
Con la direzione artistica di Cristiana Perrella, il MACRO di via Nizza riapre come spazio poroso e attraversabile, trasformando esposizioni e cinema in pratiche di relazione politica con la città.
Riaprire, oggi, non significa tornare. Significa prendere posizione. Questo è ciò che abbiamo percepito l’11 dicembre, quando il MACRO di via Nizza ha ufficialmente riaperto le sue porte. Non una riattivazione ordinaria, non un semplice “ritorno alla normalità”, ma un cambio di postura: un museo che sceglie di esporsi alle contraddizioni della città, ai suoi corpi, alle sue stratificazioni, rinunciando a ogni forma di rassicurazione.
Sotto la direzione artistica di Cristiana Perrella, il nuovo corso del MACRO prende avvio con UNAROMA, progetto curatoriale firmato da Cristiana Perrella e Luca Lo Pinto, che fin dal titolo dichiara un’intenzione precisa. Non raccontare Roma, non rappresentarla, ma attraversarla. Non costruire un’identità, ma renderne visibili le frizioni. UNAROMA non è una mostra in senso tradizionale: è un dispositivo corale, un archivio vivo che si dispiega nel tempo e nello spazio, rifiutando gerarchie e narrazioni lineari.
Roma, qui, non è sfondo né icona. È una condizione. È città-corpo, città-memoria, città-conflitto. Una città che emerge attraverso residui, gesti intimi, architetture fragili, voci che si sovrappongono senza mai ricomporsi in un’immagine pacificata. Il percorso mette in dialogo artiste e artisti di generazioni e pratiche diverse, componendo una mappa instabile e necessaria del presente.
Il corpo – sessuato, vulnerabile, politico – attraversa UNAROMA come uno dei suoi assi centrali. Dai fluidi di Beatrice Favaretto, che con Piss Fountain trasforma un gesto intimo in dichiarazione politica, alle sculture affettive di Gianni Politi, in cui materia, desiderio e memoria si intrecciano; dalle architetture precarie e abitate di Tommaso De Luca e Francesca Pionati con Tommaso Arnaldi, fino alle riflessioni sul residuo urbano e sulla stratificazione della città di Paolo Canevari, Giorgio Orbi e Alessandro Cicoria. 
In UNAROMA il linguaggio non è mai neutro. È gesto, frizione, presa di posizione. Lo si ritrova nelle pratiche di Giulia Crispiani e Lele Saveri, nelle stratificazioni visive e sonore di Theo Eshetu, nella dimensione femminista e ambivalente del pharmakon evocato da Suzanne Santoro. L’identità, qui, non viene mai fissata: resta processo, attraversamento, instabilità.
In questo paesaggio complesso, la presenza di Tommaso Binga agisce come una bussola poetica e politica. La sua installazione sonora attraversa lo spazio come una voce che non chiede autorizzazioni. Ho avuto l’onore di incontrarla proprio mentre la stavo ascoltando, in un momento che ha reso evidente come il MACRO non si limiti a esporre opere, ma costruisca spazi di relazione, in cui il linguaggio si fa corpo e il corpo diventa atto politico.
Questo stesso principio attraversa anche l’altra grande novità del MACRO di via Nizza: l’apertura della nuova sala cinematografica, pensata non come semplice luogo di proiezione, ma come estensione naturale della visione curatoriale del museo. Dal venerdì alla domenica, la sala propone un palinsesto di proiezioni e incontri dedicato interamente alla scena cinematografica romana, intesa come organismo vivo, in trasformazione.
Ogni venerdì il cinema del MACRO diventa spazio di emersione e ascolto: registe e registi emergenti presentano il proprio lavoro, introducono l’ultimo film, raccontano processi, urgenze, linguaggi. La domenica mattina, invece, Roma viene attraversata attraverso film scelti e introdotti da registi affermati, italiani e internazionali, che vivono e lavorano in città, restituendo visioni stratificate, personali, mai definitive.
In questo modo, il MACRO riafferma il proprio ruolo come spazio attraversabile, in cui le immagini non sono consumo passivo ma occasione di confronto. Un museo che rinuncia alla retorica celebrativa e sceglie di abitare l’instabilità del presente. Un’istituzione che non pretende di spiegare la città, ma accetta di stare dentro le sue contraddizioni.
Con UNAROMA, il MACRO non torna com’era. Cambia pelle. E sceglie, finalmente, di non chiedere più il permesso a nessuno.








































































































