AUT Magazine

Il nostro percorso di procreazione medicalmente assistita 

di Roberta Ortolano
Un viaggio intimo attraverso le sfide della maternità lesbica: un racconto di coraggio, speranza, resistenza e determinazione con il sogno di diventare genitori.
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Io non farò mai figli – urlavo orgogliosa e ribelle quando ancora da adolescente mi pensavo eterosessuale. Era il mio modo di trasgredire, di restare nell’alveo di una diversità che potevo sostenere, di ribellarmi al costrutto secolare che voleva e vuole le donne destinate inesorabilmente alla procreazione. 

Quando mi sono scoperta lesbica ho cominciato a pensare, con lo stesso cipiglio, che dato che la riproduzione lesbica è ampiamente osteggiata, oltre che imprevista dal modello famigliare dominante, invece allora sì, i figli li avrei fatti. 

Avevo una ventina d’anni e già, come tutte, con intensità e gradi diversi, avevo affrontato alcuni degli effetti più spaventosi del patriarcato.

In questi anni mi sono avvicinata e allontanata all’idea di accedere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita – l’unica via per me possibile per una gravidanza – andandoci qualche volta vicinissima e sentendomene poi tirata via come da un elastico. Occorrono moltissimi soldi, una certa stabilità interiore, oltre che sentimentale, non facile da raggiungere. D’altra parte il femminismo mi insegna che non è la maternità a definire la mia femminilità o peggio il mio valore, il pianeta in fondo non ha realmente bisogno di altri esseri umani, anche se in Italia il crollo demografico dovesse lasciare solo anziani e anziane, il cambiamento climatico ci promette scenari apocalittici e non è la famiglia, stretta attorno alla coppia, il mio orizzonte sociale e politico. Ribadivo dentro di me ciò che era sempre stato l’ovvio, eppure il desiderio è un logorio irrazionale, un tarlo che rosicchia le barriere culturali, qualunque esse siano. Del resto, come scrive Toni Morrison in Amatissima, “arrivare in un posto dove uno poteva amare tutto quello che voleva – senza dover chiedere il permesso di desiderarla – be’, ecco, quella sì che era libertà.” Ecco, il desiderio non chiedeva il permesso a nessuna razionalità. 

La vita sulla soglia spaventosa dei quarant’anni mi ha regalato improvvisamente una nuova e inaspettata relazione stabile che ha rafforzato il pensiero silenziato. La mia compagna non ci aveva mai pensato, ma piano piano è scivolata con me in questa visione. 

Un pomeriggio mi ritrovo a digitare su google: lesbiche, maternità. Viene fuori un numero da chiamare, prenoto un appuntamento telefonico. Dentro di me penso che sia una bufala. Sono incredula. Non posso ancora pienamente concederlo a me stessa. La voce femminile dall’altra parte del cellulare ci dà informazioni sulle cliniche europee: la Spagna, la Germania, la Danimarca. E’ la Germania quella che attrae subito la mia attenzione perché, a differenza della Spagna, offre la possibilità di avere un donatore aperto. Questa è una scelta personale, per le ragioni più varie. A noi istintivamente l’anonimato fa paura, vogliamo lasciare all’eventuale figlio o figlia la libertà di scegliere se conoscere o meno l’identità del donatore, fosse solo per semplice curiosità. La signora al telefono ci dice che il percorso tedesco è molto più difficile, ci sembra scoraggiante, ma noi vogliamo provare lo stesso, è tutto talmente surreale e avventuroso che siamo pronte ad affrontare questa scalata insieme. Ci viene organizzato un incontro on line con una clinica di Berlino. Nella città del conflitto del secondo dopoguerra non sono mai stata, così indugio, come spesso mi capita, con il pensiero magico, figurando risignificazioni storiche, intrecci di angeli caduti da quel cielo sopra Berlino. Non so se queste fantasie ci aiutino a galleggiare nelle ingiustizie che viviamo o contribuiscano in fondo all’assuefazione, all’evasione pericolosa dalla realtà. La verità è che io di PMA non sapevo assolutamente nulla. E pochissimo anche del mio apparato riproduttivo. La società, la cultura che mi ha accolta nel mondo in nessun modo ha facilitato il mio approccio alla questione. Come lesbica la via della maternità è semplicemente preclusa, dunque nessuna informazione ci raggiunge. La nostra è una ricerca di fortuna, di conoscenze, di passaparola, di sottobanco. Si tratta di temi tabù anche per le coppie eterosessuali del resto, le quali più spesso ne fanno ricorso tenendolo nascosto. Sul tema leggerò in seguito due libri che trangugerò, come se fossero acqua nel deserto, una raccolta di testimonianze e un romanzo, In fondo al desiderio. Dieci storie di procreazione assistita di Maddalena Vianello (edizioni Fandango) e Cose che non si raccontano di Antonella Lattanzi (edizioni Einaudi). Sono molto grata al coraggio e alla determinazione di queste scrittrici e delle donne che, regalando la loro esperienza, hanno rotto la cortina di ferro sul tema. Il coraggio è contagioso e senza di loro non avrei trovato le parole io. 

La dottoressa di Berlino è gentile e disponibile, i termini tecnici inglesi sono tanti, vorremmo la possibilità di avere un dialogo intimo e spontaneo, ma ce la caviamo, mi vengono innanzitutto prescritte le analisi per valutare i livelli ormonali e delle ecografie. Qui comincia l’avventura. 

Prenotare le analisi in concomitanza con il ciclo, cercare uno o una ginecologa lgbtq friendly, senza pensare che sarebbe stato forse più funzionale averne anche una esperta di PMA. Scegliere una banca del seme e un donatore, contattare un avvocato tedesco per la documentazione richiesta. Un percorso che si può fare solo a piccolissimi passi e senza guardare lo strapiombo. Le analisi mostrano che la mia riserva ovarica negli ultimi cinque anni è caduta in picchiata. Della mail successiva della dottoressa ricordo solo la prima parola: unfortunately. Le inseminazioni artificiali hanno una percentuale molto bassa di riuscita, soprattutto nelle mie condizioni, e la dottoressa ci consiglia di tentare la via della fecondazione in vitro, che prevede una stimolazione ovarica e un monitoraggio ecografico specialistico. Il tutto richiede una permanenza a Berlino di almeno dieci giorni e rimandiamo all’estate successiva. Nel frattempo ordineremo dalla Germania degli ormoni che agevolano i livelli di fertilità e dall’Olanda le costosissime punture che devono essere rigorosamente conservate in frigo. Intanto la fantasia non può che navigare, come appagamento dalla fatica. In Germania ci sono solo bambine e bambini, novelli Hansel e Gretel che noi salveremo dal bosco. Sbucano da ogni dove, corrono felici per le strade, svettano nei carrozzini plurigemellari. Trascorriamo due settimane facendo le punture che non sappiamo fare nei bagni dei locali queer o dei musei, discutiamo di nomi nelle pause. Io non bevo alcolici. Del cosiddetto pick-up, cioè dell’intervento per il prelievo degli ovociti, nonché della mia prima anestesia totale, ricordo solo due cose: la voce della dottoressa che al risveglio mi dice: seven, sette follicoli; e la lacrima che mi scende quando resto sola nella stanza. Qualcosa di traumatico mi è accaduto, anche se dormivo. Il giorno del transfer mi sento come una leonessa, un percorso lunghissimo mi ha portato lì, e io ho inspiegabilmente tutta l’energia dell’universo, è il giorno prima di San Lorenzo, anche se nel cielo nuvolo di Berlino non si vede nemmeno una stella. Mi vengono impiantati due blastocisti di buona qualità, un terzo verrà congelato. Su cosa debba succedere nelle ore successive ci sono diverse teorie: c’è chi raccomanda l’immobilità per 24 ore, chi dal giorno successivo e per tre giorni, ma a noi piaceva molto il metodo tedesco. La dottoressa è chiara: enjoy. Fate la vostra vita tranquillamente, certo magari evita di fumare o la cocaina… Sorrido, non fumo né uso cocaina. La dottoressa prosegue: questi accorgimenti non fanno altro che colpevolizzare la donna, quando la responsabilità del non attecchimento è soprattutto dell’embrione. Il resto è praticamente già dolce attesa. Impossibile non cadere nel tranello, siamo così stanche, che dobbiamo avercela fatta per forza, anche se conosciamo le percentuali di riuscita. La famiglia, gli affetti e le amiche ci sostengono, senza di loro tutto questo sarebbe stato impensabile. Le reti di sfamiglie su cui contiamo e che amiamo. Abbiamo parlato con tutte, non ci siamo risparmiate. 

Quando ricevo il risultato negativo delle analisi piango disperatamente. Ci troviamo in Abruzzo a casa di mia madre. Decidiamo in un moto di rivalsa improvviso di andare al mare, io porto gli occhiali da sole, non rispondo a nessuno, piangerò per tre giorni di seguito. Il sangue mestruale scorre nei giorni successivi, decido di non raccoglierlo, voglio che macchi il bagnasciuga, che tutti lo vedano. Anche la mia compagna crolla la mattina dopo. 

Il secondo transfer autunnale, ugualmente non andato a buon fine, mi darà meno dolore, lo accolgo ormai con un certo disincanto. 

Oggi mentre, unite come prima, ci accingiamo a ricominciare tutto daccapo: visite, viaggi, punture, analisi, spese stellari, tra sensi di colpa, rimuginii, sbalzi ormonali e pesi di varia natura, cerco sollievo nella scrittura, nella consapevolezza che la nostra voce è quella di tante – di tutte – nella certezza del rifiuto del silenzio. 

Mentre eravamo a Berlino abbiamo partecipato alla dyke march, ai pride, al sit-in di fronte all’ambasciata italiana promosso in varie città europee dalla Comunità Lesbica dell’Europa e dell’Asia Centrale (EL*C) in solidarietà con le italiane, che nel frattempo osservavano attonite la restrizione dei propri diritti e contemporaneamente l’approvazione alla Camera del disegno di legge che criminalizza la gestazione per altri e altre, e la cosiddetta compravendita estera di gameti. L’inverosimile, se si considera che già la legge che regolamenta la procreazione medicalmente assistita in Italia, la legge 40, con tutte le sue restrizioni (per le lesbiche, per le donne single e non solo) è una vergogna in uno Stato che si dice costituzionalmente laico. Atroce pensare che questa lunga strada, per le fortunatissime che possono festeggiarla con un lieto fine, conduca poi le coppie dritte verso tutte quelle altrettanto lunghe trafile giudiziarie che da sempre investono le famiglie arcobaleno e il riconoscimento dei diritti di entrambe le madri, dei loro figli e figlie. Non ce la faremmo mai se al di là della staccionata non ci fosse la vita stessa, la nostra sopravvivenza, la nostra dignità, i legami che tessiamo, i desideri, e il mondo più giusto per il quale continueremo a lottare. 

[Foto di Deon Black]

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Egizia Mondini
L’editoriale – Nuove mappe per orientarsi

C’è venuta voglia di indagare nuove geografie, zoomando sui dettagli, sbirciando dentro i vicoli delle nostre sfumature, vedendo fino a che punto ci siamo spinti alla scoperta di nuovi territori, ridisegnando la mappa del nostro ecosistema. Ne è emersa una nuova cartografia della comunità lgbtqia+, e non solo, intrigante e stimolante, ma con confini mai troppo definiti. Non vi resta che sfogliare l’atlante insieme a noi.

Isabella Borrelli
Il linguaggio inclusivo fa schifo

“Vi inventate sempre nuove parole” è l’accusa più diffusa e fessa mai fatta alla comunità lgbtqia+. Il linguaggio neutro ha provato a proporre nuove mappature che scardinassero il maschile universale. L’utilizzo di linguaggi neutrali e non binari ha avvistato una nuova terra del linguaggio queer. La rottura del paradigma, della norma e del cambiamento è invece non solo qualcosa a cui aspirare ma una pratica politica. E’ anche attraverso il cambiamento e sovvertimento del linguaggio che pratichiamo la nostra dissidenza. E affermiamo la nostra esistenza. 

FRAD
Non si può più dire niente?

Sembra l’argomento del momento, anche in bocca a chi ancora fa fatica a capirne il senso. Un senso prima ancora umano che politico. E allora noi, abbiamo pensato di prenderci anche un po’ in giro. Per non farci dire che ci prendiamo sempre e solo troppo sul serio. E chi meglio di FRAD poteva riuscirci? Ma davvero con noi persone LGBQTQIA+non si può più dire niente? E non si può scherzare? Per fortuna ci sono le vignette di Frad.

Antonia Caruso
È davvero inclusivo parlare inclusivo? 

Abbiamo iniziato davvero a credere che cambiando le parole sarebbe cambiato il mondo. Se non ché, il resto del mondo continua a non saper né leggere né scrivere e la lingua del futuro non sarà sicuramente l’italiano.

Jennifer Guerra
Il movimento trans-femminista oggi in Italia

Non solo grandi città. Dalle Case delle donne ai centri antiviolenza; l’importante rete di supporto della rete transfemminista italiana cresce nei piccoli centri con oltre 150 gruppi e iniziative.

Gayly Planet
Le nuove geografie del turismo LGBTQIA+

Dai Grand Tour ai Gay Camp: il turismo LGBTQIA+ in Italia racconta la storia della nostra comunità, dall’Ottocento fino ai giorni nostri.

Vincenzo Branà
L’importanza dei pride di provincia

Piccoli centri, grandi Pride: dal caso di Latina a quello di Campobasso, dalla crescita di Ragusa all’abbraccio orgoglioso di Lodi. E se la politica LGBTQIA+ ripartisse da qui?

Alessia Laudoni Moonday_yoga
Mappe corporee: un viaggio affascinante di connessione e consapevolezza 

Chakra e identità, la connessione tra corpo e spirito è un viaggio di consapevolezza e integrazione che porta allo svelamento del proprio sé al resto della comunità.

Livia Patta
Una mappa verso il Sé: le costellazioni familiari

Accettazione e identità, liberando il passato e imparando dal lessico familiare. Il potere dei legami relazionali cambiano vite, costruiscono comunità, generano galassie.

Luca Ragazzi
Guida per orientarsi nelle piattaforme on demand

Se parliamo di mappe per orientarsi, allora sappiamo bene quanto possa essere utile una guida per non perdersi nei meandri labirintici e infiniti dei film a tematica lgbtqia+ delle library delle piattaforme on demand. Questa la nostra.

Alessandro Michetti
Via Balilla, è così che dovrebbe andare il mondo

Esplorando uno dei quartieri più accoglienti della comunità LGBTQIA+ a Roma, protagonista del documentario “Noi qui così siamo” di Maurizio Montesi.

Collettivo “La Gilda del Cassero”
Geografie queer dal pianeta nerd

La Gilda di Bologna da anni promuove i giochi da tavolo come strumento di impatto sociale e politico per le persone LGBTQIA+, battendosi per una giusta rappresentazione e decolonizzazione degli immaginari ludici.

Mohamed Maalel
Palermo è la mappa del mio corpo

Un diario pieno di coordinate alla ricerca di ricordi, aspettative e identità, nella capitale più LGBTQIA+ della Sicilia. Il racconto intimo e personale di un pugliese, per metà tunisino, che lascia la sua terra per un posto tutto nuovo: la Palermo di oggi.

Nicolò Bellon
Guida agli uomini passati di qua

Tra le note di Milva e Dalla, tra le strade di Roma e Biella, il giovane scrittore Nicolò Bellon disegna una mappa di ricordi, sentimenti e malinconie.

Alessandro Michetti
Chieti, la provincia che vive in mille città

Vivere l’identità LGBTQIA+ nei piccoli centri e il bisogno di spazi sicuri e protetti dall’omotransfobia: un’intervista al consigliere Arcigay di Teramo, Fabio Milillo.

Edoardo Tulli
Per una città diversa in una società di uguali

Una lotta che dal 1994 arriva a oggi: un progetto di riqualificazione per rompere i confini e accogliere la comunità del Palazzo Mario Mieli nel quartiere San Paolo a Roma.

Giacomo Guccinelli
Asessualità e aromaticismo. Identità politiche e narrativa dell’assenza

Le persone aroace, asessuali e aromantiche, sono identità che problematizzano, mettono in dubbio e si sottraggono da ciò che la maggioranza pensa sia normale all’interno delle dinamiche relazionali. Disegnando nuove geografie dei rapporti.

Simone Gambirasio
Corpi disabili, corpi invisibili

I luoghi di visibilità LGBTQIA+ sono davvero così accessibili per le persone con disabilità?

Antonia Caruso
Occhio non vede, cuore non vota

L’invisibilità si crea con l’esclusione dal campo visivo, è un processo attivo e selettivo per annullare l’essenza dell’altro. Ed è soprattutto all’interno della popolazione trans che troviamo un gatekeeping interno.

Stephan Mills
Il mio corpo intersex invisibile

Perché così poche persone conoscono la realtà intersex? E’ tempo di rendere più visibile una realtà ancora troppo poco conosciuta: quella dei corpi intersex. Un percorso di lotta per ottenere i cambiamenti desiderati e di accettazione degli aspetti che non vogliamo cambiare. 

Egizia Mondini e Alessandro Michetti
L’editoriale: Invisibili

Essere visibili è un atto politico, di autoaffermazione, autodeterminazione e affrancamento, ma anche un’urgenza esistenziale, oltre che di condivisione. Perché “fuori dalla collettività c’è solo la mitomania”. 

Aldo Mastellone
Comunità trans nello sport: quando rendersi visibili è rivoluzione

La situazione delle persone LGBTQIA+ nello sport agonistico. Intervista a Guglielmo Giannotta, Presidente di ACET, Associazione per la Cultura e l’Etica Transgenere.

Ambra Angiolini
Come la politica e l’economia sfruttano la nostra invisibilità

Far tornare le nostre diverse identità gli unici luoghi davvero interessanti da visitare, è la rivoluzione che dobbiamo mettere in atto.

Francesco Lepore
Sacerdoti omosessuali al bivio

Da una voluta invisibilità al bisogno di coming out. Anche in Vaticano.

Daniele Coluzzi
L’omosessualità nella letteratura italiana: una storia di invisibilità

Da Michelangelo a Tasso, come gli artisti hanno usato le loro opere per celebrare i propri amori.

Paolo Di Lorenzo
Il “cucciolo” che spaccò l’America in due

Il coming out di Ellen DeGeneres e una Hollywood piena di armadi che non fu più la stessa.

Loredane Tshilombo
Black Queerness: quando sei abituato a essere invisibile

Nella presunta visibilità queer conquistata c’è l’invisibilità delle persone non bianche: il dibattito politico e la sfida del rispetto sociale in una società che riesce a convivere con più di venticinquemila persone black and brown morte o disperse nel Mediterraneo negli ultimi dieci anni.

Luca de Santis
Come sta cambiando l’identità fascista

I simboli nostalgici si legano a felpe alla moda, gli smartphone branditi al posto di bibbie e crocifissi, spariscono le divise militari scoprendo corpi muscolosi e cappelli di pelliccia. “Etero Pride”, “All lives metters”, “Libertà di essere madri”: i nuovi fascisti si appropriano dei nostri riferimenti e delle nostre parole, per mostrarsi più accettabili ma mantenendo gli strumenti di sempre: violenza e oppressione.

Luca Ragazzi
Quando il cinema queer era invisibile, o quasi

Veloce rassegna dei film italiani che hanno contribuito alla lotta per i diritti LGBTQIA+.

Matteo Albanese
Bisessualità: un orientamento doppiamente al margine

Secondo la comunità gay e lesbica, i bisessuali sono uomini gay velati e le bisessuali donne etero opportuniste. Secondo la società eterosessuale le persone bisessuali sono ingorde e insaziabili a livello sessuale, più portate alla promiscuità e alla non-monogamia. Non c’è da stupirsi che il pensiero bisessuale sia praticamente sconosciuto in Italia. Più invisibilità di così…

Mohamed Maalel
Non sono più un uomo

Un racconto inedito che parla di multiculturalità, identità, invisibilità.

Ali Bravini
Fuori dai binari: una prospettiva che sfida le convenzioni di genere

Se un Dio esiste è sicuramente non binario. Allora chi siamo noi umani per pretendere di doverci descrivere come maschi o femmine? E’ necessario restituire consistenza a prospettive invisibilizzate da un binarismo imposto che da secoli caratterizza la nostra cultura e spesso anche la visione della nostra comunità LGBTQIA+.

Roberto Gualtieri
40 anni di storia nella città di Roma

L’obiettivo dell’Amministrazione romana è quella di rendere la città sempre più accogliente, giusta e in ascolto. Una sfida che deve essere vinta assolutamente.

Egizia Mondini e Alessandro Michetti
The Luxurian Age of Muccassassina

Intervista a Vladimir Luxuria, ex direttrice artistica di Muccassassina. Per scoprire come nasce un mito.

Antonia Caruso
In questa notte tutte le vacche sono gay

Chissà se a Mario Mieli avrebbe fatto piacere diventare mariomieli, martire, eroina, poeta e anche stencil. Antonia Caruso ha tratteggiato per noi un suo personalissimo ritratto, irriverente, ironico, punk, di quel Mario Mieli di cui portiamo il nome da 40 anni. Un Mario Mieli eccessivo ma mai eccedente. 

Monica Cirinnà
Unioni civili, divisioni politiche

Più che il percorso di una legge, un’epopea omerica, fatta di insidie, tradimenti e successi che alla fine hanno portato al (desiderato?) approdo. A ripercorrerlo insieme a noi è Monica Cirinnà.

Mario Colamarino
Il Mario Mieli è di nuovo Aut

Il Magazine del Circolo è tornato in circolazione, stavolta on line. Il Presidente del Circolo Mario Mieli, in veste di editore, ci spiega la spinta che ha portato a questo ritorno.

Isabella Borrelli
Si è fr**i anche per il culo degli altrə

Chi era Mario Mieli? L’intellettuale, il filosofo, lo scrittore, l’avanguardista? A proporci una sua rilettura è Isabella Borrelli, attivista lesbofemminista intersezionale.

Vanni Piccolo
Da AMOR al Mieli

Il Circolo Mario Mieli secondo Vanni Piccolo, presidente dal 1984 al 1990.

Deborah Di Cave
La storia di un circolo a cui devo anche un po’ la mia

La prima presidentessa nella storia del Mario Mieli ci racconta il suo Circolo.

Sebastiano Secci
Pride e Resistenza

Era il 2019 e gridavamo: chi non si accontenta lotta. A raccontarcelo, l’allora presidente Sebastiano Secci.

Rossana Praitano
Anniversario di rubino

Rosso come il rubino simbolo di quest’anniversario e come la passione per l’attivismo politico della ex presidentessa Rossana Praitano

Emiliano Metalli
Teatro di lotta: Norme, Traviate e Mieli on stage

Una retrospettiva su Mario Mieli drammaturgo. Perché sì, fu anche questo.

Emiliano Metalli
Mario Mieli autore, regista, costumista, scenografo, truccatore: qualcosa di magico

Osserviamo Mario Mieli attraverso la lente del teatro: una figura di intellettuale complesso, agitatore culturale, politico dissacrante, controcorrente, avanguardista, spesso inarrivabile e in anticipo su temi e metodologie. 

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