AUT Magazine

Dopo l’attentato di Berlino: la piazza come nostro spazio sacro laico

di Stefano Mastropaolo
Dal rifugio clandestino dei club alla conquista della piazza, il Pride è diventato il nostro spazio sacro laico: il luogo dove la vulnerabilità incontra la libertà. Ma oggi quella piazza è sotto attacco, stretta tra la violenza del fanatismo religioso e la strumentalizzazione di una politica che usa le tragedie per creare nuovi nemici. Difendere il Pride non significa solo proteggere una festa, ma impedire che l'odio e il relativismo ci ricaccino nell'ombra. Tra Amsterdam e Berlino, una riflessione doverosa sul Pride come conquista pubblica, bersaglio politico e luogo da difendere da ogni estremismo, visibile o normalizzato.
Veronica @nica1010 - Unsplash
Veronica @nica1010 – Unsplash

Il 25 luglio la comunità lgbTqia+ ha assistito a due eventi quasi simultanei, geograficamente vicini eppure capaci di raccontare due idee radicalmente opposte di società.

Ad Amsterdam la regina Máxima ha inaugurato il WorldPride, ospitato per la prima volta nella capitale olandese e destinato a proseguire fino all’8 agosto. Non si è trattato soltanto di una presenza istituzionale, né della consueta fotografia rassicurante di una monarchia che sceglie di mostrarsi contemporanea. È stato un gesto politico nel significato più serio del termine: l’affermazione che i diritti civili non possono dipendere dal colore del governo in carica, dalla convenienza elettorale del momento o dall’ideologia dominante.

La politica, quando non si riduce alla costruzione ossessiva di un avversario, dovrebbe partire da un principio elementare e tuttavia ancora continuamente negoziato: le cittadine e i cittadini di uno Stato devono poter accedere agli stessi diritti senza che l’identità di genere, l’orientamento sessuale, la religione, l’origine o il colore della pelle diventino un ostacolo. I diritti civili non sono una concessione graziosamente elargita a una minoranza, né un ornamento progressista da esibire nelle stagioni più favorevoli. Sono la misura concreta della qualità democratica di un Paese.

Nelle stesse ore, non troppo lontano da Amsterdam, Berlino mostrava il volto contrario dell’Europa. Un mezzo è stato lanciato contro la folla riunita in occasione del Pride, uccidendo una donna e ferendo numerose persone. L’attentatore era un giovane radicalizzato dentro una visione estremista e violenta, formata nella repressione degli spazi liberi e nella convinzione che alcune esistenze possano essere considerate indegne, impure o sacrificabili.

La notizia ha gettato un’ombra non soltanto sul Pride di Berlino, ma sull’intera comunità internazionale, perché a essere colpita non è stata semplicemente una manifestazione. È stato violato uno dei nostri spazi più riconoscibili, il luogo nel quale ci sentiamo contemporaneamente più liberə, più fortə e più espostə.

Per la comunità lgbTqia+ lo spazio sicuro non è mai stato un semplice luogo di ritrovo. È una conquista storica, sociale e persino corporea. Per decenni abbiamo dovuto cercare, costruire e difendere luoghi nei quali fosse possibile abbassare la sorveglianza su noi stessə, smettere di controllare un gesto, una parola, uno sguardo, una carezza.

Negli anni Settanta, Ottanta e Novanta sono stati soprattutto i locali, i club, le discoteche, le associazioni, le feste temporanee e gli spazi semiclandestini a permetterci di esistere senza chiedere autorizzazione. Erano territori spesso marginali, nascosti dietro una porta anonima, raggiungibili soltanto attraverso reti di conoscenza, riconoscimenti taciti e passaparola. Non erano necessariamente luoghi perfetti, né sempre accoglienti per ogni parte della comunità, ma rappresentavano una sospensione della norma esterna. Dentro quei perimetri il corpo poteva finalmente smettere di essere una prova a carico, il desiderio non doveva essere tradotto, l’identità non era costretta a giustificarsi o a rendersi meno visibile per non disturbare.

Quegli spazi hanno avuto un ruolo decisivo nella nostra storia. Non hanno soltanto ospitato il divertimento, la musica, il sesso, l’incontro o la notte. Hanno prodotto linguaggi, relazioni, solidarietà, forme di riconoscimento e possibilità politiche. Prima che molte delle nostre vite potessero comparire apertamente nella città, esistevano già in quei luoghi protetti. Prima che la società imparasse almeno in parte a guardarci, noi avevamo imparato a riconoscerci.

Il Pride ha rappresentato il passaggio successivo: l’uscita dagli spazi circoscritti e l’ingresso nella piazza. Dalla protezione del locale alla rivendicazione della città. Dall’esistenza ammessa soltanto dietro una porta alla presenza pubblica dei corpi, delle famiglie, dei desideri e delle identità.

La piazza del Pride non è più soltanto un luogo della comunità: è uno spazio attraversato da persone alleate, istituzioni, famiglie, bambinə, amicə e cittadinə che non appartengono direttamente alla nostra storia, ma scelgono di camminarci accanto. È forse proprio questa una delle sue conquiste più importanti. Al Pride siamo più espostə che altrove, ma siamo anche più riconosciutə. Non ci troviamo ai margini della città, né in un luogo che il resto della società può fingere di non vedere. Siamo nel suo centro, dentro la sua rappresentazione pubblica, circondatənon soltanto da chi condivide la nostra identità, ma anche da chi riconosce la legittimità della nostra presenza.

Per questo colpire un Pride significa qualcosa di più che colpire un corteo o una celebrazione. Significa aggredire il luogo nel quale siamo, nello stesso momento, più vulnerabili e più forti. È la violazione di uno spazio che per la nostra comunità possiede una funzione simile a quella che una sinagoga, una moschea o una chiesa possono avere per una comunità religiosa: un luogo di raccolta, riconoscimento, appartenenza e continuità. Il Pride è il nostro spazio sacro laico, il punto nel quale la memoria delle lotte incontra la possibilità di una vita pubblica finalmente non clandestina. Costringerci ad avere paura anche lì significa tentare di ricacciarci indietro. Dagli spazi aperti verso quelli nascosti, dalla visibilità alla prudenza, dalla libertà alla sorveglianza. Significa insinuare nuovamente il dubbio che mostrarsi sia pericoloso, che una piazza piena di corpi fieri possa trasformarsi in un bersaglio, che la conquista dello spazio pubblico sia sempre revocabile.

Per una comunità che ha impiegato decenni a uscire dai margini, questa minaccia possiede un peso specifico particolare. La piazza non è soltanto il luogo nel quale manifestiamo: è la prova che la città appartiene anche a noi. Se anche quella piazza torna a essere percepita come insicura, non viene compromessa soltanto la riuscita di un evento. Viene incrinato il patto attraverso il quale una società dichiara che la nostra presenza pubblica non deve più essere negoziata.

Raphael Renter @raphi_rawr. Unsplash

Condannare quanto accaduto a Berlino significa dunque riconoscere senza esitazioni la matrice estremista, radicalizzata e violenta dell’attentato, distinguendola dalla complessità della cultura islamica e rifiutando ogni generalizzazione contro chi la pratica. Ma anche omettere, in un messaggio ufficiale di condanna, il nome e l’identità di chi ha subito l’attentato, scegliendo di concentrare ogni parola esclusivamente su chi lo ha compiuto, è una forma di invisibilizzazione politica tutt’altro che casuale. Quando a farlo è il capo di un governo, il silenzio sulle vittime non è una semplice mancanza retorica: è una selezione precisa di ciò che merita di essere riconosciuto e di ciò che può invece restare ai margini. Parlare soltanto dell’attentatore consente di utilizzare la tragedia per rafforzare il proprio racconto del nemico, senza riconoscere davvero la comunità colpita, la sua vulnerabilità, la sua storia e il significato simbolico del luogo violato. La condanna diventa così uno strumento di propaganda, mentre le persone lgbTqia+ scompaiono ancora una volta proprio nel momento in cui dovrebbero essere nominate.

Condannare l’estremismo che ha prodotto l’attentato non può significare utilizzare le vittime come semplice sfondo di una narrazione politica già predisposta. Se la comunità colpita non viene riconosciuta, se il Pride non viene nominato e se la violenza contro le persone lgbTqia+ viene assorbita interamente nel racconto dell’immigrazione, della sicurezza o dello scontro religioso, non si sta davvero esprimendo solidarietà. Si sta appropriando di una tragedia per confermare il proprio sistema di nemici, lasciando ancora una volta invisibili coloro che quella violenza l’hanno subita.

Riconoscere la matrice dell’attentato significa però anche impedire che quella condanna venga utilizzata come assoluzione per tutti gli altri estremismi. Non si diventa persone civili denunciando soltanto il fanatismo che appartiene alla religione, alla cultura o alla parte politica degli altri. Si diventa semmai fanatici di segno opposto, pronti a riconoscere l’odio quando porta simboli estranei e altrettanto pronti a giustificarlo quando indossa quelli che ci sono familiari. L’estremismo è condannabile tutto. Non perché ogni estremismo sia identico nelle forme, nei mezzi o nelle conseguenze immediate, ma perché tutti condividono la pretesa di stabilire quali esistenze siano legittime e quali debbano essere corrette, ridotte al silenzio o cancellate. Il fanatismo che conduce un mezzo contro una folla deve essere chiamato con il suo nome, senza esitazioni e senza attenuanti. Ma la stessa lucidità deve essere applicata ai pastori evangelici americani che predicano contro la nostra comunità, alle messe di riparazione celebrate per espiare la nostra presenza, alle processioni organizzate contro i Pride, alle campagne che descrivono le persone lgbTqia+ come una minaccia per l’infanzia, la famiglia o l’ordine sociale.

Una predica non è una macchina lanciata contro una folla. Una messa di riparazione non è un attentato. Confondere materialmente queste azioni sarebbe intellettualmente scorretto. Ma considerarle completamente separate significa non comprendere il modo in cui l’odio si costruisce, si diffonde e infine si autorizza.

Prima della violenza fisica esiste spesso un lungo lavoro di preparazione simbolica. Prima che un corpo venga colpito, deve essere stato trasformato in un problema. Prima che una persona venga aggredita, qualcuno deve avere ripetuto che la sua identità è un errore, il suo desiderio una corruzione, la sua famiglia una minaccia, la sua libertà un’offesa. Prima della macchina lanciata contro la folla ci sono parole che hanno insegnato a considerare quella folla meno umana, meno innocente, meno degna di protezione. È dentro quelle prediche, quei rituali e quelle rappresentazioni ossessive del nemico che può formarsi chi arriva a compiere un atto di violenza sentendosi non colpevole, ma investito di una missione. L’ideologia gli fornisce un sistema di autoassoluzione: non sta aggredendo una persona, pensa, ma difendendo un ordine; non sta esercitando violenza, ma adempiendo a un dovere; non sta commettendo un crimine, ma realizzando una presunta volontà superiore.

L’odio religioso, politico o mediatico non produce automaticamente un attentatore, ma costruisce il contesto nel quale l’attentatore può immaginarsi come giusto. Offre un vocabolario alla violenza, le consegna una giustificazione e la trasforma da impulso individuale in missione collettiva. È questo il punto che viene sistematicamente rimosso quando si pretende di condannare l’atto finale senza interrogare la cultura che lo ha reso pensabile.

Non si tratta di essere politicamente correttə, woke o di qualunque altra parola venga utilizzata per ridicolizzare il ragionamento prima ancora di affrontarlo. Si tratta precisamente di ragionare. Di osservare la realtà senza piegarla alla convenienza di una narrazione politica.

Negare che la comunità lgbTqia+ subisca discriminazioni anche nel nostro Paese significa rifiutarsi di vedere le condizioni concrete nelle quali molte persone sono ancora costrette a vivere. Significa ignorare le famiglie nelle quali dichiararsi comporta il rischio dell’espulsione, le scuole nelle quali l’identità diventa causa di isolamento e violenza, i luoghi di lavoro nei quali è necessario sorvegliare ogni parola, gli spazi pubblici nei quali un gesto d’affetto può essere interpretato come una provocazione da chi si sente autorizzato a giudicarlo.

La cultura nella quale cresciamo non rende tuttə ugualmente liberə di essere ciò che sono. Alcune persone vengono educate a considerare il proprio desiderio naturale e legittimo; altre imparano presto a nasconderlo. Alcune possono raccontare il proprio amore senza trasformarlo in una dichiarazione politica; altre devono valutare ogni volta il luogo, il momento, l’interlocutore e le possibili conseguenze. La discriminazione non è soltanto l’aggressione eclatante che arriva sulle pagine dei giornali. È anche la somma quotidiana di omissioni, paure, strategie di adattamento e autocensure che vengono richieste sempre agli stessi corpi.

In questo contesto il fantomatico “gender” viene agitato come un’arma di distrazione di massa, una minaccia abbastanza vaga da poter contenere tutto ciò che si vuole rendere impresentabile: l’educazione alle differenze, il rispetto delle identità, la libertà dei corpi, il riconoscimento delle famiglie, la possibilità che il genere e il desiderio non corrispondano a un unico modello. La sua forza politica consiste proprio nella sua inconsistenza. Il “gender” non deve essere definito, perché una definizione ne rivelerebbe immediatamente il carattere artificiale. Deve restare uno spettro, una parola capace di evocare paure differenti senza mai assumere una forma precisa. Può così essere utilizzato per nascondere le vere falle di un governo, spostare il dibattito dalle condizioni materiali delle persone a una minaccia immaginaria e trasformare una minoranza in un diversivo permanente. È il funzionamento tipico di una politica fondata sul culto del nemico. Una politica che non governa la complessità, ma la riduce a pericolo; che non offre strumenti per comprendere ciò che è differente, ma nutre il proprio elettorato attraverso il sospetto; che ha bisogno di mostrare continuamente qualcuno come estraneo, eccessivo o incompatibile con un’identità nazionale presentata come immobile e omogenea. In questo campo possono convivere l’omofobia, la transfobia, il razzismo e l’islamofobia.

Condannare un attentato compiuto da un estremista non autorizza a trasformare tutte le persone musulmane in un nuovo nemico collettivo, esattamente come denunciare l’estremismo cristiano non significa accusare ogni credente. Le responsabilità devono essere individuate con precisione, senza estenderle a intere comunità e senza utilizzarle per alimentare un altro circuito di odio.

È questa la differenza tra la critica e il fanatismo. La critica nomina ideologie, strutture, parole e responsabilità. Il fanatismo essenzializza le persone, attribuisce loro una colpa per appartenenza e costruisce categorie indistinte da temere. Condannare una visione radicalizzata e contemporaneamente rifiutare l’islamofobia non è una contraddizione. È l’unica posizione capace di sottrarsi davvero alla logica che produce i fanatici. La stessa precisione dovrebbe essere applicata al nostro sistema mediatico. Esistono trasmissioni radiofoniche e spazi di comunicazione nei quali la translesboomofobia è quotidiana, trasformata in intrattenimento, opinione personale, provocazione, battuta o libertà di espressione. La ripetizione anestetizza. Rende familiare il disprezzo, lo priva apparentemente della sua violenza e lo consegna al pubblico come una delle tante posizioni possibili.

Ma non tutte le opinioni sono innocue e non tutte le parole rimangono parole. Quando un’identità viene rappresentata ogni giorno come ridicola, pericolosa, falsa o moralmente inferiore, l’aggressione non appare più come una rottura improvvisa dell’ordine sociale. Diventa il punto estremo di un discorso che quello stesso ordine ha tollerato, ospitato e spesso premiato con visibilità.

L’odio non comincia quando qualcuno sale su un’automobile e si dirige contro una folla. Comincia molto prima, quando una società decide che umiliare alcune persone sia ancora un esercizio legittimo del linguaggio; quando una religione trasforma la loro esistenza in peccato pubblico; quando un governo le utilizza come diversivo; quando un mezzo di comunicazione offre al pregiudizio un microfono, una frequenza e un pubblico.

Amsterdam e Berlino, nello stesso giorno, hanno così mostrato due possibilità. Da una parte un’istituzione che entra nello spazio del Pride e lo riconosce come parte della storia nazionale. Dall’altra un estremista che tenta di trasformare quello spazio in un luogo di paura. Tra questi due gesti si misura la distanza tra una società che include la differenza nella propria idea di cittadinanza e una cultura che continua a percepirla come una contaminazione da espellere.

La civiltà non consiste nello scegliere l’estremismo che ci somiglia di più o quello che ci fa meno paura. Non consiste nel condannare l’odio soltanto quando viene pronunciato in una lingua diversa dalla nostra, rivolto da un pulpito che non frequentiamo o giustificato da un dio nel quale non crediamo. Consiste nel rifiutare ogni ideologia che pretenda di stabilire quali persone abbiano diritto di esistere pienamente e quali debbano tornare a nascondersi.

Difendere il Pride significa allora difendere molto più di una festa o di una manifestazione. Significa proteggerlo non soltanto dagli attentati e dalla violenza dichiarata, ma anche da tutte quelle forme di delegittimazione che preparano il terreno perché quella violenza possa apparire comprensibile, tollerabile o persino meritata. Significa difenderlo da chi lo considera una pagliacciata, una provocazione, un’ostentazione inutile; da chi vi si presenta come disturbatore per trasformare la nostra presenza in un bersaglio; da chi si sente offeso non da ciò che accade, ma dal semplice fatto che esistiamo pubblicamente. Significa difenderlo anche dall’omofobia interiorizzata di chi ancora ne ha paura, di chi ha imparato a vivere la propria identità soltanto a condizione che resti discreta, contenuta, rassicurante, privata. Di chi percepisce il Pride come un eccesso perché la visibilità altrui incrina l’equilibrio faticosamente costruito sulla propria invisibilità. Non è raro che il rifiuto più feroce arrivi proprio da chi teme che quella piazza renda impossibile continuare a negoziare la propria presenza attraverso il silenzio.

Il Pride disturba perché interrompe una gerarchia dello sguardo. Per un giorno non siamo osservatə come eccezione, caso umano, bersaglio o oggetto di dibattito: siamo noi a occupare il centro della scena, a definire il linguaggio, i corpi, i gesti e la misura dello spazio. È questa inversione a essere spesso descritta come ostentazione. Non ciò che facciamo, ma il fatto che non chiediamo permesso. Chi si dichiara disturbato o offeso dalla nostra visibilità pretende in realtà che la propria sensibilità abbia più valore della nostra libertà. Vorrebbe che la pace sociale coincidesse con il nostro contenimento, che il rispetto fosse garantito soltanto a condizione di non essere troppo visibili, troppo rumorosə, troppo riconoscibili. Ma una libertà concessa solo quando non si vede non è libertà: è una forma più elegante di clandestinità.

Difendere il Pride significa quindi difendere il diritto a essere presenti anche quando la nostra presenza non è comoda, ordinata o facilmente assimilabile. Significa rifiutare l’idea che la dignità debba presentarsi in abiti sobri per essere riconosciuta, che i nostri corpi debbano diventare decorosi per meritare protezione, che la nostra rabbia debba essere educata e la nostra gioia contenuta per non urtare chi ci ha sempre chiesto di restare ai margini. Significa proteggere la possibilità di occupare la piazza senza che la visibilità si trasformi nuovamente in una condanna. Significa ricordare che abbiamo impiegato decenni a uscire dai luoghi nascosti e che nessun fanatismo, religioso o politico, nessuna provocazione organizzata, nessuna offesa rivendicata come libertà di opinione deve poterci ricacciare dentro.

Ci hanno già costrettə abbastanza a cercare una porta laterale, un locale al riparo dagli sguardi, una stanza nella quale sentirci finalmente liberə. La piazza è stata la nostra conquista più esposta e più collettiva. Toccare quella piazza significa toccare il cuore stesso della nostra storia. E se oggi tentano di renderci insicuro persino il luogo nel quale siamo più visibili e più unitə, la risposta non può essere tornare a nasconderci. Deve essere impedire che la paura, il disprezzo e l’idea che la nostra libertà sia negoziabile tornino a decidere quali spazi possiamo abitare.

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Maria Laura Annibali
L’ultimo saluto a Edda Billi, memoria e voce radicale del lesbofemminismo

Poetessa, attivista, lesbica separatista, femminista internazionalista, Edda Billi è stata soprattutto una costruttrice instancabile di senso politico, di memoria e di relazioni tra donne. Il 10 gennaio è scomparsa e con lei se ne va una voce radicale e poetica del lesbofemminismo italiano, una donna che ha attraversato decenni di lotte senza mai smettere di interrogare il presente, di sfidare il potere, di immaginare libertà più ampie. Il discorso che pubblichiamo è quello che Maria Laura Annibali – attivista storica del movimento lesbico e presidente del Di’Gay Project – ha pronunciato al funerale di Edda Billi. Non è un necrologio né una ricostruzione biografica: è un atto d’amore politico, un saluto che nasce dalla sorellanza, dalla condivisione di una stessa genealogia di lotta e di desiderio di libertà. Una testimonianza intima e collettiva insieme, capace di restituire la forza umana e simbolica di Edda più di qualsiasi elenco di incarichi o pubblicazioni. In anteprima per Aut.

Egizia Mondini
Il coraggio della vulnerabilità

Un percorso di accettazione e scoperta di sé attraverso la scrittura. Un diario intimo e sincero, dove fragilità e coraggio si intrecciano, trasformando emozioni personali in un invito universale alla condivisione e all’ascolto. Un esordio letterario che parla al cuore di chiunque abbia avuto paura di mostrarsi e di amarsi davvero. La giovane Laura Sanna, autrice di “Scrivi chi a.mare”, si racconta in questa intervista, rivelando come scrivere per lei abbia rappresentato un atto di cura.

Egizia Mondini
Giorgio Bozzo: l’Omero del movimento queer italiano

Dal nuovo libro “Non Esistono Bambini Arcobaleno” al monumentale progetto “Le Radici dell’Orgoglio”, passando per “La Compagnia del gender”, un viaggio nelle memorie sommerse della comunità lgbtqia+ italiana. Nel suo lavoro Giorgio Umberto Bozzo intreccia ricerca, documenti, storie, voci e archivi per insegnarci che l’orgoglio è un’eredità collettiva, nata molto prima di noi e affidata oggi alle generazioni future. In questa intervista Bozzo ci racconta perché salvare la memoria non sia un esercizio nostalgico, ma un gesto politico urgente: un atto di cura verso chi c’era, verso chi c’è e verso chi verrà.

Alessandro Bentivegna
Il sindaco Mamdani, il Corano e New York City

Un giuramento in una stazione fantasma. Due Corani. Una città intera come pubblico. Zohran Mamdani diventa sindaco di New York senza retorica, senza scenografie dorate, ma con un messaggio politico chiarissimo: identità, fede e diritti possono convivere nello spazio pubblico. Musulmano praticante, socialista, femminista, pro-choice e alleato LGBTQ+, Mamdani manda in crisi la narrazione di chi per anni ha usato i “valori occidentali” come arma identitaria. Dell’insediamento del primo sindaco musulmano di New York ci racconta il nostro corrispondente in città.

Stefano Mastropaolo
Cher ha ancora qualcosa da dire (e lo dice)

Una risposta attribuita a Cher da Karoline Leavitt ha fatto il giro dei social, ma è una fake news. Proprio per questo, però, vale la pena prenderla sul serio. In un tempo in cui il falso riesce a dire più del vero, abbiamo scelto di trattare questa bufala come un dispositivo di lettura del presente. Questo testo nasce da una scelta consapevole: prendere una bugia e usarla per leggere il presente. Come Aut, come squadra, come spazio che prova a fare cultura e non solo cronaca, crediamo che il nostro lavoro non sia limitarci a dire cosa sia, o non sia, successo ma chiederci perché avremmo voluto che succedesse o non succedesse.

Giorgio Umberto Bozzo
Rosa von Praunheim, tra cinema radicale e memoria collettiva

Questo non è un necrologio, né una biografia ufficiale. È un attraversamento della memoria, personale e politica, per salutare Rosa von Praunheim: regista, attivista, provocatore instancabile. Un incontro avvenuto nella Berlino Ovest di fine anni Ottanta diventa il punto di partenza per raccontare un’eredità culturale enorme, fatta di cinema queer, militanza e libertà radicale. Tra ricordi, film, feste e battaglie, prende forma il ritratto affettuoso e imperfetto di uno dei padri più indisciplinati della storia LGBTQ+. E di una gratitudine che supera il lutto.

Stefano Mastropaolo
Il MACRO riapre e smette di chiedere permesso alla città

Riaprire oggi non significa tornare indietro, ma prendere posizione. Con la direzione artistica di Cristiana Perrella, il MACRO di Roma riapre come spazio poroso e attraversabile, rinunciando a ogni forma di neutralità e rassicurazione istituzionale. UNAROMA inaugura un nuovo corso che non racconta Roma, ma la attraversa: una pratica curatoriale che espone il museo alle contraddizioni della città, ai suoi corpi, alle sue memorie e ai suoi conflitti, trasformando esposizione e cinema in dispositivi di relazione politica.

Stefano Mastropaolo
Reboot: perché continuiamo a guardare indietro

Il futuro non è più quello di una volta.  E’ tutto un dilagare di reboot culturali, mode travestite da novità, memorie queer che resistono. Ma cosa ci spinge, proprio ora, a cercare conforto nel second-hand, nel vintage, nei miti degli anni ’80-’90? Se qualcosa deve cambiare, non è il passato, ma lo sguardo con cui lo attraversiamo. Perché tra nostalgia di lusso, archivi in passerella e un occidente in modalità replay, sono sempre i margini a ricordarci che il nuovo non è mai dove lo cerchiamo. Una riflessione sui ritorni che abitano il nostro immaginario e sulle memorie che chiedono ancora di essere ascoltate.

Stefano Mastropaolo
MTV chiude, ma il suo spirito torna dove meno ce lo aspettavamo

Ora che MTV chiude, chiude anche un capitolo identitario: quello che ha insegnato a una generazione a guardare il mondo attraverso un filtro glamour, pop, libero e un po’ contraddittorio. E proprio mentre salutiamo MTV, da dietro le quinte rispunta Massimo Coppola – uno che MTV l’ha vissuta, animata, fatta e capita – e torna esattamente dove la tv non vuole più stare: nel punto in cui si pensa, si guarda e si smonta il presente. Non con un podcast, non con un programma, ma con uno showcast: un ibrido brillante e anarchico, mezzo monologo, mezzo seduta spiritica del contemporaneo. E allora sì: MTV chiude, ma il suo spirito no. Si sposta, muta, si reincarna in formati liquidi e insolenti. MTV era un linguaggio. E i linguaggi – quelli davvero iconici – non muoiono mai. Si limitano a cercare un nuovo schermo da accendere.

Stefano Mastropaolo
Le icone queer non brillano per caso: la rivoluzione, spesso, indossa un tacco 12

Se nel primo articolo abbiamo raccontato l’eredità culturale che le Kessler hanno lasciato alla tv italiana, oggi torniamo sulla loro storia mettendone in luce la dimensione politica e profondamente umana: perché le icone queer non sono mai solo glitter, ma corpi che scardinano norme, aspettative e moralismi. La loro scelta finale – insieme intima e pubblica – non solo riapre il dibattito sul diritto di scelta e sul vuoto legislativo italiano, ma si accompagna a un testamento di solidarietà che parla di cura, responsabilità e comunità. Con un unico gesto, due lezioni di vita: la libertà di appartenere a se stesse e il dovere di restituire qualcosa al mondo.

Enrico Salvatori
La dolce vita (e la dolce morte) di Alice ed Ellen Kessler

Dalla Germania divisa del dopoguerra ai sabati sera della Rai in bianco e nero, la storia di Alice ed Ellen Kessler si intreccia con quella del nostro Paese, tra rivoluzioni culturali, censure, scintillii e cambiamenti epocali. Un viaggio nella memoria che ripercorre una carriera luminosa e un’epoca che l’Italia non ha mai davvero dimenticato. Fino all’epilogo da vere icone e grande esempio di libertà e autodeterminazione. Il ricordo intimo e documentato di Enrico Salvatori, storico regista e autore Rai, esperto di archivi audiovisivi e di storia radiotelevisiva.

Alessandro Bentivegna
Il matrimonio di ferro: i gay di destra e la fragile promessa americana

Nei sobborghi perfetti della Florida o nei brunch di Palm Springs, li riconosci: polo Ralph Lauren, SUV ibrido, labrador di nome Liberty. Sono i gay conservatori americani, l’ultima mutazione del sogno di integrazione: patrioti, padri, madri e fieramente contrari alla “politica woke”. Molti hanno figli, una bandiera americana in giardino e un’abitudine rassicurante: votare repubblicano. Per anni hanno creduto che l’amore avesse davvero vinto: il matrimonio egualitario del 2015, i talk show pieni di coppie felici, le pubblicità arcobaleno. Poi la realtà ha bussato alla porta con il garbo di un messo giudiziario: nulla è per sempre, nemmeno la felicità domestica. Dal nostro corrispondente da New York, una nuova, spietata puntata di Cronache da Carroll Gardens.

Alessandro Bentivegna
Il mondo al contrario, esiste!

A quattro ore da New York, c’è un luogo che ribalta i paradigmi del mondo: Provincetown, estrema punta del Massachusetts. Da oltre un secolo rifugio per artisti e comunità queer, è diventata laboratorio vivente di inclusione, bellezza e libertà. Qui la mascolinità tossica è già storia passata, le coppie etero convivono serenamente con famiglie arcobaleno e gli anziani queer testimoniano una resistenza fatta di amore durato una vita. Provincetown non è un’utopia: è la prova che un “mondo al contrario” può aggiustare, non distruggere.

Alessandro Bentivegna
Italoamericani a New York: il lato kitsch (e tenero) della piramide identitaria e la questione sospesa LGBTQ+

Non basta un cognome e una nonna che fa le lasagne per capire cos’è davvero l’identità italoamericana. È un mosaico di memorie, stereotipi e orgoglio, dove “dolce vita” e “fast life” si intrecciano… ma spesso lasciano fuori le voci queer. In molte comunità ortodosse, l’Italia resta un presepe immutabile: cattolica, patriarcale, allergica a Pride e famiglie arcobaleno. Tra Staten Island e TikTok, si celebra un’Italia in bianco e nero, ignorando quella viva e multicolore di oggi. Eppure, dietro cliché e contraddizioni, si nasconde un bisogno universale: sentirsi parte di una storia. Ce lo racconta, con una lente da vicino, il nostro corrispondente da New York.

Stefano Mastropaolo
Mercoledì 2: la fortuna di essere un’Addams

In occasione dell’uscita della seconda stagione di “Mercoledì”, torniamo in casa Addams. Una famiglia che non giudica, non etichetta, non si scandalizza per l’aspetto, per il colore, per la stranezza. Loro non guardano la copertina: la strappano via. Essere Addams non è una condizione: è un atto politico. È il manifesto silenzioso di chi non si piega. È queer prima ancora che la parola venisse inventata. È l’arte di vivere nel proprio margine senza desiderare il centro. Questa sì che un’ideale di famiglia. Altro che Mulino Bianco.

Stefano Mastropaolo
“And Just Like That”: addio, per sempre

È ufficiale: “And Just Like That” si ferma qui. Nessun seguito, nessun nuovo tentativo di riportare in vita le (ex) ragazze di Sex and the City. Finisce una volta per tutte la corsa nostalgica che sperava di capitalizzare sui nostri ricordi. Ma l’amarezza resta: perché Carrie, Miranda e Charlotte non sono invecchiate, sono rimaste bloccate in una versione sfocata di sé stesse. E così, just like that, non le riconosciamo più.

Francesco Castagna
“Madonna Songbook”, il libro che svela il vero talento della regina del pop: scrivere canzoni

Tre cassette segrete, ascoltate ossessivamente tra gli scaffali della Biblioteca del Congresso di Washington, hanno acceso la miccia. “Madonna Songbook”, il libro di Giulio Mazzoleni, racconta non la diva ma l’artigiana della musica: autrice, produttrice, creativa instancabile che costruisce hit seduta per terra con un quaderno in mano. Oltre provocazioni e look iconici, emerge il volto meno raccontato di Madonna. Quello di chi ha rivoluzionato il pop partendo dal suono, non dall’immagine. Ed è forse il ritratto più potente di tutti.

Alessandro Bentivegna
Cosa è successo nel mese del pride a NY

Nel Pride Month 2025, New York non ha festeggiato: ha resistito. E dato forma a un pride diverso da tutti gli altri anni. Tra silenzi istituzionali, attacchi violenti e diritti cancellati, la comunità queer ha marciato comunque. Non per celebrare, ma per ricordare che il Pride è ancora protesta. Meno glitter, più coraggio. Meno festa, più fede nel futuro. Perché non basta essere visibili: bisogna restare liberi. Il reportage dal nostro corrispondente in città.

Mohamed Maalel
10 canzoni che mi hanno salvato la vita: una playlist contro il bullismo e il dolore

Un ritornello semplice, eppure eterno. Le parole si aggrappano alla memoria anche dopo anni, riaffiorano nei momenti bui e in quelli colmi di luce. Lo scrittore Mohamed Maalel torna su Aut per raccontarci quanto la musica sia sempre stata per lui rifugio e rinascita: un luogo sicuro, un angolo di mondo dove smettere di sentirsi sbagliato. Per Aut ha creato un racconto della sua playlist, la storia di un adolescente che ha trovato nei suoni ciò che la realtà non riusciva a offrire: comprensione, libertà, possibilità. Dieci canzoni, dieci frammenti di resistenza emotiva. E un’ultima traccia da scrivere insieme.

Extra-complicate
Lesbodrammi – Episodio 5: sprint e fantasmi. Ovvero, dal “Ti Amo” al “Chi sei?” in 21 giorni

Nel mondo saffico, la temporalità segue leggi proprie. Dopo tre vocali su Tinder e due caffè – di cui uno era solo un “ci vediamo un attimo per darci il libro”– ti ritrovi a parlare di come chiamerete il vostro primo gatto adottato insieme. L’amore tra donne ha spesso il ritmo di un fuoco d’artificio. Si parte in quinta, col bagagliaio pieno di traumi da condividere e la cartina di IKEA già in mano per scegliere la cucina. Il Paradosso della Fretta Sentimentale. Ma il peggio è che ogni volta CI CREDI.

Egizia Mondini
Vivere, diritto o dovere?

Da anni parliamo di autodeterminazione, di libertà di amare, di procreare. Ma c’è un diritto che, in Italia, resta ancora un tabù: quello di morire con dignità. Ne abbiamo parlato con la filosofa e bioeticista Chiara Lalli. In questa conversazione, l’attivismo diventa linguaggio preciso, radicale, necessario. Perché il dolore non si gestisce con i divieti. E la libertà vale solo se include anche il diritto di scegliere la fine. La battaglia per il fine vita non è una questione etica: è il termometro di una democrazia che vuole dirsi adulta.

Alessandro Bentivegna
Carroll Gardens Pride edition: finché destra non ci separi

A dieci anni dalla sentenza Obergefell v. Hodges, che legalizzò il matrimonio tra persone dello stesso sesso negli Stati Uniti, la comunità LGBTQIA+ scopre che l’amore vince. Ma a volte serve anche un avvocato costituzionalista. Perché Obergefell ci ha insegnato che i diritti si conquistano, sì — ma soprattutto si difendono. E questo vale ovunque. Gli Stati Uniti oggi garantiscono più diritti alle persone queer rispetto all’Italia, è vero. Ma anche qui questi diritti non sono scolpiti nella pietra. A New York come a Roma, si lotta per esistere, per amare, per essere riconosciuti come cittadini a pieno titolo.

Egizia Mondini
Rainbow Eggs: il Pride si serve anche al cucchiaio

Anche la cucina può essere un manifesto e parlare di identità, libertà e inclusione. E’ quello che ha fatto chef Barbara Agosti, fondatrice e anima del Ristorante Eggs di Roma e Milano, ideando Rainbow Eggs, un dessert arcobaleno creato per il Pride Month. Un progetto gastronomico e un gesto concreto per ricordare che la cucina può farsi anche espressione di valori, come ci racconta in questa intervista.

Mario Colamarino
Perché il Roma Pride quest’anno è fuorilegge

Fuorilegge non è solo il tema del RomaPride 2025, è una diagnosi politica. E’ la legge stessa ad aver infranto la promessa democratica di uguaglianza, protezione e libertà per tutt3. La Rainbow Map di ILGA-Europe ci posiziona al 35° posto su 49 paesi europei, fotografia di un’Italia ormai allo sbando sul fronte dei diritti LGBTQIA+. E quando si vive in un Paese pervaso da questo clima di odio, far parte della nostra comunità significa essere esclus3, ignorat3 e non protett3 dalla legge. Rivendicare il diritto di manifestare, di scendere in piazza, di mostrare il proprio corpo e far sentire la propria voce non è un vezzo o un gesto di esibizionismo, è sopravvivenza politica, è un atto di ribellione e di resistenza.

Alessandro Michetti
Carolina Morace: nel calcio, attaccante. Per i diritti, in difesa 

Ha segnato il calcio italiano dentro e fuori dal campo. Prima giocatrice dichiaratamente lesbica, prima donna a guidare una squadra maschile, icona dello sport e ora europarlamentare, è in prima linea per i diritti. Il 28 giugno sarà a Budapest per sostenere il Pride, ufficialmente vietato dal governo ungherese. L’abbiamo intervistata alla vigilia della partenza, tra politica, visibilità e desiderio di un’Europa (e un’Italia) che non lasci indietro nessuno.

Yuri Guaiana
Fuorilegge e fuori controllo: la nuova ondata globale di repressione anti-LGBTQIA+

Un Pride vietato in Ungheria, una legge repressiva in Mali, un corpo spezzato in un fiume colombiano, una sentenza crudele nei Caraibi: sono tutte facce della stessa strategia. Criminalizzati, repressi, uccisi. Dai Caraibi all’Africa occidentale, passando per l’Europa dell’Est, i diritti delle persone LGBTQIA+ sono sotto attacco.
Dietro questa ondata globale di odio non ci sono solo governi autoritari, ma vere e proprie reti transnazionali che esportano repressione e censura.
Un’inchiesta che attraversa tre continenti e smaschera la strategia globale per cancellare l’esistenza queer. Se oggi essere LGBTQIA+ è ancora un crimine in 66 paesi, allora la nostra lotta è tutt’altro che finita.

Alessandro Michetti
Genitori fuorilegge intergalattici

Da padri a criminali universali. Con la Legge Varchi, in Italia, la gestazione per altri è diventata reato ovunque nel mondo, paragonata a crimini come il genocidio. Padri fuorilegge, appunto. Ne parliamo con Cristiano Giraldi, papà di due figli e membro del direttivo di di Famiglie Arcobaleno, che racconta cosa significa crescere una famiglia sotto attacco legislativo e culturale. Una testimonianza potente di amore, resistenza e diritti negati.

Egizia Mondini
Editoriale – Fuori dalla legge. Dentro la storia

Essere fuorilegge è diventata una condizione civile. È l’atto semplice ma radicale di esistere quando la legge si rifiuta di nominarci. È vivere con fierezza in una realtà che la politica ignora. Ma è anche – e forse soprattutto – un atto poetico: costruire linguaggio dove c’è censura, comunità dove c’è isolamento, affetto dove c’è odio. Siamo fuorilegge perché lo Stato non sa ancora scrivere leggi che parlino di noi. Ma sappiamo farlo noi: con le parole, con i gesti, con le piazze.

jkr terf
Sara Tamisari
Cara JK Rowling, o JK TERF, grazie, ma no grazie

J.K. Rowling è la mamma di un ragazzino, anzi di un intero mondo, un mondo meraviglioso che abbiamo amato, e ancora amiamo alla follia. Ma come tutte le mamme, anche lei commette errori. Anche se lei ci è andata giù pesante. Sì proprio lei che aveva aperto le menti di così tantə bambinə, che aveva creato personagge femminili tanto indipendenti, lei che ha cresciuto una, due, tre generazioni. Dal 2018, di misfatti, J.K. Rowling ne ha fatti parecchi. Allora ci domandiamo: è possibile separare l’opera dall’autrice? La seconda puntata di Galassia Clandestina è dedicata a questo argomento “scottante”, nel senso che ci brucia forte: possiamo continuare ad amare Harry Potter senza pensare alle posizioni della sua autrice?

Coordinamento Roma Pride
Il Manifesto politico del Roma Pride 2025

FUORILEGGE non è solo uno slogan. È la realtà che viviamo ogni giorno. Dal diritto alla genitorialità alla libertà di essere se stessə, dal riconoscimento delle famiglie al rifiuto della violenza di genere: il Manifesto del Roma Pride 2025 è una dichiarazione di resistenza collettiva. Se ancora non lo avete fatto, leggetelo qui. Perché se essere fuorilegge significa esistere con dignità, allora lo siamo tuttə.

Alessandro Bentivegna
Forever Young? Cronache (semiserie) della vecchiaia queer nella città che non invecchia mai

Per molti gay, il corpo non è mai stato solo carne: è stato passaporto, armatura, statement politico. Ma cosa succede quando comincia a cedere? Quando gli addominali diventano un ricordo annebbiato e i contorni del viso iniziano una silenziosa ribellione? New York è la città del futuro. Ma, per quanto corra avanti, pare dimenticarsi regolarmente una piccola verità: che il futuro, se tutto va bene, invecchia. Male, se sei gay. In una cultura che ci vuole perennemente “ready for the weekend”, essere vecchi e visibili è un atto poetico. E anche politico. Una nuova, tagliente, puntata della rubrica del nostro corrispondente da New York.

Emiliano Metalli
Pleuteri, Lidi e le dinamiche di coppia a teatro

“I ragazzi che si amano si baciano in piedi contro le porte della notte”, scrive Prévert. È questa l’immagine evocata da “Come nei giorni migliori” di Diego Pleuteri, in scena al Teatro India con regia di Leonardo Lidi, accolto da un tutto esaurito. L’esistenza, l’amore, le difficoltà, le aspettative, il sesso, il desiderio. Il tutto raccontato con naturalezza, senza enfasi sull’omosessualità, che è solo una delle variabili, non la principale. Una performance eccellente: il corpo parla prima della parola, ogni gesto è carico di senso, ogni passaggio è una variazione emotiva.

Extra-complicate
Lesbodrammi – Episodio 4: cercavi uno sguardo, hai trovato un rituale tribale (ovvero come flirtare quando lei è accompagnata da sacerdotesse del sarcasmo saffico)

Esiste una categoria umana precisa, che si manifesta soprattutto nei circoli lesbo: la cricca saffica affiatata, inossidabile, vagamente intimidatoria. Individuate singolarmente, sono dolci ed educate, ma in gruppo, cambiano. In gruppo diventano un’energia nuova: sarcastica, velocissima, tipo sitcom. Dove tu sei l’unica senza copione. Cercavi uno sguardo, e trovi una comunità, un ecosistema.

Alessandro Bentivegna
Cronache da Carroll Gardens: considerazioni sulla danza contemporanea, giovani artistə trans, la nobile woke culture e il dolce alla fine

Woke, ma non troppo. Una serata di danza nel Queens accende una riflessione più ampia su cosa significhi oggi “essere woke” in un tempo in cui la parola è diventata etichetta divisiva, tra slogan ideologici e parodie reazionarie. Cosa resta, davvero, della cultura dell’inclusione quando si libera dalla rigidità del linguaggio e torna ad abitare i gesti, la cura, l’ascolto? Forse, come ricorda Jane Fonda, “woke” significa solo preoccuparsi degli altri. E farlo bene.

Emiliano Metalli
Due donne per sei vite fuori dall’ordinario: D’Abbraccio e Kustermann al Teatro Vascello

Sei donne. Sei serate. Sei storie che hanno lasciato il segno. Al Teatro Vascello di Roma, due grandi interpreti — Mariangela D’Abbraccio e Manuela Kustermann — danno voce a Camille Claudel, Marie Curie, Marilyn Monroe, Maria Montessori, Eleonora Duse e Billie Holiday. Con testi firmati da Dacia Maraini, Maurizio De Giovanni, Sandra Petrignani (e altri), questo ciclo di spettacoli è un viaggio potente nella vita di sei icone femminili tra arte, scienza, teatro e resistenza. Ogni sera una donna diversa. Una storia da ascoltare, sentire, vivere. “Una voce per ogni anima che ha cambiato il mondo.”

Egizia Mondini
25 anni di cultura drag in Italia

“Drag Italia” è un volume che racconta la storia della cultura drag italiana. Un libro-manifesto che attraversa storia, clubbing, memoria, militanza e che racconta figure iconiche dalle esagerate acconciature e dalle pungenti battute. Un prezioso lavoro di ricerca che dà conto di come lustrini, paillettes e tacchi vertiginosi siano una vera forma di espressione politica. Drag non è un costume. È consapevolezza, arte, resistenza. Ne abbiamo parlato con l’autore, Stefano Mastropaolo.

Extra-complicate
LesboDrammi – Episodio 3: la Sacra Trinità lesbica. Tu, lei e la sua ex

Una dinamica che esiste da sempre nella cultura lesbica. Una di quelle costanti che si tramandano di generazione in generazione, come le poesie di Saffo o le cassette di The L Word. Nel nuovo episodio di LesboDramma parliamo di una peculiarità del mondo delle relazioni al femminile: l’ex che resta. L’ex che non scompare. Che diventa “migliore amica” e, spesso, che non se n’è mai andata davvero. E voi siete team “amiche mai” o “armonia a tutti i costi”?

Silvia staff Dyke March
La prima Dyke March della storia italiana è a Roma

Dal 23 al 26 aprile 2025 Roma ospita per la prima volta la Conferenza Lesbica Europea (EL*C) e la prima Dykemarch italiana: un evento storico, politico e rivoluzionario nel cuore della capitale. In un momento segnato da attacchi ai diritti LGBTQIA+, questa iniziativa è un grido di resistenza, visibilità e orgoglio lesbico. Ce ne parla una delle organizzatrici.

Porpora Marcasciano
Dagli Stati Uniti all’Italia: cresce la stretta sui diritti delle persone trans

“Sono appena tornata da un’America in cui anche le biblioteche sussurrano. Le parole non scorrono più libere nei corridoi delle università: si spiano, si annotano, si correggono. Gli studenti, soprattutto quelli queer o stranieri, vivono in apnea, temendo una deportazione mascherata da burocrazia. E mentre mi arrivano le prime notizie dalla Florida – patenti strappate alla verità delle persone trans – scopro che anche l’Italia vuole “schedare” i corpi non conformi. Non è un inciampo. È una strategia. E noi siamo ancora troppo silenzios*”. Porpora Marcasciano, Presidente onoraria del Movimento Identità Trans (MIT), ci racconta il suo rientro in Italia.

Alessandro Bentivegna
Cronache da Carroll Gardens: appunti sotto le volte del Met, su famiglie e diritti per tuttə

Cosa unisce due famiglie gay, un croissant decente a Central Park e la memoria dei sarcofagi egizi? In questa nuova puntata, Alessandro Bentivegna ci accompagna tra le sale del Met, tra tessere museali, brunch sospesi e domande scomode sulla democrazia. Perché i diritti civili, come i musei, sono spazi da abitare. Una riflessione in punta di penna sull’identità, i privilegi e il rischio (serissimo) di diventare progressisti solo nel proprio quartiere. Seconda puntata di Cronache da Carroll Gardens. Solo su Aut.

Davide Ferraro
L’odore che resta

Amori, cortili e dittature interiori: il romanzo di Giuliano Brenna racconta Lisbona, ma soprattutto Mattia. Orfano precoce, amante silenzioso, uomo in cerca di sé e di un futuro che non sa ancora se gli appartiene. In una città attraversata da storia e rivoluzione, tra odori che conservano la memoria e legami che sanno di salvezza, Brenna ci consegna un racconto struggente e potente sull’identità, il desiderio e la possibilità di rinascere. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Emiliano Metalli
Ferdinando/Cirillo: per chi desidera immergersi nelle sfumature dell’animo umano

Nel panorama del teatro italiano del secondo Novecento, pochi autori hanno saputo intrecciare con tanta audacia il tema del desiderio sessuale con un gioco linguistico che contrappone tradizione e contemporaneità. “Ferdinando” di Annibale Ruccello è un vero capolavoro di drammaturgia che esplora i temi del desiderio sessuale e del suo potere sull’altro. In scena al Teatro India.

Emiliano Metalli
“La pulce nell’orecchio” di Carmelo Rifici al Teatro Vascello: un vaudeville in chiave contemporanea

Dal 28 marzo al 6 aprile 2025, il Teatro Vascello di Roma ospita “La pulce nell’orecchio”, il celebre vaudeville di Georges Feydeau in una nuova versione diretta da Carmelo Rifici. Il teatro, come la letteratura e il cinema, si conferma uno spazio di resistenza culturale, capace di dare voce a chi spesso viene messo a tacere. Su Aut vi segnaliamo, raccontiamo e consigliamo tutti quegli spettacoli da non perdere.

Extra-complicate
LesboDrammi – Episodio 2: il paradosso della “tranquilla”, ovvero, il lupo vestito da agnello

Quante volte restiamo in situazioni tossiche solo per il bisogno di provare a noi stesse di poter “gestire” l’altro? Quante volte ci convinciamo che se resistiamo abbastanza, se dimostriamo il nostro valore, la persona davanti a noi smetterà di essere una sfida e diventerà un porto sicuro? L’amore è un labirinto pieno di false uscite. Ogni tanto ci fermiamo, guardiamo indietro e ci chiediamo come abbiamo fatto a perderci di nuovo. Forse il segreto non è trovare la via d’uscita, ma imparare a riconoscere i segnali d’allarme prima di entrare. Eccovi il nuovo episodio della rubrica Lesbodramma.

Sara Tamisari
Galassia Clandestina: il genere è necessario?

Benvenutə su Galassia Clandestina, la nuova rubrica di Aut che accende il cervello e apre mondi. Qui si parla di tutto: queerness, film, serie tv, libri, manga, anime, videogiochi e marketing. Uno spazio di dialogo, per chi cerca connessioni fuori dalle orbite mainstream, dove sentirsi al sicuro nel condividere anche ciò che è personale, senza censura. Se è un safe space quello che cercavate, avete trovato il vostro pianeta.

Alessandro Bentivegna
Cronache da Carroll Gardens: appunti sul successo, i cani e l’America di Trump

Benvenuti a New York, dove il sogno americano si misura in metri quadri e saldo disponibile. Alessandro Bentivegna racconta la sua nuova vita nella Grande Mela, tra brunch progressisti e realtà ben più spietate. Una coppia gay, due cagnoline e una domanda scomoda: quanto vale davvero una vita umana, oggi? Un nuovo appuntamento imperdibile, e in esclusiva su Aut, per chi ama punti di vista pungenti e storie senza filtri. Seguite “Cronache da Carroll Gardens” e scopriamo l’America raccontata da chi la sta vivendo da dentro.

Extra-complicate
LesboDrammi – Episodio 1: l’eterno ritorno dell’etero-curiosa

Una nuova rubrica, nata tra i corridoi del Mieli e approdata qui per raccontare, ridere e ironizzare su una delle caratteristiche più frequenti della comunità lesbica: i drammi amorosi che solo le donne tra loro riescono a creare. Nasce quindi su Aut: LesboDramma, rubrica ironica, tragicomica e spaventosamente realistica sulle liturgie amorose tra ragazze. A firmarla è il collettivo delle Extra-complicate che, attraverso il loro spazio, ci raccontano, con autoironia e un pizzico di cinismo, il caos sentimentale, i déjà vu amorosi e quelle piccole grandi nevrosi che ogni donna queer conosce bene. Non perdetevi nemmeno un episodio. Eccovi il pilota.

Luca Ragazzi
La lettera T nel cinema

Per troppo tempo il cinema ha parlato delle persone trans senza lasciarle parlare davvero, riducendole a inganni, tragedie o mostri. Da The Rocky Horror Picture Show, che ha scardinato il genere con ironia, fino a Emilia Perez, dove identità e destino si riscrivono, il cinema inizia a restituire alle persone trans il diritto di essere protagoniste. Non è solo rappresentazione, è riscrittura dell’immaginario. Ecco i film che hanno segnato questo viaggio.

Andrea Amadio @LibriconFragole
5 libri sull’essere transgender

Le parole creano ponti, non barriere. Per questo vi consigliamo 5 libri che raccontano l’essere transgender con profondità e autenticità. Dalla letteratura classica ai graphic novel, storie di transizione, identità e resistenza. Perché leggere significa anche comprendere. A fare questa “classifica” non poteva che essere lui: Andrea Amadio, ovvero @Libriconfragole, il più brillante book influencer in circolazione. “In un mondo dove i vari governi cercano di annullare i dibattiti sulla questione dei corpi e delle persone transgender, voglio continuare a combattere e lottare con le armi che so usare meglio: i libri”.

Emiliano Metalli
“Erodiade” di Testori: il grido del desiderio al Teatro Vascello

Nella poetica di Giovanni Testori, il corpo e la parola si fondono in un grido lacerante, una lingua slabbrata e reinventata, che in “Erodiade” diventa l’urlo di un’identità che sfugge a ogni definizione. In scena a Roma.

Emiliano Metalli
“Ho paura torero” al Teatro Argentina: quando l’attore diventa Resistenza

Il teatro, come la letteratura e il cinema, si conferma uno spazio di resistenza culturale, capace di dare voce a chi spesso viene messo a tacere. Su Aut vi segnaliamo, raccontiamo e consigliamo tutti quegli spettacoli da non perdere.

Egizia Mondini
Editoriale – The T Word

Aut torna con un monografico sulla comunità trans e una nuova sezione aggiornata con rubriche, attualità, storie e approfondimenti dal mondo LGBTQIA+. Questo mese, accendiamo i riflettori su “The T Word” e sulla nuova sezione Aut Now.

Ignazio Billera
L’ombra di Trump: perché riguarda tuttə noi

Dagli attacchi alle persone transgender alla censura del linguaggio: le politiche di Trump minacciano i diritti LGBTQIA+ e potrebbero avere ripercussioni anche in Europa. Anzi, hanno già iniziato. 

Giorgio Umberto Bozzo
In ricordo di Ivan Teobaldelli

Scrittore, poeta, critico d’arte, è stato fondatore, editore e direttore di «Babilonia», la prima rivista di cultura omosessuale in Italia pensata per un pubblico generalista, fondata nel 1982. Aveva 76 anni. Questa è l’ultima intervista concessa a Giorgio Umberto Bozzo, con cui vogliamo rendergli omaggio e riconoscergli il ruolo che merita nella storia della cultura LGBTQIA+ italiana.

Antonia Caruso
Ma è davvero solo colpa di Trump?

Dalla paura del complotto alla caccia alle streghe: come la transfobia si alimenta attraverso la cultura del sospetto e della paranoia collettiva. Una voce un po’ fuori dal coro. O no?

Karma B
Quell* che al Pride non ci vogliono andare secondo le KarmaB

Il Pride è inclusività, comprensione e difesa strenue della libertà individuale, anche quella di non partecipare al Pride. Ma chi sono quelli che al Pride non ci vanno o non ci vogliono andare? Abbiamo chiesto alle Karma B di interpretare per noi questo concetto attraverso la loro scintillante creatività.  

Egizia Mondini
L’editoriale – GenderAzioni: 30 anni di pride

Com’è cambiato il pride negli ultimi 30 anni? È possibile che il suo significato politico, culturale e sociale si sia modificato? In meglio? In peggio? Con GENDERAZIONI abbiamo voluto mettere in prospettiva il percorso che la comunità LGBTQIA ha fatto dal primo Pride del 1994. È l’occasione per riflettere su come il significato del Pride sia cambiato nel corso degli ultimi tre decenni. E per ripercorrere le diverse istanze evolute in base al contesto storico.

Egizia Mondini
Annalisa, la Queen del pop che conquista tutt*

L’artista italiana più ascoltata su Spotify, prima italiana nella top 100 globale di Billboard, è la madrina del RomaPride 2024. L’abbiamo intervistata alla vigilia della manifestazione. 

Loredane M. Tshilombo
Pride: ieri, oggi, domani

Nel corso di 30 anni il pride in Italia ha attraversato diverse fasi. Come è cambiato negli anni, come è percepito diversamente dalle generazioni, nei propositi, negli obiettivi, nei racconti e soprattutto in un’ottica intersezionale? Una prospettiva personale e politica di una militante cresciuta insieme e in mezzo ai cortei.

Santiago Olivares
L’ispirazione di SakoAsko per il RomaPride

Santiago Olivares, meglio conosciuto come SakoAsko, è l’artista che ha realizzato l’illustrazione-manifesto del RomaPride 2024. Gli abbiamo chiesto di di raccontarci cosa lo ha ispirato per realizzarla.

Luca Ragazzi
40 anni di pride attraverso il cinema

Abbiamo fatto passi da gigante da quel ’94 del primo Pride italiano e il cinema e la televisione, da sempre specchio della società, lo hanno saputo raccontare bene. Anzi, talvolta, è lecito pensare che abbiano aiutato il dibattito, mostrando quantomeno modelli diversi da quelli veicolati dalle barzellette e nel migliore dei casi, traghettando il paese verso il progresso. Ripercorriamo insieme i film più significativi per la comunità.

Chiara Sfregola
Le unioni civili ci hanno regalato l’illusione di essere un Paese normale

Le istanze dei Pride dal 1994 a oggi sono cambiate? E come si sono evolute? Un dato è certo: volevamo una legge contro l’omolesbotransfobia e non l’abbiamo. Sono passati 8 anni dall’approvazione delle unioni civili e del matrimonio egualitario nemmeno l’ombra. Si sta avverando la profezia paventata da Famiglie Arcobaleno all’epoca, e cioè che questa legge “contentino”, incompleta a causa dello stralcio della stepchild adoption, non sarebbe stata toccata per 10 anni. Poi dicono che i Pride non servono più…

Isa Borrelli
Nostra è la rabbia

Il primo Pride fu rivolta. E mai come oggi in Italia e nel mondo lottiamo per la sopravvivenza. Viviamo sotto un governo fascista che perseguita le persone trans* e nonbinarie, le coppie omogenitoriali e lesbiche, che picchia studenti, ostacola il diritto all’aborto, nega una casa e un salario minimo a una popolazione sempre più povera, ma soprattutto è complice di un genocidio che osserviamo sempre più assopiti dagli smartphone. E’ tempo di riprendenderci spazi, luoghi e potere di parola.

Alessandro Michetti
Scie luminose queer al METEORE Fest 2024

Quest’anno non dovremo aspettare la notte di San Lorenzo per vedere delle meteore attraversare il cielo, basterà puntare il nostro sguardo verso gli spazi di Roma Smistamento fino al 15 giugno e di BASE Milano dal 21 al 29 giugno. A sprigionare l’energia detonatrice queer sarà il METEORE Fest – Lo spazio è queer. Ne parliamo con Carlo Settimio Battisti, Nicola Brucoli e Federico Sacco di TWM Factory.

Valeria Scancarello
La genZ incontra Dario Bellezza

“Bellezza, addio” è il titolo del documentario ideato da Massimiliano Palmese e diretto insieme a Carmen Giardina. Si tratta di un omaggio alla figura di Dario Bellezza, il celebre poeta romano, amico di Pasolini, Moravia, Morante, una delle voci più intense e originali della poesia italiana contemporanea. Ci siamo chiesti: quanti giovani oggi lo conoscono? Per questo abbiamo affidato a una delle nostre giovani penne l’intervista a Massimiliano Palmese. Quello che state per leggere è l’incontro tra le nuove generazioni e Beltà.

Sciltian Gastaldi
Fra pischell* e “scarti” 

Come cambiano i giovani di oggi rispetto a quelli di ieri. Fra errori, imprecisioni, ideologie e voglia di cercare un senso. Tre prospettive raccontate da student* del liceo e una panoramica offerta dal loro professore.

Paolo Notarticola
Il presente e il futuro visto dagli student*. Battaglie di oggi e obiettivi di domani

Le manganellate a Pisa. Il decreto ecovandali. I tagli all’istruzione. Segnali forti di assenza totale di politiche concrete a sostegno dei giovani. In questo contesto, le manifestazioni studentesche rappresentano non solo un mezzo per esprimere dissenso, ma anche un’opportunità di partecipazione attiva alla vita democratica del Paese. 
Un’appassionata analisi in prima persona delle sfide che si trovano a fronteggiare l* giovani. Con granitica determinazione.

Andrea Collins Amadio
Libri young adult, per adolescenti e non solo

La letteratura young adult è un genere per giovani adulti, ossia quella nicchia di adolescenti che va dai 14 ai 19 anni, troppo grande per le storie da bambini, ma ancora acerbo per un Michel Houellebecq o un Carrère. Hanno per protagonisti teenager da poco maggiorenni che affrontano i dilemmi tipici dell’adolescenza La realtà, però, è che il genere viene spesso letto maggiormente da chi i 20 li ha superati anche da alcuni anni. I maggior fruitori infatti sono persone di 40 anni. Forse perché la letteratura non ha mai età, come le emozioni. 

Sara Innamorati
La grammatica del conformismo nella scuola e nelle università italiane

Quanto è difficile riuscire a trovare una propria identità e una propria verità in un contesto di estremo conformismo, studiando su libri di testo scritti perlopiù da uomini eterosessuali e cis-gender? Continuare a insegnare con un sistema binario limita studentesse e studenti nella loro consapevolezza identitaria. La grammatica del conformismo spiegata da chi la vive sui banchi di scuola.

Camilla Rugolotto
Il modello transfemminista per rendere la scuola un posto sicuro

Per raggiungere un modello di scuola inclusiva servono strumenti per riconoscere, combattere e prevenire dinamiche di prevaricazione e violenza di genere insite in abitudini, gesti e parole di matrice patriarcale di cui siamo inconsapevoli. Abbiamo chiesto a Rete degli Studenti Medi, associazione fatta da student3 delle scuole superiori, di raccontarci la scuola italiana da chi vive quelle aule e quei corridoi ogni giorno.

Nicolas Pasantes
Come rendere la scuola uno spazio aperto a tutti i corpi e le identità?

La scuola italiana deve fare i conti con un problema di omobilesbotransfobia e, per quanto carriere alias e bagni genderless siano un primo passo per diminuire il minority stress che le persone lgbtqia+ soffrono quotidianamente anche dentro le mura scolastiche, bisogna fare molto di più. A dircelo, questa volta non sono i dati, ma loro: l3 student3. Abbiamo chiesto infatti a Rete degli Studenti Medi, associazione fatta da student3 delle scuole superiori, di raccontarci la scuola italiana da chi vive quelle aule e quei corridoi ogni giorno.

Nicola Brucoli e Ulderico Sconci
Roma, una puntata alla volta

Si dice sempre che c’è uno scollamento tra i giovani e la politica. Che la gen Z pensa solo ai social e a diventare famos*. Noi invece vi raccontiamo un’altra realtà. Quella dei tant* ragazzi e ragazze roman*, i pischelli appunto, impegnati e interessati alla politica. E lo facciamo attraverso gli autori di Roma Capita, un podacast che racconta una capitale piena di associazioni e comitati dal basso, di iniziative e centri culturali indipendenti formati da giovanissim* e che fa le pulci agli amministratori. Altro che i balletti di TikTok.

Emiliano Metalli
Pischellə teatrali e non: qualche esempio e un po’ di storia

Nel mondo del teatro e dello spettacolo sono tant* i giovani e le giovani artist* che hanno conquistato passo dopo passo spazi di creatività, influenzando sottili mutamenti sociali. Da Sarah Bernhardt a Greta Garbo, da Marlene Dietrich a Judy Garland, da Mario Mieli fino ai giovan* autori di oggi. Artist* che hanno saputo scavare nel tema identitario cercando di rinnovare lo spessore, il volume e il carattere di ogni scelta di autodeterminazione, impiegando linguaggi trasversali. 

Chiara Tesei
Quel (poco) che ho capito sull3 piskell3

Non può esistere più lotta queer senza quella transfemminista, antirazzista, per il clima e per qualunque istanza non rispetti la vita, umana e non. Le nuove menti affrontano le loro battaglie con creatività. Hanno i mezzi e sanno come usarli. Conoscono le parole per comunicare ciò che sentono. E se per quello che sentono la parola non esiste, nessun problema: la creano. Ecco come sono l3 pischell3 attivist3 della gen Z, visti da Chiara Tesei, referente del Gruppo Giovani del Mario Mieli. 

Sciltian Gastaldi
HIV, 40 anni senza vaccino

La scoperta del virus dell’immunodeficienza acquisita umana (Hiv) compie in questi giorni 40 anni, 23 aprile 1984, ed è un compleanno davvero triste, perché a oggi non esiste ancora un vaccino e le prospettive future non sembrano promettere nulla di buono. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Caterina Fimiani, medico specialista in Allergologia e Immunologia clinica presso il Policlinico Umberto I di Roma.

Egizia Mondini
L’editoriale – Pischell*

La parola a chi è adolescente, studente, nativodigitale, alle giovani menti, alle generazioni Zeta e Alfa. Del resto sono da sempre ciclicamente loro il motore del loro tempo. Questo AUT lascia la parola (e la tastiera) ai pischell*.

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