
Durante la conferenza stampa di Sanremo 2026 le *Bambole di Pezza* – già dal nome, bambole sì ma di pezza, quindi non porcellana, non decorazione, non oggetto lucido da scaffale ma materia ruvida, quasi punk – si sono ritrovate a fare qualcosa che nel “tremila”, per citare il protagonista maschile della scena, suona francamente distopico: difendersi dall’essere femministe. Non è una domanda. È un piccolo tribunale travestito da provocazione brillante.
«Avete dei testi femminili, femministi, se mi concedete. Non pensate che oggi, negli anni tremila, questa contrapposizione sia un po’ vecchia?»
Negli anni tremila. Siamo già nel futuro remoto e il femminismo sarebbe un reperto archeologico. Il sottotesto è chiaro: sorellanza? Vintage. Patriarcato? Superato. Gender gap? Un’eco ideologica. È l’estetica del “ma ormai…”, quel tono stanco che pretende di archiviare la storia mentre la storia è ancora in corso. Le Bambole non abboccano. Non alzano la voce, non si irrigidiscono. Fanno una cosa molto più destabilizzante: spiegano.
«La parola femminista ci piace molto. La usiamo con il coraggio giusto. […] La parola femminista è importante in una società in cui ancora non c’è la parità. Noi non siamo contro il sistema maschile. Noi vogliamo la parità. Finché la parità non ci sarà, non è essere contro: è lavorare per andarci verso».
Semplicemente, è una risposta politica, non emotiva. Non c’è isteria, non c’è sloganismo. C’è una presa di posizione lucida: nominare il femminismo finché serve. E serve. Ma il copione maschile è ostinato. Arriva l’aneddoto domestico, grande classico del mansplaining affettuoso:
«Non viviamo in una società patriarcale. La parità c’è. “Dietro ogni grande uomo c’è una grande donna”. A casa mia comanda mia moglie. In tutte le case vi sfido a dire che non comandate voi».
Ecco la gag. La moglie che “comanda” come prova della fine del patriarcato. La cucina come Parlamento parallelo. L’ironia da bar come statistica nazionale. È la riduzione della questione sistemica a barzelletta privata. La risposta è una lama sottile:
«Il dibattito sul nucleo familiare e l’idea che una donna abbia potere perché “ha potere in casa” non ci interessa. Noi non vogliamo potere in casa. Noi non vogliamo essere uccise e stuprate. Questa non è parità».
Qui il livello si alza. Si passa dalla metafora domestica alla realtà materiale dei corpi. Dalla battuta alla violenza. Perché la questione non è chi sceglie il colore delle tende. È chi viene molestata, toccata senza consenso, insultata, pagata meno, esclusa dai ruoli decisionali, stuprata, uccisa.
Il momento più basso arriva quasi fuori microfono, come spesso accade con le verità che scappano:
«Anche io posso essere stuprato».
È la carta dell’equivalenza totale. Il “vale tutto”. La mossa di chi vuole far crollare il ragionamento trasformando un sistema in un caso isolato. E qui le Bambole fanno quello che ogni discorso queer e femminista dovrebbe fare: distinguere.
«Non è una questione che gli uomini non possano subire violenze. Nessuno dice questo. Qui si tratta della differenza tra qualcosa che può capitare e un problema sistemico, radicato in seimila anni di storia dell’umanità. È come il razzismo o l’omofobia: non significa che una persona eterosessuale o bianca non possa subire violenza. La differenza è…»
La differenza è il sistema. La struttura. La ripetizione. La normalizzazione.
Assistere, nel “tremila”, a quattro donne che devono sostenere un controinterrogatorio su perché osano definirsi femministe non è solo un momento imbarazzante. È una fotografia precisa di come funziona il potere: non sempre urla, spesso ironizza. Non sempre nega la violenza, la relativizza. Non è solo mansplaining. È un cattivo servizio giornalistico. Perché il compito di chi fa questo mestiere non è sovrastare, ma interrogare senza ridurre. Non è vincere il dibattito, ma far emergere complessità. E vedere quattro artiste argomentare con lucidità mentre una voce maschile tenta di riportare tutto a barzelletta domestica è, sì, triste. Ma è anche una dimostrazione potente: nel tremila, cit., il femminismo non è vecchio. È necessario.
Se non lo avete visto, ecco il video della polemica durante la conferenza stampa:








































































































