La prima volta che ho incontrato la Tarantina è stata a Montevergine, in occasione del 2 febbraio, giorno della Candelora. Un luogo speciale, custode di una Madonna nera: immagini di origine bizantina, chiamate così per il loro colorito più scuro rispetto alle Madonne dipinte in Italia, tradizionalmente più chiare.
Il santuario di Montevergine sorge dove un tempo si venerava Cibele, antica divinità. Già allora, per effetto di un primo sincretismo religioso, uomini in abiti femminili rendevano omaggio alla dea. Questa tradizione è continuata nei secoli. Secondo la leggenda, la Madonna di Montevergine salvò due omosessuali condannati a morte sul Monte Partenio: aprì le nuvole e fece filtrare un raggio di sole che li sottrasse al loro destino. Da quel momento è considerata protettrice della comunità LGBTQ+ e, in particolare, dei femminielli.
Il termine femminiello è profondamente radicato nella cultura napoletana, soprattutto nei Quartieri Spagnoli, dove vive la Tarantina. Un tempo zona difficile, oggi è diventata una delle aree più vive e visitate della città, ricca di B&B, ristoranti e spazi culturali. Qui ha lavorato anche Enzo Moscato, grande drammaturgo che ha portato in scena proprio il mondo dei femminielli.
Il femminiello è una figura complessa: non coincide perfettamente con le definizioni contemporanee di persona transgender. È piuttosto una presenza fluida, “ante litteram”, profondamente integrata nel tessuto sociale. Non vive ai margini, ma dentro la comunità: condivide la quotidianità, si prende cura degli altri, talvolta fa da babysitter, gode della fiducia del vicinato. È protagonista di rituali popolari come la tombola “scostumata”, dove ogni numero diventa occasione per uno sketch ironico e spesso irriverente.
In questo contesto, la Tarantina è diventata un simbolo di una Napoli forse in via di trasformazione: una città crogiolo di convivenze, accogliente, materna, dove “ci si arrangia” insieme e dove il concetto di diversità perde significato, perché tutti, in fondo, sono diversi. Una Napoli segnata dalla povertà del dopoguerra, ma anche da una straordinaria capacità di solidarietà.
La Tarantina, come suggerisce il nome, non è nata a Napoli ma a Taranto. Nella cultura popolare, i soprannomi contano più dei nomi di battesimo: raccontano storie, caratteristiche, identità. Così è stato anche per lei. Trasferitasi a Napoli dopo un’infanzia difficile – non accolta dalla famiglia per la sua identità di genere – ha vissuto per strada, dormendo sull’asfalto e raccogliendo cibo. La fame è stata una compagna costante.
Ricorda ancora il primo amore: un marinaio che le comprò un panino. Un gesto semplice, ma per lei immenso, perché rappresentava nutrimento e cura. Da lì nacque un sentimento profondo, quasi assoluto.
Da giovane visse anche a Roma, frequentando ambienti del jet set, tra registi, fotografi e artisti. Poi, però, la sua casa è diventata Napoli, nei Quartieri Spagnoli. Qui abita in un basso ed è talmente amata che le sono stati dedicati due murales: uno proprio di fronte alla sua porta, l’altro, voluto dal Comune, protetto da una vetrata.
Chi passa davanti alla sua casa al mattino sente il profumo del caffè. La Tarantina prepara sempre la moka e lascia fuori un vassoio con le tazzine: chiunque può fermarsi e prendere un caffè. È un gesto semplice, ma profondamente simbolico. È la cultura napoletana del “c’è per me e c’è anche per gli altri”, la stessa che ha dato vita al rito del caffè sospeso.
Oggi, a più di novant’anni, la Tarantina racconta una vita segnata da violenze, umiliazioni, carcere – non per reati, ma per la sua identità, in un’epoca in cui essere sé stessi era considerato un crimine. Durante una detenzione, rischiò persino di morire a causa di un terremoto. Ha conosciuto insulti, sputi, aggressioni.
Eppure non si è mai lasciata contaminare dall’odio.
“Ho subito cattiverie e angherie – dice – ma voglio continuare ad amare, a essere gioiosa. Non voglio farmi influenzare dall’odio”.
Trovo bellissimo che Aut abbia deciso di inaugurare questa nuova rubrica dedicata alle icone della nostra comunità, rendendo omaggio a chi ha combattuto più di tutte. Oggi camminiamo su una strada ancora dissestata, piena di ostacoli e lavori in corso, ma non dobbiamo dimenticare che c’è stato chi, prima di noi, quella strada l’ha aperta e resa percorribile.
È stato un lavoro durissimo, quello della Tarantina e di tante altre. Per questo credo che questo omaggio nasca nel segno della gratitudine, per riconoscere il valore di una grande icona. E quando dico “grande”, non mi riferisco soltanto all’età.
Lucida, ironica, combattiva, a novant’anni la Tarantina resta una presenza viva e luminosa. Un esempio non solo per la comunità LGBTQ+, ma per chiunque creda nella forza della dignità, della resilienza e dell’amore.








































































































