
Il 2026 è un anno di anniversari e ricorrenze. La morte di Dario Bellezza è certamente fra le più importanti. Non solo perché riapre una ferita significativa nella storia della comunità LGBTQIA+ italiana, sebbene sia limitata alla sola parte conclusiva della sua vita, ma anche perché questa stessa storia va a intrecciarsi con quella della letteratura, del teatro e della poesia, dando luogo a una riflessione cruciale sul ruolo degli intellettuali.
Un ruolo che, più di altri, vive oggi una crisi profonda – già denunciata dallo stesso Bellezza – amplificata, in parte, dai nuovi mezzi di comunicazione e dal rapporto sempre più “rapido” e complesso fra cultura e società.
In questa luce, l’anniversario della scomparsa di Dario Bellezza può essere inoltre occasione di scoperte o riscoperte letterarie, come il nostro incontro, e la breve intervista che ne segue con Maurizio Gregorini, poeta, scrittore, giornalista ed editore, fa presagire. Il suo volume su Dario Bellezza, edito più volte, arriva nel 2026 alla sua definitiva redazione, a detta dello stesso Gregorini, in coincidenza con i trent’anni dalla morte dell’amico. Una distanza che mette in luce gli avvenimenti in modo diverso, consente integrazioni e nuovi capitoli ad arricchire la cronaca, offrendone al contempo nuove prospettive.

Col titolo “Dario Bellezza. Un incontro” ha da poco dato alle stampe una nuova versione del suo “Morte di Dario Bellezza. Storia di una verità nascosta”, uscito nel 1996, poi nel 2006 e nel 2016. Cosa è cambiato in questi anni? In che modo il tempo ha agito sulla sua testimonianza? Perché ha sentito la necessità di tornare ancora una volta su questa figura con un’edizione ampliata e definitiva, di cui è ora anche editore?
In realtà vi sono tornato a lavorare ogniqualvolta si è presentata l’occasione; la prima per il decennale della scomparsa e la seconda per il ventennale. Ora, a distanza di trent’anni dalla sua morte, essendo tornato in possesso dei diritti del mio libro e in previsione di una nuova edizione, ho avvertito la necessità di completarlo in modo definitivo. Data la mia età, credo si tratti della necessità di liberarmi finalmente di un testo che, ogniqualvolta mi capitava di rileggere, trovavo incompiuto. Inoltre, finalmente, ho potuto rivedere l’opera con distacco, ossia con una distanza emotiva che in precedenza non mi ha permesso di renderlo completamente oggettivo. Per realizzare questa ulteriore edizione, per la prima volta ho dato spazio alla questione AIDS e alla faccenda AIDS nella ultima produzione in versi di Bellezza, con un saggio specifico su questi due aspetti, inserito nella sezione introduttiva del volume. Ho ritenuto significativo aggiungervi queste cinquanta pagine poiché si capisse per davvero cosa sia stato l’incubo dell’AIDS tra gli Ottanta e i Duemila. Chi oggi ha venti o trent’anni non può arrivare a percepire fino in fondo cosa sia stata questa epidemia, non avendone vissuto lo sviluppo con le conseguenze di morte e devastazione psicologica, finché non si è giunti al cocktail di farmaci alla fine dei Novanta, e come ha cambiato, non solo l’esistenza di molti omosessuali, ma di una intera società. Di materiale riguardante Bellezza ne ho parecchio e per utilizzarlo integralmente dovrei lavorare su questo libro parecchio tempo, cosa che probabilmente non ho voglia di fare; quindi ho preferito ampliare sia il ‘Diario Bellezza’ che il ‘Colloquio col poeta” con parte del materiale che ho a disposizione e che non avevo ancora utilizzato, sia per dare ulteriore spazio alla sua voce, sia per completare dialoghi tra di noi che consideravo interrotti per mio specifico volere. Cosa significa tuttora questa testimonianza? Non saprei dirle; ciò di cui sono cosciente è che tramite il mio libro su di lui molta gente mi ha detestato – e mi detesta tuttora – e tanta altra si è lasciata coinvolgere da un racconto che trascina non solo la mente, ma anche un sentimento emotivo. In realtà, in trent’anni sono stati pochi coloro che hanno osteggiato quest’omaggio; i più non solo si sono lasciati trascinare dalla commozione, ma sono andati a cercare poesie, romanzi e saggi di un autore di cui non sapevano nulla. Ne è esempio Marco Beltrame, di cui ho inteso pubblicare il saggio sul teatro di Bellezza: leggendo il mio libro in virtù del fatto che doveva impegnarsi a collaborare al docufilm di Giardina e Palmese, ha scoperto che Bellezza era anche autore di testi teatrali. Prima di leggere il mio libro non ne sapeva nulla; di lì in poi si è appassionato fino a scriverne per la sua tesi di laurea, divenuta ora un saggio per le edizioni del ‘Simbolo’. Perché, infine, ho licenziato la nuova edizione del mio lavoro con il ‘Simbolo’? Per il semplice motivo che avendo io aperto una casa editrice trovavo sensato editarlo nel modo che mi era più congeniale, senza subire pressioni di editori interessati solo alle vendite e al guadagno. Ma potrei anche aggiungere che avrei di certo incontrato delle difficoltà oggi a proporlo ad altri, come le avrebbe incontrate Beltrame, che ha fatto divenire la sua tesi un libro sotto mia perpetua insistenza. Sta di fatto che i due testi sono gli unici pubblicati che narrano della vita e della morte di Bellezza garantendone la veridicità.
Alcuni documenti o materiali inediti emergono in questa nuova edizione rispetto ai lavori precedenti: come ha scelto e selezionato queste parti?
Mi sono lasciato trascinare dalla sensibilità che ho ora verso questa storia. Né più né meno. Ho aggiunto quello che ritenevo giusto andasse completato, ovviamente col mio gusto, e di questa scelta sono il solo responsabile.
Il sottotitolo Un incontro: com’è oggi il suo “incontro” personale con Dario?
Penso di averle risposto in precedenza: di distacco, ma sempre cosciente che si è trattato dello scambio spirituale tra due poeti, che se non fosse stato per la questione della malattia e della conseguente morte non si sarebbe potuto associare al loro rapporto, sì poetico ma soprattutto umano, l’esatto coinvolgimento di due anime che tramite la poesia erano e sono rimasti dei ribelli, dei sovversivi, sia per quel che concerne l’uso della lingua che del rapporto con il mondo circostante.
C’è un episodio, un ricordo o una testimonianza che tuttora l’emoziona?
Gli ultimi mesi condivisi insieme, e in ultimo l’esperienza della sua morte. Momenti, attimi di riflessione, impressi nella mia memoria e incancellabili. Quando si è vicini alla morte di un amico, e di un amico che è poeta, ciò che si dice sulla vita che resta, su quel che può esserci dopo la vita, diviene testimonianza assoluta di una propria esperienza. Come accade ai monaci tibetani che, al momento del trapasso, sono soliti scrivere in un haikù il senso del loro essere stati sulla terra.
Se Dario avesse letto quest’ultima edizione, cosa ne avrebbe scritto?
Chi può dirlo? Col se non si va da nessuna parte, e non sono certo il tipo di persona che con arroganza oserebbe pensare cosa ne avrebbe detto Dario. L’unica cosa certa è che era intenzionato a scrivere insieme a me un libro titolato ‘Appunti per non morire’, per occupare il tempo in attesa della morte e forse per lasciare al suo pubblico un lascito intellettuale pregnante. Questo suo desiderio è divenuto un capitolo del libro, ‘Diario Bellezza’, dove sono confluiti gran parte dei colloqui che avevamo quand’era nella fase conclusiva della malattia.
Bellezza è stato spesso raccontato attraverso gli stereotipi della marginalità, della provocazione e della sofferenza. Ma probabilmente si tratta di una visione parziale. A suo parere, quale aspetto della sua personalità è invece ancora poco compreso o raccontato?
Da poeta, ho una visione della poesia del tutto intima, stravagante, direi insolita, soprattutto quando mi capita di scrivere una recensione a un libro di poesia, cosa che faccio di rado. Ciò che a mio avviso non è stato recepito della sua opera l’ho annotato nel mio libro, quando tratto l’argomento AIDS nella produzione di Bellezza. Posso però dirle che quel che gli altri non hanno mai notato nel suo lavoro è la ricerca di una verità, di un assoluto e di una incorporeità che aleggia nei suoi ultimi libri. Capisco che per avvertire simili interpretazioni bisogna avere alle spalle letture particolari; mi riferisco alle opere di Turoldo, di Weiss, del Dalai Lama, di Osho, Tagore, Panikkar, O’Halloran, Yogananda, Heschel, Ildegarada Di Bingen, Henri Le Saux, Zimmer, Chiara Lubich… insomma di anime che nell’esperienza della loro vita hanno sempre cercato delle risposte ai quesiti dell’esistere. Spesso la critica nei riguardi di Bellezza si è fermata alla Scuola Romana, all’esistenzialismo, alla questione irrisolta dell’io, alla provocazione, senza approfondire quel che è nascosto tra le righe. Secondo me Bellezza andrebbe letto in modo diverso, ma per farlo, le ripeto, ci debbono essere interessi diversi, come le letture di autori citati poco sopra. Ovviamente si tratta di una mia interpretazione e non è detto sia quella più consona alla sua opera.
Dario ebbe rapporti complessi e spesso conflittuali con numerosi protagonisti della cultura italiana del secondo Novecento: Pasolini, Morante, Moravia, Pecora, per citarne solo alcuni. Questa rete di relazioni in che modo emerge dal suo libro?
Nel modo in cui Bellezza viveva questi rapporti di odio e amore. Pasolini, Moravia e Morante sono stati le sue fondamenta in cui si è potuto ritrovare ed evolversi. Le conflittualità? Esistono in ogni rapporto sano, intelligente. Se non vi fossero si tratterebbe di rapporti torbidi, malati. Posso solo dire che, tramite la testimonianza di Bellezza sulle sue amicizie, e quelle scelte servite a dare una idea di cos’erano quegli anni (Spaziani, Cambria, Canali, Siciliano, Alberti, Pecora… questi alcuni degli interventi inclusi), il mio libro è uno spaccato del Novecento e della letteratura, della poesia italiana del Novecento, abbastanza esaustivo.
Quali sono i testi di Dario che suggerirebbe a chi lo conosce per la prima volta?
I suoi tre ultimi libri di poesia, “Libro di poesia”, “L’avversario”, “Proclama sul fascino”; il suo primo saggio sulla morte di Pasolini, nonché i romanzi “Angelo” e “L’amore felice”; ma anche qui si tratta di gusto personale.
Perché è tanto difficile trovare le sue opere in libreria?
Dovrebbe rivolgere questa domanda agli eredi, non a me.
Crede che la critica letteraria italiana abbia riconosciuto pienamente il suo valore o esistano ancora oggi resistenze e pregiudizi?
Bellezza ha potuto godere di vari riconoscimenti, anche di grande levatura. Non capita a chiunque. Ciò ha recato in alcuni critici risentimento e stizza. Ad esempio un pregiudizio potrebbe ancora rilevarsi nell’affermazione di Pasolini: “Ecco il miglior poeta della sua generazione”. Non esistono più critici come lo era Sergio Solmi, che con le sue osservazioni determinò la fortuna di molti poeti del Novecento. Oggi i critici o sono poeti che non hanno avuto un riscontro desiderato, o sono persone vittime di invidia. Trent’anni dalla morte sono davvero pochi per capire senza coinvolgimenti isterici la potenza della sua poesia. È capitato a Whitman, a Rimbaud alla Dickinson. Penso capiti anche a lui. Se poi vorremmo per forza di cose rintracciare delle resistenze, potremmo trovarle nell’omosessualità: Dario non è stato solo un poeta omosessuale, è stato un poeta tout court, e se lo si legge come dovrebbero essere letti tutti i poeti, vale a dire senza sapere nulla delle proprie scelte nel corso della loro vita, probabilmente avrebbe più occasioni, ad esempio, quella di essere proposto alle scuole medie, come accade con Montale o Ungaretti, o di essere inserito in ogni antologia della poesia italiana, cosa che spesso non accadde affatto.
Cosa rende la sua poesia – o in generale la poesia! – ancora attuale in un’epoca dominata dalla comunicazione digitale e dai social network?
Se uno ama la poesia di certo non pensa alla comunicazione digitale. È pur vero che oggi i social sono un mezzo di informazione importantissimo, significativo (chiunque può sapere immediatamente l’uscita di un libro, di un disco, di un film senza per questo dover leggere quotidiani o riviste di settore), ma sono anche gli strumenti che hanno portato a galla una serie di individui, di scrittori e poeti, che si credono tali e non lo sono affatto. Insomma, un’arma a doppio taglio. La poesia resta attuale, come attuale è la musica, perché l’essere umano ha necessita di confronto, di sentirsi in qualche modo vivo.
Dario Bellezza ha raccontato l’omosessualità in anni in cui farlo pubblicamente comportava forti rischi personali e professionali. Quanto è stato rivoluzionario il suo contributo?
Parecchio rivoluzionario. Però è un contribuito che ora come ora deve essere contestualizzato, perché se si legge Bellezza solo in virtù del fatto che ammise la sua omosessualità negli anni Settanta, c’è il rischio che si perda il significato della sua opera. Certo è che il suo contributo sovversivo ha poi liberato una nuova generazione di quegli anni, come accadde con Busi o Tondelli. Ma viviamo tempi diversi, e di certo l’omosessualità non è il tabù che era quando lui ne fece un vanto, anche poetico.
Anche lui potrebbe essere considerato come un autore queer, definizione ampia che, inevitabilmente, abbraccia esperienze molto distanti fra loro. E per Dario, forse, sarebbe plausibilmente fuori fuoco questa inclusione. Secondo lei sarebbe utile o rischierebbe di ridurre la complessità della sua opera?
La ridurrebbe all’istante. Per quel che ci siamo detti poco fa. Lui stesso allontanava la sua opera dalla questione omosessuale; era uno stigma prima cercato e poi rifiutato. La sua ossessione vera negli ultimi anni della sua vita è che non c’era una critica o un’accettazione della sua opera da parte di un certo cristianesimo, e intendo il cristianesimo intelligente (Carlo Maria Martini, Gianfranco Ravasi, tanto per fare un esempio). C’era invece stata per Pasolini, quando una critica cristiana aveva affermato che il ‘Vangelo secondo Matteo’ era un capolavoro di ricerca spirituale, umana, esistenziale (un po’ come accadde a ‘L’ultima tentazione’ di Nikos Kazantzakis, che gli costò pure una scomunica di cui la Chiesa s’è pentita tardivamente e amaramente), a differenza del ‘Gesù’ di Zeffirelli, troppo incentrato sull’aspetto visivo di un Cristo abbellito, e di questo Zeffirelli soffrì molto. Tornando a Bellezza, a mio avviso andrebbe letto senza alcun tipo di commento o nota, come dovrebbe essere per ogni poeta che si rispetti. Del resto ciò che c’è da capire è già tutto lì, tra le sue parole.
Se Dario fosse vivo oggi, quali aspetti della società contemporanea avrebbe criticato con maggiore lucidità o ferocia?
Chi può dirlo? I tempi sono così mutati, e in modo veloce, che resta difficile farsi una idea di ciò che avrebbe potuto criticare.
Qual era, nella vita e nell’arte, la sua distanza tra pubblico e privato?
Non esisteva. L’intera sua opera ne è dimostrazione.
Cosa le manca più di lui, in questi trenta anni di assenza?
Il suo umorismo, la sua cattiveria intrisa di bontà, un certo suo entusiasmo nel vivere la vita, così com’era. In fin dei conti non era un poeta che si prendeva sul serio, mentre seria considerava la letteratura. Almeno io l’ho vissuto con queste percezioni. Mi manca il confronto con un’anima intelligente, rara da rintracciare nel panorama attuale, anche poetico.








































































































