
Frank-N-Furter è tornato sul pianeta Transexual, nella galassia di Transylvania. E non poteva esserci modo più giusto, almeno per me, di salutare Tim Curry. Perché prima ancora di sapere chi fosse Tim Curry, molti di noi avevano già incontrato lui: corsetto, calze a rete, tacchi, perle, rossetto assassino e quell’ingresso che ancora oggi dovrebbe essere materia obbligatoria in qualunque corso sulla costruzione di un’icona. Frank-N-Furter non chiedeva il permesso di essere troppo. Era troppo. Troppo sessuale, troppo ambiguo, troppo teatrale, troppo divertente, troppo pericoloso. E proprio per questo irresistibile.
Nel 1975 The Rocky Horror Picture Show trasformò quello che all’inizio sembrava un oggetto cinematografico impossibile da collocare in qualcosa che il cinema rispettabile non avrebbe mai potuto programmare a tavolino: un rito. Le proiezioni di mezzanotte, il pubblico travestito, le battute urlate allo schermo, il confine tra palco e sala, maschile e femminile, spettatore e personaggio che saltava allegramente per aria. E al centro c’era Tim Curry.
Ma ridurlo solo a Frank-N-Furter sarebbe ingiusto. È stato il meravigliosamente isterico Wadsworth di Signori, il delitto è servito (Clue), maggiordomo che maggiordomeggia come nessun altro; Darkness in Legend e, naturalmente, Pennywise in It.
E qui mi fermo un momento, perché It è uno di quei film che amo ben oltre il piacere dell’horror. Pennywise è stato l’incubo di un’intera generazione, certo, e Tim Curry gli ha dato quel sorriso impossibile da dimenticare, sospeso tra il pagliaccio da festa di paese e qualcosa che non dovrebbe esistere. Ma It, almeno per me, non è mai stato soltanto la storia di un mostro. È una storia di scoperta e di crescita. Di ragazzini che capiscono troppo presto che gli adulti non sempre possono salvarli, che le paure cambiano forma ma non spariscono davvero e che diventare grandi significa anche tornare a guardare ciò da cui avevamo cercato di scappare. È una storia di rivelazioni, di diversità, di persone che si riconoscono proprio perché, ciascuna a modo proprio, si sente fuori posto. E soprattutto è una storia di famiglia d’elezione: quel gruppo di outsider che diventa casa, protezione, memoria. I Losers non si scelgono perché sono uguali, ma perché riconoscono l’uno nell’altro qualcosa che il resto del mondo non sa vedere. E forse è anche per questo che It, dietro il sangue, i palloncini e le fogne di Derry, continua a parlare così bene a chiunque abbia dovuto costruirsi da sé il proprio posto nel mondo.
Poi Curry poteva tornare tranquillamente a essere camp: il concierge più perfidamente irresistibile della storia in Mamma, ho riperso l’aereo e Roger Corwin, ricchissimo magnate delle comunicazioni satellitari che in Charlie’s Angels arriva persino a sfidare Bosley a mangiare sashimi di pesce palla.
Teatro, cinema, televisione, doppiaggio, musica: Curry sembrava scegliere con particolare gusto proprio gli angoli più strani, eccentrici e meravigliosamente storti dell’immaginario. Forse perché aveva capito una cosa fondamentale: essere memorabili è molto più interessante che essere rassicuranti.








































































































