
C’è chi racconta il presente e chi, con pazienza e ostinazione, si assume la responsabilità di custodire il passato perché non venga cancellato. Giorgio Umberto Bozzo appartiene a questa seconda, preziosa categoria. Per decenni ha coltivato una ricerca appassionata e rigorosa sulla storia del movimento glbtqia+ in Italia come percorso personale e privato, fino a quando, nel 2020, ha scelto di trasformare quel patrimonio di voci, documenti e memorie in un progetto pubblico di restituzione collettiva. E da allora non ha più smesso.
L’uscita del suo ultimo libro, Non Esistono Bambini Arcobaleno – Testimonianze di infanzie e adolescenze LGBT+, si inserisce con forza e coerenza in questo percorso, portando la riflessione sulle radici dell’identità e dell’orgoglio laddove oggi il dibattito pubblico è più feroce e mistificato: l’infanzia.
Con Le Radici dell’Orgoglio, progetto che attraversa podcast, libri e divulgazione, Bozzo ha costruito un vero e proprio archivio sentimentale e civile della comunità, dimostrando che l’orgoglio non nasce dal nulla ma affonda le sue radici in lotte, relazioni, corpi e voci che hanno sfidato stigma e repressione. In questa intervista, dialoghiamo con lui per ripercorrere un lavoro che non è solo testimonianza storica, ma atto di resistenza e dono alle generazioni future.
Partiamo dall’inizio: cos’è, com’è nato e soprattutto come hai realizzato “Le Radici dell’orgoglio” (podcast e libro)?
Nel 1992 mi sono recato per una vacanza negli Stati Uniti e, proprio nei primi giorni, in una grande libreria di Manhattan, vidi un’intera vetrina dedicata a un libro a tematica LGBT+: era Making History – The Struggle for Gay and Lesbian Equal Rights (1945-1990) del giornalista Eric Marcus. Il libro era una raccolta di interviste a persone che in modo diretto o indiretto erano state protagoniste della nascita e dello sviluppo di un movimento di liberazione omosessuale in America, a partire dal dopoguerra. Divorai quel libro in pochi giorni e quello che mi affascinò fu scoprire come i grandi mutamenti, le grandi trasformazioni della società hanno sovente a che vedere con le esigenze, i desideri, le emozioni e le paure di singole persone che, quando si sentono oppresse, trovano la forza di reagire creando reti e relazioni e, quindi, lotta. Quando rientrai in Italia, mi recai alla Libreria Babele di Milano e chiesi a Gianni Delle Foglie, che allora ne era il gestore, di darmi tutto quello che aveva sulla storia del movimento italiano. Lui mi guardò tra l’attonito e il beffardo e mi disse: «Ma… non c’è nulla». E poco dopo aggiunse: «Perché non scrivi tu qualcosa?».
Ricordo che inizialmente presi la domanda come una bonaria provocazione – Gianni era una persona molto ironica e divertente -, ma poche settimane dopo mi decisi quanto meno ad incontrare qualcuno degli attivisti della prima ora, giusto per raccogliere qualche informazione, un’infarinatura di ciò che era accaduto nel nostro paese. Fu proprio Gianni a dirmi che la mia avventura non poteva che cominciare da Angelo Pezzana, di cui allora non conoscevo neppure il nome. Le indicazioni per rintracciarlo erano però alquanto semplici: Angelo era il proprietario di una delle più belle librerie di Torino, la Rosa Luxemburg. Trovai il numero sull’elenco telefonico, lo composi e dopo pochi minuti era dall’atra parte del filo, felice e lusingato di concedermi un appuntamento per chiacchierare. In quel periodo collaboravo con il mensile «Babilonia», per cui mi ero detto che al limite da quell’incontro poteva venirne fuori un pezzo per la rivista.
In verità, quel primo incontro non fu che l’attivazione di una passione sempre più pressante, che in questi ultimi 35 anni mi ha portato a collezionare circa 400 interviste, migliaia di articoli di giornale, fotografie, documenti, corrispondenza, che mi hanno permesso di mappare nella mia mente uno scenario evolutivo dettagliato della storia della comunità LGBT+ dal dopoguerra ad oggi. Devo però ammettere che sino alla fine del 2020, la mia era stata una passione del tutto personale e privata. Il vero salto di qualità è avvenuto quando mi sono reso conto che si stava avvicinando quello che ritenevo essere il cinquantesimo anniversario della nascita del movimento di liberazione omosessuale – allora si diceva così – nel nostro paese ed ero a dir poco sorpreso che non fosse previsto alcun festeggiamento, alcuna celebrazione. Il giorno era il 15 aprile. In quella data nel 1971 uscì sul quotidiano «La Stampa» la recensione di un libro, scritta da un collaboratore del giornale, che a causa del suo titolo (L’infelice che ama la sua immagine), del linguaggio e delle informazioni scientifiche addotte – pura paccottiglia, invero – fecero arrabbiare Angelo Pezzana e il gruppo di amici omosessuali che gravitavano intorno alla sua libreria di allora, la Hellas, portandoli a mettersi in contatto con altri gruppi di Milano e Roma e a decidere di dar vita al F.U.O.R.I.! (Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano). Trovavo ingiusto che un anniversario così importante passasse inosservato e mi domandai cosa potessi fare perché questo non accadesse. Per buona parte della mia vita professionale sono stato un autore radio-televisivo e la soluzione più concreta e, per certi aspetti, semplice mi parve quella di produrre un documentario sonoro in formato podcast. Così è nato Le Radici dell’Orgoglio, una lunga serialità reperibile sulle principali piattaforme e ancora in fieri, dal momento che siamo al ventesimo episodio (L’età dell’adolescenza inquieta, che racconta fatti del 1986) e che speriamo – grazie al crowdfunding attivato, che ci aiuta a coprire i costi di produzione – possa riprendere a breve a pubblicare regolarmente nuove puntate. Il podcast è pensato come un prodotto nazionalpopolare, fruibile in modo semplice e coinvolgente, grazie alle testimonianze e, soprattutto, alla bellissima colonna sonora. Permette a chiunque lo desideri di recuperare il patrimonio inestimabile di una memoria storica che dimostra inequivocabilmente come una componente coraggiosa, nobile e – ahimè – minoritaria della nostra comunità abbia saputo lottare contro il pregiudizio, lo stigma e la repressione per offrire a tutti una società migliore e più inclusiva.
L’importanza di conoscere la nostra storia: vale solo come testimonianza e riconoscimento per noi che l’abbiamo vissuta o hai l’intento di raggiungere le generazioni più giovani e ignare?
La scelta del nome che ho dato a questo progetto (che oggi conta un saggio omonimo in più volumi, dei canali social e una pagina su Substack in cui faccio divulgazione storica) ha voluto fin dall’inizio chiarire proprio questo punto. Il mio lavoro è nato all’origine come un progetto del tutto personale e privato di arricchimento storico e culturale, ma da un certo momento ha assunto anche una valenza di carattere politico. Andare indietro nel tempo a recuperare la nostra storia non è un mero esercizio snobistico intellettuale: sapere chi siamo e da dove veniamo, riconoscere i meriti di chi ha messo a rischio la propria esistenza per un bene superiore e collettivo, scoprire con quanto coraggio e con quanta creatività questi attivisti siano stati capaci di modificare la società, rendendola migliore per chiunque e ottenendo dei diritti che oggi permettono a tutti noi di legittimare i nostri desideri e i nostri sentimenti, le nostre stesse esistenze, ha il potere di infondere al concetto di orgoglio un senso del tutto nuovo e potentemente efficace. La conoscenza della storia, il riappropriarsi di una memoria collettiva ci aiuta a sentirci più forti, più determinati, più coscienti di noi stessi e dei valori e delle potenzialità che possiamo portare in dote al consesso sociale cui partecipiamo. È quanto meno scontato che questo dovere di testimonianza e di lascito storico-culturale ha come destinatarie proprio le giovani generazioni, che vivono beneficiando di diritti per i quali altri prima di loro hanno lottato, ma che, sono quelle a cui dobbiamo affidare l’incarico di impegnarsi per ottenere tutti quei diritti che ancora ci mancano perché ci vengono negati. È come se stessimo trasmettendo loro un superpotere, con la speranza che ne facciano buon uso per il bene di tutti.
La Compagnia del Gender è un progetto nato per fare debunking contro le fake news sulla comunità LGBTQIA+. Raccontaci quest’altro progetto e come fare per contribuire a farlo crescere come patrimonio e osservatorio aperto…
Il mio impegno nella ricerca storica mi porta spesso a crogiolarmi nel passato: trascorro ore e ore in emeroteche e centri di documentazione a spigolare giornali, riviste, saggi e documenti… ma faccio anche in modo di mantenere accesa la mia attenzione sul presente. Per questo da qualche anno sento l’imperativo etico di impegnarmi nel contrasto alle ignobili narrazioni propalate da associazioni reazionarie e ultracattoliche, che – confortate dall’attuale governo di destra – si stanno accanendo nell’erosione sistematica dei diritti e delle garanzie giuridiche conseguiti in decenni di battaglie. La propaganda utilizzata è costruita su menzogne grossolane e mira ad alimentare e a radicalizzare pregiudizi e sospetti nelle componenti meno strutturate e più influenzabili della nostra società, con teorie complottistiche inesistenti (come nel caso della famigerata e indefinibile “ideologia gender”, che ha soppiantato quella altrettanto immaginaria della “lobby gay”) atte a spaventare e a far credere che ci sia in atto un colpo di mano contro tutto ciò che è “naturale” e “tradizionale”, con il mero scopo di corrompere – se non di infettare – la società, vissuta come bene privatistico da coloro che si illudono di godere del privilegio di essere “normali”. Insomma, l’orologio che da decenni segnava il costante progredire dell’emancipazione della comunità LGBT+ è come se improvvisamente fosse stato portato indietro di anni. È ovvio che si debba reagire senza indugi. La Compagnia del Gender vuole fare questo. Mi sono immaginato un gruppo di nobili cavalierə che, facendo solenne giuramento in favore e a difesa della verità, della scienza e dei diritti umani e civili di chiunque, si impegna ogni giorno a sbugiardare e ad esporre al ridicolo tutti i novelli Gobbels che infoltiscono le fila dei gruppi di sedicenti “patrioti” e di associazioni come ProVita & Famiglia. La Compagnia del Gender ha una pagina su Substack, dei canali social e, a breve, un podcast video. Per crescere e per rendere più efficace il nostro impegno, però, abbiamo bisogno di sostegno. Colgo quindi l’occasione dell’ospitalità su Aut per far sapere che il reclutamento di nuovi cavaliere e cavalieri è sempre aperto. Chiunque può dare una mano mettendo a disposizione un po’ del proprio tempo e delle proprie capacità: ci occorrono ricercatori, redattori, grafici, tecnici di post-produzione audio e video, esperti di social media, preparatori di panini e massaggiatori… siamo un collettivo aperto e inclusivo. Ciò che possiamo garantire in cambio sono senso di gratificazione e puro divertimento.
Arriviamo al tuo ultimo libro: Non Esistono Bambini Arcobaleno – Testimonianze di infanzie e adolescenze LGBT+. Le testimonianze raccolte demoliscono due narrazioni tossiche: quella dell’orientamento “scelto da adulti” e quella dell’indottrinamento da “ideologia gender”. Qual è la bugia che, ancora oggi, ti sembra più difficile da scardinare?
Quella che l’essere gay, lesbiche, bisessuali, transgender sia una scelta che si compie da adulti e dopo essere stati sottoposti a una qualche forma di condizionamento, di corruzione o indottrinamento dall’esterno. Malgrado esista un’amplissima letteratura scientifica sull’argomento, per combattere la menzogna e l’ipocrisia siamo ancora una volta costretti a esporre la verità delle nostre esistenze, della nostra umanità, a renderci visibili: io ero un bambino gay già a sette, otto anni; poi sono stato un adolescente gay, un giovane uomo gay, un adulto gay; oggi mi sto inoltrando orgogliosamente nella terza età come gay. Tutta la mia esistenza è stata caratterizzata dal mio orientamento sessuale, che senz’altro nessuno mi ha imposto, ma che, allo stesso tempo, nessuno mi ha aiutato ad accettare con serenità e senza sensi di colpa quando più ne avrei avuto bisogno. Non perdonerò mai alla società degli anni Sessanta e Settanta la sofferenza che sono stato costretto a provare, per di più senza che mi venisse offerta alcuna accessibile via di fuga, alcuna uscita di sicurezza per fuggire da quel dolore.
Attraverso il titolo hai scelto di scardinare e sovvertire un insulto dei movimenti reazionari, per riappropriarcene in modo positivo. A chi parla questo libro — ai genitori, ai ragazzi queer di oggi, o ai reazionari che negheranno comunque tutto?
Il libro è nato da una forte incazzatura che ho provato nel gennaio del 2025, quando, pochi giorni dopo il suo insediamento alla Casa Bianca, Trump aveva firmato uno dei suoi odiosi ordini esecutivi per interrompere i fondi federali destinati ai servizi per gli adolescenti trans. In un tronfio post sui suoi social ProVita & Famiglia plaudiva a questa decisione affermando: «In America, così come nel resto del mondo, non esistono affatto “bambini gay, lesbiche e transgender”. Esistono bambini e bambine e poi esistono adulti che appiccicano abusivamente sui minori etichette politiche per costringerli a farli entrare nei loro schemi ideologici». La falsità di questa affermazione mi è bruciata dentro per qualche giorno, sino a che non ho deciso di interrompere la stesura del secondo volume delle Radici e di raccogliere delle evidenze, delle verità, delle umanità da contrapporre alla volgare propaganda anti-gender di quella cricca di farabutti. Le undici storie che ho selezionato appartengono a persone con età, contesti familiari e origini geografiche molto diversi tra di loro, per cui credo che la lettura di questo libro possa riservare momenti di coinvolgimento ed empatia a chiunque. Tuttavia, ritengo che i destinatari ideali di queste testimonianze siano coloro cui non è mai capitata l’opportunità di confrontarsi da vicino con un bambino o un adolescente omosessuale o trans.
Se potessi scegliere una sola testimonianza capace di spiegare l’intero senso del libro — cioè che non c’è nulla da “correggere” — quale storia prenderesti per mano e porteresti al centro della scena?
Amo tutte le storie che ho raccolto e sono immensamente grato a coloro che mi hanno regalato il racconto della loro infanzia e della loro adolescenza. Quindi faccio fatica ad essere parziale. Se proprio devo selezionare un estratto, segnalo il finale del racconto di Zeno, un giovane uomo transessuale, che parla dell’identità precedente alla sua affermazione di genere:
«Entrare in contatto con altre persone, iniziare a frequentarle, approdare a una nuova consapevolezza di me ha cominciato a fare la differenza: da quel momento in poi è come se tutto si fosse aggiustato da solo. Mi mancava solo un nome che mi definisse. Inizialmente avevo pensato di utilizzare Marco, perché mia nonna mi diceva sempre: «Eh, se fossi nato maschio ti avremmo chiamato Marco». Però, poi, ho capito che, per quanto mia nonna sia stata una delle persone più importanti della mia vita, avevo bisogno di un nome che fosse mio. Non ricordo quando è accaduto, ma un giorno mi sono ritrovato a pensare a questo nome, Zeno, che mi piaceva, suonava bene. Inoltre, per quanto io sia ateo, ho scoperto che San Zeno è un santo buffissimo, perché è uno dei pochi santi africani, pescava il proprio cibo da solo nell’Adige e, sei vai nella basilica che gli è stata dedicata a Verona, lo vedi che sorride; quindi, mi son detto: «Eccomi, sono io». Ho ritrovato un quaderno delle elementari. Mi piaceva tantissimo scrivere e la maestra Maria, che era la maestra delle elementari, mi faceva annotare su un diario ciò che facevo durante il giorno. Io scrivevo al maschile e su una pagina ho trovato una nota che diceva: «Bravissima, diventerai una scrittrice». Io penso che se all’epoca ci fosse stata una maestra che in quell’uso del maschile non ci avesse letto una licenza poetica, ma semplicemente il suggerimento che qualcuno stava tentando di esprimere la propria identità, tutto sarebbe stato diverso. C’è una frase che mi piace molto: «Ciascuno cresce solo se sognato». Ed è vero. Non avere una narrazione, una rappresentazione, una denominazione calzante significa non esistere. Quando ho iniziato la terapia ormonale c’è stata la riconciliazione con Silvia. All’inizio, quando sono arrivato ad essere Zeno, ho odiato tantissimo Silvia. Per me Silvia rappresentava tutto il dolore, tutta la sofferenza che avevo provato. Poi, a un certo punto, quando ho ritrovato quel quaderno, ho capito che dovevo tutto a Silvia. Perché se Silvia non fosse stata così forte, se non avesse trovato la maniera di resistere, io non sarei qua. E questa cosa è stata talmente bella che, sebbene spesso moltissime persone trans non amino parlare del loro io passato, io mi sono tatuato il nome Silvia. L’ho fatto per sentirmi intero, perché io sono stato Silvia. A Silvia devo tutto. Devo la mia sopravvivenza. Perché Silvia c’era ed è rimasta quando non c’era nessun’altro».
Non si può non avvertire in queste parole una richiesta di impegno: non possiamo lasciare le persone da sole di fronte alle scelte più importanti e urgenti per la loro vita. Dobbiamo essere presenti per appoggiarle, per far loro sapere che, qualunque cosa decidano, qualunque percorso intraprendono, valgono.
Le infanzie queer che racconti non hanno nulla di “nuovo”: esistono da sempre. Perché secondo te è così destabilizzante, per una parte del Paese, ammettere che esistano?
Perché chi non ci vuole bene, chi punta a distruggere quel poco che abbiamo ottenuto di ciò che ci spetta, negando o invisibilizzando le infanzie e le adolescenze queer può reiterare con facilità la panzana dell’ideologia gender che avrebbe come unico scopo quello di corrompere i bambini. Stiamo parlando di gente cinica, pronta a qualunque nefandezza e a qualunque falsità pur di ricacciarci in un angolo oscuro. In verità i veri corruttori – peraltro profondamente corrotti – sono loro ed è da loro che dobbiamo difendere i bambini. Non solo quelli LGBT+. Tutti i bambini.
Di tutto il lavoro preziosissimo che stai facendo per la comunità, saresti soddisfatto se raggiungessi quale scopo?
A volte scherzando dico che per almeno una decina d’anni non posso morire, perché devo portare a termine il progetto di Le Radici dell’Orgoglio, che prevede cinque volumi, grazie ai quali spero di porre una pietra angolare intorno alla quale chi vorrà potrà continuare a edificare la giusta e necessaria dimora della nostra memoria. Questo non mi farebbe sentire solo soddisfatto, ma anche utile per una causa che è sempre stata una costante nella mia vita. Vorrei anche poter dare un contributo politico, però. Sono un ragazzo che si è formato negli anni Settanta e conservo la passione per l’impegno e per la lotta. Fino a qualche anno fa ero convinto che il percorso di emancipazione e liberazione della comunità LGBT+ fosse un fenomeno destinato a una facile e inarrestabile crescita verso l’obiettivo finale, quello dell’eliminazione di qualunque pregiudizio, di qualunque forma di violenza. Da qualche tempo, invece, vedo aumentare gli attacchi delle frange reazionarie e omofobe della società, che assestano colpi che fanno male e minano le nostre sicurezze, la nostra serenità. Penso alle infami rappresaglie nei confronti delle persone transgender, alla delegittimazione della genitorialità omosessuale per la quale si invocano reati universali, all’insofferenza a dir poco isterica per il lavoro di educazione sessuale, affettiva e al consenso che, in mancanza di serie iniziative delle istituzioni, si sono assunti i docenti e i dirigenti scolastici più illuminati insieme alle associazioni che si danno generosamente da fare per aiutare scolari e studenti a crescenze emancipandosi da ignoranza e pregiudizi. C’è ancora molto da fare e l’ultima cosa che mi passa per la testa è di rimanere con le mani in mano.
Cosa diresti al te stesso bambino, oggi?
Forse non direi nulla. Forse mi abbraccerei soltanto, mi stringerei forte per farmi sentire amato e protetto. Che poi è quello che credo mi sia mancato quando davvero ne avevo bisogno: sentirmi amato e protetto non malgrado, ma proprio per ciò che ero e per ciò che dentro di me provavo.








































































































