
Per tentare di mettere assieme qualche pensiero sulla scomparsa del regista Rosa von Praunheim ho dovuto aprire un po’ di quelle scatole che tengo in un angolo remoto del mio armadio, mettere mano al faldone in cui ho raccolto la mia misera e breve produzione giornalistica e consultare il prezioso indice dei numeri del mensile Babilonia – testata a cui ho collaborato a inizio anni Novanta – curato dal bravissimo Andrea Meroni per il portale enciclopedico LGBT+ Wikipink.
A distanza di anni, infatti, ho fatto fatica a collocare nella giusta sequenza temporale i pezzetti confusi di uno spicchio remoto della mia vita, quello che mi vide, nel maggio del 1989 – pochi mesi prima della cosiddetta “caduta del muro” – giungere a Berlino Ovest per quello che sarebbe stato un soggiorno di circa due anni. Allora – vale forse la pena ricordarlo – Berlino Ovest era un’assurda enclave d’Occidente all’interno della Germania Democratica, circondata da muri, campi minati e distese di cavalli di Frisia e filo spinato, per contenere eventuali focolai di corruzione capitalistica e consumistica. Come sia andata è storia: il paziente era già infetto e nell’estate di quell’anno avrebbe iniziato a mostrare i sintomi sempre più evidenti di una malattia incurabile e terminale.
Rosa lo incrociai quasi subito, recandomi una sera, poco dopo il mio arrivo, in un cinema del quartiere di Schöneberg dove proiettavano, con tanto di dibattito a seguire, il suo documentario Überleben in New York, in cui narrava la quotidianità e le difficoltà di tre donne tedesche emigrate nella Grande Mela.
Berlino, allora, era ai miei occhi un po’ provinciali una città frocissima e io ero determinato a non mancare neppure un evento organizzato dalla esuberante comunità locale. In quel caso specifico, ciò che mi aveva colpito nel volantino che avevo tirato su distrattamente in un bar era l’uso nel testo della breve biografia della persona autrice della pellicola di pronomi personali e aggettivi possessivi maschili abbinati a un nome delicatamente femminile. Quando la visione del documentario terminò e si accesero le luci sulle due poltroncine collocate a ridosso dello schermo per ospitare moderatore e protagonista della serata, mi sorprese scoprire che Rosa era in realtà un bellissimo uomo di mezza età, dall’aspetto affascinante e affatto virile. Scoprii anche che Rosa von Praunheim non era altro che un nome d’arte, creato per pagare un doppio omaggio: a Praunheim, il quartiere di Francoforte in cui il regista era cresciuto prima di trasferirsi a Berlino, e al colore rosa dell’infame triangolo che gli omosessuali erano obbligati a cucirsi sul bavero della divisa da internati nei campi di concentramento nazisti.
Il suo vero nome era Holger Mischwitzky ed era nato il 25 novembre 1942 a Riga, nella Lettonia occupata dai tedeschi. Solo nel 2000 Rosa avrebbe scoperto che la sua madre biologica era morta di fame nel 1946 in una clinica psichiatrica e che la donna che lo aveva cresciuto in verità lo aveva adottato appena dopo la sua nascita. I suoi primi anni di vita li trascorse in Germania Democratica. Da lì la sua famiglia adottiva fuggì a metà anni Cinquanta, per trasferirsi a Francoforte. Dopo le scuole, nei primi anni Sessanta approdò a Berlino per frequentare l’Universität der Künste.
Tornando alla serata nel cinema di Schöneberg, la fortuna volle che l’evento fosse stato organizzato da un collettivo artistico anglo-tedesco e che la conversazione con l’autore si tenesse in inglese: questo mi permise di scoprire con relativa facilità che il regista non era un cineasta qualunque, ma anzi una vera celebrità per la comunità gay-lesbica tedesca[1], non solo per la filmografia quasi esclusivamente e fieramente a tematica omosessuale, ma anche per il suo formidabile attivismo politico, che già a metà anni Ottanta lo vedeva strenuo e lucido difensore dei diritti e della dignità delle persone sieropositive e dei malati di AIDS.
Emblematico da questo punto di vista il titolo del film da lui scritto e prodotto tre anni prima, nel 1986, Ein Virus hat keine Moral (Un virus non ha alcuna morale), una delle prime pellicole a livello internazionale a trattare il tema della sindrome che allora veniva considerata dai più alla stregua di una “peste degli omosessuali”.
L’opera di Rosa è vastissima: più di 150 lavori, tra corti e lungometraggi, film a soggetto e documentari. La sua creatività ha sperimentato e dialogato con ogni tipo di linguaggio, tecnica e modalità di racconto. Numerose, inoltre, le incursioni in ambito teatrale.
La notorietà gli arriva nel 1971, quando realizza su commissione di una televisione regionale tedesca (WDR) il lungometraggio Nicht der Homosexuelle ist pervers, sondern die Situation, in der er lebt (Non è l’omosessuale a essere perverso, ma la situazione in cui vive). In Germania questo film viene considerato una pietra miliare nella lotta per l’emancipazione della condizione omosessuale. Soprattutto se si tiene presente che questa era stata legalizzata solo due anni prima, nel gennaio 1969, grazie alla riforma del famigerato paragrafo 175, che per quasi un secolo aveva criminalizzato gli atti sessuali tra adulti consenzienti. Non deve affatto stupire che proprio questo film venga indicato come l’elemento catalizzatore della nascita dei primi gruppi di liberazione omosessuale in Germania. Semmai, dovrebbe sorprendere ciò che accadde nel settembre del 1972, quando il film venne mostrato nel corso del Sex Festival di Aarhus, una tre giorni organizzata dall’Unione studenti della principale università della Danimarca, cui vennero invitati esponenti di tutte le minoranze sessuali discriminate d’Europa e a cui presero parte esponenti del FHAR francese, del MHAR belga, del Gay Liberation Front inglese e varie rappresentanze di altri movimenti di liberazione europei. Per l’Italia parteciparono alcuni militanti del Fuori! (tra questi, Angelo Pezzana, Alfredo Cohen, Carlo Sismondi, Francis Padovani e Maria Schiavo). Il film diede origine a una vivace discussione, che si risolse in una censura della pellicola, che venne addirittura accusata di essere “reazionaria”.
Sono gli anni in cui in seno ai movimenti di liberazione iniziavano a delinearsi due posizioni che apparvero da subito inconciliabili: da una parte quella di stampo rivoluzionario – di cui il Fuori! sarebbe stato uno dei rappresentanti più ortodossi sino alla federazione col Partito radicale del 1974 – e dall’altra quella di carattere più riformista e dunque, per lo spirito dei tempi, odiosamente borghese. Sul numero 4 di «Fuori!» dell’ottobre 1972, in una cronaca del festival scritta da Pezzana e Cohen, si legge:
Un ineffabile presentatore del film, Volker Eschke, dopo un discorsetto che sembrava abbastanza buono e valido in quanto affrontava il tema dell’omosessualità cercando di illustrare tutte quelle motivazioni pienamente politiche che determinano la repressione omosessuale […] ha dato il via ad una proiezione che per noi, e non soltanto per noi, è risultata fin dalle prime inquadrature, delle più disgustose ed ossessive e repressive e schifose che siano mai state fatte sull’omosessualità. Pensate! Un film che voleva “aiutare” gli omosessuali e li presentava nella veste conosciutissima dei cliché più tristi e derisi dagli eterosessuali, quello della checca, dell’omosessuale raffinato, del giovane inesperto omosessuale avviato, è giusto dirlo, nel mondo dell’omosessualità “traviata” e soprattutto visto secondo i temi che tutte le organizzazioni effettivamente rivoluzionarie intendono mettere da parte per giungere ad una condizione sessuale liberata e gioiosa[2].
Qualche mese dopo la proiezione di Überlen in New York ebbi l’occasione di incontrare Rosa per un’intervista. Ho un vago ricordo che fosse per l’edizione italiana di «Marie Claire» e che mi fosse stata commissionata per l’uscita del suo documentario Silence = Death, un lavoro in cui indagava le risposte della comunità artistica di New York all’emergenza AIDS, con interviste a personaggi come Allen Ginsberg, Keith Haring, David Wojnarowicz. Mi invitò nel suo bellissimo appartamento berlinese, un po’ factory creativa, un po’ casa di produzione cinematografica, un po’ comune aperta a chi fosse di passaggio a Berlino. La conversazione fu brillante e ricca e mi colpì come a me, che certo non ero un intervistatore particolarmente esperto e professionale, dedicasse così tanta attenzione e tempo. Ricordo il mio imbarazzo quando citava film che non avevo mai visto e il suo rassicurante sorriso quando mi confortava dicendo: «Oh, non ti preoccupare: hai tutto il tempo per recuperare».
Me ne andai con appunti per scrivere una biografia e se va bene dovevo buttare giù una cartella e mezza. Sulla porta, nel salutarmi, mi disse: «La settimana prossima faccio una festa. Mi farebbe piacere se tu passassi».
Di tutte le feste a cui ho partecipato credo sia quella di cui ho il ricordo più onirico: immagino di aver trascorso la maggior parte del tempo a guardarmi intorno con sguardo inebetito, quasi fossi cascato in un acquario incantato. Nella varia umanità che popolava l’appartamento quella sera mi sento di isolare due personaggi che appartenevano al mio Olimpo privato di quegli anni: Jimmy Sommerville, a Berlino in quei giorni per promuovere un suo lavoro discografico solista, ed Hella von Sinnen, una meravigliosa presentatrice tv e attrice comica lesbica tedesca per la quel ero letteralmente impazzito (peraltro figlia adottiva di Walter Scheel, presidente della Repubblica Federale Tedesca nella seconda metà degli anni Settanta). Se uno dei due mi avesse per caso rivolto la parola, credo che sarei svenuto all’istante.
Rosa si muoveva, ovviamente a proprio agio in quel vivace caravanserraglio e, forse anche per salvarmi da me stesso, a un certo punto mi raggiunse e iniziò a parlarmi di una persona che avrei dovuto assolutamente conoscere, un’anziana attivista della ormai ex Germania Democratica. «Se ti va ti porto nelle prossime settimane a conoscerla. La adorerai». Ovvio che mi andava e così accadde.
La destinazione era nell’estrema periferia orientale di Berlino, a Mahlsdorf, dove sulla porta del suo Gründerzeitmuseum ci attendeva una creatura a dir poco fantastica: Charlotte, una anziana donna transgender, figlia di un capo nazista, che sin dagli anni Settanta, nella Germania comunista, aveva creato con ostinazione e coraggio un luogo quasi surreale, un museo fatti di mobili e suppellettili recuperati nei palazzi bombardati nel corso della seconda guerra mondiale e divenuto un luogo di ritrovo protetto per omosessuali, non ufficiale ma tollerato dal regime. Sulla dolce Charlotte von Mahlsdorf Rosa nel 1992 avrebbe girato Ich bin meine eigene Frau (Io sono la moglie di me stessa), un bellissimo film tra fiction e documentario, che vale davvero la pena di recuperare.
Chissà che aspettative ho generato con questo ricordo… in verità i miei momenti di vicinanza fisica con Rosa si esauriscono qua, non ci sono state altre occasioni per incontrarlo. Per quanto la sua prolificità lo rendesse un’impresa, ho però sempre cercato negli anni seguenti di agganciare i suoi nuovi lavori. Non tutti i suoi film raggiungevano le sale italiane, ad aiutarmi nell’impresa, per fortuna, c’erano i festival. L’attenzione alla stampa tedesca – di quel soggiorno berlinese mi è almeno rimasta la capacità di leggere in lingua – mi ha permesso di rimanere informato sulle sue vicende, sulle buffe boutade, sulle argute provocazioni artistiche. Incrociare il suo nome era sempre un motivo di intimo entusiasmo e divertimento. Chissà, se fossi rimasto a vivere a Berlino, come ho sempre vagheggiato in mezzo ai rimorsi, forse saremmo stati amici davvero. Invece, ho dovuto accontentarmi di costruire un sentimento di amicizia a senso unico. Sono stato uno stalker di cui non ha mai immaginato l’esistenza.
Mi rendo conto di aver messo insieme soltanto spunti e ricordi a vanvera su Rosa. D’altra parte, non mi sarebbe venuto naturale buttare giù un articolo biografico canonico, fatto con i dovuti crismi. Da quando ho saputo della sua morte dentro di me provo più un sentimento di gratitudine che di lutto. Per quel poco che posso aver intuito di lui, credo che ne sarebbe contento.
Oggi sono andato sul suo profilo Instagram a guardare la foto delle due mani, la sua e quella di Oliver, il suo storico compagno, postata solo tre giorni fa, e scattata in occasione del loro matrimonio, celebrato meno di una settimana fa, venerdì 12 dicembre. Agli anulari, come per impedirti di commuoverti, di provare un qualunque senso di solennità e tristezza, i due nubendi si erano infilati due anelli a foggia di piccole rane verdi.
Cosa rimane da dire? Ciao Rosa, grazie di essere stato uno dei nostri meravigliosi padri. Grazie per tutto quello che ci ha regalato. Sì, lo sappiamo… se per caso c’è qualcosa che non abbiamo ancora visto non dobbiamo preoccuparci: abbiamo tutto il tempo per recuperare. Certo che tu l’hai resa un’impresa ardua.
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[1] Allora l’acronimo LGBT+ e le sue declinazioni non erano ancora in uso.
[2] Alfredo Cohen, Angelo Pezzana, Arhus, Danimarca. Sex Festival. 1° incontro internazionale omossessuale. 9, 10, 11 settembre, su «Fuori!» nr. 4 dell’ottobre 1972, p. 3-4. Ho ricostruito questa vicenda nel capitolo XIV del mio saggio Le Radici dell’Orgoglio – La storia del movimento e della comunità LGBTQIA+ in Italia, Vol. I (1960-1972).
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Foto tratta da qui.








































































































