
Mercoledì Addams non ha bisogno di presentazioni. Lei, che passa il tempo a ghigliottinare la sua bambola Maria Antonietta, che sperimenta metodi sempre più creativi per assassinare — con amore, ovviamente — il fratello Pugsley, e che guarda con sdegno le effusioni zuccherose tra sua madre Morticia e suo padre Gomez. In casa, come se non bastasse, si aggirano Mano — una mano mozzata e vivace — e Lurch, il maggiordomo con l’anima da organista gotico.
La nuova stagione di Mercoledì, la primogenita della dinastia Addams, ha risvegliato in me non solo quel lato dark figlio degli anni ’80 – cresciuto a pane, The Cure e Tim Burton – ma mi ha anche fatto riflettere su come, troppo spesso, il lascito visionario e macabro di Charles Addams sia stato frainteso.
Quante volte mi è capitato di sentire, parlando di famiglie disfunzionali o di gruppi tossici, quelle frasi tipo: “Sembrano gli Addams!”. Detto con tono dispregiativo, come se essere associati a quella famiglia fosse una condanna, un insulto. Ma chi lo dice non ha capito proprio nulla.
Perché gli Addams, di negativo, non hanno proprio niente. Anzi, sono esattamente il contrario di quel mondo bigotto, tutto perbenismo e facciata, che teme tutto ciò che non rientra negli schemi prestabiliti. Sono una famiglia che vede il mondo a testa in giù, e proprio per questo, lo vede meglio. Non giudicano, non etichettano, non si scandalizzano per l’aspetto, per il colore, per la stranezza. Loro non guardano la copertina: la strappano via.
La famiglia Addams, con la sua casa decadente, le rose decapitate, le piante carnivore e lo zio ipertricotico, è in realtà la fotografia più dolce e onesta di ciò che dovrebbe essere la famiglia: un rifugio sicuro dove puoi essere chi sei, senza maschere e senza paura. Altro che Mulino Bianco e le sue ipocrisie zuccherose.
Mentre il mondo “normale” si riempie la bocca di parole come “inclusione” e “diversità”, ma poi si spaventa davanti a chi davvero esce dagli schemi, gli Addams praticano tutto questo senza proclami. Lo vivono. Si ascoltano, si comprendono, si rispettano in quella che potremmo chiamare la loro “queerness di famiglia”. Nessuno viene lasciato indietro, nessuno viene corretto o ridimensionato per apparire più “presentabile”. Quella casa è un microcosmo di autodeterminazione, un luogo dove ogni stranezza è bellezza, e ogni “difetto” diventa forza.
La porta di casa Addams non è solo aperta: è spalancata. E se per il mondo fuori sei “freak”, “strano”, “troppo”, per loro sei semplicemente giusto. Non esiste il troppo quando sei a casa. Non esiste il troppo quando l’amore e il rispetto sono i mattoni stessi delle fondamenta.
Perciò, ogni volta che qualcuno ti dice “sembri uno degli Addams” per sottolineare la tua diversità, la tua eccentricità, il tuo essere fuori dal coro, sappi che ti stanno facendo uno dei complimenti più belli che tu possa ricevere. Magari pensano di offenderti, ma ti stanno riconoscendo per quello che sei: una persona libera. E se c’è una cosa che fa più paura a chi vive incatenato alla normalità, è proprio chi della libertà ne ha fatto casa.
Essere Addams non è una condizione: è un atto politico. È il manifesto silenzioso di chi non si piega. È queer prima ancora che la parola venisse inventata. È l’arte di vivere nel proprio margine senza desiderare il centro. È saper dire: “Questə sono io, e questa è la mia famiglia: strana, rumorosa, bizzarra, ma vera”.
E la verità, in un mondo di copertine patinate, è la cosa più rivoluzionaria che ci sia.







































































































