
C’era una volta, negli anni ’80, una giovane Madonna: niente corona, ma già lo sguardo di chi entra in una stanza e pensa “questa è casa mia, grazie”.
E con un colpo di bacchetta pop – Holiday, Like a Virgin, Borderline – inaugurò l’era d’oro di MTV. Un’epoca in cui il videoclip non era un contorno, ma un sacramento laico: l’altare della cultura pop dove trucco, parrucco, visioni e peccati diventavano più importanti delle note.
MTV non trasmetteva musica: creava mitologie. Era una navicella spaziale pink & neon che ci mostrava mondi che nessuna scuola, nessun prete, nessun politico avrebbe mai approvato.
Poi il tempo è passato, gli anni ’90 hanno messo la riga in mezzo, i 2000 si sono presentati con la globalizzazione in mano e MTV ha iniziato a tremare un po’. I videoclip si sono ritirati come dive stanche, e al loro posto… i reality. Non quelli camp pieni di drama e piume. No, proprio quel trash pigro che non fa ridere, non fa pensare, non fa niente se non chiederti: “ma davvero?”.
E oggi MTV chiude. Fine. Sipario. Applausi in differita.
Perdiamo un pezzo di infanzia, un pezzo di identità, un pezzo di quelle ore infinite a guardare il mondo diventare più grande di noi attraverso un televisore grosso come un frigorifero. La GenZ scrolla e passa oltre. La Generazione X sente un dolore simile a quando perdi un orecchino vintage di cui eri orgogliosissima.

Ma ecco il colpo di scena: mentre MTV ci lascia, da dietro le quinte spunta Massimo Coppola – sì, proprio lui, quello che con Brand:New ci dava l’illusione di essere intelligenti anche mentre guardavamo video alle tre di notte. Brand:New non era un programma: era astrologia pop, era filosofia da cameretta, era l’enciclopedia del disorientamento giovanile spiegata da uno che parlava come te, ma meglio. Coppola non presentava solo video: decifrava la globalizzazione prima che sapessimo pronunciarla. Traducendo per noi: “Ok, il mondo sta cambiando, ma possiamo riderci sopra, mentre impariamo a sopravvivere”.

E oggi quell’energia ritorna in Ventanni che non esco, una creatura battezzata come showcast: né podcast, né tv. Una chimera pop in felpa nera, un ibrido camp che vive dove nessun linguaggio osa spingersi. Uno spazio dove si può dire tutto ciò che altrove viene tagliato, limato, sepolto sotto quintali di “non si può”. Ogni venerdì, Coppola fa quello che faceva MTV quando era al massimo: smonta, rimonta, ironizza, analizza, stuzzica, graffia. In un flusso che è mezzo confessionale, mezzo stand-up, mezzo seduta spiritica con la cultura pop.
Dentro ci trovi:
– monologhi che sembrano arringhe ma finiscono in terapia
– letture che passano da un articolo del New Yorker a un testo dei Lunapop
– contributi audio e video che ti lasciano lì a chiederti “ma io cosa sto guardando?”
– autoanalisi che manco Miranda Priestly sotto stress
– e lampi musicali pop, glam, rock’n’roll e punk infilati come spilloni in un abito couture.
Coppola lo chiama “uno show completamente sbagliato”. E noi camp-lovers lo sappiamo: lo sbagliato è sempre stato perfetto.
Perciò no, MTV non muore. Semplicemente cambia costume. Si toglie la parrucca bionda e ne mette una nera. Abbandona i palinsesti e si reincarna nelle pieghe strane e meravigliose della cultura digitale.
Non è nostalgia: è riconoscere il potere iconico di un linguaggio che ci ha cresciuti. La cultura non muore: scappa dalla porta e rientra dalla finestra, con più eyeliner di prima.
MTV era un linguaggio. E i linguaggi camp non si spengono: si reincarnano. Si rigenerano. Si reinventano. Proprio come una drag queen che torna sul palco dopo il blackout: un po’ spettinata, ma più iconica di prima.








































































































