
Scrivere è spesso un atto di coraggio: mettersi a nudo davanti a se stessi, dare forma a emozioni che da sole rischierebbero di perdersi. È quello che ha fatto Laura Sanna con Scrivi chi a.mare (Albatros editore), un libro nato in quarantena, tra introspezione e bisogno di ordine interiore. In queste pagine, il coming out non è un gesto eroico, ma un dialogo lento e sincero con se stessa, un percorso di accettazione che parla al cuore di chiunque abbia mai avuto paura di mostrarsi. In questa intervista, Laura racconta a Aut come la scrittura possa trasformare la vulnerabilità in forza, e la propria storia personale in un gesto di condivisione universale.
“Scrivi chi a.mare” gioca con l’amore e con il verbo scrivere: quanto di questo libro nasce da un’urgenza fisica, quasi corporea, e quanto invece da un bisogno di ordine, di dare forma a ciò che faceva paura?
Il libro nasce nel 2020, in piena quarantena.Per alcuni il COVID è stata un’esperienza totalmente negativa mentre, per altri, si è mostrata come l’opportunità di recuperare il tempo che ogni giorno ci scivola via dalle mani. Non solo tempo di condivisione, soprattutto tempo interiore. Per me è stato questo: l’esigenza di mettere ordine tra le emozioni che ho voluto sempre ignorare o trattare con superficialità, l’esigenza di ascoltarmi finalmente senza essere la prima persona che giudica ancora prima di permetterlo agli altri. È proprio da questo che nasce l’idea di scrivere una sorta di diario, un dialogo interiore, un flusso di coscienza che mi ha aiutato a rimettere ordine, ad elaborare tutto il mio vissuto. Stavo rimettendo insieme i cocci caduti di ogni singola emozione legata al mio vissuto.
Nel tuo esordio racconti l’accettazione dell’omosessualità senza proclami né bandiere, ma attraverso la vulnerabilità. È stata una scelta politica quella della discrezione, o semplicemente l’unica lingua possibile per dire la tua verità?
È vero, non si parla di leggi, di necessità di pari diritti, di evoluzione di pensiero e molto altro. Un’unica cosa è certa e sembrerà banale: c’è tutto il mio cuore. La discrezione nel non toccare i problemi politici attuali per quanto riguarda la societá passata ed odierna è voluta. Parlare di politica non era la mia priorità. Il libro nasce dalla sincera volontà di condividere il mio vissuto mettendomi totalmente a nudo, con l’idea di far sentire chiunque stia vivendo un disagio (per qualsiasi motivo, pur non inerente all’orientamento sessuale) meno solo.

C’è ancora l’idea che il coming out debba essere un gesto eroico. Nel tuo libro, invece, sembra più un lento dialogo con te stessa. A chi hai dovuto chiedere più perdono: agli altri o alla Laura che eri prima?
Quando raccontai al ragazzo della casa editrice la mia storia, lui mi chiese due cose: che titolo volessi dare al libro e a chi lo avrei dedicato. La risposta alla tua domanda è proprio in una delle prime pagine: Laura bambina, impaurita da un qualcosa più grande di lei, che l’ha condizionata per gran parte della sua vita. È anche per lei che ho scritto questo libro: è stato come dare giustizia ad un cammino importante, che si è rivelato un viaggio interiore per certi aspetti difficile ma, per altri, necessario e puro. Il mondo lá fuori era molto più pronto ad accogliermi di quanto lo fossi io, di amarmi e non giudicarmi. Invece avevo fatto sí che i miei pensieri, i miei stessi giudizi prendessero il sopravvento. E li ho resi altrui, non solo miei. Per cui sí, direi che devo chiedere scusa sia alla Laura bambina, l’ho condannata ingiustamente; sia a chi non mi ha mai abbandonata, al contrario supportata ed ha atteso in silenzio il mio momento, alleggerendo uno step per me cosí importante come il coming out.
Barbara Alberti firma la prefazione: un passaggio di testimone importante e un battesimo di spessore. Che tipo di sguardo femminile e letterario senti di aver ereditato, e quale invece senti il bisogno di contraddire?
Nonostante la Alberti appartenga ai primi anni ’40, la sua scrittura ed il suo pensiero sono molto critici verso la società patriarcale che, negli ultimi anni, stiamo combattendo e affrontando a testa alta. È molto vicina alle nuove generazioni condividendone ideali e principi e donando ulteriore valore all’universo femminile. Amo il fatto che la donna, nella penna e nella voce di Barbara, prenda una forma molto distante dai grandi classici, lontana dall’ideale di casalinga disperata dedita solo ed unicamente a casa, marito e figli. Lei abbandona quasi del tutto questo aspetto, donando alla donna un nuovo assetto ma, soprattutto, dignità e realtá. Stimo la sua trasparenza e semplicitá nel raccontarsi senza alcun freno inibitorio, pronunciandosi sulla comunitá LGBTQIA+. Vicine quindi nel pensiero e negli ideali.
Essere una scrittrice esordiente oggi significa spesso essere chiamata a “rappresentare” qualcosa. Tu hai raccontato la tua storia solo per te stessa o anche per gli altri?
Il libro nasce dalla necessità di raccontarmi e rivivere quello che è stato un viaggio introspettivo intenso e lungo, che mi ha portato alla serenità, quando negli anni addietro aspiravo alla felicità, inconsapevole che questa è fatta di piccoli momenti effimeri. Nello stesso momento, la parola chiave è CONDIVISIONE. È per me importantissimo sottolineare e far sí che si legga tra le righe quanto sia bello il tempo dedicato a noi stessi ma, anche, quanto sia fondamentale ricordarci che se allunghiamo una mano mentre stiamo annegando, un piccolo salvagente è sempre vicino a noi. Si tratta di tutte le persone che tengono a noi ma, anche e soprattutto, di perfetti sconosciuti che capiscono perfettamente come ti senti e possono darti un abbraccio sentito e sincero. Per cui direi che il libro ha sia un’importanza personale quanto un desiderio di aiuto.
Sei del 1994: una generazione cresciuta con più parole per nominarsi, ma non sempre con più libertà. Pensi che oggi fare coming out sia più facile?
Come sappiamo, nei primi anni del ‘900 fino a circa gli anni ’60 e ’70 appartenere alla comunità lgbtqia+ era considerata una vera e propria malattia. Persone rinchiuse in manicomio imbottite di farmaci, persecuzioni, percosse, addirittura pratiche di esorcismo per cacciare il demonio, persone che reprimevano totalmente i loro impulsi e sentimenti… Ad oggi la situazione si è ribaltata, o quasi. Fare coming out è diventato fin troppo facile. Oggi siamo bombardati da informazioni, pensieri, visioni diverse, concetti che ignoravamo totalmente noi generazioni passate. Tutto ciò crea, a mio parere, un sovraccarico mentale ed emotivo importante che, spesso, crea piú confusione che ordine. Probabilmente questo mio pensiero è figlio del fatto che io abbia combattuto con me stessa per molto tempo prima di imparare ad amarmi e fregarmene di quello che sarebbe successo dopo il mio coming out. Da un lato mi rincuora sapere che, nonostante siano necessari ancora tantissimi passi per i pari diritti, gran parte della societá risulta essere aperta mentalmente e pronta ad abbracciare tutti; dall’altro mi fa un po’ rabbia la superficialitá con la quale a volte è trattato un argomento così delicato.
Se oggi dovessi riscrivere una lettera alla te stessa di allora, alla “bimba impaurita da emozioni troppo grandi per essere contenute nel pugno di una mano”, cosa le diresti?
Questo è un tasto delicatissimo. Per prima cosa quella bimba l’abbraccerei, forte. Mi piace pensare che, una volta distaccate, lei vada nel lettone di mamma e papà a guardare un cartone prima di addormentarsi. E, mentre lei prende sonno, le scriverei tante, infinite cose: le direi che ne attraverserà di ogni, momenti belli e momenti meno belli; ma la rassicurerei. Per prima cosa sarà sempre amata, tanto. Inoltre possiede dentro una forza che è travolgente e le farà affrontare tutto a testa alta, spalle larghe e, perché no, occhi lucidi. Infine, le direi di guardare lo specchio più spesso, emozionarsi per ogni piccolo cambiamento, e realizzare quanto può essere orgogliosa della personcina che è. La terapia mi ha permesso di dirle davvero tutto ciò, e ci tengo a sottolineare che è un viaggio difficile, ma ne varrá sempre la pena.
Cosa pensi di chi dice che i pride non servono più?
Molte cose non servono più: il diario a scuola, le cabine telefoniche, andare a suonare all’amico per giocare quando lo puoi chiamare al telefono… e molto altro. Purtroppo, o per fortuna, però in questo elenco non sono presenti i pride. Fino a quando saranno calpestati i diritti anche solo di una singola persona, chicchessia, scendere in piazza, urlare, cantare, saltare, MANIFESTARE, sará doveroso e necessario. Nel libro parlo del mio primo pride: nessuno spoiler, ma è proprio quel giorno che io alzai la testa e mi resi conto di quanto eravamo belli, non solo fuori, ma soprattutto dentro, e di quanto lottare per esistere ci rendesse piú umani e meno soli. Ogni volta che i diritti di una persona sono negati, per sessualità, religione, etnia e ogni altra possibile caratteristica, ogni volta che sarà più importante quella caratteristica rispetto alla persona, continueremo a perdere ma, quando scendiamo in piazza e battiamo i pugni per i nostri diritti, ecco: in quel preciso momento valorizziamo la nostra esistenza e diventiamo più umani. Ed in quel caso, proprio lì, si può solo vincere.








































































































