roma e Biella, il giovane scrittore Nicolò Bellon disegna una mappa di ricordi, sentimenti e malinconie.

Alessandro Michetti
Chieti, la provincia che vive in mille città

Vivere l’identità LGBTQIA+ nei piccoli centri e il bisogno di spazi sicuri e protetti dall’omotransfobia: un’intervista al consigliere Arcigay di Teramo, Fabio Milillo.

Edoardo Tulli
Per una città diversa in una società di uguali

Una lotta che dal 1994 arriva a oggi: un progetto di riqualificazione per rompere i confini e accogliere la comunità del Palazzo Mario Mieli nel quartiere San Paolo a Roma.

Giacomo Guccinelli
Asessualità e aromaticismo. Identità politiche e narrativa dell’assenza

Le persone aroace, asessuali e aromantiche, sono identità che problematizzano, mettono in dubbio e si sottraggono da ciò che la maggioranza pensa sia normale all’interno delle dinamiche relazionali. Disegnando nuove geografie dei rapporti.

Simone Gambirasio
Corpi disabili, corpi invisibili

I luoghi di visibilità LGBTQIA+ sono davvero così accessibili per le persone con disabilità?

Antonia Caruso
Occhio non vede, cuore non vota

L’invisibilità si crea con l’esclusione dal campo visivo, è un processo attivo e selettivo per annullare l’essenza dell’altro. Ed è soprattutto all’interno della popolazione trans che troviamo un gatekeeping interno.

Stephan Mills
Il mio corpo intersex invisibile

Perché così poche persone conoscono la realtà intersex? E’ tempo di rendere più visibile una realtà ancora troppo poco conosciuta: quella dei corpi intersex. Un percorso di lotta per ottenere i cambiamenti desiderati e di accettazione degli aspetti che non vogliamo cambiare. 

Egizia Mondini e Alessandro Michetti
L’editoriale: Invisibili

Essere visibili è un atto politico, di autoaffermazione, autodeterminazione e affrancamento, ma anche un’urgenza esistenziale, oltre che di condivisione. Perché “fuori dalla collettività c’è solo la mitomania”. 

Aldo Mastellone
Comunità trans nello sport: quando rendersi visibili è rivoluzione

La situazione delle persone LGBTQIA+ nello sport agonistico. Intervista a Guglielmo Giannotta, Presidente di ACET, Associazione per la Cultura e l’Etica Transgenere.

Ambra Angiolini
Come la politica e l’economia sfruttano la nostra invisibilità

Far tornare le nostre diverse identità gli unici luoghi davvero interessanti da visitare, è la rivoluzione che dobbiamo mettere in atto.

Francesco Lepore
Sacerdoti omosessuali al bivio

Da una voluta invisibilità al bisogno di coming out. Anche in Vaticano.

Daniele Coluzzi
L’omosessualità nella letteratura italiana: una storia di invisibilità

Da Michelangelo a Tasso, come gli artisti hanno usato le loro opere per celebrare i propri amori.

Paolo Di Lorenzo
Il “cucciolo” che spaccò l’America in due

Il coming out di Ellen DeGeneres e una Hollywood piena di armadi che non fu più la stessa.

Loredane Tshilombo
Black Queerness: quando sei abituato a essere invisibile

Nella presunta visibilità queer conquistata c’è l’invisibilità delle persone non bianche: il dibattito politico e la sfida del rispetto sociale in una società che riesce a convivere con più di venticinquemila persone black and brown morte o disperse nel Mediterraneo negli ultimi dieci anni.

Luca de Santis
Come sta cambiando l’identità fascista

I simboli nostalgici si legano a felpe alla moda, gli smartphone branditi al posto di bibbie e crocifissi, spariscono le divise militari scoprendo corpi muscolosi e cappelli di pelliccia. “Etero Pride”, “All lives metters”, “Libertà di essere madri”: i nuovi fascisti si appropriano dei nostri riferimenti e delle nostre parole, per mostrarsi più accettabili ma mantenendo gli strumenti di sempre: violenza e oppressione.

Luca Ragazzi
Quando il cinema queer era invisibile, o quasi

Veloce rassegna dei film italiani che hanno contribuito alla lotta per i diritti LGBTQIA+.

Matteo Albanese
Bisessualità: un orientamento doppiamente al margine

Secondo la comunità gay e lesbica, i bisessuali sono uomini gay velati e le bisessuali donne etero opportuniste. Secondo la società eterosessuale le persone bisessuali sono ingorde e insaziabili a livello sessuale, più portate alla promiscuità e alla non-monogamia. Non c’è da stupirsi che il pensiero bisessuale sia praticamente sconosciuto in Italia. Più invisibilità di così…

Mohamed Maalel
Non sono più un uomo

Un racconto inedito che parla di multiculturalità, identità, invisibilità.

Ali Bravini
Fuori dai binari: una prospettiva che sfida le convenzioni di genere

Se un Dio esiste è sicuramente non binario. Allora chi siamo noi umani per pretendere di doverci descrivere come maschi o femmine? E’ necessario restituire consistenza a prospettive invisibilizzate da un binarismo imposto che da secoli caratterizza la nostra cultura e spesso anche la visione della nostra comunità LGBTQIA+.

Roberto Gualtieri
40 anni di storia nella città di Roma

L’obiettivo dell’Amministrazione romana è quella di rendere la città sempre più accogliente, giusta e in ascolto. Una sfida che deve essere vinta assolutamente.

Egizia Mondini e Alessandro Michetti
The Luxurian Age of Muccassassina

Intervista a Vladimir Luxuria, ex direttrice artistica di Muccassassina. Per scoprire come nasce un mito.

Antonia Caruso
In questa notte tutte le vacche sono gay

Chissà se a Mario Mieli avrebbe fatto piacere diventare mariomieli, martire, eroina, poeta e anche stencil. Antonia Caruso ha tratteggiato per noi un suo personalissimo ritratto, irriverente, ironico, punk, di quel Mario Mieli di cui portiamo il nome da 40 anni. Un Mario Mieli eccessivo ma mai eccedente. 

Monica Cirinnà
Unioni civili, divisioni politiche

Più che il percorso di una legge, un’epopea omerica, fatta di insidie, tradimenti e successi che alla fine hanno portato al (desiderato?) approdo. A ripercorrerlo insieme a noi è Monica Cirinnà.

Mario Colamarino
Il Mario Mieli è di nuovo Aut

Il Magazine del Circolo è tornato in circolazione, stavolta on line. Il Presidente del Circolo Mario Mieli, in veste di editore, ci spiega la spinta che ha portato a questo ritorno.

Isabella Borrelli
Si è fr**i anche per il culo degli altrə

Chi era Mario Mieli? L’intellettuale, il filosofo, lo scrittore, l’avanguardista? A proporci una sua rilettura è Isabella Borrelli, attivista lesbofemminista intersezionale.

Vanni Piccolo
Da AMOR al Mieli

Il Circolo Mario Mieli secondo Vanni Piccolo, presidente dal 1984 al 1990.

Deborah Di Cave
La storia di un circolo a cui devo anche un po’ la mia

La prima presidentessa nella storia del Mario Mieli ci racconta il suo Circolo.

Sebastiano Secci
Pride e Resistenza

Era il 2019 e gridavamo: chi non si accontenta lotta. A raccontarcelo, l’allora presidente Sebastiano Secci.

Rossana Praitano
Anniversario di rubino

Rosso come il rubino simbolo di quest’anniversario e come la passione per l’attivismo politico della ex presidentessa Rossana Praitano

Emiliano Metalli
Teatro di lotta: Norme, Traviate e Mieli on stage

Una retrospettiva su Mario Mieli drammaturgo. Perché sì, fu anche questo.

Emiliano Metalli
Mario Mieli autore, regista, costumista, scenografo, truccatore: qualcosa di magico

Osserviamo Mario Mieli attraverso la lente del teatro: una figura di intellettuale complesso, agitatore culturale, politico dissacrante, controcorrente, avanguardista, spesso inarrivabile e in anticipo su temi e metodologie. 

Francesco Paolo Del Re
Dalla Luna ai Faraoni, fotografando il mio amico Mario

Regista, autrice di documentari, giornalista: Maria Bosio era amica di Mario Mieli e l’autrice di alcune delle fotografie più famose dell’intellettuale. Questa è un’intervista esclusiva per Aut nella quale ci racconta un Mario Mieli inedito, da vicino.

Ilaria Di Marco
Una rivoluzione che ha ancora molto da dire

Dal 28 giugno al 30 luglio, alla Pelanda di Roma, la mostra RIVOLUZIONARI3 — 40 anni del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli. Ce ne parla la curatrice.

Egizia Mondini
L’editoriale

Siamo tornati a casa.

Chiara Sfregola
Orgoglio all’italiana

Siamo in marcia da quasi 50 anni ma la meta non l’abbiamo ancora raggiunta. Chiara Sfregola ripercorre per noi la storia del pride in Italia, attraverso le parole di chi queste manifestazioni ha contribuito a organizzarle, animarle e, in primo luogo, immaginarle.

Cristina Leo
Transgender: guerrier* senza corazza

“La pratica femminista dell’autocoscienza, del partire da sé, mi impone di parlare per me stessa, non per le altre e gli altri, ma semmai insieme alle altre e agli altri”.

Claudio Mazzella
Il Pride al tempo del Covid

Il Pride del 2021 fu quello del ritrovarsi, del guardarsi finalmente non più attraverso uno schermo o con la linea che cade continuamente. Tornavamo a toccare, stringerci e guardarci negli occhi.

Egizia Mondini
The Greatest Show Ever

Intervista a Diego Longobardi, direttore artistico di Muccassassina dal 2005.

Leila Daianis
Il colpo d’ala della libellula

È il 1978. Un nuovo paese, una vita nuova. Più facile? Decisamente no. Ma ho cercato di fare la differenza. E forse ci sono riuscita.

Imma Battaglia
La politica, la passione, il World Pride

Nel suo nome quasi un destino: Battaglia. Contro quello che ritiene ingiusto, a favore di chi non può difendersi. Ci racconta il suo più grande successo: il World Pride del 2000 a Roma.

Marilena Grassadonia
Sulla strada dei diritti

Il saluto e l’augurio di Marilena Grassadonia, Coordinatrice Ufficio Diritti LGBT+ di Roma Capitale.

Egizia Mondini e Alessandro Michetti
La forza della nostra storia. Intervista ad Andrea Pini

In questa intervista Andrea Pini, presidente del Circolo Mario Mieli dal 1990 al 1993, ci racconta la nascita del Circolo Mario Mieli.

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