
Nell’estate più calda che ricordiamo, un piccolo incendio non ha bruciato soltanto un appartamento: ha incenerito, almeno temporaneamente, un modello abitativo, sociale e culturale. La comunità che per tredici anni aveva vissuto dentro Spin Time si è ritrovata improvvisamente in strada, esposta a temperature indecenti e difficilmente sopportabili soprattutto per bambinə, persone anziane, malatə e persone con disabilità. Una comunità composta da persone di provenienze, culture, religioni e storie differenti aveva trasformato un immobile abbandonato in un’esperienza concreta di convivenza e solidarietà. Un melting pot non confezionato per decorare la retorica istituzionale sull’inclusione, ma praticato ogni giorno, con tutta la complessità, le contraddizioni e la fatica che comporta vivere insieme.
Dentro quelle unità abitative non si era semplicemente trovata una risposta all’emergenza abitativa: si era prodotto un modello sociale. Spin Time era diventato casa, scuola, presidio, laboratorio culturale, rete di assistenza e luogo d’incontro. Vi avevano trovato spazio doposcuola, sportelli sociali, assistenza sanitaria, aule studio, laboratori, coworking, una sala di registrazione, un’osteria popolare, attività per bambinə e sedi per associazioni che altrove non avrebbero avuto accesso. E uno dei progetti editoriali più interessanti degli ultimi decenni, Scomodo, con cui Aut ha una fratellanza animica che vi abbiamo raccontato qualche anno fa.
Spin Time quindi è molto più di un tetto sopra la testa, dunque, perché abitare non significa soltanto occupare dei metri quadrati. Significa costruire relazioni, protezione, continuità, memoria e appartenenza. È tutto questo che, dopo l’incendio, è stato messo sulla strada.
Per più di una settimana circa quattrocento persone hanno dormito davanti al palazzo che chiamavano casa. Un episodio circoscritto ha prodotto, nel giro di poche ore, ciò che per anni era rimasto sospeso tra provvedimenti giudiziari, dichiarazioni politiche e assenza di soluzioni: lo sgombero di Spin Time Labs.
Il 7 agosto il sindaco Roberto Gualtieri ha firmato un’ordinanza urgente per trasferire le persone censite in strutture ricettive laiche o religiose, a Roma e, se necessario, nell’area metropolitana. L’assistenza alloggiativa straordinaria durerà al massimo sessanta giorni e darà priorità alle famiglie con minori e alle persone in condizioni di maggiore fragilità. Sono previsti sostegno sociale, scolastico e logistico e uno sportello incaricato di organizzare i trasferimenti. È un provvedimento necessario, perché nessuno può essere lasciato a dormire sull’asfalto nel caldo di agosto. Ma sarebbe un errore scambiarlo per una soluzione. Sessanta giorni non sono una casa, una camera d’albergo non ricostruisce una comunità e la distribuzione di centinaia di persone in strutture differenti rischia di trasformare un’emergenza scandalosamente visibile in una dispersione amministrativamente più discreta. Si tolgono i corpi dal marciapiede, magari così non disturbano il panorama e non rovinano la cartolina di una Roma sempre pronta a vestirsi da Grande Bellezza quando deve nascondere le proprie miserie. Ma non si restituisce loro ciò che hanno perduto. E ciò che hanno perduto non è soltanto un tetto.
Spin Time non è un edificio dentro il quale, per tredici anni, hanno vissuto “abusivamente” quattrocento persone. Quella è la versione liofilizzata della storia, perfetta per il dibattito televisivo e per chi considera la legalità una pochette da abbinare soltanto ad alcuni sgomberi. Spin Time è una parte di città costruita nel vuoto lasciato dalle istituzioni. Non il castello incantato dell’autogestione, tutto assemblee armoniose, mutualismo impeccabile e tramonti rivoluzionari, ma un organismo complesso, attraversato da conflitti, contraddizioni, fatica e responsabilità condivise.
Difendere Spin Time non significa negare l’origine illegale dell’occupazione, rimuovere i problemi di sicurezza dell’edificio o costruire l’ennesima agiografia romantica di un’esperienza dal basso. Significa riconoscere una sproporzione molto concreta: per tredici anni una comunità ha prodotto valore sociale in un immobile abbandonato, mentre le istituzioni rinviavano qualsiasi scelta capace di trasformare quell’esperienza in una politica pubblica stabile. Ora quello stesso ritardo rischia di essere utilizzato per dichiararne inevitabile la fine.
La notizia di Spin Time ci ha colpitə direttamente come redazione di Aut e come Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli, perché la nostra comunità conosce bene il valore politico di uno spazio da poter chiamare casa. Le soggettività lgbTqia+ hanno dovuto costruire spesso, dentro città ostili, luoghi nei quali riconoscersi, proteggersi e ricomporre quelle famiglie di scelta nate quando quelle di sangue si erano dimostrate respingenti, violente o semplicemente incapaci di accoglierci.
È accaduto nel Marais a Parigi, a Chueca a Madrid, a Schöneberg a Berlino, a Soho a Londra, tra Bairro Alto e Príncipe Real a Lisbona, lungo Reguliersdwarsstraat ad Amsterdam. Quartieri oggi venduti come allegre destinazioni arcobaleno, perfettamente inserite nelle mappe turistiche e nei programmi delle amministrazioni, ma formatisi anche dalla necessità di trovare riparo in città molto meno accoglienti di quanto amino raccontarsi.
Prima dei cocktail sponsorizzati, delle bandiere esposte per un mese e della trasformazione dell’identità in marchio urbano, quei luoghi erano reti di soccorso, possibilità di lavoro, informazione, protezione e sopravvivenza. Non erano scenografie dell’inclusione: erano dispositivi di esistenza.
In Italia, Porta Venezia a Milano è diventata il quartiere arcobaleno più riconoscibile, attraversato da locali, associazioni, attività commerciali e presenze che hanno reso visibile la comunità.
Roma possiede invece una geografia queer più frammentata e mobile: dalla Gay Street accanto al Colosseo alle esperienze di Testaccio, Ostiense, San Lorenzo e Pigneto, fino agli spazi costruiti dal movimento, dall’associazionismo e dalla notte. Non un quartiere delimitato, ma una costellazione di luoghi conquistati, difesi e troppo spesso perduti. Perché Roma ama celebrare la propria libertà notturna, purché al mattino non ne restino una sede, una rivendicazione o, possibilmente, una comunità organizzata.
Questa è la ragione per cui Spin Time non rappresenta una storia estranea alla nostra esperienza. Le anime che lo abitano portano con sé storie di fughe: da una casa diventata invivibile, da una famiglia violenta, da un Paese ostile, dalla guerra, dalla povertà, dalla persecuzione o da condizioni che non conosciamo fino in fondo. E che, ammettiamolo, spesso non ci piace neppure ascoltare. Perché conoscere ciò che viene prima di un’occupazione, di un viaggio, di una richiesta d’aiuto o di una notte trascorsa sul marciapiede rischierebbe di far crollare i nostri castelli dorati: quelli dai quali è facilissimo giudicare l’illegalità di chi attraversa una porta chiusa da anni, senza interrogarsi sulla violenza che ha reso necessario aprirla.
Lo sguardo queer non serve qui ad applicare una bandiera a una vicenda abitativa che avrebbe già un proprio significato politico. Serve a riconoscere una struttura comune: l’espulsione da una casa che non protegge, la ricerca di uno spazio nel quale il corpo smetta di essere percepito come un errore, la costruzione di legami che sostituiscano o allarghino quelli assegnati dalla nascita. Le famiglie di scelta non sono un’invenzione romantica della cultura lgbTqia+, ma una tecnologia sociale sviluppata da chi ha imparato che la sopravvivenza può dipendere dalla capacità di riconoscersi, accogliersi e organizzarsi al di fuori delle istituzioni che avrebbero dovuto garantire protezione.
Aut nasce dentro una storia collettiva che ha trasformato spazi sottratti all’invisibilità in luoghi di parola, relazione e conflitto.
“Il Circolo Mario Mieli sa che una sede non è mai soltanto un indirizzo: è il punto nel quale una soggettività isolata comprende di appartenere a una comunità. È il luogo nel quale una biografia percepita come fallimento individuale può finalmente riconoscersi come parte di una condizione condivisa e, quindi, politica”, dichiara il presidente Mario Colamarino.
Per questo difendere Spin Time significa riconoscere una genealogia comune. Non perché le esperienze siano identiche, ma perché identico è il gesto da cui prendono forma: costruire una casa sociale quando quella istituzionale, familiare o nazionale ha deciso che per alcuni corpi non ci fosse posto. Le comunità lgbTqia+ conoscono perfettamente anche la differenza tra essere invitate a decorare una città e poterla realmente abitare. Siamo magnificamente accoltə quando produciamo immaginario, turismo, spettacolo e consumo; diventiamo molto meno seducenti quando chiediamo case, spazi, protezione, mutualismo e continuità. Ci vogliono favolosə, possibilmente per la durata di un Pride e senza disturbare il mercato immobiliare.
Spin Time ha invece dimostrato che uno spazio può essere contemporaneamente casa, presidio, laboratorio culturale e luogo attraversabile dalle differenze. Non una scenografia inclusiva, ma inclusione praticata ogni giorno, con tutta la fatica e le contraddizioni che questo comporta.
Definire questa vicenda soltanto come un conflitto fra proprietà privata e occupanti significa inoltre cancellarne il primo atto. L’edificio era pubblico, è stato trasformato in un prodotto finanziario durante la stagione delle grandi dismissioni, venduto insieme ad altri immobili e successivamente riaffittato dallo Stato. Nel 2004 quasi quattrocento immobili pubblici furono ceduti in blocco per 3,3 miliardi di euro, con uno sconto del dieci per cento rispetto alla valutazione complessiva. Secondo la ricostruzione dell’economista Luigi Corvo, soltanto per la sede poi diventata Spin Time sarebbero stati spesi circa 48 milioni di euro in canoni prima del definitivo abbandono nel 2010.
Il pubblico vende, paga per utilizzare ciò che ha venduto, lo lascia vuoto e poi scopre una passione improvvisa per la proprietà privata quando qualcunə trasforma quel vuoto in una casa.
Nel febbraio 2026 il ministero dell’Interno è stato condannato a risarcire con oltre 21 milioni di euro Investire Sgr per la mancata esecuzione dello sgombero disposto nel 2020. Denaro pubblico che non acquista l’edificio, non mette in sicurezza una stanza, non costruisce una casa popolare e non finanzia nessuno dei servizi prodotti al suo interno. Compensa il valore finanziario di un immobile rimasto indisponibile. Il profitto riceve una cifra precisa, con tanto di calcolo e penale mensile; il valore di una comunità viene invece lasciato nella categoria sentimentale delle belle esperienze, da applaudire finché non intralciano un’operazione immobiliare.
Eppure, anche quel valore è stato misurato. La valutazione realizzata da Open Impact, spin-off dell’Università di Milano-Bicocca, con il contributo dell’Università Roma Tre, ha stimato che la regolarizzazione di Spin Time e il mantenimento dei suoi servizi potrebbero generare circa 71,5 milioni di euro di valore sociale, a fronte di 36,7 milioni necessari per acquisto, riqualificazione, manutenzione e gestione. Quasi due euro restituiti alla collettività per ogni euro investito. Persino parlando la lingua prediletta da chi crede soltanto a ciò che può essere inserito in un foglio Excel, Spin Time non è un costo: è un investimento. La speculazione promette ricchezza e lascia debito pubblico; Spin Time ha fatto l’esatto contrario.
Il rischio, d’altra parte, non riguarda soltanto chi abitava il palazzo. Via di Santa Croce in Gerusalemme si trova in un’area già attraversata dalla proliferazione di affitti brevi e strutture ricettive. Se l’immobile tornasse sul mercato senza una destinazione pubblica, potrebbe diventare l’ennesimo albergo in un quartiere progressivamente consegnato alla monocultura turistica: residenti espulsi, affitti sempre più alti, attività di prossimità sostituite da servizi destinati a chi attraversa la città per pochi giorni. Roma trasformata in una scenografia infinitamente disponibile, bellissima da consumare e sempre meno possibile da abitare.
La turistificazione non modifica soltanto il mercato immobiliare: produce una selezione dei corpi autorizzati a stare nella città. Sono benvenuti quelli che arrivano con una prenotazione e una carta di credito; diventano un problema di ordine pubblico quelli che chiedono una casa, una scuola vicina, un medico o uno spazio nel quale incontrarsi. Un edificio pieno di turisti viene chiamato valorizzazione. Lo stesso edificio pieno di famiglie, associazioni e servizi gratuiti viene raccontato come degrado. Non è una differenza lessicale: è il progetto politico attraverso il quale si decide chi possa ancora vivere nei centri urbani e chi debba esserne accompagnato, possibilmente senza troppo rumore, fuori.
In questi giorni di emergenza Roma non è rimasta ferma. Non tutta, almeno. Davanti allo stabile è nato immediatamente un presidio nel quale la società civile ha tentato di ricreare all’aperto (purtroppo e necessariamente) lo spirito che viveva dentro Spin Time. Sul profilo Instagram spintimelabs vengono pubblicati ogni giorno i programmi delle iniziative ed è possibile rivedere gli interventi di intellettualə, artistə, attivistə e politicə che non hanno portato soltanto una dichiarazione di solidarietà, ma la propria voce, il proprio lavoro e la propria presenza. Perché, quando quattrocento persone vengono messe in strada, esserci fisicamente significa sottrarle almeno in parte alla strategia dell’invisibilità che spesso accompagna gli sgomberi: prima si allontanano i corpi, poi si aspetta che scompaiano anche dal discorso pubblico.
Roberto Saviano è intervenuto al presidio riconoscendo in Spin Time una difesa concreta della Costituzione e della democrazia.
Sabina Guzzanti, che quella comunità l’aveva già attraversata e raccontata nel documentario “Spin Time – Che fatica la democrazia!” ha contribuito alla costruzione di un’arena cinematografica all’aperto e rilanciato la richiesta di sostegno.
Zerocalcare ha lasciato sui cancelli un disegno nel quale l’umanità viene contrapposta al profitto, traducendo in un’immagine immediata il conflitto che attraversa l’intera vicenda.
Ditonellapiaga ha trasformato per qualche ora la strada in un palco, cantando tra le tende e le brandine e restituendo alle persone presenti qualcosa che il linguaggio dell’emergenza tende a cancellare: il diritto alla festa, alla leggerezza e alla produzione culturale anche nel mezzo di una battaglia politica.
Non è stata una passerella di celebrità accorse per farsi fotografare dalla parte giusta del cancello. O, almeno, non vogliamo che venga raccontata così. Quelle presenze hanno portato strumenti differenti: il racconto, il cinema, il disegno, la musica, la capacità di attirare attenzione pubblica e impedire che la vicenda venisse ridotta all’ennesimo sgombero consumato nel silenzio di agosto.
Anche il mondo del cinema ha preso posizione attraverso un appello sottoscritto, tra gli altri, da Marco Bellocchio, Francesca Comencini, Leonardo Di Costanzo, Matteo Garrone, Pietro Marcello, Mario Martone, Susanna Nicchiarelli, Paolo Sorrentino, Paolo Virzì e Carlo Verdone.
Il premio Nobel Giorgio Parisi ha affidato a una lettera aperta una riflessione sul valore delle relazioni che tengono insieme una comunità. Non una fila di nomi da sistemare sul red carpet della coscienza civile, dunque, ma linguaggi e autorevolezze messi a disposizione di chi rischiava di essere trasformato in un problema da rimuovere.
“Sostengo Spin Time perché rappresenta ciò in cui credo da sempre, una società che si costruisce dal basso, con la cura reciproca. Ci si prende cura gli uni degli altri ogni giorno, nonostante nel resto del mondo sembra sempre più facile voltarsi dall’altra parte e pensare solo per sé”, ha dichiarato Ilaria Cucchi durante la sua visita.
La notizia politicamente più importante resta però l’intenzione dichiarata da Roma Capitale di acquistare lo stabile e restituirgli una funzione pubblica. Il Comune aveva proposto a Investire Sgr un accordo transitorio che gli consentisse di prendere temporaneamente in gestione l’edificio, finanziare con circa ottocentomila euro i primi interventi di messa in sicurezza e permettere, nell’arco di due o tre mesi, il rientro di almeno centoventi persone, dando priorità ai nuclei più fragili e a bambinə e ragazzə che frequentano le scuole del quartiere. Nel frattempo, sarebbero proseguite le procedure necessarie all’acquisizione definitiva. La proprietà ha respinto la prima proposta, sostenendo che il rientro delle persone avrebbe esposto la società e i suoi amministratori a responsabilità civili e penali, nonostante il Comune avesse dichiarato di essere disposto ad assumerle. Il rifiuto ha reso impossibile l’accordo ponte, ma il sindaco Roberto Gualtieri ha ribadito che il percorso per l’acquisto non è stato abbandonato. Roma Capitale chiederà una nuova stima ufficiale dell’immobile e continuerà la trattativa. È questa la notizia sulla quale non bisogna permettere che cada il silenzio una volta trasferite le persone nelle sistemazioni temporanee.
Il riparo per sessanta giorni risponde all’urgenza; l’acquisizione dello stabile affronta finalmente la questione politica. La prima evita che qualcunə continui a dormire sull’asfalto, la seconda può impedire che tredici anni di relazioni, servizi e cultura vengano dispersi per sempre. L’edificio deve tornare pubblico non per cancellare retroattivamente l’occupazione, ma per riconoscere la funzione pubblica che Spin Time ha già costruito al suo interno mentre le istituzioni restavano immobili.
Dopo essere stato un bene dello Stato, essere stato dismesso, trasformato in prodotto finanziario, riaffittato con denaro pubblico e infine abbandonato, quel palazzo non può diventare l’ennesima occasione immobiliare confezionata con il lessico seducente della “valorizzazione”. È già stato valorizzato dalle persone che lo hanno abitato, curato e aperto alla città. Il punto è decidere se per Roma abbia più valore una comunità viva oppure la promessa di un’altra struttura ricettiva con lampade di design, colazione internazionale e nessuna memoria di ciò che esisteva prima.
Nell’immediato, la solidarietà deve diventare sostegno materiale. La raccolta fondi Aiuta Spin Time a restare serve ad affrontare le necessità della comunità, sostenere il presidio e garantire pasti, acqua, beni essenziali e assistenza durante questa fase.
Donare, partecipare alle iniziative, seguire e condividere le comunicazioni di spintimelabs significa impedire che l’emergenza venga considerata conclusa soltanto perché le tende non saranno più visibili dalla strada.
Il crowdfunding non è la soluzione politica e non può sostituire le responsabilità delle istituzioni, ma permette a Spin Time di continuare a esistere e organizzarsi mentre quella soluzione viene pretesa.
Si può contribuire alla raccolta Aiuta Spin Time a restare. Non è una colletta per acquistare un piccolo accessorio per la nostra coscienza e sentirci impeccabili fino alla prossima emergenza. È un modo per prendere posizione su quale Roma vogliamo abitare: quella che mette in strada le persone e poi lucida i palazzi per i turisti, oppure quella che riconosce il valore di chi ha trasformato un immobile vuoto in una casa, un laboratorio e una comunità.
Spin Time non chiede di essere trasformato in un’eccezione romantica, l’ennesima leggenda underground che Roma celebrerà soltanto dopo averla distrutta. Chiede che venga riconosciuto ciò che è già diventato: un’infrastruttura pubblica costruita dal basso dentro un edificio che pubblico lo era stato davvero. Portare le persone al riparo è il minimo indispensabile.
Sostenere adesso la comunità è urgente. Riportare quel palazzo alla città è la decisione politica. La proprietà potrà anche possedere le mura, ma tredici anni di vita non entrano in una visura catastale. E se davvero ogni grande spettacolo ha bisogno di un gran finale, questo non può essere uno sgombero travestito da ordine ritrovato: deve essere il palazzo che torna pubblico, con Spin Time ancora dentro e Roma, finalmente, un po’ meno immobile.








































































































