
Parlare di Paolo Poli, a dieci anni dalla sua scomparsa, significa evocare una delle personalità più libere, colte e anticonformiste del teatro italiano del Novecento. Attore, regista, drammaturgo e fine intellettuale, Poli ha attraversato decenni di scena con uno stile inconfondibile, fatto di ironia tagliente, gusto per il travestimento e una raffinata capacità di mescolare cultura alta e popolare. Uno stile di cui oggi si può ritrovare qualche eco nel divismo cinico e asciutto di Drusilla Foer o nella fluidità identitaria mescolata al gusto per il gioco teatrale di Filippo Timi, più oscuro e contemporaneo, ma affine per certe libertà espressive.
Nato a Firenze nel 1929, Paolo Poli ha costruito un percorso artistico lontano dalle convenzioni, spesso in aperta polemica con la morale dominante, portando in scena spettacoli che sfidavano il perbenismo e giocavano con identità, generi e linguaggi, senza mai trasformare la sua arte in mezzo di lotta per i diritti. Era un fronte che non rientrava nei suoi interessi e non ne ha mai fatto mistero. Tuttavia, il suo teatro, profondamente letterario, che attingeva tanto ai classici quanto alla tradizione italiana, reinventandoli con leggerezza e intelligenza, non ha mai rinunciato a una sottile vena provocatoria. Questo lo ha reso, forse involontariamente, un simbolo di libertà e indipendenza. Figura amatissima e al tempo stesso spiazzante, egli è stato sempre fedele a una visione dell’arte come spazio di libertà assoluta.
Lucia Poli, sorella e compagna di scena, ma anche artista indipendente e attenta all’evoluzione civile della società, è stata testimone privilegiata di questo percorso umano e artistico unico. Il suo racconto, frutto di un incontro piacevole e ricco di aneddoti, ci guida nella memoria di un artista che ha fatto della diversità e dell’irriverenza una forma altissima di eleganza teatrale.

Partiamo dall’infanzia: che bambino era Paolo e quali sono i ricordi più vividi della vostra crescita insieme?
Paolo aveva undici anni quando sono nata io, quindi non posso parlare della sua infanzia perché non l’ho conosciuta e non siamo cresciuti insieme. I miei primi ricordi con il fratello grande risalgono al periodo della guerra quando lui era un adolescente e io una bambina di tre, quattro anni. Una scena indimenticabile: Paolo mi tiene abbracciata stretta stretta e corre in un campo di ulivi (eravamo sfollati nella campagna toscana) mentre un aereo in picchiata spara colpi di mitraglia verso di noi. Per fortuna non ci prende, noi ridiamo come dei pazzi! Qualche anno più tardi, nel dopoguerra, tornati a Firenze nel villino di Via delle Panche, Paolo diciottenne si diletta in giardino a disegnare e dipingere all’acquerello. Io sono molto orgogliosa di essere uno dei suoi soggetti preferiti. Ho ancora due ritratti che mi fece all’epoca.
Quanto ha contato l’ambiente familiare e culturale nella vostra formazione e in che modo ha orientato i vostri percorsi artistici?
L’ambiente familiare era ricco di stimoli: eravamo cinque fratelli, due sorelle maggiori, Paolo, poi Mario e ultima io. Spesso la sera i genitori e i fratelli grandi facevano musica. Mio padre suonava il violino, Ave il pianoforte, Laura e Paolo cantavano le romanze o le canzoni dell’epoca. Noi piccoli ascoltavamo incantati. Altra attività costante era il teatro, si giocava a inventare storie, travestendosi con i vestiti vecchi della zia che stavano in un baule dell’ampio corridoio. Di fronte a casa c’era il teatrino parrocchiale e lì il gioco del teatro diventava più serio: i grandi si esibivano in operette o commediole. Mi ricordo di aver visto una Biancaneve in cui mio fratello Paolo faceva Cucciolo, un nano improbabile, lungo e secco, luminoso e divertentissimo!
Quando ha intuito che Paolo avrebbe fatto del teatro la sua vita e quando ha sentito nascere, invece, la sua vocazione personale?
Paolo, crescendo, ha continuato a recitare in gruppi amatoriali fiorentini: il Teatro Universitario e poi la Compagnia dell’Alberello, fondata dalla nobildonna Flavia Farina Cini. Mi ricordo di avere assistito a una Locandiera in cui Paolo era un bellissimo Conte d’Albafiorita! Poi ha fatto alcune esperienze nel cinema a Roma. Ma solo nel 1958 ha iniziato la sua carriera professionale a Genova con Aldo Trionfo, nella cantina “La borsa d’Arlecchino”. Mi ricordo di essere andata a trovarlo durante le vacanze di Pasqua e di aver assistito a una magnifica pièce di Beckett, Finale di partita. Paolo era tutto bianco: capelli, volto, abito…. Era un folletto astratto. Il gioco non era più esteriore, ma si era interiorizzato e comunicava quella “verità” essenziale che è la funzione del teatro. Alla fine della commedia Paolo regalava al pubblico un’appendice di strofette e canzoni buffe, come si offre una scatola di cioccolatini a fine pasto. Pian piano da quel momento giocoso cominciò a maturare il suo “stile” personale e all’inizio degli anni ’60 fondò una sua compagnia e dal “Novellino” al “Diavolo” cominciò a inanellare successi. Io ho cominciato in altre cantine, quelle romane dell’avanguardia, negli anni ’70. Appena laureata avevo cominciato la carriera di insegnante a Firenze, non volevo seguire le orme del fratello già famoso… Poi ci sono cascata, per attrazione fatale e per spirito d’avventura.

I vostri percorsi si sono sviluppati in parallelo: lei ha mai sentito il bisogno di prendere le distanze da quel modello per affermare una sua identità autonoma?
I nostri percorsi sono stati diversi perché il momento storico era diverso. Paolo mi chiamava “la sorellina sperimentale”, con una punta di ironia, perché diffidava delle etichette. Il teatro per lui era brutto o bello. Non c’erano altre definizioni. E certo aveva ragione, ma io sono arrivata a Roma negli anni ’70, quando soffiava il vento della ricerca teatrale nelle cantine, nasceva “il teatro d’autore” (come c’era il cinema d’autore e la canzone d’autore) che metteva in discussione il già fatto e proponeva la sperimentazione. Comunque, una volta iniziato, è stato difficile resistere all’invito di Paolo che non vedeva l’ora di lavorare insieme per ricreare quel clima di gioco e complicità che c’era stato in famiglia e tra di noi. Così abbiamo fatto quattro spettacoli insieme. Solo negli ultimi due, “Paradosso” e “Cane e gatto“, entrambi degli anni ’80, ho cominciato a sentirmi più matura e ci siamo divertiti a sottolineare la somiglianza e la differenza tra noi.
Paolo ha costruito uno stile unico e anticonvenzionale: quanto hanno inciso la letteratura e la tradizione teatrale italiana nella sua costruzione?
Paolo è stato molto influenzato dalla letteratura e in particolare ha usato la letteratura minore: Liala, Carolina Invernizio, Sergio Tofano… In più i suoi spettacoli erano sempre arricchiti da canzoni d’epoca, che, come gli autori minori, raccontavano molto fedelmente l’Italietta del momento.
Com’era il vostro dialogo da artisti? Vi scambiavate consigli, critiche, suggestioni? C’era ammirazione, confronto, competizione o una forma di complicità speciale?
Tra noi c’è sempre stata una grande amicizia, ed era nostra consuetudine sorvolare sugli elogi e infierire sulle critiche, per cercare di evitare cadute ed errori madornali.
Ricorda un momento di confronto particolarmente significativo?
Nello spettacolo “Cane e gatto” del 1984 c’è stato un vero confronto tra di noi. Nei lavori precedenti ero stata trascinata nel suo linguaggio, per la mia inesperienza e immaturità scenica. Nell’82 era nato mio figlio e così decidemmo di dedicargli uno spettacolo: solo noi due in scena, due fratelli che raccontano storie di animali al bambino, e intanto si bisticciano su come educarlo, giocano a stupirlo e farlo divertire con travestimenti e scambi di persona. Era una formula nuova, tra la realtà e la finzione, che mi consentiva di esprimermi con uno stile personale nei miei racconti. Poi nei momenti a due, giocando sulla somiglianza, si stabiliva una grande complicità e, parlando a un bambino, un divertimento e un entusiasmo quasi infantili…
Guardando ai vostri repertori, quali differenze e affinità emergono tra le vostre scelte, i vostri linguaggi e il vostro modo di stare in scena?
La somiglianza è soprattutto legata alla fisicità, al modo di muoversi, a certe intonazioni vocali. Per il resto Paolo è stato un personaggio unico e irripetibile, ha inventato uno “stile” nutrito di fantasia ed eleganza, è stato un cantante godibile e spiritoso, un castigatore di costumi travestito da agnellino.
Entrambi avete attraversato epoche diverse del teatro italiano: come sono cambiati i contesti produttivi e culturali per lei rispetto a quelli vissuti da Paolo?
La mia esperienza teatrale, come ho già detto, inizia più tardi, nella Roma degli anni ’70, ed è legata a un percorso di ricerca interiore (qual è l’identità di una donna? Siamo state abituate a vedersi con gli occhi degli altri…) che incontra la ricerca della forma espressiva nelle cantine dell’avanguardia.
Le è mai capitato di riconoscere qualcosa di Paolo nel suo modo di stare in scena, o viceversa di vedere in lui qualche eco del suo lavoro?
Certo, quando ho accettato di lavorare con Paolo sono stata influenzata da lui, ma pian piano ho imparato a giocare su questa somiglianza e a trovare anche la differenza.
Paolo è stato spesso controcorrente: ha pagato un prezzo per questa libertà?
Quando Paolo fece lo spettacolo “Rita da Cascia” suscitò, presso i cosiddetti benpensanti, un vero e proprio scandalo e fu bloccato da una querela per vilipendio alla religione di Stato. Era il 1967. Fu un momento di difficoltà, ma anche di grande solidarietà da parte di tanti intellettuali, artisti e colleghi. A me lo spettacolo non è mai sembrato irriverente, anzi, l’ho sempre considerato un gesto di affetto: Paolo tornava alle favole sui santi che la mamma ci raccontava prima di dormire, alle storie sentite alla parrocchia davanti a casa nella nostra infanzia. Lo spettacolo fu poi ripreso nel 1978 e questa volta non ci furono censure, ma un grandissimo successo.
E lei, nel suo percorso, ha mai dovuto confrontarsi con limiti o aspettative simili?
Ho avuto anch’io momenti di difficoltà, come tutti credo, ma non così clamorosi come quello che ho appena ricordato di mio fratello.
Com’era Paolo nella vita privata, e quanto questa dimensione più intima si rifletteva – o si nascondeva – nel suo teatro?
Nella vita privata Paolo era esilarante, vulcanico e generoso, proprio come in teatro. Quasi sempre. Aveva anche momenti di tristezza, che non amava mostrare agli estranei, ma non nascondeva a me.
C’è un progetto, reale o immaginato, che avrebbe voluto condividere con suo fratello e che non è mai riuscito a realizzarsi?
No, abbiamo sempre parlato a lungo dei nostri progetti, ma non ne abbiamo più fatti insieme, perché era come se avessimo esaurito le potenzialità del gioco di coppia con “Cane e gatto“.
Oggi, rileggendo le vostre due carriere insieme, che tipo di “racconto familiare” sente di poter restituire al pubblico? Come racconterebbe Paolo alle nuove generazioni?
Difficile parlare ai giovani di un artista come Paolo. I filmati che lo ritraggono raccontano una parte di lui, ma il teatro dal vivo ha una forza che nessuna cinepresa può raccontare. Gli spettatori più maturi, che lo hanno conosciuto, lo ricordano ancora con grande affetto e questo ha cercato Paolo per tutta la vita, lavorando sodo come un artigiano e con splendida libertà intellettuale: l’amore del pubblico.








































































































