
Tra un albero di Natale, una cena di gruppo, brindisi, auguri e quella sospensione un po’ irreale che accompagna questi giorni di fine anno, mi è capitato di imbattermi in una notizia su Cher. Una notizia talmente assurda da risultare, paradossalmente, credibile. Perché in questo tempo sfilacciato, iperbolico, senza argini chiari tra realtà, desiderio e narrazione, anche l’impossibile ha imparato a vestirsi da verità. Ho verificato. Ho controllato l’origine del testo, la sua diffusione, la rete di pagine che lo ha fatto circolare. È una bufala. Una costruzione virale. Una fan-fiction politica.
Non è mai successo così. Eppure. Ho deciso di scriverne come se fosse vero. Non per ingenuità, non per superficialità, ma per scelta editoriale e politica. Perché il fatto in sé — pur falso — è uno straordinario dispositivo di riflessione. E perché, come Aut, come squadra, come spazio che prova a fare cultura e non solo cronaca, crediamo che il nostro lavoro non sia limitarci a dire “questa cosa è successa”, ma chiederci perché avremmo voluto che succedesse o non succedesse.
Il fatto che questa storia non sia vera non significa che questa dinamica non possa accadere. Anzi. Il fatto che sia stata così facilmente creduta dice moltissimo del presente che abitiamo: del bisogno di autorità simboliche, di memoria, di voci che non chiedano permesso, di corpi che non si ritirino in silenzio.
Questo testo è quindi un esercizio consapevole di “e se accadesse?”. Un gioco serio. Un atto di immaginazione politica. E se un giorno dovesse succedere davvero, sappiate che noi — qui — la pensiamo esattamente così.
“Facciamo sul serio per un secondo, tesoro. Karoline Leavitt, nata nel 1997. Ex assistente della Casa Bianca — durata dell’incarico: otto mesi. Ho avuto parrucche che sono durate più a lungo. Ha perso due elezioni per il Congresso — entrambe a doppia cifra. Conduce un podcast con meno ascoltatori settimanali dell’account Twitter del mio gatto. Difende la ‘libertà di parola’, eppure blocca chiunque la metta in discussione. E il suo ultimo traguardo? Dare dell’‘irrilevante’ a una donna che ha scalato le classifiche in sei decenni diversi, mentre lei stessa è di tendenza per tutte le ragioni sbagliate. Bambina mia, combatto per i diritti, giro il mondo e mi reinvento da prima che i tuoi genitori andassero al ballo di fine anno. Ho affrontato critiche più forti, più dure e infinitamente più significative di qualunque cosa tu possa digitare. Eppure, eccomi qui. Ancora qui. Ancora a cantare. Quindi, se vuoi parlare di rilevanza… tesoro, siediti”. Cher risponde così a Karoline Leavitt, che ha definito il suo attivismo “irrilevante, superato, radicato in un mondo che non esiste più”.
C’è una frase, dentro questa risposta, che pesa più di tutte le altre, più delle battute, più della precisione chirurgica con cui ogni cosa viene rimessa al suo posto: “And yet, here I am. Still here. Still singing.” Non è una rivendicazione personale. Non è narcisismo. Non è la posa di una diva che non accetta il tempo che passa. È una dichiarazione politica. È la durata che prende parola in un presente che ha deciso che il tempo è un problema, che la memoria è un intralcio, che il cambiamento è legittimo solo se giovane, rapido, consumabile. Quando l’attivismo di Cher viene liquidato come “superato”, non si sta parlando davvero di lei. Si sta parlando di un’idea di mondo in cui il cambiamento ha una data di scadenza, in cui la lotta è accettabile solo se non disturba, in cui chi c’era prima deve farsi da parte in silenzio. La risposta di Cher non è spocchiosa, non è ironica, non è shade. È esatta. Ed è proprio per questo che fa così male.
Come nel celebre monologo del ceruleo de Il diavolo veste Prada, Cher non umilia: spiega. Spiega che nulla nasce dal nulla, che il presente non è spontaneo, che i diritti, i linguaggi, i corpi possibili hanno una genealogia.
Spiegare oggi è considerato un abuso di potere perché obbliga a riconoscere che qualcuno è arrivato prima, quando essere visibili non era una scelta estetica ma una presa di posizione politica con conseguenze reali. Quando Cher dice “I’ve been fighting for rights”, non sta lanciando uno slogan. Sta aprendo un archivio. Sta attraversando le decadi come si attraversa una mappa politica.
Negli anni Sessanta, mentre il mondo occidentale scopre la televisione come macchina di consenso, Cher esiste già come corpo fuori dagli schemi, come voce fuori registro, come presenza che non rientra nel modello dominante. Sono gli anni dei diritti civili, delle proteste, degli assassinii politici: essere visibili, allora, non è neutro, è una scelta. Negli anni Settanta, mentre la parola “liberazione” entra nel lessico comune, Cher attraversa il femminismo, il divorzio, l’autodeterminazione, la sessualità non addomesticata. La libertà femminile, quando è praticata davvero, non è mai elegante, non è mai rassicurante, e il prezzo lo pagano sempre le stesse.
Negli anni Ottanta, quelli dell’edonismo e della catastrofe, di Reagan e Thatcher, dell’AIDS e del moralismo travestito da ordine, Cher non arretra. Difende, si espone, resta. Quando molte voci vengono spente, lei è ancora lì. Still here.
Negli anni Novanta, quando il mondo pretende coerenza e stabilità, Cher sceglie la mutazione: il corpo come tecnologia, la voce come software, il pop come spazio politico travestito da intrattenimento.
Negli anni Duemila avrebbe potuto diventare una legacy silenziosa, una statua, un ricordo rassicurante. Non lo fa. Continua a parlare, a disturbare, a prendere posizione. Ed eccoci oggi, negli anni in cui il vero scandalo non è che Cher esista ancora, ma che creda ancora. Che non accetti l’idea che a una certa età si debba smettere di desiderare il cambiamento. È qui che entra in gioco la parte più grave di tutta questa storia: l’ageismo. Non quello banale, anagrafico, ma quello politico.
Oggi la mancanza di rispetto verso chi ha fatto parte del cambiamento è diventata una postura. Aver attraversato momenti irripetibili non è più un valore, è una colpa da espiare. Se sei statə lì quando le cose accadevano davvero, quando i diritti non erano hashtag e il prezzo era il corpo, la carriera, la vita, oggi vieni accusatə di essere fuori tempo, superatə, irrilevante. Ed è qui che l’ageismo diventa censura. Non ti si chiede solo di invecchiare. Ti si chiede di smettere di credere.
Quando Cher dice “I’ve faced critics louder, harsher, and far more meaningful than anything you can type”, non parla di resilienza individuale, ma di asimmetria di potere. Chi oggi pratica il bullismo politico lo fa spesso mascherandolo da libertà di parola, ma la libertà non è bloccare il dissenso, non è chiamare “irrilevante” ciò che non puoi controllare.
Cher appartiene a un mondo non escludente, a un mondo che difende e vorrebbe vedere tutelate le realtà marginalizzate, un mondo che conosce le proprie imperfezioni e non crede alle parole di chi accentra su di sé il potere. E no, non possiamo raccontarci che tutto questo riguardi solo l’America. Anche qui abbiamo le nostre Karoline Leavitt. E abbiamo le nostre Cher. Persone delegittimate, fatte passare per inascoltabili, ridotte a rumore non perché sbagliano, ma perché insistono, perché non accettano di ritirarsi in una memoria sterile.
L’ageismo applicato alla voglia di credere ancora di poter cambiare il mondo è una delle forme più sofisticate e crudeli di normalizzazione contemporanea. Quando Cher chiude con “Sweetheart, take a seat”, non sta zittendo una giovane donna. Sta zittendo un sistema che pretende di giudicare senza conoscere la storia. Non è spocchia. Non è ironia. È precisione storica. È dire: prima di parlare di rilevanza, siediti. Studia. Ricorda. Perché il mondo che oggi qualcuno definisce “inesistente” è esattamente quello che ha reso possibile il presente. E Cher, che lo si voglia o no, non è un ricordo. È ancora una testimone attiva.
Naturalmente chi ha costruito questa fake news ha scelto Cher. Ma al suo posto poteva esserci Madonna. Poteva esserci Barbra Streisand — e infatti esiste davvero una versione quasi identica con il suo nome. Perché il meccanismo è sempre lo stesso: prendere una figura femminile, longeva, politicamente esposta, impossibile da addomesticare, e usarla come corpo simbolico su cui far esplodere una frattura generazionale, culturale, ideologica. E se guardiamo a casa nostra, non è difficile immaginare chi potrebbe occupare quello stesso spazio. Fiorella Mannoia, sempre in prima linea quando c’è da difendere un diritto — che sia quello delle donne, di un popolo, di una comunità marginalizzata o discriminata. Così come Loredana Bertè, con il suo corpo indocile, la sua voce mai pacificata, la sua storia che disturba ancora oggi chi vorrebbe archiviare tutto sotto la voce “passato”.
È questo il punto. Non Cher in sé. Ma ciò che Cher rappresenta.Per questo, a scanso di equivoci, lo ripetiamo: questo è stato un gioco consapevole di fine anno. Un esercizio di immaginazione politica. Un “e se accadesse?” usato non per ingannare, ma per pensare. Per entrare nel 2026 con un po’ più di consapevolezza e — soprattutto — con la voglia di tornare a disturbare. A non chiedere permesso. A non farsi piccoli. A lottare per le libertà, per le autodeterminazioni, per i diritti che non sono mai definitivamente acquisiti.
Se questa storia ha funzionato, anche da falsa, è perché parla di un desiderio reale. E se un giorno accadrà davvero, non ci troverà impreparatə. Saprete già da che parte stiamo.








































































































