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Disco Bambino, o dell’Italia che borbottava ma permetteva

di Stefano Mastropaolo
Molto prima che la TV cedesse alla pornografia del dolore e ai plastici del lutto, esisteva un’Italia al contempo bacchettona e permessiva, capace di mandare in onda il paganesimo in prima serata e mascherarlo da varietà. È da questo scarto tra il decoro di facciata e la pura audacia visiva che nasce Disco Bambino, il progetto digitale che trasforma Instagram in un lucido archivio dell'ossessione pop tra meteore dimenticate, fallimenti sublimi e icone immortali. In questa intervista, il suo ideatore Giuseppe Savoni ci guida dietro le quinte di un’epoca in cui la trasgressione era una forma d'arte, un'illusione necessaria e un'irripetibile comunicazione segreta dal futuro. Tra Stryx, Raffaella, Moana e canzoni durate meno del proprio minutaggio, l’Italia costruiva un immaginario queer e camp prima di vergognarsene e chiamarlo trash.
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Prima che la televisione diventasse pornografia del dolore, prima che ogni lutto avesse il proprio salotto, ogni separazione un plastico e ogni trauma una telecamera pronta a trasformarlo in contenuto, esisteva un’Italia in cui il pomeriggio poteva essere interrotto da una donna vestita come una lampada di Venini che cantava una canzone sul cosmo, sul sesso o su entrambe le cose senza che nessuno sentisse il bisogno di convocare uno psicologo. Era un’Italia democristiana, cattolica, perbenista, ferocemente normativa, ma attraversata da una contraddizione che oggi appare quasi commovente: borbottava, condannava, si segnava, però permetteva.

Permetteva Stryx. E già questo dovrebbe bastare a riscrivere almeno metà della storia culturale del Paese. Stryx non sembrava un programma televisivo, ma una riunione condominiale tra streghe, fauni, corpi seminudi, creature mitologiche, ballerini posseduti e signore che avrebbero potuto celebrare un sabba o presentare una televendita di creme drenanti con la stessa autorevolezza. Non era semplicemente varietà, e neppure trasgressione nel senso ormai esausto del termine. Era un’interferenza. Un oggetto apparso quasi per errore nella televisione pubblica di uno Stato che si dichiarava cattolico e trasmetteva il paganesimo in prima serata.

La televisione italiana di quegli anni funzionava spesso così: produceva immagini che la società non avrebbe saputo nominare e poi le lasciava circolare tra il telegiornale, la pubblicità del dado, la messa domenicale e il pranzo in famiglia. Il corpo poteva essere mostruoso, erotico, esagerato, artificiale. La femminilità diventava un dispositivo ottico, la maschilità si lasciava decorare, il desiderio passava sotto la porta mentre la famiglia tradizionale era impegnata a lamentarsi del volume.

Disco Bambino riapre quella porta. Lo fa su Instagram, cioè nel luogo che avrebbe dovuto consegnarci definitivamente alla smemoratezza, alla successione infinita di immagini senza peso e che invece, nelle mani giuste, può trasformarsi in un archivio dell’ossessione. Non un archivio neutro, ordinato, disinfettato dall’affetto. Non la teca in cui il passato viene disposto per impedirgli di disturbare il presente. Disco Bambino è un archivio della nostalgia e contemporaneamente una fonte di ricerca, mosso da una combinazione molto più fertile della semplice competenza: il giusto distacco e la giusta dose di fanatismo nostalgico. Senza distacco la nostalgia diventa arredamento. Senza fanatismo, la ricerca diventa una pratica amministrativa. Bisogna amare abbastanza un’immagine da inseguirla per anni, ma anche guardarla con sufficiente lucidità da comprendere che non tutto ciò che ci ha formato era un capolavoro. Alcune cose erano meravigliose. Altre erano terribili. Le più interessanti riuscivano a essere entrambe. Disco Bambino abita precisamente quel territorio: la zona instabile in cui il brutto smette di essere il contrario del bello e diventa una sua forma più eccitata, il kitsch perde la funzione di insulto e torna a essere un sistema culturale, il trash non significa spazzatura ma un sottogenere dell’assurdo dotato di codici, gerarchie, sacerdotesse e miracoli minori.

Un tempo sapevamo che il trash era una categoria estetica. Poi abbiamo iniziato a usarlo per definire tutto ciò che ci metteva a disagio, come fanno le persone senza vocabolario quando incontrano qualcosa che non possono controllare. Abbiamo confuso il trash con la volgarità, il kitsch con la cattiva qualità, il popolare con l’incolto. Ma il vero trash non è semplicemente ciò che è fatto male. È ciò che devia dal proprio stesso progetto, ciò che precipita oltre le intenzioni, ciò che produce un’eccedenza talmente sproporzionata da diventare memorabile. È una canzone che ambisce al futuro e arriva in una palestra comunale di provincia, ma ci arriva con tre ballerini argentati, una tastiera, una piramide di plexiglas e la convinzione di aver appena stabilito un contatto con Saturno.

È Musica spaziale di Patrizia Pellegrino. Non serve trasformare Patrizia Pellegrino nella grande soubrette rimossa dalla storia nazionale. Sarebbe una falsificazione e, soprattutto, un gesto molto meno camp di quanto sembri. Il camp non ha bisogno di promuovere ogni apparizione a capolavoro né ogni interprete dimenticata a genio ostacolato dal sistema. Ha bisogno di riconoscere l’istante in cui un’esperienza marginale, improbabile o persino malriuscita produce un’immagine che nessuna strategia consapevole avrebbe saputo progettare. Musica spaziale non interessa perché dimostrerebbe un talento ingiustamente dimenticato. Interessa perché condensa un’epoca in cui bastava aggiungere un sintetizzatore, pronunciare la parola “cosmo” e indossare qualcosa di metallizzato per dichiararsi emissarie del futuro. Bionda naturale cosmica e cordiale mi vedrai”.

Quel futuro durava spesso quanto una sigla. A volte meno. Disco Bambino recupera anche canzoni che sono durate culturalmente meno della loro stessa durata in minutaggio. Brani entrati in televisione, rimasti sospesi per tre minuti e ventisette secondi, e scomparsi prima ancora che la coda musicale terminasse. Piccoli incidenti industriali, tentativi di costruire una nuova immagine per una cantante, esperimenti di mercato, deviazioni incomprensibili, singoli che non hanno avuto il tempo di diventare successi e proprio per questo oggi ci dicono più dei successi.

Il successo tende a riscrivere la propria storia fino a sembrare inevitabile. Il fallimento conserva invece tutte le cuciture. Giorno popolare di Viola Valentino appartiene a questa zona preziosa. Un titolo che potrebbe annunciare una manifestazione di partito, una festa dell’Unità, una puntata di Domenica In o il seminario conclusivo di un corso alla Sorbona sulle forme di aggregazione del desiderio nelle democrazie occidentali. Il testo possiede quella qualità tipica di certo pop italiano: sembra semplicissimo finché non si prova a capire davvero che cosa stia dicendo. A quel punto si apre una voragine. Amore, massa, quotidianità, esposizione, appartenenza. Tutto dentro una canzone che probabilmente molte persone hanno ascoltato mentre apparecchiavano la tavola, senza sospettare di trovarsi davanti a una lezione mascherata da ritornello. È mezzogiorno di un giorno popolare, nel ristorante gestione familiare. E dopo uno spaghetto scarso e scivoloso tutti speriamo in un secondo muscoloso.”

Poi c’è Video sogni di Marina Occhiena, titolo che sembra nominare la materia stessa di quella televisione: non il sogno tradotto in immagini, ma il video che comincia a sognare al posto nostro, producendo corpi, desideri e celebrità destinate a esistere soltanto finché attraversate dal segnale. Il sogno non appartiene più soltanto a chi guarda. È fabbricato dallo studio, dalla luce, dal costume, dalla posa, da una canzone che può anche scomparire immediatamente, purché lasci dietro di sé un’immagine abbastanza ostinata da continuare a vivere nella memoria. Marina Occhiena non deve necessariamente tornare come una diva sottratta ingiustamente al proprio destino. Basta quella sospensione, quel momento in cui il video sembra prometterle una seconda esistenza mentre sta già preparando la dissolvenza. È la crudeltà specifica del pop: concedere a qualcuno la forma della celebrità senza garantirgli il tempo per abitarla. Il computer ha detto che con te avrò fortuna. Video baci sopra onde fantastiche. Non ti sbagli, tra i capelli ho stelle, stelle!”.

Ma l’archivio di Disco Bambino non è composto soltanto da fallimenti sublimi, deviazioni industriali e canzoni precipitate nell’oblio prima ancora che il pubblico riuscisse a impararne il ritornello. Recupera anche momenti di autentica sperimentazione, quelli in cui il pop italiano non inseguiva semplicemente il futuro, ma contribuiva a costruirlo.

I Matia Bazar che entrano nella fase synth non aggiungono qualche tastiera a un impianto già conosciuto. Modificano lo spazio stesso della canzone, trasformando la voce di Antonella Ruggiero in una presenza astratta, glaciale e sensuale, qualcosa che sembra provenire da una tecnologia non ancora inventata. In quella traiettoria il pop italiano smette di essere soltanto melodia vestita alla moda e diventa ambiente, tensione, superficie elettronica. Non si limita a importare il futuro: gli fornisce una voce.

Loredana Bertè attraversa le proprie evoluzioni come se ogni disco dovesse distruggere l’immagine prodotta dal precedente. Il corpo, la voce, il reggae, il rock, l’elettronica, la moda non sono accessori di una carriera, ma strumenti di una mutazione continua. Bertè non cambia look per aggiornarsi: utilizza il look per rendere visibile una frattura. Ogni trasformazione contiene una posizione, una nuova maniera di occupare lo spazio, spesso prima che il pubblico abbia terminato di comprendere quella precedente.

Anna Oxa intuisce altrettanto presto che l’identità pop non deve essere coerente, ma esatta nel momento in cui appare. La sua continuità non risiede nella riconoscibilità dell’immagine, ma nella radicalità con cui la abbandona. Ogni Oxa sembra guardare la precedente come qualcosa che non le appartiene più, producendo una serialità della metamorfosi che rende la carriera stessa una pratica performativa.

Rettore, poi, trasforma la sagacia, la crudeltà, il sesso, la fantascienza, la malattia, la deformazione del femminile e il cattivo gusto rivendicato in una lingua personale che ancora oggi viene troppo spesso ridotta alla stravaganza. Come se bastasse dire “eccentrica” per neutralizzare la precisione con cui ha utilizzato il pop per sabotare l’immagine della brava cantante italiana. Rettore non interpreta semplicemente personaggi. Costruisce creature incompatibili con il decoro, corpi che ridono proprio nel momento in cui la morale pretende di essere presa sul serio.

E poi Stefania Rotolo, che merita di essere sottratta una volta per tutte alla categoria pigra della promessa interrotta. Non soltanto una presenza luminosa, non soltanto un volto televisivo sacrificato troppo presto, ma una delle interpreti che hanno tradotto la disco in gesto, postura, attitudine. In lei il corpo non accompagna la musica: la anticipa, la rende visibile, la trasforma in una pratica dello spazio. Piccolo Slam e Tilt non sono semplicemente programmi da recuperare per una serata di nostalgia ben vestita, ma laboratori in cui la televisione italiana prova a immaginare una giovinezza più mobile, meno obbediente, già internazionalizzata eppure ancora costretta dentro il salotto nazionale. La malinconia nasce inevitabile, ma non deve cancellare la precisione di ciò che è esistito. Stefania Rotolo non è soltanto ciò che avrebbe potuto diventare: è ciò che ha già fatto prima che il tempo le venisse sottratto.

Disco Bambino conserva tanto la radicalità consapevole di queste traiettorie quanto la malinconia di chi avrebbe potuto dare molto e ha ricevuto pochissimo tempo: una stagione, un singolo, un’apparizione, talvolta i tre minuti di una canzone e nessuna possibilità di correggere il tiro. È anche un archivio delle carriere non avvenute, delle immagini abbandonate dall’industria prima che potessero trovare una forma compiuta, di interpreti a cui il sistema ha concesso appena il tempo di comparire e poi ha chiesto di sparire. La nostalgia, qui, non nasce soltanto dagli anni che non torneranno. Nasce dalle possibilità che quegli anni hanno mostrato senza permettere loro di diventare futuro.

Raffaella, naturalmente, è una fonte inesauribile di stilettate alla morale. Ogni sua apparizione sembra costruita per rassicurare l’Italia mentre le altera silenziosamente il sistema nervoso. Fetish e materna, amante e fedele, rassicurante e sovversiva, Carrà tiene insieme ciò che la cultura italiana ha sempre preferito separare. Può entrare nelle case all’ora di pranzo con la familiarità di una parente e pochi minuti dopo presentarsi fasciata in un costume che sembra provenire da una fantasia leather corretta per il servizio pubblico. Non ha bisogno di proclamare la trasgressione, perché la inserisce nella disciplina perfetta dello spettacolo, tra una coreografia geometrica, una telefonata in diretta e un sorriso capace di far sembrare innocente quasi tutto. Pronto, Raffaella? portò questa capacità di costruire l’apparizione nel cuore stesso della giornata. Tra un piatto di pasta, il telefono, i fagioli contati nel barattolo e l’Italia che chiamava in diretta, si produceva una forma di intimità pubblica completamente diversa da quella contemporanea. Il privato partecipava alla televisione, ma non veniva ancora smembrato per farne spettacolo. La signora chiamava da casa, raccontava qualcosa, giocava, sbagliava, rideva. Non doveva necessariamente confessare un abuso, una dipendenza, un tradimento o una malattia per meritare attenzione. Il dolore non era ancora diventato la valuta principale dello share. Questo non significa che quella televisione fosse innocente. La televisione non lo è mai. Disciplinava i corpi, costruiva stereotipi, amministrava il desiderio, decideva chi potesse essere guardato e in quale posizione. Ma lasciava ancora uno spazio all’invenzione. Non tutto doveva essere autentico. Non tutto doveva corrispondere alla vita privata. L’artificio non era una colpa da smascherare, ma il contratto stesso dello spettacolo. Raffaella non aveva bisogno di raccontare ogni mattina la propria interiorità per stabilire un rapporto con il pubblico. Bastavano una spallina, un caschetto, una risata, una coreografia e quella precisione quasi militare con cui trasformava la leggerezza in un lavoro durissimo. Il pubblico sapeva che lo spettacolo era costruito e proprio per questo gli credeva. Oggi ci viene chiesto di credere all’autenticità di qualunque cosa, anche quando è illuminata da tre ring light, mediata da un ufficio stampa e montata in quindici tagli. Allora almeno il finto aveva la decenza di vestirsi da finto. È precisamente la capacità di non scegliere tra domesticità ed erotismo a rendere Carrà ancora oggi difficilmente addomesticabile. L’Italia l’ha trasformata in monumento nazionale anche per non dover ammettere fino in fondo quanto sia stata pericolosa. Santificarla come icona rassicurante è stato il modo più efficace per rimuovere la quantità di turbamento che ha fatto entrare nelle case con una naturalezza quasi offensiva.

Per Mina, invece, Disco Bambino deve tornare soprattutto a prima dell’esilio volontario, quando la voce possedeva ancora un corpo pubblico e quel corpo entrava nello studio televisivo come un problema impossibile da risolvere. Mina non era semplicemente elegante, moderna o anticonformista: era sproporzionata. Troppo alta, troppo presente, troppo mobile, troppo ironica, troppo poco disposta a rendersi rassicurante. Ogni apparizione conteneva già la possibilità della sparizione. Poi il corpo si ritira e resta la voce, ma anche lì il materiale non manca: copertine, trasformazioni, travestimenti, baffi, sopracciglia cancellate, immagini che oscillano tra diva assoluta e sabotaggio della diva. Non serve che provi a convincervi di quanto tutto questo sia camp. La pagina la conoscete. Il problema, semmai, è riuscire a uscirne.

Moana appartiene allo stesso paesaggio, anche se l’Italia ha lavorato a lungo per separarla dal proprio immaginario rispettabile, come si nasconde una parente troppo bella nelle fotografie di famiglia. Prima e oltre la pornografia, Moana Pozzi è stata un’immagine pop di precisione assoluta. Voce, posa, trucco, lentezza, gestione dello sguardo. Non chiedeva permesso e soprattutto non offriva la propria presenza come confessione. Esponeva il corpo senza consegnarsi interamente. In un’epoca che avrebbe poi trasformato il privato in materiale estrattivo, Moana conservava qualcosa di inaccessibile proprio mentre sembrava mostrare tutto. L’Italia la guardava, la desiderava, la giudicava e poi tornava a dichiararsi cattolica. È questo il suo grande talento nazionale: consumare ciò che condanna, eccitarsi davanti a ciò che pubblicamente disprezza, permettere purché nessuno pretenda di chiamare le cose con il loro nome. 

La Democrazia Cristiana non ha impedito all’Italia di essere erotica. Le ha insegnato a esserlo con il senso di colpa. E il senso di colpa, quando incontra la televisione, produce forme estetiche molto più complesse della semplice censura. Produce il vedo e non vedo, la battuta a doppio senso, il corpo esibito e immediatamente ricondotto all’innocenza, la showgirl presentata come ragazza della porta accanto mentre indossa un costume progettato per una cerimonia orgiastica su Venere. Si poteva mostrare quasi tutto, purché lo si definisse varietà. Si poteva suggerire il sesso, purché dopo partisse la sigla. Si poteva rendere fragile il genere, purché il conduttore ristabilisse l’ordine con una battuta. Si poteva far entrare l’ambiguità nel salotto, purché restasse una stravaganza e non diventasse una richiesta politica. Il sistema permetteva perché era convinto di poter neutralizzare. Ma le immagini, una volta trasmesse, non rispettano gli accordi presi da chi le ha prodotte. Arrivano nelle case. Vengono viste da bambine e bambini che non possiedono ancora le parole, ma riconoscono una possibilità.

Il queer di Disco Bambino è soprattutto qui. Non nell’applicazione retroattiva di un’identità a qualunque cantante abbia indossato una paillettes, ma nella capacità delle immagini di eccedere il mandato che avevano ricevuto. Un costume destinato a intrattenere poteva diventare una via di fuga. Un corpo costruito per lo sguardo maschile poteva essere letto altrove, imitato, trasformato, sottratto. Una voce, una posa, un gesto considerato ridicolo potevano fornire a qualcuno il primo indizio che esistevano modi differenti di stare al mondo. Il varietà è stato per molte persone un’educazione sentimentale clandestina. Le famiglie guardavano lo stesso programma, ma non vedevano la stessa cosa. Il padre vedeva una bella donna, la madre commentava il vestito, la nonna borbottava, il bambino queer riceveva una comunicazione segreta dal futuro.

Disco Bambino raccoglie quelle comunicazioni. Il nome viene dal brano lanciato da Heather Parisi nel 1979, ma contiene anche una dichiarazione personale: Giuseppe Beppe Savoni racconta che, intorno ai tre anni, il primo giocattolo che chiese fu un disco. Non un’automobile, non un pallone, non l’intero armamentario con cui si addestrano i bambini alla virilità. Un disco. Un oggetto circolare che gira su sé stesso, produce suono e obbliga il corpo a rispondere. La biografia, però, interessa fino a un certo punto. Ciò che conta è il modo in cui quella memoria privata diventa metodo. Beppe Savoni parte dalla propria collezione, segue crediti, autori, arrangiatori, musicisti, produttori, trasmissioni, costumisti, scenografie. Il filmato televisivo non viene trattato come la semplice illustrazione di una canzone, ma come un ambiente completo in cui suono, abito, trucco, gesto, luce, coreografia e regia costruiscono insieme una forma del desiderio.

Disco Bambino non è una pagina in cui dire soltanto quanto fosse bella la televisione di una volta, frase che spesso introduce conversazioni insopportabili. È uno strumento per chi voglia riscrivere con il giusto distacco e la giusta dose di fanatismo la propria infanzia, o persino gli anni che non ha vissuto. Serve a comprendere come siano stati prodotti i desideri, le posture, le paure e le possibilità, ma anche a verificare quanto la memoria abbia aggiunto, tolto, corretto. Il passato digitale viene troppo spesso ridotto a una successione di anniversari: oggi avrebbe compiuto ottant’anni, oggi usciva questo disco, oggi andava in onda quella trasmissione. Disco Bambino, nei suoi momenti più precisi, evita la commemorazione automatica. Mette in rapporto frammenti, nomi, autori, arrangiatori, costumisti, coreografi, etichette, studi televisivi. Mostra che dietro l’apparente leggerezza esisteva un’industria complessa e che persino la più effimera tra le canzoni era il prodotto di lavoro, desiderio, calcolo e accidente. L’effimero non è l’opposto della storia. È una storia che rischia continuamente di scomparire.

Per questo contano anche i brani minori, le esibizioni laterali, i tentativi abortiti, le cantanti apparse per il tempo necessario a lasciare un fermo immagine inspiegabile. Il canone pop è costruito dai successi, ma l’immaginario si forma anche con ciò che ha fallito. A volte soprattutto con quello. Le canzoni dimenticate non hanno avuto il tempo di diventare intoccabili; possiamo ancora osservarne le intenzioni, i difetti, la disperazione promozionale, il desiderio di intercettare un suono internazionale con mezzi locali.

L’Italia disco voleva essere New York, Monaco, Parigi, lo Studio 54, il futuro. Spesso finiva in uno studio RAI con sei metri di moquette, due specchi, una macchina del fumo difettosa e un corpo che ci credeva così intensamente da annullare la distanza. Il camp nasce anche da questa serietà sproporzionata. Non dal prendere in giro chi tentava, ma dal riconoscere la nobiltà e la vertigine del tentativo. L’interprete che canta una canzone spaziale davanti a una scenografia di cartone non è divertente perché non sa di essere ridicola. È magnifica perché, per la durata dell’esibizione, rifiuta l’evidenza materiale dello studio e pretende che quello sia davvero il cosmo. Il camp non ride dall’esterno. Entra nell’astronave.

La distinzione che Beppe Savoni ricostruisce tra Italian disco e Italo disco serve inoltre a liberare questa storia dalla genericità delle compilation balneari. Da una parte una disco italiana ancora legata al soul, al funk, agli arrangiamenti orchestrali, ai musicisti dal vivo; dall’altra l’affermazione progressiva di sintetizzatori, drum machine, computer, DJ e produttori. Nel passaggio non cambia soltanto il suono. Cambia l’idea del corpo: prima immerso dentro un’orchestra, poi proiettato in uno spazio elettronico, artificiale, futuribile. In quella geografia compaiono la Baia degli Angeli, il Kinky, lo Studio 54 di Milano, l’Easygoing di Roma, Discomagic e tutto un sistema notturno che ha contribuito a costruire un’identità internazionale mentre l’Italia ufficiale continuava a fingere di essere seria. La pista da ballo non è un luogo separato dal Paese, ma il laboratorio in cui il Paese prova segretamente le immagini che in pubblico sostiene di non desiderare.

Con Dancing Without You, Sophie Ellis-Bextor alla voce e Nile Rodgers alla chitarra, questo archivio entra in una dimensione apertamente internazionale senza diventare nostalgia di lusso. Rodgers non rappresenta soltanto una citazione autorevole della disco, ma uno degli artefici del suo vocabolario; Ellis-Bextor non viene utilizzata come una figurina revival, ma come la voce capace di attraversare il confine tra memoria e presente senza trasformarlo in una festa in costume. L’orchestrazione disco, l’introduzione recitata in italiano, le aperture synth-pop e il richiamo ai grandi spettacoli televisivi di fine anni Settanta non ricostruiscono filologicamente un’epoca. Ne riattivano la promessa. Il progetto raggiunge una scala nuova, ma conserva il proprio nucleo: la pista come luogo di libertà, connessione, espressione di sé e incontro con chi non è più presente. La nostalgia, in questo senso, non è il desiderio ingenuo di tornare indietro. Quegli anni non torneranno perché è cambiato il sistema che li rendeva possibili: la centralità della televisione generalista, la lentezza della produzione, il rapporto tra anonimato e celebrità, il potere delle case discografiche, l’idea stessa di pubblico. Non tornerà neppure l’attesa. Una canzone poteva essere ascoltata una volta in televisione e poi vivere per anni soltanto nella memoria deformata di chi l’aveva vista. Non esisteva il replay immediato, non esisteva la ricerca istantanea, non esisteva la certezza di ritrovare tutto.

Il passato di Disco Bambino non è migliore. È più strano. È un’Italia capace di produrre Stryx e poi fingere che non sia mai accaduto. Di accogliere Moana nell’immaginario nazionale e continuare a trattarla come un corpo estraneo. Di trasformare Raffaella Carrà in un’istituzione rassicurante dopo averle permesso di destabilizzare per anni il modo in cui il corpo femminile poteva occupare lo spazio pubblico. Di trasmettere ambiguità, erotismo, travestimento, eccesso e poi raccontarsi come una nazione fondata sul decoro. Borbottava, ma permetteva. Oggi, al contrario, tutto sembra permesso e quasi nulla sembra davvero possibile. I corpi sono ovunque, ma vengono sorvegliati da metriche, commenti, piattaforme e narrazioni identitarie obbligatorie. Il privato è diventato pubblico non come liberazione, ma come dovere produttivo. Bisogna raccontarsi, confessarsi, spiegarsi, mostrare la ferita, trasformare l’esperienza in contenuto e il contenuto in capitale emotivo. La televisione che un tempo produceva artifici oggi pretende verità e, per ottenerla, organizza il dolore. Il salotto non ospita più la stranezza: interroga il trauma. Il mostro non è più una creatura mitologica di Stryx, ma la persona indicata dalla cronaca, illuminata, processata, analizzata. L’eccesso non è più un costume: è un dettaglio privato ripetuto fino alla saturazione.

In questa mutazione, anche la parola trash ha perso la propria potenza. Non designa più una zona creativa dell’assurdo, ma una condanna morale pronunciata da chi vuole prendere le distanze senza assumersi la responsabilità di analizzare. Eppure il trash storico aveva una leggerezza crudele, una libertà formale, un rapporto con il fallimento che il presente patinato non possiede. Poteva essere brutto senza dichiararsi alternativo, commerciale senza fingere purezza, ridicolo senza trasformare il ridicolo in un progetto di personal branding. Disco Bambino riapre quel sottogenere dell’assurdo e gli restituisce dignità senza imbalsamarlo. Non sostiene che tutto fosse arte. Dice qualcosa di più interessante: anche ciò che non era arte ha costruito il nostro modo di guardare.

Una tutina sbagliata, una canzone durata una settimana, una soubrette cosmica, una coreografia troppo ambiziosa, una scenografia di specchi, una posa di Moana, una telefonata a Raffaella, Mina che appare già pronta a sparire, Stefania Rotolo che trasforma il movimento in promessa, una cantante a cui il sistema concede tre minuti e nessun domani. Sono frammenti di un Paese che, mentre fingeva di difendere l’ordine, produceva continuamente immagini del disordine. Disco Bambino le raccoglie non per farci tornare bambini, ma per mostrarci che quei bambini stavano già vedendo tutto. Anche ciò che gli adulti sostenevano non fosse lì. I riferimenti al metodo curatoriale, ai progetti musicali e a Dancing Without You sono ricavati dal dossier raccolto su Disco Bambino.

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Ne abbiamo parlato con l’ideatore del progetto, Giuseppe Savoni.

Disco Bambino recupera un’Italia democristiana che borbottava davanti a Stryx, Moana o Raffaella Carrà, ma intanto permetteva che quelle immagini entrassero nelle case. Quella contraddizione apriva davvero uno spazio di libertà oppure era il modo con cui il sistema oncedeva l’eccesso per poi renderlo innocuo?

Penso che la libertà apparentemente concessa dallo spettacolo italiano tra la fine degli anni Settanta e i primi Ottanta, nell’Italia ancora profondamente democristiana, vada letta da due punti di vista. Il primo è una mia interpretazione personale. Come spesso accade nei sistemi politici nei momenti di forte difficoltà, credo sia possibile leggere questa apertura verso l’eccesso, l’erotismo e la trasgressione anche come una possibile strategia di distrazione. L’Italia attraversava disoccupazione, crisi economiche, terrorismo e profonde tensioni sociali e politiche. In questo contesto, una televisione sempre più spettacolare, provocatoria e visivamente eccessiva poteva anche servire a tenere la popolazione occupata, affascinata, quasi ipnotizzata da un universo alternativo. Una sorta di valvola di sfogo: concedere nello spettacolo ciò che difficilmente sarebbe stato concesso nella vita reale, spostando almeno temporaneamente l’attenzione da problemi ben più complessi. Il secondo aspetto riguarda proprio il luogo nel quale questa libertà veniva concessa. Il palcoscenico, la televisione, il cinema, il teatro o persino una canzone rappresentavano una sospensione della realtà e delle sue regole. Quello che poteva essere considerato scandaloso, eccessivo o semplicemente “diverso” nella vita quotidiana diventava accettabile, e spesso persino affascinante, una volta trasformato in spettacolo. È qualcosa che ho sperimentato personalmente. Da bambino partecipavo a festival canori regionali e nazionali e sul palco potevo essere flamboyant, cantare, ballare e indossare gli abiti che mia madre realizzava per me. Quella diversità veniva accettata, applaudita e persino ammirata dagli altri bambini. Ma bastava scendere dal palcoscenico, ancora con gli stessi vestiti, perché la percezione cambiasse e quella stessa diversità potesse diventare motivo di scherno. Ed è forse qui la grande contraddizione di quell’Italia: la libertà esisteva, ma era circoscritta. La trasgressione poteva essere celebrata finché rimaneva dentro la cornice dello spettacolo. Una volta spente le luci e scesi dal palcoscenico, tornavano le regole della società reale.

Francesco Vezzoli ha portato dentro il sistema dell’arte la televisione italiana, le dive, il melodramma, il divismo e tutto ciò che la cultura ufficiale aveva relegato nella zona sospetta del popolare e del kitsch. Tu sembri compiere un’operazione affine nell’ecosistema digitale, trasformando Instagram in archivio, dispositivo curatoriale e luogo di riscrittura critica. Ti riconosci in questo parallelismo oppure la differenza tra il museo e il social modifica radicalmente il modo in cui quelle immagini vengono sottratte all’oblio?

Secondo me il luogo in cui viene presentato un contenuto — che sia un social media, una galleria o un museo — non è il punto fondamentale. Quello che conta è l’interpretazione che ne dà chi lo osserva. Certamente il museo o l’istituzione artistica possono conferire una forma di prestigio, di legittimazione o di elevazione culturale, ma non è questo che mi interessa fare con Disco Bambino. Quello che mi interessa è portare una certa cultura, e soprattutto il lavoro di molti artisti italiani, a un pubblico molto più vasto. Ed è proprio qui che vedo uno degli aspetti più positivi dei social media: la capacità di far viaggiare questi contenuti, raggiungendo persone appartenenti a generazioni, Paesi e contesti culturali completamente diversi, che probabilmente non avrebbero mai avuto occasione di incontrarli. Non a caso, una parte importante del pubblico più affascinato dal mondo di Disco Bambino si trova fuori dall’Italia. Noi italiani siamo in qualche modo cresciuti con questo DNA culturale: quelle immagini appartengono alla memoria dei nostri genitori, dei nostri nonni e spesso anche alla nostra infanzia. Proprio per questo tendiamo talvolta a darle per scontate o, peggio, a liquidarle attraverso categorie come “kitsch” o “trash”. Ed è qui che per me diventa importante la contestualizzazione. Queste definizioni non sono necessariamente intrinseche all’opera: derivano anche da un’educazione culturale che ci ha insegnato a guardare determinati prodotti in un certo modo. Una volta applicata l’etichetta di “trash”, spesso smettiamo persino di osservare ciò che abbiamo davanti e di considerarne il possibile valore artistico. Dietro molte di quelle canzoni, coreografie, scenografie ed esibizioni televisive c’era invece un lavoro enorme. Anche produzioni apparentemente semplici, pop o considerate “di serie B” potevano coinvolgere compositori, arrangiatori, musicisti, coreografi, costumisti e scenografi di altissimo livello, alcuni dei quali provenivano dal cinema, dal teatro, dalla musica orchestrale o da ambiti considerati culturalmente più prestigiosi. Il mio obiettivo con Disco Bambino, quindi, non è “elevare” questi contenuti, perché significherebbe partire dal presupposto che abbiano bisogno di essere elevati. Non è neanche semplicemente renderli accessibili attraverso i social. È raccontarne la storia, ricostruirne il contesto e fornire gli strumenti per guardarli nuovamente. Che si tratti di un disco, di un’esibizione televisiva, di una coreografia o della storia di un personaggio, quello che mi interessa è mostrare perché quel contenuto possa essere straordinario proprio in relazione al momento storico, sociale e culturale in cui è nato. In altre parole, non voglio dire al pubblico che qualcosa che considerava trash è invece arte. Voglio dargli abbastanza elementi perché possa guardarlo di nuovo e decidere da sé.

Nel tuo archivio convivono figure centrali e apparizioni quasi evaporate: canzoni durate culturalmente meno del loro stesso minutaggio, esperimenti folli come Musica spaziale, titoli come Giorno popolare o Videosogni. Che cosa riconosci in un fallimento pop perché meriti di essere sottratto all’oblio?

In realtà non credo esista una regola che possa essere applicata a tutti questi cosiddetti “fallimenti pop”. Ognuno può contenere un elemento interessante per ragioni completamente diverse. Può essere un arrangiamento particolarmente sofisticato, il suono di un sintetizzatore utilizzato nella musica pop in maniera nuova, un costume, una coreografia, un significato nascosto nel testo o semplicemente il modo in cui una determinata canzone viene utilizzata e presentata in un certo contesto. È proprio per questo che ogni elemento che presento attraverso Disco Bambino contiene qualcosa che, se non necessariamente da apprezzare, credo valga almeno la pena di riconsiderare. Perché dietro qualcosa che nel tempo è stato liquidato come “trash” può nascondersi un’intuizione geniale, un esperimento, un dettaglio estremamente innovativo. E poi esistono anche quelle piccole chicche che magari non hanno bisogno di nessuna particolare rivalutazione culturale: sono brillanti semplicemente per il loro valore di intrattenimento. Ed è questo uno degli aspetti che trovo più affascinanti di quel periodo. In un mercato che, per certi versi, aveva meno regole e formule commerciali da rispettare, c’era una maggiore disponibilità a sperimentare, a provare suoni, immagini e idee nuove. Naturalmente non tutti questi esperimenti funzionavano. Ma proprio nel tentativo di creare qualcosa di diverso poteva nascere qualcosa di geniale. Che poi quella cosa sia bella, brutta, sofisticata, kitsch o trash dipende anche dall’interpretazione personale. A me interessa soprattutto quel momento di libertà e di rischio creativo: cercare, dentro qualcosa che magari è stato dimenticato o liquidato troppo velocemente, quel dettaglio che ci costringe a guardarlo una seconda volta.

Per molte persone queer il varietà è stato una forma clandestina di educazione sentimentale: la famiglia vedeva una soubrette, mentre qualcun altro riceveva dal televisore un messaggio segreto sulla possibilità di inventarsi. Quanto il tuo archivio nasce anche dal bisogno di ricostruire quei codici che da bambini comprendevamo senza avere ancora le parole per nominarli?

È sicuramente uno degli aspetti fondamentali di Disco Bambino: ricostruire quei codici che da bambini comprendevamo senza avere ancora le parole per nominarli. Perché non ci formiamo soltanto attraverso le parole. Ci formiamo attraverso le immagini, la musica, i suoni, i colori, i corpi, ma anche attraverso le emozioni e le sensazioni che tutto questo produce. Mi affascina pensare che i ragazzi di oggi, entrando in contatto con questi materiali, possano ricevere a loro volta dei messaggi che non hanno necessariamente bisogno di essere spiegati o descritti. Messaggi fatti di immagini, colori, suoni, gesti ed energia. Magari li interpreteranno in maniera completamente diversa da come li abbiamo interpretati noi, ed è proprio questo che trovo interessante. Perché l’archivio che presento attraverso Disco Bambino non vuole essere qualcosa di statico, chiuso o relegato a un periodo storico che non tornerà più. Non mi interessa la nostalgia fine a sestessa. Per me un archivio è vivo quando riesce ancora a generare qualcosa. Queste immagini, queste musiche e questi documenti appartengono al passato, ma possono continuare a produrre idee nel presente. Possono diventare riferimenti, stimoli, linguaggi da reinterpretare e persino punti di partenza per qualcosa che ancora non esiste. Ed è forse questa la cosa che mi interessa di più: preservare il passato non semplicemente per ricordarlo, ma per permettergli di continuare a contaminare e ispirare le generazioni artistiche di oggi e quelle del futuro.

Oggi “trash” viene usato come insulto, mentre un tempo indicava anche un sottogenere dell’assurdo, con una propria precisione estetica, industriale e persino politica. Dove finisce per te il semplice cattivo gusto e dove comincia invece quel camp serissimo capace di trasformare una scenografia povera, un body argentato e una convinzione smisurata in un’apparizione memorabile?

Faccio spesso molta fatica a separare nettamente il cosiddetto trash dal geniale, perché il nostro modo di giudicare è inevitabilmente legato al tempo in cui viviamo. Quello che oggi consideriamo geniale potrebbe essere percepito come trash tra cinquant’anni, e qualcosa che per anni abbiamo liquidato come trash potrebbe invece essere riletto come estremamente innovativo. Per questo provo sempre a contestualizzare ciò che ascolto e ciò che vedo. Anche la cosiddetta “trashata” può essere figlia di determinate circostanze, di un preciso momento storico, di una richiesta del pubblico o semplicemente del tentativo di rispondere a un certo tipo di mercato. Non riesco quindi ad applicare una regola unica: ogni caso va osservato singolarmente. Naturalmente, quando dietro un progetto ci sono figure che considero particolarmente brillanti nella scrittura, nell’immagine, nello styling, nell’arrangiamento o nella costruzione di un personaggio, per me esiste già un valore aggiunto. Ma anche qui il contesto resta fondamentale. Ci sono artisti che, osservati agli inizi della loro carriera e all’interno del loro universo originale, appaiono estremamente innovativi: per il modo di cantare, di vestirsi, di muoversi o semplicemente di occupare lo spazio pubblico. Gli stessi personaggi, anni dopo, possono essere inseriti in contesti televisivi completamente diversi — per esempio reality o programmi di intrattenimento — e finire per essere percepiti come “trash”, perché ormai separati dal linguaggio e dal momento culturale che li avevano resi rivoluzionari. È per questo che preferisco evitare categorie troppo rigide. Mi interessa essere più analitico, capire da dove arriva un’immagine, perché esiste, cosa rappresentava nel momento in cui è stata prodotta e cosa continua a comunicare oggi. Alla fine, anche il giudizio estetico resta personale: possiamo costruire strumenti per comprendere meglio qualcosa, ma poi ciascuno la misura inevitabilmente attraverso i propri canoni di bellezza.

Instagram è una macchina costruita per consumare immagini, eppure Disco Bambino lo ha trasformato in un archivio della nostalgia e in una fonte di ricerca. Come si mantiene il giusto distacco critico senza rinunciare a quella dose di fanatismo necessaria per inseguire per anni una sigla, un arrangiatore dimenticato o un’inquadratura rimasta conficcata nell’infanzia?

A volte faccio fatica a mantenere un vero distacco, perché ci sono personaggi ai quali sono profondamente legato dal punto di vista emotivo. È inevitabile, quindi, che torni più frequentemente su figure come Donatella Rettore, Stefania Rotolo, Raffaella Carrà o Loredana Bertè: sono artisti che mi hanno formato da bambino, attraverso i loro linguaggi musicali, visivi e performativi. Ma poi c’è un’altra parte di me: quella del ricercatore e del collezionista di vinili. Quella che scava nelle copertine, legge tutti i crediti, cerca di capire chi ha scritto un arrangiamento, chi ha suonato una chitarra o un basso, chi ha costruito un determinato suono. Ed è ascoltando quella parte che spesso arrivo a contenuti e personaggi molto meno conosciuti, ma che credo meritino di essere riscoperti. Sono forse proprio questi i materiali più a rischio di oblio. La parte più popolare e immediatamente riconoscibile dell’intrattenimento ha maggiori possibilità di sopravvivere, anche perché continua ad avere una forza visiva e una capacità di attrazione molto immediata. Ma dietro quella superficie esisteva un intero ecosistema creativo fatto di musicisti, arrangiatori, compositori, coreografi, costumisti, scenografi e professionisti che hanno contribuito in maniera fondamentale alla costruzione di quell’immaginario. Ed è una delle cose che amo fare con Disco Bambino: prendere ciò che allora stava dietro le quinte e, quarant’anni dopo, portarlo finalmente sotto i riflettori.

Con Dancing Without You, Sophie Ellis-Bextor e Nile Rodgers, un immaginario nato anche da materiali marginali, televisivi e spesso rimossi entra nel pop internazionale attraverso una delle voci più riconoscibili della disco contemporanea e uno dei suoi autori originari. Come si porta un archivio così personale dentro una produzione di questa scala senza trasformarlo in nostalgia di lusso o addomesticarne la componente queer, erotica e profondamente italiana?

Una delle caratteristiche che rende particolare l’archivio di Disco Bambino è che l’immaginario musicale e visivo che racconto è rimasto, nel corso degli anni, profondamente italiano. Molti di questi artisti hanno avuto il potenziale per raggiungere un pubblico internazionale, ma spesso si sono scontrati con mercati che, soprattutto all’epoca, erano poco interessati a consumare musica in lingua italiana. E allora mi piace anche sognare e chiedermi: cosa sarebbe successo se alcune di quelle melodie, così profondamente italiane nel loro DNA, avessero incontrato artisti e musicisti internazionali? Che cosa sarebbe nato dall’incontro tra quei due mondi? Dancing Without You nasce proprio da questo desiderio. Non semplicemente ricreare il passato, ma immaginare una possibilità che allora forse non si è mai realizzata e provare a realizzarla oggi. Del resto, il mio percorso come produttore discografico e autore nasce molto prima di Disco Bambino. In questa fase della mia vita mi piace quindi l’idea di far convergere tutto: la musica con cui sono cresciuto, la ricerca e l’archivio, il mio lavoro di produttore, ma anche le relazioni, le amicizie e le collaborazioni costruite negli anni. È un modo per partire dal mio DNA e dalla mia infanzia senza rimanerne prigioniero. Il passato diventa una materia prima attraverso cui creare qualcosa che prima non esisteva. Ed è forse questo il passaggio che oggi mi interessa di più: non soltanto preservare o raccontare quell’immaginario, ma permettergli di continuare a evolversi.

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Il matrimonio di ferro: i gay di destra e la fragile promessa americana

Nei sobborghi perfetti della Florida o nei brunch di Palm Springs, li riconosci: polo Ralph Lauren, SUV ibrido, labrador di nome Liberty. Sono i gay conservatori americani, l’ultima mutazione del sogno di integrazione: patrioti, padri, madri e fieramente contrari alla “politica woke”. Molti hanno figli, una bandiera americana in giardino e un’abitudine rassicurante: votare repubblicano. Per anni hanno creduto che l’amore avesse davvero vinto: il matrimonio egualitario del 2015, i talk show pieni di coppie felici, le pubblicità arcobaleno. Poi la realtà ha bussato alla porta con il garbo di un messo giudiziario: nulla è per sempre, nemmeno la felicità domestica. Dal nostro corrispondente da New York, una nuova, spietata puntata di Cronache da Carroll Gardens.

Alessandro Bentivegna
Il mondo al contrario, esiste!

A quattro ore da New York, c’è un luogo che ribalta i paradigmi del mondo: Provincetown, estrema punta del Massachusetts. Da oltre un secolo rifugio per artisti e comunità queer, è diventata laboratorio vivente di inclusione, bellezza e libertà. Qui la mascolinità tossica è già storia passata, le coppie etero convivono serenamente con famiglie arcobaleno e gli anziani queer testimoniano una resistenza fatta di amore durato una vita. Provincetown non è un’utopia: è la prova che un “mondo al contrario” può aggiustare, non distruggere.

Alessandro Bentivegna
Italoamericani a New York: il lato kitsch (e tenero) della piramide identitaria e la questione sospesa LGBTQ+

Non basta un cognome e una nonna che fa le lasagne per capire cos’è davvero l’identità italoamericana. È un mosaico di memorie, stereotipi e orgoglio, dove “dolce vita” e “fast life” si intrecciano… ma spesso lasciano fuori le voci queer. In molte comunità ortodosse, l’Italia resta un presepe immutabile: cattolica, patriarcale, allergica a Pride e famiglie arcobaleno. Tra Staten Island e TikTok, si celebra un’Italia in bianco e nero, ignorando quella viva e multicolore di oggi. Eppure, dietro cliché e contraddizioni, si nasconde un bisogno universale: sentirsi parte di una storia. Ce lo racconta, con una lente da vicino, il nostro corrispondente da New York.

Stefano Mastropaolo
Mercoledì 2: la fortuna di essere un’Addams

In occasione dell’uscita della seconda stagione di “Mercoledì”, torniamo in casa Addams. Una famiglia che non giudica, non etichetta, non si scandalizza per l’aspetto, per il colore, per la stranezza. Loro non guardano la copertina: la strappano via. Essere Addams non è una condizione: è un atto politico. È il manifesto silenzioso di chi non si piega. È queer prima ancora che la parola venisse inventata. È l’arte di vivere nel proprio margine senza desiderare il centro. Questa sì che un’ideale di famiglia. Altro che Mulino Bianco.

Stefano Mastropaolo
“And Just Like That”: addio, per sempre

È ufficiale: “And Just Like That” si ferma qui. Nessun seguito, nessun nuovo tentativo di riportare in vita le (ex) ragazze di Sex and the City. Finisce una volta per tutte la corsa nostalgica che sperava di capitalizzare sui nostri ricordi. Ma l’amarezza resta: perché Carrie, Miranda e Charlotte non sono invecchiate, sono rimaste bloccate in una versione sfocata di sé stesse. E così, just like that, non le riconosciamo più.

Francesco Castagna
“Madonna Songbook”, il libro che svela il vero talento della regina del pop: scrivere canzoni

Tre cassette segrete, ascoltate ossessivamente tra gli scaffali della Biblioteca del Congresso di Washington, hanno acceso la miccia. “Madonna Songbook”, il libro di Giulio Mazzoleni, racconta non la diva ma l’artigiana della musica: autrice, produttrice, creativa instancabile che costruisce hit seduta per terra con un quaderno in mano. Oltre provocazioni e look iconici, emerge il volto meno raccontato di Madonna. Quello di chi ha rivoluzionato il pop partendo dal suono, non dall’immagine. Ed è forse il ritratto più potente di tutti.

Alessandro Bentivegna
Cosa è successo nel mese del pride a NY

Nel Pride Month 2025, New York non ha festeggiato: ha resistito. E dato forma a un pride diverso da tutti gli altri anni. Tra silenzi istituzionali, attacchi violenti e diritti cancellati, la comunità queer ha marciato comunque. Non per celebrare, ma per ricordare che il Pride è ancora protesta. Meno glitter, più coraggio. Meno festa, più fede nel futuro. Perché non basta essere visibili: bisogna restare liberi. Il reportage dal nostro corrispondente in città.

Mohamed Maalel
10 canzoni che mi hanno salvato la vita: una playlist contro il bullismo e il dolore

Un ritornello semplice, eppure eterno. Le parole si aggrappano alla memoria anche dopo anni, riaffiorano nei momenti bui e in quelli colmi di luce. Lo scrittore Mohamed Maalel torna su Aut per raccontarci quanto la musica sia sempre stata per lui rifugio e rinascita: un luogo sicuro, un angolo di mondo dove smettere di sentirsi sbagliato. Per Aut ha creato un racconto della sua playlist, la storia di un adolescente che ha trovato nei suoni ciò che la realtà non riusciva a offrire: comprensione, libertà, possibilità. Dieci canzoni, dieci frammenti di resistenza emotiva. E un’ultima traccia da scrivere insieme.

Extra-complicate
Lesbodrammi – Episodio 5: sprint e fantasmi. Ovvero, dal “Ti Amo” al “Chi sei?” in 21 giorni

Nel mondo saffico, la temporalità segue leggi proprie. Dopo tre vocali su Tinder e due caffè – di cui uno era solo un “ci vediamo un attimo per darci il libro”– ti ritrovi a parlare di come chiamerete il vostro primo gatto adottato insieme. L’amore tra donne ha spesso il ritmo di un fuoco d’artificio. Si parte in quinta, col bagagliaio pieno di traumi da condividere e la cartina di IKEA già in mano per scegliere la cucina. Il Paradosso della Fretta Sentimentale. Ma il peggio è che ogni volta CI CREDI.

Egizia Mondini
Vivere, diritto o dovere?

Da anni parliamo di autodeterminazione, di libertà di amare, di procreare. Ma c’è un diritto che, in Italia, resta ancora un tabù: quello di morire con dignità. Ne abbiamo parlato con la filosofa e bioeticista Chiara Lalli. In questa conversazione, l’attivismo diventa linguaggio preciso, radicale, necessario. Perché il dolore non si gestisce con i divieti. E la libertà vale solo se include anche il diritto di scegliere la fine. La battaglia per il fine vita non è una questione etica: è il termometro di una democrazia che vuole dirsi adulta.

Alessandro Bentivegna
Carroll Gardens Pride edition: finché destra non ci separi

A dieci anni dalla sentenza Obergefell v. Hodges, che legalizzò il matrimonio tra persone dello stesso sesso negli Stati Uniti, la comunità LGBTQIA+ scopre che l’amore vince. Ma a volte serve anche un avvocato costituzionalista. Perché Obergefell ci ha insegnato che i diritti si conquistano, sì — ma soprattutto si difendono. E questo vale ovunque. Gli Stati Uniti oggi garantiscono più diritti alle persone queer rispetto all’Italia, è vero. Ma anche qui questi diritti non sono scolpiti nella pietra. A New York come a Roma, si lotta per esistere, per amare, per essere riconosciuti come cittadini a pieno titolo.

Egizia Mondini
Rainbow Eggs: il Pride si serve anche al cucchiaio

Anche la cucina può essere un manifesto e parlare di identità, libertà e inclusione. E’ quello che ha fatto chef Barbara Agosti, fondatrice e anima del Ristorante Eggs di Roma e Milano, ideando Rainbow Eggs, un dessert arcobaleno creato per il Pride Month. Un progetto gastronomico e un gesto concreto per ricordare che la cucina può farsi anche espressione di valori, come ci racconta in questa intervista.

Mario Colamarino
Perché il Roma Pride quest’anno è fuorilegge

Fuorilegge non è solo il tema del RomaPride 2025, è una diagnosi politica. E’ la legge stessa ad aver infranto la promessa democratica di uguaglianza, protezione e libertà per tutt3. La Rainbow Map di ILGA-Europe ci posiziona al 35° posto su 49 paesi europei, fotografia di un’Italia ormai allo sbando sul fronte dei diritti LGBTQIA+. E quando si vive in un Paese pervaso da questo clima di odio, far parte della nostra comunità significa essere esclus3, ignorat3 e non protett3 dalla legge. Rivendicare il diritto di manifestare, di scendere in piazza, di mostrare il proprio corpo e far sentire la propria voce non è un vezzo o un gesto di esibizionismo, è sopravvivenza politica, è un atto di ribellione e di resistenza.

Alessandro Michetti
Carolina Morace: nel calcio, attaccante. Per i diritti, in difesa 

Ha segnato il calcio italiano dentro e fuori dal campo. Prima giocatrice dichiaratamente lesbica, prima donna a guidare una squadra maschile, icona dello sport e ora europarlamentare, è in prima linea per i diritti. Il 28 giugno sarà a Budapest per sostenere il Pride, ufficialmente vietato dal governo ungherese. L’abbiamo intervistata alla vigilia della partenza, tra politica, visibilità e desiderio di un’Europa (e un’Italia) che non lasci indietro nessuno.

Yuri Guaiana
Fuorilegge e fuori controllo: la nuova ondata globale di repressione anti-LGBTQIA+

Un Pride vietato in Ungheria, una legge repressiva in Mali, un corpo spezzato in un fiume colombiano, una sentenza crudele nei Caraibi: sono tutte facce della stessa strategia. Criminalizzati, repressi, uccisi. Dai Caraibi all’Africa occidentale, passando per l’Europa dell’Est, i diritti delle persone LGBTQIA+ sono sotto attacco.
Dietro questa ondata globale di odio non ci sono solo governi autoritari, ma vere e proprie reti transnazionali che esportano repressione e censura.
Un’inchiesta che attraversa tre continenti e smaschera la strategia globale per cancellare l’esistenza queer. Se oggi essere LGBTQIA+ è ancora un crimine in 66 paesi, allora la nostra lotta è tutt’altro che finita.

Alessandro Michetti
Genitori fuorilegge intergalattici

Da padri a criminali universali. Con la Legge Varchi, in Italia, la gestazione per altri è diventata reato ovunque nel mondo, paragonata a crimini come il genocidio. Padri fuorilegge, appunto. Ne parliamo con Cristiano Giraldi, papà di due figli e membro del direttivo di di Famiglie Arcobaleno, che racconta cosa significa crescere una famiglia sotto attacco legislativo e culturale. Una testimonianza potente di amore, resistenza e diritti negati.

Egizia Mondini
Editoriale – Fuori dalla legge. Dentro la storia

Essere fuorilegge è diventata una condizione civile. È l’atto semplice ma radicale di esistere quando la legge si rifiuta di nominarci. È vivere con fierezza in una realtà che la politica ignora. Ma è anche – e forse soprattutto – un atto poetico: costruire linguaggio dove c’è censura, comunità dove c’è isolamento, affetto dove c’è odio. Siamo fuorilegge perché lo Stato non sa ancora scrivere leggi che parlino di noi. Ma sappiamo farlo noi: con le parole, con i gesti, con le piazze.

jkr terf
Sara Tamisari
Cara JK Rowling, o JK TERF, grazie, ma no grazie

J.K. Rowling è la mamma di un ragazzino, anzi di un intero mondo, un mondo meraviglioso che abbiamo amato, e ancora amiamo alla follia. Ma come tutte le mamme, anche lei commette errori. Anche se lei ci è andata giù pesante. Sì proprio lei che aveva aperto le menti di così tantə bambinə, che aveva creato personagge femminili tanto indipendenti, lei che ha cresciuto una, due, tre generazioni. Dal 2018, di misfatti, J.K. Rowling ne ha fatti parecchi. Allora ci domandiamo: è possibile separare l’opera dall’autrice? La seconda puntata di Galassia Clandestina è dedicata a questo argomento “scottante”, nel senso che ci brucia forte: possiamo continuare ad amare Harry Potter senza pensare alle posizioni della sua autrice?

Coordinamento Roma Pride
Il Manifesto politico del Roma Pride 2025

FUORILEGGE non è solo uno slogan. È la realtà che viviamo ogni giorno. Dal diritto alla genitorialità alla libertà di essere se stessə, dal riconoscimento delle famiglie al rifiuto della violenza di genere: il Manifesto del Roma Pride 2025 è una dichiarazione di resistenza collettiva. Se ancora non lo avete fatto, leggetelo qui. Perché se essere fuorilegge significa esistere con dignità, allora lo siamo tuttə.

Alessandro Bentivegna
Forever Young? Cronache (semiserie) della vecchiaia queer nella città che non invecchia mai

Per molti gay, il corpo non è mai stato solo carne: è stato passaporto, armatura, statement politico. Ma cosa succede quando comincia a cedere? Quando gli addominali diventano un ricordo annebbiato e i contorni del viso iniziano una silenziosa ribellione? New York è la città del futuro. Ma, per quanto corra avanti, pare dimenticarsi regolarmente una piccola verità: che il futuro, se tutto va bene, invecchia. Male, se sei gay. In una cultura che ci vuole perennemente “ready for the weekend”, essere vecchi e visibili è un atto poetico. E anche politico. Una nuova, tagliente, puntata della rubrica del nostro corrispondente da New York.

Emiliano Metalli
Pleuteri, Lidi e le dinamiche di coppia a teatro

“I ragazzi che si amano si baciano in piedi contro le porte della notte”, scrive Prévert. È questa l’immagine evocata da “Come nei giorni migliori” di Diego Pleuteri, in scena al Teatro India con regia di Leonardo Lidi, accolto da un tutto esaurito. L’esistenza, l’amore, le difficoltà, le aspettative, il sesso, il desiderio. Il tutto raccontato con naturalezza, senza enfasi sull’omosessualità, che è solo una delle variabili, non la principale. Una performance eccellente: il corpo parla prima della parola, ogni gesto è carico di senso, ogni passaggio è una variazione emotiva.

Extra-complicate
Lesbodrammi – Episodio 4: cercavi uno sguardo, hai trovato un rituale tribale (ovvero come flirtare quando lei è accompagnata da sacerdotesse del sarcasmo saffico)

Esiste una categoria umana precisa, che si manifesta soprattutto nei circoli lesbo: la cricca saffica affiatata, inossidabile, vagamente intimidatoria. Individuate singolarmente, sono dolci ed educate, ma in gruppo, cambiano. In gruppo diventano un’energia nuova: sarcastica, velocissima, tipo sitcom. Dove tu sei l’unica senza copione. Cercavi uno sguardo, e trovi una comunità, un ecosistema.

Alessandro Bentivegna
Cronache da Carroll Gardens: considerazioni sulla danza contemporanea, giovani artistə trans, la nobile woke culture e il dolce alla fine

Woke, ma non troppo. Una serata di danza nel Queens accende una riflessione più ampia su cosa significhi oggi “essere woke” in un tempo in cui la parola è diventata etichetta divisiva, tra slogan ideologici e parodie reazionarie. Cosa resta, davvero, della cultura dell’inclusione quando si libera dalla rigidità del linguaggio e torna ad abitare i gesti, la cura, l’ascolto? Forse, come ricorda Jane Fonda, “woke” significa solo preoccuparsi degli altri. E farlo bene.

Emiliano Metalli
Due donne per sei vite fuori dall’ordinario: D’Abbraccio e Kustermann al Teatro Vascello

Sei donne. Sei serate. Sei storie che hanno lasciato il segno. Al Teatro Vascello di Roma, due grandi interpreti — Mariangela D’Abbraccio e Manuela Kustermann — danno voce a Camille Claudel, Marie Curie, Marilyn Monroe, Maria Montessori, Eleonora Duse e Billie Holiday. Con testi firmati da Dacia Maraini, Maurizio De Giovanni, Sandra Petrignani (e altri), questo ciclo di spettacoli è un viaggio potente nella vita di sei icone femminili tra arte, scienza, teatro e resistenza. Ogni sera una donna diversa. Una storia da ascoltare, sentire, vivere. “Una voce per ogni anima che ha cambiato il mondo.”

Egizia Mondini
25 anni di cultura drag in Italia

“Drag Italia” è un volume che racconta la storia della cultura drag italiana. Un libro-manifesto che attraversa storia, clubbing, memoria, militanza e che racconta figure iconiche dalle esagerate acconciature e dalle pungenti battute. Un prezioso lavoro di ricerca che dà conto di come lustrini, paillettes e tacchi vertiginosi siano una vera forma di espressione politica. Drag non è un costume. È consapevolezza, arte, resistenza. Ne abbiamo parlato con l’autore, Stefano Mastropaolo.

Extra-complicate
LesboDrammi – Episodio 3: la Sacra Trinità lesbica. Tu, lei e la sua ex

Una dinamica che esiste da sempre nella cultura lesbica. Una di quelle costanti che si tramandano di generazione in generazione, come le poesie di Saffo o le cassette di The L Word. Nel nuovo episodio di LesboDramma parliamo di una peculiarità del mondo delle relazioni al femminile: l’ex che resta. L’ex che non scompare. Che diventa “migliore amica” e, spesso, che non se n’è mai andata davvero. E voi siete team “amiche mai” o “armonia a tutti i costi”?

Silvia staff Dyke March
La prima Dyke March della storia italiana è a Roma

Dal 23 al 26 aprile 2025 Roma ospita per la prima volta la Conferenza Lesbica Europea (EL*C) e la prima Dykemarch italiana: un evento storico, politico e rivoluzionario nel cuore della capitale. In un momento segnato da attacchi ai diritti LGBTQIA+, questa iniziativa è un grido di resistenza, visibilità e orgoglio lesbico. Ce ne parla una delle organizzatrici.

Porpora Marcasciano
Dagli Stati Uniti all’Italia: cresce la stretta sui diritti delle persone trans

“Sono appena tornata da un’America in cui anche le biblioteche sussurrano. Le parole non scorrono più libere nei corridoi delle università: si spiano, si annotano, si correggono. Gli studenti, soprattutto quelli queer o stranieri, vivono in apnea, temendo una deportazione mascherata da burocrazia. E mentre mi arrivano le prime notizie dalla Florida – patenti strappate alla verità delle persone trans – scopro che anche l’Italia vuole “schedare” i corpi non conformi. Non è un inciampo. È una strategia. E noi siamo ancora troppo silenzios*”. Porpora Marcasciano, Presidente onoraria del Movimento Identità Trans (MIT), ci racconta il suo rientro in Italia.

Alessandro Bentivegna
Cronache da Carroll Gardens: appunti sotto le volte del Met, su famiglie e diritti per tuttə

Cosa unisce due famiglie gay, un croissant decente a Central Park e la memoria dei sarcofagi egizi? In questa nuova puntata, Alessandro Bentivegna ci accompagna tra le sale del Met, tra tessere museali, brunch sospesi e domande scomode sulla democrazia. Perché i diritti civili, come i musei, sono spazi da abitare. Una riflessione in punta di penna sull’identità, i privilegi e il rischio (serissimo) di diventare progressisti solo nel proprio quartiere. Seconda puntata di Cronache da Carroll Gardens. Solo su Aut.

Davide Ferraro
L’odore che resta

Amori, cortili e dittature interiori: il romanzo di Giuliano Brenna racconta Lisbona, ma soprattutto Mattia. Orfano precoce, amante silenzioso, uomo in cerca di sé e di un futuro che non sa ancora se gli appartiene. In una città attraversata da storia e rivoluzione, tra odori che conservano la memoria e legami che sanno di salvezza, Brenna ci consegna un racconto struggente e potente sull’identità, il desiderio e la possibilità di rinascere. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Emiliano Metalli
Ferdinando/Cirillo: per chi desidera immergersi nelle sfumature dell’animo umano

Nel panorama del teatro italiano del secondo Novecento, pochi autori hanno saputo intrecciare con tanta audacia il tema del desiderio sessuale con un gioco linguistico che contrappone tradizione e contemporaneità. “Ferdinando” di Annibale Ruccello è un vero capolavoro di drammaturgia che esplora i temi del desiderio sessuale e del suo potere sull’altro. In scena al Teatro India.

Emiliano Metalli
“La pulce nell’orecchio” di Carmelo Rifici al Teatro Vascello: un vaudeville in chiave contemporanea

Dal 28 marzo al 6 aprile 2025, il Teatro Vascello di Roma ospita “La pulce nell’orecchio”, il celebre vaudeville di Georges Feydeau in una nuova versione diretta da Carmelo Rifici. Il teatro, come la letteratura e il cinema, si conferma uno spazio di resistenza culturale, capace di dare voce a chi spesso viene messo a tacere. Su Aut vi segnaliamo, raccontiamo e consigliamo tutti quegli spettacoli da non perdere.

Extra-complicate
LesboDrammi – Episodio 2: il paradosso della “tranquilla”, ovvero, il lupo vestito da agnello

Quante volte restiamo in situazioni tossiche solo per il bisogno di provare a noi stesse di poter “gestire” l’altro? Quante volte ci convinciamo che se resistiamo abbastanza, se dimostriamo il nostro valore, la persona davanti a noi smetterà di essere una sfida e diventerà un porto sicuro? L’amore è un labirinto pieno di false uscite. Ogni tanto ci fermiamo, guardiamo indietro e ci chiediamo come abbiamo fatto a perderci di nuovo. Forse il segreto non è trovare la via d’uscita, ma imparare a riconoscere i segnali d’allarme prima di entrare. Eccovi il nuovo episodio della rubrica Lesbodramma.

Sara Tamisari
Galassia Clandestina: il genere è necessario?

Benvenutə su Galassia Clandestina, la nuova rubrica di Aut che accende il cervello e apre mondi. Qui si parla di tutto: queerness, film, serie tv, libri, manga, anime, videogiochi e marketing. Uno spazio di dialogo, per chi cerca connessioni fuori dalle orbite mainstream, dove sentirsi al sicuro nel condividere anche ciò che è personale, senza censura. Se è un safe space quello che cercavate, avete trovato il vostro pianeta.

Alessandro Bentivegna
Cronache da Carroll Gardens: appunti sul successo, i cani e l’America di Trump

Benvenuti a New York, dove il sogno americano si misura in metri quadri e saldo disponibile. Alessandro Bentivegna racconta la sua nuova vita nella Grande Mela, tra brunch progressisti e realtà ben più spietate. Una coppia gay, due cagnoline e una domanda scomoda: quanto vale davvero una vita umana, oggi? Un nuovo appuntamento imperdibile, e in esclusiva su Aut, per chi ama punti di vista pungenti e storie senza filtri. Seguite “Cronache da Carroll Gardens” e scopriamo l’America raccontata da chi la sta vivendo da dentro.

Extra-complicate
LesboDrammi – Episodio 1: l’eterno ritorno dell’etero-curiosa

Una nuova rubrica, nata tra i corridoi del Mieli e approdata qui per raccontare, ridere e ironizzare su una delle caratteristiche più frequenti della comunità lesbica: i drammi amorosi che solo le donne tra loro riescono a creare. Nasce quindi su Aut: LesboDramma, rubrica ironica, tragicomica e spaventosamente realistica sulle liturgie amorose tra ragazze. A firmarla è il collettivo delle Extra-complicate che, attraverso il loro spazio, ci raccontano, con autoironia e un pizzico di cinismo, il caos sentimentale, i déjà vu amorosi e quelle piccole grandi nevrosi che ogni donna queer conosce bene. Non perdetevi nemmeno un episodio. Eccovi il pilota.

Luca Ragazzi
La lettera T nel cinema

Per troppo tempo il cinema ha parlato delle persone trans senza lasciarle parlare davvero, riducendole a inganni, tragedie o mostri. Da The Rocky Horror Picture Show, che ha scardinato il genere con ironia, fino a Emilia Perez, dove identità e destino si riscrivono, il cinema inizia a restituire alle persone trans il diritto di essere protagoniste. Non è solo rappresentazione, è riscrittura dell’immaginario. Ecco i film che hanno segnato questo viaggio.

Andrea Amadio @LibriconFragole
5 libri sull’essere transgender

Le parole creano ponti, non barriere. Per questo vi consigliamo 5 libri che raccontano l’essere transgender con profondità e autenticità. Dalla letteratura classica ai graphic novel, storie di transizione, identità e resistenza. Perché leggere significa anche comprendere. A fare questa “classifica” non poteva che essere lui: Andrea Amadio, ovvero @Libriconfragole, il più brillante book influencer in circolazione. “In un mondo dove i vari governi cercano di annullare i dibattiti sulla questione dei corpi e delle persone transgender, voglio continuare a combattere e lottare con le armi che so usare meglio: i libri”.

Emiliano Metalli
“Erodiade” di Testori: il grido del desiderio al Teatro Vascello

Nella poetica di Giovanni Testori, il corpo e la parola si fondono in un grido lacerante, una lingua slabbrata e reinventata, che in “Erodiade” diventa l’urlo di un’identità che sfugge a ogni definizione. In scena a Roma.

Emiliano Metalli
“Ho paura torero” al Teatro Argentina: quando l’attore diventa Resistenza

Il teatro, come la letteratura e il cinema, si conferma uno spazio di resistenza culturale, capace di dare voce a chi spesso viene messo a tacere. Su Aut vi segnaliamo, raccontiamo e consigliamo tutti quegli spettacoli da non perdere.

Egizia Mondini
Editoriale – The T Word

Aut torna con un monografico sulla comunità trans e una nuova sezione aggiornata con rubriche, attualità, storie e approfondimenti dal mondo LGBTQIA+. Questo mese, accendiamo i riflettori su “The T Word” e sulla nuova sezione Aut Now.

Ignazio Billera
L’ombra di Trump: perché riguarda tuttə noi

Dagli attacchi alle persone transgender alla censura del linguaggio: le politiche di Trump minacciano i diritti LGBTQIA+ e potrebbero avere ripercussioni anche in Europa. Anzi, hanno già iniziato. 

Giorgio Umberto Bozzo
In ricordo di Ivan Teobaldelli

Scrittore, poeta, critico d’arte, è stato fondatore, editore e direttore di «Babilonia», la prima rivista di cultura omosessuale in Italia pensata per un pubblico generalista, fondata nel 1982. Aveva 76 anni. Questa è l’ultima intervista concessa a Giorgio Umberto Bozzo, con cui vogliamo rendergli omaggio e riconoscergli il ruolo che merita nella storia della cultura LGBTQIA+ italiana.

Antonia Caruso
Ma è davvero solo colpa di Trump?

Dalla paura del complotto alla caccia alle streghe: come la transfobia si alimenta attraverso la cultura del sospetto e della paranoia collettiva. Una voce un po’ fuori dal coro. O no?

Karma B
Quell* che al Pride non ci vogliono andare secondo le KarmaB

Il Pride è inclusività, comprensione e difesa strenue della libertà individuale, anche quella di non partecipare al Pride. Ma chi sono quelli che al Pride non ci vanno o non ci vogliono andare? Abbiamo chiesto alle Karma B di interpretare per noi questo concetto attraverso la loro scintillante creatività.  

Egizia Mondini
L’editoriale – GenderAzioni: 30 anni di pride

Com’è cambiato il pride negli ultimi 30 anni? È possibile che il suo significato politico, culturale e sociale si sia modificato? In meglio? In peggio? Con GENDERAZIONI abbiamo voluto mettere in prospettiva il percorso che la comunità LGBTQIA ha fatto dal primo Pride del 1994. È l’occasione per riflettere su come il significato del Pride sia cambiato nel corso degli ultimi tre decenni. E per ripercorrere le diverse istanze evolute in base al contesto storico.

Egizia Mondini
Annalisa, la Queen del pop che conquista tutt*

L’artista italiana più ascoltata su Spotify, prima italiana nella top 100 globale di Billboard, è la madrina del RomaPride 2024. L’abbiamo intervistata alla vigilia della manifestazione. 

Loredane M. Tshilombo
Pride: ieri, oggi, domani

Nel corso di 30 anni il pride in Italia ha attraversato diverse fasi. Come è cambiato negli anni, come è percepito diversamente dalle generazioni, nei propositi, negli obiettivi, nei racconti e soprattutto in un’ottica intersezionale? Una prospettiva personale e politica di una militante cresciuta insieme e in mezzo ai cortei.

Santiago Olivares
L’ispirazione di SakoAsko per il RomaPride

Santiago Olivares, meglio conosciuto come SakoAsko, è l’artista che ha realizzato l’illustrazione-manifesto del RomaPride 2024. Gli abbiamo chiesto di di raccontarci cosa lo ha ispirato per realizzarla.

Luca Ragazzi
40 anni di pride attraverso il cinema

Abbiamo fatto passi da gigante da quel ’94 del primo Pride italiano e il cinema e la televisione, da sempre specchio della società, lo hanno saputo raccontare bene. Anzi, talvolta, è lecito pensare che abbiano aiutato il dibattito, mostrando quantomeno modelli diversi da quelli veicolati dalle barzellette e nel migliore dei casi, traghettando il paese verso il progresso. Ripercorriamo insieme i film più significativi per la comunità.

Chiara Sfregola
Le unioni civili ci hanno regalato l’illusione di essere un Paese normale

Le istanze dei Pride dal 1994 a oggi sono cambiate? E come si sono evolute? Un dato è certo: volevamo una legge contro l’omolesbotransfobia e non l’abbiamo. Sono passati 8 anni dall’approvazione delle unioni civili e del matrimonio egualitario nemmeno l’ombra. Si sta avverando la profezia paventata da Famiglie Arcobaleno all’epoca, e cioè che questa legge “contentino”, incompleta a causa dello stralcio della stepchild adoption, non sarebbe stata toccata per 10 anni. Poi dicono che i Pride non servono più…

Isa Borrelli
Nostra è la rabbia

Il primo Pride fu rivolta. E mai come oggi in Italia e nel mondo lottiamo per la sopravvivenza. Viviamo sotto un governo fascista che perseguita le persone trans* e nonbinarie, le coppie omogenitoriali e lesbiche, che picchia studenti, ostacola il diritto all’aborto, nega una casa e un salario minimo a una popolazione sempre più povera, ma soprattutto è complice di un genocidio che osserviamo sempre più assopiti dagli smartphone. E’ tempo di riprendenderci spazi, luoghi e potere di parola.

Alessandro Michetti
Scie luminose queer al METEORE Fest 2024

Quest’anno non dovremo aspettare la notte di San Lorenzo per vedere delle meteore attraversare il cielo, basterà puntare il nostro sguardo verso gli spazi di Roma Smistamento fino al 15 giugno e di BASE Milano dal 21 al 29 giugno. A sprigionare l’energia detonatrice queer sarà il METEORE Fest – Lo spazio è queer. Ne parliamo con Carlo Settimio Battisti, Nicola Brucoli e Federico Sacco di TWM Factory.

Valeria Scancarello
La genZ incontra Dario Bellezza

“Bellezza, addio” è il titolo del documentario ideato da Massimiliano Palmese e diretto insieme a Carmen Giardina. Si tratta di un omaggio alla figura di Dario Bellezza, il celebre poeta romano, amico di Pasolini, Moravia, Morante, una delle voci più intense e originali della poesia italiana contemporanea. Ci siamo chiesti: quanti giovani oggi lo conoscono? Per questo abbiamo affidato a una delle nostre giovani penne l’intervista a Massimiliano Palmese. Quello che state per leggere è l’incontro tra le nuove generazioni e Beltà.

Sciltian Gastaldi
Fra pischell* e “scarti” 

Come cambiano i giovani di oggi rispetto a quelli di ieri. Fra errori, imprecisioni, ideologie e voglia di cercare un senso. Tre prospettive raccontate da student* del liceo e una panoramica offerta dal loro professore.

Paolo Notarticola
Il presente e il futuro visto dagli student*. Battaglie di oggi e obiettivi di domani

Le manganellate a Pisa. Il decreto ecovandali. I tagli all’istruzione. Segnali forti di assenza totale di politiche concrete a sostegno dei giovani. In questo contesto, le manifestazioni studentesche rappresentano non solo un mezzo per esprimere dissenso, ma anche un’opportunità di partecipazione attiva alla vita democratica del Paese. 
Un’appassionata analisi in prima persona delle sfide che si trovano a fronteggiare l* giovani. Con granitica determinazione.

Andrea Collins Amadio
Libri young adult, per adolescenti e non solo

La letteratura young adult è un genere per giovani adulti, ossia quella nicchia di adolescenti che va dai 14 ai 19 anni, troppo grande per le storie da bambini, ma ancora acerbo per un Michel Houellebecq o un Carrère. Hanno per protagonisti teenager da poco maggiorenni che affrontano i dilemmi tipici dell’adolescenza La realtà, però, è che il genere viene spesso letto maggiormente da chi i 20 li ha superati anche da alcuni anni. I maggior fruitori infatti sono persone di 40 anni. Forse perché la letteratura non ha mai età, come le emozioni. 

Sara Innamorati
La grammatica del conformismo nella scuola e nelle università italiane

Quanto è difficile riuscire a trovare una propria identità e una propria verità in un contesto di estremo conformismo, studiando su libri di testo scritti perlopiù da uomini eterosessuali e cis-gender? Continuare a insegnare con un sistema binario limita studentesse e studenti nella loro consapevolezza identitaria. La grammatica del conformismo spiegata da chi la vive sui banchi di scuola.

Camilla Rugolotto
Il modello transfemminista per rendere la scuola un posto sicuro

Per raggiungere un modello di scuola inclusiva servono strumenti per riconoscere, combattere e prevenire dinamiche di prevaricazione e violenza di genere insite in abitudini, gesti e parole di matrice patriarcale di cui siamo inconsapevoli. Abbiamo chiesto a Rete degli Studenti Medi, associazione fatta da student3 delle scuole superiori, di raccontarci la scuola italiana da chi vive quelle aule e quei corridoi ogni giorno.

Nicolas Pasantes
Come rendere la scuola uno spazio aperto a tutti i corpi e le identità?

La scuola italiana deve fare i conti con un problema di omobilesbotransfobia e, per quanto carriere alias e bagni genderless siano un primo passo per diminuire il minority stress che le persone lgbtqia+ soffrono quotidianamente anche dentro le mura scolastiche, bisogna fare molto di più. A dircelo, questa volta non sono i dati, ma loro: l3 student3. Abbiamo chiesto infatti a Rete degli Studenti Medi, associazione fatta da student3 delle scuole superiori, di raccontarci la scuola italiana da chi vive quelle aule e quei corridoi ogni giorno.

Nicola Brucoli e Ulderico Sconci
Roma, una puntata alla volta

Si dice sempre che c’è uno scollamento tra i giovani e la politica. Che la gen Z pensa solo ai social e a diventare famos*. Noi invece vi raccontiamo un’altra realtà. Quella dei tant* ragazzi e ragazze roman*, i pischelli appunto, impegnati e interessati alla politica. E lo facciamo attraverso gli autori di Roma Capita, un podacast che racconta una capitale piena di associazioni e comitati dal basso, di iniziative e centri culturali indipendenti formati da giovanissim* e che fa le pulci agli amministratori. Altro che i balletti di TikTok.

Emiliano Metalli
Pischellə teatrali e non: qualche esempio e un po’ di storia

Nel mondo del teatro e dello spettacolo sono tant* i giovani e le giovani artist* che hanno conquistato passo dopo passo spazi di creatività, influenzando sottili mutamenti sociali. Da Sarah Bernhardt a Greta Garbo, da Marlene Dietrich a Judy Garland, da Mario Mieli fino ai giovan* autori di oggi. Artist* che hanno saputo scavare nel tema identitario cercando di rinnovare lo spessore, il volume e il carattere di ogni scelta di autodeterminazione, impiegando linguaggi trasversali. 

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