
Ricordo come se fosse ieri. E vi assicuro che era tantissimi ieri l’altro fa.
Alla cresima di mia sorella – sorvoliamo sull’evento – il regalo che catalizzò tutta la mia attenzione fu il Walkman della Sony. Quelle cuffiette con la spugna arancione, l’archetto di metallo, il rumore secco del tasto play: era l’oggetto del desiderio assoluto.
Insieme al Walkman arrivò anche un ordine tassativo: non toccarlo. Del resto, ero quel bambino che, secondo la leggenda familiare, rompeva qualsiasi cosa gli capitasse tra le mani. E, per una volta, forse avevano anche ragione. Mia sorella ha quasi sei anni più di me e stiamo parlando dei primissimi anni Ottanta. Il Walkman era ancora un piccolo lusso, un oggetto che sembrava arrivare direttamente dal futuro.
Molti anni dopo mi sono ritrovato a tenere in Accademia di Costume e Moda un corso dedicato alle estetiche dominanti dagli anni Ottanta fino ai giorni nostri. Secondo voi potevo non inserire proprio lui, l’oggetto che mi era stato proibito da bambino, tra i protagonisti di quella lezione? Ovviamente no. Perché esistono oggetti che non seguono la storia: la accelerano. Il Walkman è uno di quelli.
Le rivoluzioni passano certamente per le piazze gremite di persone, di rivendicazioni e di conflitti. Ma passano anche attraverso oggetti, accessori e dettagli che, quasi senza accorgercene, cambiano il nostro modo di vivere in maniera irreversibile.

Il Walkman diventa una delle icone assolute degli anni Ottanta perché arriva nel momento in cui nasce una nuova figura sociale: l’adolescente accessoriato. L’adolescenza è sempre esistita e continuerà a esistere, ma quella degli anni Ottanta possiede una fisionomia inedita. Dopo le grandi stagioni delle mobilitazioni studentesche del Sessantotto e del Settantasette, la costruzione dell’identità si sposta progressivamente su un altro terreno. Non significa che la politica scompaia. Significa che cambia linguaggio. Una parte delle nuove generazioni inizia a riconoscersi meno nelle appartenenze ideologiche e più nella musica, nella moda, nei brand, nei videoclip, nelle sottoculture. È lì che gli oggetti smettono di essere semplici oggetti e diventano dichiarazioni di appartenenza.
Il Walkman è uno di questi. Indossarlo significava portare con sé la propria colonna sonora, ma anche dichiarare chi eri ancora prima di aprire bocca. Le cuffie diventano un accessorio identitario tanto quanto un Moncler, un Levi’s 501, un paio di Timberland, un’Invicta o una felpa Best Company. Per la prima volta l’adolescenza parla un linguaggio condiviso fatto di musica, immagini e dettagli. Non è più soltanto una fase della vita: diventa una cultura.
La stagione dei jukebox sulla spiaggia, al lido d’estate, appartiene a un immaginario romantico, quasi da Sapore di mare. Il Walkman cambia completamente la scena. Ti permette di vivere dentro la tua bolla e, prima ancora che questa parola assumesse il significato che le attribuiamo oggi, di costruirti un mondo personale. Bastava premere play e decidere chi avrebbe attraversato la giornata insieme a te.
La new wave, il pop, i cantautori, le hit del Festivalbar e l’immancabile Sanremo diventano molto più di una colonna sonora. Diventano un linguaggio attraverso cui riconoscersi, distinguersi, trovare i propri simili.
Pensate a essere adolescenti nel 1986 e ad avere finalmente una musica tutta vostra. Solo vostra. Da portare ovunque. In quella cassetta potevano convivere Rettore, Loredana Bertè, Marcella Bella, Loretta Goggi, Anna Oxa, Mango, Sergio Caputo, Fiordaliso, Eros Ramazzotti, Alberto Fortis e, subito dopo, Depeche Mode, Simple Minds, Sade, Art of Noise, Falco, Prefab Sprout, Hooters. Facciamo, per un momento, una sospensione del giudizio su come alcune di queste figure si siano poi rapportate alla comunità LGBTQIA+: in quel preciso momento storico rappresentavano soprattutto la possibilità di scegliere il proprio universo emotivo.
A far capire al mondo intero cosa significasse, per un’adolescente degli anni Ottanta, la scelta personale della musica ci pensa una delle scene più iconiche della storia del cinema. Iconica è persino riduttivo.
Siamo a Parigi. Nell’appartamento risuona Swinging Around dei The Cruisers. Per scoprirlo mi è bastato aprire YouTube e usare Shazam. Nostalgico sì, antiquato mai. Vic si versa un succo di frutta. Mathieu le si avvicina, le appoggia sulle orecchie le cuffie del Walkman e preme play. Parte Reality di Richard Sanderson.
In un istante tutto quello che li circonda scompare. Lei si volta, lo abbraccia e i due iniziano a ballare un lento sospeso, completamente decontestualizzato rispetto al resto della festa. Non stanno più ascoltando una canzone. Stanno condividendo un mondo che esiste soltanto per loro. Il film, ça va sans dire, è Il tempo delle mele.
Ma adesso basta cresime e romanticismi.
Il Walkman è Saranno Famosi. Sono le cassette di aerobica consumate fino a deformarsi. Sono i pomeriggi passati con il dito sul tasto rec aspettando che il conduttore della radio smettesse finalmente di parlare. Sono le compilation registrate per l’amica, per l’amico, per la persona che ci faceva battere il cuore.
Per molte persone queer, però, erano molto di più. Erano un linguaggio. Molto prima dei social, delle chat, delle emoji e persino prima che esistesse un vocabolario condiviso per raccontarsi, una compilation poteva dire tutto quello che non si aveva il coraggio di pronunciare.
Anni dopo Nick Hornby, in Alta fedeltà, avrebbe trasformato quell’intuizione in una teoria sentimentale. Una compilation è una forma d’arte sottile: usi le emozioni di qualcun altro per esprimere le tue. La prima canzone deve conquistare. Ogni brano deve dialogare con il successivo. Il ritmo non deve spezzarsi. La fine deve lasciare il segno. Una compilation non è una raccolta di canzoni. È una dichiarazione d’intenti.
E forse quelle regole diventavano ancora più importanti quando dichiararsi non era un’opzione.
Immaginate due ragazze nella seconda metà degli anni Ottanta. Hanno capito di piacersi, ma non esiste un linguaggio semplice per dirlo. Le parole sembrano troppo grandi, troppo pericolose. Prima arrivano Virginia Woolf, Frida Kahlo, Marlene Dietrich. Poi arriva una TDK da novanta minuti.

Su quella cassetta non c’è scritto “mi piaci”. Non ce n’è bisogno.
C’è Joan Jett che apre con I Love Rock ’n’ Roll perché bisogna far capire subito che si fa sul serio. C’è Gianna Nannini che trasforma il desiderio in voce. C’è Rettore che gioca con l’ambiguità senza chiedere il permesso a nessuno. C’è Annie Lennox che manda in cortocircuito il genere prima ancora che imparassimo a chiamarlo così. C’è Loredana Bertè che rifiuta qualsiasi modello di femminilità addomesticata. C’è Tracy Chapman che canta di rivoluzione mentre insegna che cambiare strada è possibile. Poi arrivano Madonna, K.D. Lang, Melissa Etheridge, Skin, Nada*. Ogni brano dice una frase che nessuna delle due riesce ancora a pronunciare.
Quella compilation diventa una lettera d’amore senza calligrafia. Un coming out senza confessione. Un bacio che passa da una cuffia all’altra.
Forse è proprio questa la vera rivoluzione del Walkman. Non aver reso la musica portatile, ma aver reso portatile l’identità. Averci dato la possibilità di abitare un mondo tutto nostro anche quando quello fuori sembrava non prevedere un posto per noi.
Le sue evoluzioni le conoscete bene. Il lettore CD, l’MP3, l’iPod, l’iPhone, YouTube, Spotify, lo streaming. Ogni generazione ha avuto il proprio dispositivo.
Ma il punto non è mai stato il dispositivo. Siamo passati da un oggetto che ci rendeva indipendenti, che ci permetteva di autodeterminare i nostri ascolti e scegliere chi far entrare nella nostra bolla, a strumenti che sono diventati un’estensione del nostro corpo. Oggi possiamo pranzare da soli senza essere davvero soli. Attraversare un continente con tutte le persone che amiamo in tasca. Portarci dietro amici, famiglia, podcast, film, musica. E, purtroppo, anche gli haters.
Il primo luglio 1979. Dieci anni dopo che l’uomo aveva messo piede sulla Luna, un’altra rivoluzione, infinitamente più silenziosa agli occhi del mondo ma assordante per le nostre orecchie, iniziava a cambiare il futuro.
AUT, lo sapete, significa scelta. E allora celebrare il Walkman significa celebrare il momento in cui abbiamo imparato che scegliere una canzone significava, in fondo, scegliere anche chi volevamo essere. La colonna sonora delle nostre giornate, dei nostri amori, delle nostre amicizie, dei nostri coming out, delle nostre fughe e, naturalmente, dei nostri drammi. Perché, diciamocelo, senza la canzone giusta persino Rossella O’Hara avrebbe avuto più difficoltà a guardare Tara avvolta dalle fiamme.
E se oggi cambiamo playlist con un dito sullo schermo, forse continuiamo a cercare esattamente la stessa cosa di quel ragazzo o di quella ragazza che quarantasei anni fa infilavano una cassetta nel Walkman: una canzone capace di raccontarci meglio di quanto riuscissimo a fare noi.
* La compilation non è frutto della mia fantasia. L’ha preparata davvero una mia amica per la ragazza di cui era innamorata, a metà degli anni Novanta. Ho preferito raccontare la sua e non una delle mie. Ho pur sempre un briciolo di dignità. O almeno continuo a raccontarmelo.








































































































