
C’è una parola che oggi ritorna, parlando di Valentino: maestro. Non come formula celebrativa, ma come riconoscimento pieno. Maestro è chi costruisce un linguaggio, lo rende riconoscibile, lo difende dal rumore del tempo e lo consegna alla storia senza semplificarlo. Valentino è stato questo: un couturier nel senso più rigoroso del termine, quando l’alta moda non era un segmento del lusso ma un sistema culturale, una disciplina dello sguardo, una pedagogia del corpo e dell’eleganza. La sua scomparsa non interroga soltanto la moda. Interroga un Paese e le sue rimozioni.
Oggi il nome di Giancarlo Giammetti viene pronunciato con naturalezza: socio, compagno di vita, figura centrale nella costruzione di una maison e di un’esistenza condivisa. Questa semplicità, oggi data per acquisita, racconta però un ritardo. Non perché mancassero le parole, ma perché per decenni è mancata la volontà di usarle senza paura.
La storia di Valentino e Giammetti è una storia profondamente generazionale. Nasce in un’Italia pre-divorzio, pre-aborto legale, pre-abolizione del delitto d’onore. Un Paese in cui anche le famiglie eterosessuali vivevano sotto dispositivi morali rigidi e in cui tutto ciò che eccedeva la norma era tollerato solo a patto di restare non detto. Gli anni Settanta portano i primi movimenti di liberazione, gli Ottanta la tragedia dell’AIDS, i Novanta le prime piazze dei Pride, i Duemila l’idea — fragile — di un nuovo orizzonte possibile. Dentro questa traiettoria, l’ipocrisia non è stata di chi ha scelto il riserbo. La riservatezza è un diritto. L’ipocrisia è stata di chi, pur sapendo, ha preteso che nulla cambiasse.
La caduta del velo avviene tardi, e avviene anche attraverso il documentario Valentino: The Last Emperor. Non come scandalo, ma come atto di chiarezza. Da quel momento Giammetti non è più “l’amico”: diventa l’ex, resta il socio, emerge come figura pubblica riconosciuta. Oggi, attraverso la Fondazione e il progetto PM23, porta avanti una memoria che non è solo archivio di abiti ma responsabilità culturale. Custodisce il couturier, l’artista, ma soprattutto l’uomo. Senza violare quella riservatezza che non è rimozione, ma scelta consapevole.
Parlare della moda di Valentino è complesso proprio nella sua apparente semplicità. Racconta l’Italia, ma non solo. Racconta un’idea di eleganza come progetto, come disciplina, come resistenza al tempo breve. Le sue ossessioni — il rosso come assoluto, la linea come controllo, la decorazione come misura — non erano vezzi, ma atti di fede. La sua modernità non nasceva dall’urgenza di essere contemporaneo, ma dalla fedeltà a una classicità attraversata e rinnovata. In un sistema che ha imparato a chiamare “innovazione” ogni accelerazione, Valentino ha dimostrato che il gesto più radicale può essere la coerenza.
Forse ciò che oggi appare più lontano, e per questo più necessario, è proprio la sua idea di durata: un’eleganza che non cerca consenso immediato, ma costruisce senso nel tempo, accettando di non essere sempre allineata. Forse è proprio qui che la sua eredità continua a interrogare il presente.
Quando ho visto la sfilata Valentino Autunno/Inverno 2022–23, interamente costruita sul fucsia, ho avvertito un cortocircuito. Non era solo una scelta cromatica. Era una posizione. Quel colore assoluto — il Pink PP, come lo ha chiamato Pierpaolo Piccioli — saturava tutto, cancellava la neutralità, rifiutava il beige rassicurante del consenso. Non chiedeva di essere amato. Esponeva. Le reazioni che seguirono dissero molto meno sulla moda che sulla società. In un sistema che ama definirsi progressista ma continua a funzionare per gerarchie antiche, bastò un colore, un corpo non conforme, una posa ambigua per riattivare paure profonde. Quel fucsia non fu un colore “inclusivo”. Fu uno stress test. Un test di realtà.
Oggi, attraverso la rilettura dell’archivio, Alessandro Michele si muove in un’altra direzione, ma non in contraddizione. Il suo lavoro mostra come l’estetica di Valentino — colta, stratificata, profondamente classica — sia ancora capace di produrre attrito, pensiero, complessità. Una modernità che nasce dalla classicità, non dal suo rifiuto.
Valentino ha scelto di uscire di scena come imprenditore, ma non è mai uscito dalla storia culturale e identitaria di questo Paese. Non lascia un’estetica da replicare, ma una grammatica da attraversare. Ed è nella sua capacità di reggere il tempo, il conflitto e la rilettura che questa eleganza continua a parlare.








































































































