
Dopo averle amate come solo si può amare una serie che ti accompagna nel passaggio tra giovinezza e consapevolezza, dopo aver visto (e anche un po’ adorato) il primo film, dopo aver detestato il secondo — come del resto chiunque abbia ancora un minimo di dignità culturale —, avevamo salutato le ragazze di Sex and the City augurando loro il meglio. Che invecchiassero con grazia, fuori dallo schermo, lasciandoci solo il ricordo delle loro scarpe, delle loro cene, delle loro chiacchiere sempre in bilico tra il profondo e il superficiale.
E invece ce le siamo ritrovate lì. Nell’epoca dei reboot, dei sequel, dei prequel e dei tentativi disperati di riesumare ogni racconto purché porti con sé una scia di nostalgia monetizzabile. Sono tornate, cresciute — almeno all’anagrafe — ma mai veramente cambiate. Non donne più grandi, ma versioni stanche di ciò che erano state. Sembrano le Golden Girls, ma senza la grazia, la verità e l’ironia di Dorothy, Rose, Blanche e Sophia. Non signore mature, ma adolescenti ritardatarie che si ostinano a parlare un linguaggio che non è più il loro, nel tentativo disperato di sembrare ancora centrali, ancora rilevanti, ancora “sul pezzo”.
E poi, diciamolo: Samantha non c’è più, e questo si sente. Non solo perché manca l’energia, il corpo, il desiderio, la libertà, ma perché mancano le sue battute che tagliavano come rasoi, la sua risata, il modo in cui sapeva essere sincera anche quando tutti gli altri si perdevano in autoanalisi. Samantha non era solo un personaggio: era la miccia. Il motore. Il contrappunto. E al suo posto cosa abbiamo? Due personaggi nuovi che dovrebbero colmare quel vuoto, ma che non hanno né lo spessore né la libertà né tantomeno l’ironia. Lisa, perfetta in ogni dettaglio, è così ben rifinita da diventare trasparente. Seema prova ad avere un piglio da donna autonoma e tagliente, ma alla fine sembra scritta da chi ha letto una sola volta un’intervista di Kim Cattrall. Nessuna delle due riesce davvero a entrare nel cuore del gruppo. Nessuna delle due è mancanza quando non c’è. E intanto Carrie, Miranda e Charlotte… implodono.
Carrie è diventata il fantasma di se stessa: galleggia tra podcast messi lì per fingere attualità, relazioni scritte con lo stampino, lutti affrontati come note vocali sul telefono. Quello che una volta era ingenuità intelligente, oggi è solo smarrimento. Una donna che non sa più cosa raccontare, ma che cerca disperatamente un palco da cui dirlo.
Miranda, la mente brillante, sarcastica, femminista quando il femminismo era ancora una parola scomoda, ora inciampa in ogni tentativo di decostruzione. Il percorso queer, che poteva essere bellissimo, si trasforma in un pasticcio di colpe, cliché, dinamiche tossiche mai nominate.
Charlotte, invece, è ancora lì, sospesa in un eterno catalogo da vetrina. Sempre perfetta, sempre impegnata a tenere tutto sotto controllo, ancora incapace di sporcarsi, di sbagliare davvero, di mettere in discussione la cornice dorata dentro cui si è rinchiusa.
E nel frattempo, i personaggi maschili gay fanno tappezzeria. Più che macchie di colore, sembrano proprio macchie difficili da togliere.
Anthony, rimasto solo in scena dopo la fuga narrativa di Stanford, gestisce un sexy bakery che sa più di Abercrombie & Fitch che di New York contemporanea. Non ha uno spessore, non ha un mondo, non ha un’evoluzione. È lì a fare battute e da spalla, come una drag queen di provincia che imita sé stessa da vent’anni.
Eppure vivono nella stessa città di Jack McFarland e Karen Walker, e non si sono mai incontrati. Non c’è traccia di quello spirito queer assurdo, scorretto, teatrale ma pieno di umanità che Will & Grace sapeva incarnare così bene. Forse perché questi personaggi non escono mai davvero dalla loro zona di comfort. Forse perché si parlano addosso. Forse perché ogni tentativo di allargare il perimetro finisce in un disastro narrativo. Non si contaminano, non rischiano. Non fanno amicizie improbabili. E senza quelle, nessuna vera storia può esistere.
E poi ci sono gli abiti.
Eh sì, perché se Sex and the City ci ha insegnato che un look può essere racconto, desiderio, sogno e dichiarazione di poetica, And Just Like That ci dimostra che anche il più ricercato dei vestiti può diventare maschera. Gli outfit di oggi sono urlati, pacchiani, costosissimi e vuoti. Sembrano messi insieme non per raccontare un’evoluzione, ma per attirare l’attenzione. Più che un guardaroba da personaggio, sembrano il frutto di un algoritmo di TikTok: abiti pensati per generare reaction, non emozione.
Carrie — e questo fa male dirlo — riesce a trasformare anche un Dior d’archivio in un costume da carnevale per socialité in declino. Non c’è più Patricia Field a tenere insieme l’identità e lo stile, ma una parata di eccessi senza narrazione. È come se l’haute couture passasse per Il Castello delle Cerimonie, ma si ostinasse a credersi intoccabile.
E proprio su questo viene spontaneo fare un paragone con Fran Fine, La Tata.
Sì, perché Fran indossava completi leopardati, piume rosa, stivali assurdi e body in vinile — ma raccontava qualcosa. Raccontava una donna che portava il Queens nella casa dei Sheffield senza mai scusarsi. Che faceva ridere, rifletteva, destabilizzava e contaminava. Il suo stile era così eccessivo che diventava linguaggio, collisione tra mondi, identità che non voleva integrarsi ma farsi spazio a modo suo. Fran è ancora oggi un’icona proprio perché non voleva piacere a tutti. Voleva essere se stessa, e ci è riuscita.
Carrie, invece, oggi sembra solo una donna che non sa più a chi piacere, ma vuole piacere comunque.
E quindi sì, vengono in mente loro: le vere Golden Girls, le donne che affrontavano l’età con disincanto e intelligenza, che parlavano di sesso, lutto, amicizia, solitudine e amore senza bisogno di ringiovanirsi a forza. Vivevano, punto. Erano ironiche, a volte crude, ma sempre vere.
And Just Like That, invece, è una serie che ha paura del tempo che passa. Non lo racconta, lo aggira. Non ci entra dentro, lo osserva da lontano, cercando ogni scusa per fingere di essere ancora giovane. E in questa ansia di prestazione perde tutto: la profondità, l’umorismo, la libertà.
E così, just like that, non le riconosciamo più.
Non perché siano cambiate.
Ma perché non sono cambiate abbastanza. E non è così che avremmo voluto finisse.








































































































