Cosa succede quando decidiamo di smettere di “galleggiare” nella nostra vita e iniziamo, finalmente, ad abitarla? E cosa accade quando, per farlo, dobbiamo tornare esattamente là dove tutto è iniziato, in quel Sud fatto di silenzi, liturgie e sguardi mai del tutto rassegnati?
In questa intervista, densa e straordinariamente lucida, la scrittrice e psicoterapeuta Anna Maria Disanto ci conduce dietro le quinte del suo nuovo romanzo interiore, “Storia di Vitamia”. Al centro del racconto c’è Vitamia, una donna trans di cinquant’anni che, dopo un decennio di assenza e una vita passata ad attraversare i gironi infernali della strada, del carcere e della tossicodipendenza, decide di tornare nel suo paesino d’origine per il funerale del padre. Non si tratta però della solita storia di nostalgia o di fallimento. Quello di Vitamia è un viaggio di riscatto e di clamorosi ribaltamenti.
Nato da un incontro fugace sul litorale romano, e da un abbraccio impresso sulla pelle che ha finito per contagiare la penna dell’autrice, questo dialogo non è solo la presentazione di un libro. È una mappa emotiva, un invito a non eludere il dolore per trasformarlo, senza retorica, in una risorsa.
Prendetevi del tempo. Tuffatevi in questa conversazione intensa e lasciatevi spiazzare dal mondo sottosopra di Vitamia.
Enrico Maria lascia la provincia del sud e torna Vitamia con un’identità finalmente abitata. Quanto il linguaggio del sud – i silenzi, le parole non dette, le liturgie – è stato per lei una ferita e quanto invece una spinta?
Per Vitamia, una trans cinquantenne che, dopo dieci anni, fa ritorno nel suo paesino del sud per il funerale del padre, il rientro a casa è l’occasione per ripercorrere la sua trama di vita. Vitamia scopre che la famiglia e gli amici non sono solo un passato ormai archiviato ma anche un presente appassionante ed ineliminabile. Una riscoperta che l’aiuterà a riprendere la parola rispetto al proprio futuro, a non dare nulla per scontato. E’ una memoria che si fa presente e un passato che rivive come attualità. Il passato ritorna riportando alla memoria le storie comuni, facendo riemergere una grammatica interiore mai del tutto sepolta, fatta di gestualità, sonorità e simboli condivisi. E’ il recupero di una comune appartenenza, per evitare l’isolamento, la chiusura e avventurarsi nella tessitura di una storia condivisa. Vitamia si ritrova faccia a faccia con una nuova memoria, frutto di un bisogno del presente, quello di ancorarsi alla sua terra, motore pulsante della sua libertà. Le profonde ferite, mai del tutto rimarginate, continuano ad essere una spinta ad andare oltre, senza mai dare nulla per scontato.
Il ritorno al paese d’origine è spesso raccontato come un fallimento o una nostalgia. Nel caso di Vitamia, che torna “diversa” e quindi finalmente se stessa, il ritorno è una resa dei conti o un gesto d’amore estremo verso chi non ha saputo vederla prima e che però alla fine chiede scusa?
Credo che una cosa non escluda l’altra. Saranno giornate dense di sorprese, a cui Vitamia non potrà né vorrà sottrarsi, con il risultato di un profondo arricchimento interiore. Scoprirà che quel “galleggiamento” mortifero di cui erano impregnati i suoi rapporti familiari, creandole un angosciante isolamento, nascondeva una realtà ben più complessa che gradualmente emergerà attraverso inedite rivelazioni. Nell’incontro con la mamma, con cui ha avuto da sempre rapporti complicati, Vitamia avverte con stupore che le regole di un tempo possono essere infrante. Finalmente può darsi il permesso di dar voce a quella bambina sepolta dentro di sé, che si tiene ben stretta la ritrovata vitalità. Non deve più sottoporla ai meschini codici di chi, come mamma Rita, se l’è fatta spegnere per non averla difesa abbastanza. Vitamia si sente spiazzata. Le situazioni di un tempo si sono ribaltate. E’ uno spaesamento che la turba piacevolmente. Chi l’avrebbe mai detto. E’ come quando faceva “la verticale”, avvinghiata al vecchio pozzo di pietra. Continua a scoprire un mondo sottosopra. Nella testa si era fatta un film e all’improvviso ne scopre un altro. Tutto può cambiare.
I vestiti, in Storia di Vitamia, non sono mai solo vestiti: sono corazze dichiarazioni, atti di resistenza. “I vestiti ti hanno permesso di iniziare a vivere”, le scrive il padre. Sono lo strumento di lotta per conquistare diritti, rispetto, libertà. Quando una donna trans sceglie cosa indossare, sta scegliendo anche quanto esporsi al mondo. La moda, per Vitamia, è più una difesa o un attacco?
Anche in questo caso, a seconda delle fasi della sua vita, alla ricerca di una sua visibilità, la scelta dei vestiti rappresenta per Vitamia sia una difesa che un attacco. Comunque sia, è stato il filo rosso della sua vita, il veicolo privilegiato per costruire la sua identità, esprimere al meglio sé stessa ed urlarla a tutto il mondo. Quanta strada ha fatto da quando si è trasferita a Roma per frequentare l’Accademia di Moda, sfidando l’ottusa opposizione del padre. Quanti inferni ha dovuto attraversare. Droga, carcere, prostituzione. Oggi però può dire di avercela fatta. Si immagina in continuo divenire. Non è sbagliata. Con Camillo, suo compagno di vita, hanno messo su una piccola casa di moda, sempre più apprezzata. La bellezza delle sue creazioni affonda le radici in un sogno. Sono il risultato di una gioia impregnata di ribellione. La moda continua ad essere l’ordito su cui continuare a tessere la sua identità. Si sente un’artigiana impastata di moda. Per lei la moda è nutrimento. Le sue creazioni sono formidabili iniezioni di fluidità per il suo fragile Io zoppicante. La visione creativa continua a procedere in sinergia con la conoscenza di sé stessa.

I genitori alla fine invidiano il coraggio di essere ed esistere, contrapposto al loro mesto sopravvivere. Vitamia diventa riscatto ed esempio anche per loro?
Con grande sorpresa Vitamia scopre che, a sua insaputa, i genitori hanno lavorato su sé stessi, osservando, anche se a distanza, le sue faticose conquiste. Tutto questo le ritorna, inaspettatamente, come riconoscimento. Un tardivo riconoscimento e per questo anche più sorprendente, che si è fatto strada in ognuno di loro. Dietro l’ottuso “galleggiamento” presente nella quotidianità dei rapporti familiari, Vitamia intravede le tracce di una profonda umanità. Ne è profondamente contagiata.
C’è una frase molto potente nel suo libro: “Le cose belle che riesci a conquistare quando soffri hanno un sapore speciale”. Che valore ha per lei il dolore?
Credo che il dolore svolga un ruolo fondamentale nella nostra vita, se riusciamo ad attraversarlo. Se si vuole essere sé stessi non si può dribblare il dolore, facendo finta di niente. E’ un tentativo di fuga che non ci porta da nessuna parte. Per attraversare il dolore occorre accogliere la nostra Ombra, le nostre parti oscure, senza rifiutarle. E’ l’accettare di poter essere anche ciò che non ci piace. Solo allora, nell’essere sé stessi, possiamo vivere pienamente nel qui e nell’ora, consapevoli dei nostri limiti, senza paura e senza finzione. In altre parole, senza “galleggiare”. ll dolore, mentre lo attraversiamo, ci accompagna nella ricerca di una via d’uscita. Si fa strada la consapevolezza che, dopo l’oscurità della notte, ci sono ad attenderci i colori dell’alba.
Crede che la famiglia sia il primo luogo in cui impariamo a negarci, o può diventare – anche tardi, anche male – il luogo in cui finalmente ci riconosciamo?
Credo che, come è successo a Vitamia, la famiglia sia il primo luogo in cui impariamo a negarci. Forse è inevitabile. Ma è anche vero che può diventare il luogo in cui riconoscerci, anche se non sempre e con modalità comunque differenti. Attraverso le ripetute “verticali” Vitamia scopre che si può cambiare il modo di osservare la nostra vita. La sofferenza non scompare, ma può essere trasformata nel suo esatto contrario. Di volta in volta scopre possibili spiragli di luce in cui si fa spazio la speranza. Il pozzo è il tempo dell’immaginazione, dove si può vivere in funzione di ciò che potrebbe accadere, o meglio di ciò che realmente accadrà. Al pozzo e a nonna Mimì Vitamia affida la sua anima confusa e pensierosa. Ne riceve la rassicurante certezza di una continuità.
Vitamia impara a trasformare il dolore in risorsa, senza retorica salvifica. In un tempo che chiede alle soggettività marginalizzate di essere sempre “forti” ed “esemplari”, quanto è stato importante per lei rivendicare la fragilità come forma di verità e di bellezza?
Oggi la sofferenza dei ragazzi, e non solo, è espressione di un drammatico vuoto identitario. Viviamo in contesto socioculturale impregnato di dolore collettivo, per l’incapacità di sostenere il peso della complessità del mondo in cui siamo immersi. Sembra sempre più difficile tollerare la presenza del dubbio, nell’affannosa ricerca di risposte, nel fare i conti con l’ambivalenza presente nella risoluzione di conflitti. La scappatoia più semplice ed immediata è nella ricerca di vendicatori. I giovani non riescono a confrontarsi con le proprie fragilità, ad accettarle come parte integrante di sé, così come, d’altra parte, accade anche agli adulti. Se non si trovano le modalità giuste, verbali e non, per esprimere le nostre parti fragili, la fragilità può diventare violenza. Dietro un gesto gravemente sensazionale c’è il bisogno di ribaltare una inaccettabile condizione di fragilità, negandola. Gli adulti, da parte loro, non devono rincorrere modelli ideali di perfezione, bensì proporsi semplicemente per quello che sono, con i propri limiti contraddittori e fallibili, restando comunque disponibili a testimoniare la loro presenza. Per sentirsi riconosciuti nel proprio percorso di crescita i giovani hanno bisogno di sentirsi accolti, ascoltati, guardati. Oggi, invece, prevale l’analfabetismo emotivo, a causa dell’assenza di ascolto, di rispetto. Cresce il vuoto e di conseguenza anche la gentilezza e la democrazia sono sempre più a rischio. Le relazioni empatiche non trovano che spazi emotivi atrofizzati. Si impara a colpire senza vergogna e senza rimorso, e da qui scivolare verso odiose azioni criminali il passo è breve.
Cosa l’ha spinta a raccontare la storia di Enrico Maria /Vitamia? E’ un incontro che lei ha fatto nella sua vita professionale o una storia di pura fantasia ispirata da qualche episodio?
E’ una storia di pura fantasia, ispirata da un incontro sul litorale romano. Sono rimasta colpita da questa giovane trans, dalla bellezza molto delicata, perché aveva la schiena completamente tatuata, come se fosse la pagina di un giornale. Erano elencati i vari motivi per cui aveva cominciato a volersi bene. Ho chiesto di poterla fotografare. Ha accettato molto volentieri. Non ci siamo dette altro. Quando, prima di andar via, sono andata a salutarla, le ho augurato “tutto il bene di questo mondo”. Mi ha abbracciato con trasporto. Quell’abbraccio lo sento ancora oggi sulla mia pelle ed evidentemente ha contagiato anche la mia penna. Non c’è stato bisogno di dirci altro.








































































































