
Il 25 luglio la comunità lgbTqia+ ha assistito a due eventi quasi simultanei, geograficamente vicini eppure capaci di raccontare due idee radicalmente opposte di società.
Ad Amsterdam la regina Máxima ha inaugurato il WorldPride, ospitato per la prima volta nella capitale olandese e destinato a proseguire fino all’8 agosto. Non si è trattato soltanto di una presenza istituzionale, né della consueta fotografia rassicurante di una monarchia che sceglie di mostrarsi contemporanea. È stato un gesto politico nel significato più serio del termine: l’affermazione che i diritti civili non possono dipendere dal colore del governo in carica, dalla convenienza elettorale del momento o dall’ideologia dominante.
La politica, quando non si riduce alla costruzione ossessiva di un avversario, dovrebbe partire da un principio elementare e tuttavia ancora continuamente negoziato: le cittadine e i cittadini di uno Stato devono poter accedere agli stessi diritti senza che l’identità di genere, l’orientamento sessuale, la religione, l’origine o il colore della pelle diventino un ostacolo. I diritti civili non sono una concessione graziosamente elargita a una minoranza, né un ornamento progressista da esibire nelle stagioni più favorevoli. Sono la misura concreta della qualità democratica di un Paese.
Nelle stesse ore, non troppo lontano da Amsterdam, Berlino mostrava il volto contrario dell’Europa. Un mezzo è stato lanciato contro la folla riunita in occasione del Pride, uccidendo una donna e ferendo numerose persone. L’attentatore era un giovane radicalizzato dentro una visione estremista e violenta, formata nella repressione degli spazi liberi e nella convinzione che alcune esistenze possano essere considerate indegne, impure o sacrificabili.
La notizia ha gettato un’ombra non soltanto sul Pride di Berlino, ma sull’intera comunità internazionale, perché a essere colpita non è stata semplicemente una manifestazione. È stato violato uno dei nostri spazi più riconoscibili, il luogo nel quale ci sentiamo contemporaneamente più liberə, più fortə e più espostə.
Per la comunità lgbTqia+ lo spazio sicuro non è mai stato un semplice luogo di ritrovo. È una conquista storica, sociale e persino corporea. Per decenni abbiamo dovuto cercare, costruire e difendere luoghi nei quali fosse possibile abbassare la sorveglianza su noi stessə, smettere di controllare un gesto, una parola, uno sguardo, una carezza.
Negli anni Settanta, Ottanta e Novanta sono stati soprattutto i locali, i club, le discoteche, le associazioni, le feste temporanee e gli spazi semiclandestini a permetterci di esistere senza chiedere autorizzazione. Erano territori spesso marginali, nascosti dietro una porta anonima, raggiungibili soltanto attraverso reti di conoscenza, riconoscimenti taciti e passaparola. Non erano necessariamente luoghi perfetti, né sempre accoglienti per ogni parte della comunità, ma rappresentavano una sospensione della norma esterna. Dentro quei perimetri il corpo poteva finalmente smettere di essere una prova a carico, il desiderio non doveva essere tradotto, l’identità non era costretta a giustificarsi o a rendersi meno visibile per non disturbare.
Quegli spazi hanno avuto un ruolo decisivo nella nostra storia. Non hanno soltanto ospitato il divertimento, la musica, il sesso, l’incontro o la notte. Hanno prodotto linguaggi, relazioni, solidarietà, forme di riconoscimento e possibilità politiche. Prima che molte delle nostre vite potessero comparire apertamente nella città, esistevano già in quei luoghi protetti. Prima che la società imparasse almeno in parte a guardarci, noi avevamo imparato a riconoscerci.
Il Pride ha rappresentato il passaggio successivo: l’uscita dagli spazi circoscritti e l’ingresso nella piazza. Dalla protezione del locale alla rivendicazione della città. Dall’esistenza ammessa soltanto dietro una porta alla presenza pubblica dei corpi, delle famiglie, dei desideri e delle identità.
La piazza del Pride non è più soltanto un luogo della comunità: è uno spazio attraversato da persone alleate, istituzioni, famiglie, bambinə, amicə e cittadinə che non appartengono direttamente alla nostra storia, ma scelgono di camminarci accanto. È forse proprio questa una delle sue conquiste più importanti. Al Pride siamo più espostə che altrove, ma siamo anche più riconosciutə. Non ci troviamo ai margini della città, né in un luogo che il resto della società può fingere di non vedere. Siamo nel suo centro, dentro la sua rappresentazione pubblica, circondatənon soltanto da chi condivide la nostra identità, ma anche da chi riconosce la legittimità della nostra presenza.
Per questo colpire un Pride significa qualcosa di più che colpire un corteo o una celebrazione. Significa aggredire il luogo nel quale siamo, nello stesso momento, più vulnerabili e più forti. È la violazione di uno spazio che per la nostra comunità possiede una funzione simile a quella che una sinagoga, una moschea o una chiesa possono avere per una comunità religiosa: un luogo di raccolta, riconoscimento, appartenenza e continuità. Il Pride è il nostro spazio sacro laico, il punto nel quale la memoria delle lotte incontra la possibilità di una vita pubblica finalmente non clandestina. Costringerci ad avere paura anche lì significa tentare di ricacciarci indietro. Dagli spazi aperti verso quelli nascosti, dalla visibilità alla prudenza, dalla libertà alla sorveglianza. Significa insinuare nuovamente il dubbio che mostrarsi sia pericoloso, che una piazza piena di corpi fieri possa trasformarsi in un bersaglio, che la conquista dello spazio pubblico sia sempre revocabile.
Per una comunità che ha impiegato decenni a uscire dai margini, questa minaccia possiede un peso specifico particolare. La piazza non è soltanto il luogo nel quale manifestiamo: è la prova che la città appartiene anche a noi. Se anche quella piazza torna a essere percepita come insicura, non viene compromessa soltanto la riuscita di un evento. Viene incrinato il patto attraverso il quale una società dichiara che la nostra presenza pubblica non deve più essere negoziata.

Condannare quanto accaduto a Berlino significa dunque riconoscere senza esitazioni la matrice estremista, radicalizzata e violenta dell’attentato, distinguendola dalla complessità della cultura islamica e rifiutando ogni generalizzazione contro chi la pratica. Ma anche omettere, in un messaggio ufficiale di condanna, il nome e l’identità di chi ha subito l’attentato, scegliendo di concentrare ogni parola esclusivamente su chi lo ha compiuto, è una forma di invisibilizzazione politica tutt’altro che casuale. Quando a farlo è il capo di un governo, il silenzio sulle vittime non è una semplice mancanza retorica: è una selezione precisa di ciò che merita di essere riconosciuto e di ciò che può invece restare ai margini. Parlare soltanto dell’attentatore consente di utilizzare la tragedia per rafforzare il proprio racconto del nemico, senza riconoscere davvero la comunità colpita, la sua vulnerabilità, la sua storia e il significato simbolico del luogo violato. La condanna diventa così uno strumento di propaganda, mentre le persone lgbTqia+ scompaiono ancora una volta proprio nel momento in cui dovrebbero essere nominate.
Condannare l’estremismo che ha prodotto l’attentato non può significare utilizzare le vittime come semplice sfondo di una narrazione politica già predisposta. Se la comunità colpita non viene riconosciuta, se il Pride non viene nominato e se la violenza contro le persone lgbTqia+ viene assorbita interamente nel racconto dell’immigrazione, della sicurezza o dello scontro religioso, non si sta davvero esprimendo solidarietà. Si sta appropriando di una tragedia per confermare il proprio sistema di nemici, lasciando ancora una volta invisibili coloro che quella violenza l’hanno subita.
Riconoscere la matrice dell’attentato significa però anche impedire che quella condanna venga utilizzata come assoluzione per tutti gli altri estremismi. Non si diventa persone civili denunciando soltanto il fanatismo che appartiene alla religione, alla cultura o alla parte politica degli altri. Si diventa semmai fanatici di segno opposto, pronti a riconoscere l’odio quando porta simboli estranei e altrettanto pronti a giustificarlo quando indossa quelli che ci sono familiari. L’estremismo è condannabile tutto. Non perché ogni estremismo sia identico nelle forme, nei mezzi o nelle conseguenze immediate, ma perché tutti condividono la pretesa di stabilire quali esistenze siano legittime e quali debbano essere corrette, ridotte al silenzio o cancellate. Il fanatismo che conduce un mezzo contro una folla deve essere chiamato con il suo nome, senza esitazioni e senza attenuanti. Ma la stessa lucidità deve essere applicata ai pastori evangelici americani che predicano contro la nostra comunità, alle messe di riparazione celebrate per espiare la nostra presenza, alle processioni organizzate contro i Pride, alle campagne che descrivono le persone lgbTqia+ come una minaccia per l’infanzia, la famiglia o l’ordine sociale.
Una predica non è una macchina lanciata contro una folla. Una messa di riparazione non è un attentato. Confondere materialmente queste azioni sarebbe intellettualmente scorretto. Ma considerarle completamente separate significa non comprendere il modo in cui l’odio si costruisce, si diffonde e infine si autorizza.
Prima della violenza fisica esiste spesso un lungo lavoro di preparazione simbolica. Prima che un corpo venga colpito, deve essere stato trasformato in un problema. Prima che una persona venga aggredita, qualcuno deve avere ripetuto che la sua identità è un errore, il suo desiderio una corruzione, la sua famiglia una minaccia, la sua libertà un’offesa. Prima della macchina lanciata contro la folla ci sono parole che hanno insegnato a considerare quella folla meno umana, meno innocente, meno degna di protezione. È dentro quelle prediche, quei rituali e quelle rappresentazioni ossessive del nemico che può formarsi chi arriva a compiere un atto di violenza sentendosi non colpevole, ma investito di una missione. L’ideologia gli fornisce un sistema di autoassoluzione: non sta aggredendo una persona, pensa, ma difendendo un ordine; non sta esercitando violenza, ma adempiendo a un dovere; non sta commettendo un crimine, ma realizzando una presunta volontà superiore.
L’odio religioso, politico o mediatico non produce automaticamente un attentatore, ma costruisce il contesto nel quale l’attentatore può immaginarsi come giusto. Offre un vocabolario alla violenza, le consegna una giustificazione e la trasforma da impulso individuale in missione collettiva. È questo il punto che viene sistematicamente rimosso quando si pretende di condannare l’atto finale senza interrogare la cultura che lo ha reso pensabile.
Non si tratta di essere politicamente correttə, woke o di qualunque altra parola venga utilizzata per ridicolizzare il ragionamento prima ancora di affrontarlo. Si tratta precisamente di ragionare. Di osservare la realtà senza piegarla alla convenienza di una narrazione politica.
Negare che la comunità lgbTqia+ subisca discriminazioni anche nel nostro Paese significa rifiutarsi di vedere le condizioni concrete nelle quali molte persone sono ancora costrette a vivere. Significa ignorare le famiglie nelle quali dichiararsi comporta il rischio dell’espulsione, le scuole nelle quali l’identità diventa causa di isolamento e violenza, i luoghi di lavoro nei quali è necessario sorvegliare ogni parola, gli spazi pubblici nei quali un gesto d’affetto può essere interpretato come una provocazione da chi si sente autorizzato a giudicarlo.
La cultura nella quale cresciamo non rende tuttə ugualmente liberə di essere ciò che sono. Alcune persone vengono educate a considerare il proprio desiderio naturale e legittimo; altre imparano presto a nasconderlo. Alcune possono raccontare il proprio amore senza trasformarlo in una dichiarazione politica; altre devono valutare ogni volta il luogo, il momento, l’interlocutore e le possibili conseguenze. La discriminazione non è soltanto l’aggressione eclatante che arriva sulle pagine dei giornali. È anche la somma quotidiana di omissioni, paure, strategie di adattamento e autocensure che vengono richieste sempre agli stessi corpi.
In questo contesto il fantomatico “gender” viene agitato come un’arma di distrazione di massa, una minaccia abbastanza vaga da poter contenere tutto ciò che si vuole rendere impresentabile: l’educazione alle differenze, il rispetto delle identità, la libertà dei corpi, il riconoscimento delle famiglie, la possibilità che il genere e il desiderio non corrispondano a un unico modello. La sua forza politica consiste proprio nella sua inconsistenza. Il “gender” non deve essere definito, perché una definizione ne rivelerebbe immediatamente il carattere artificiale. Deve restare uno spettro, una parola capace di evocare paure differenti senza mai assumere una forma precisa. Può così essere utilizzato per nascondere le vere falle di un governo, spostare il dibattito dalle condizioni materiali delle persone a una minaccia immaginaria e trasformare una minoranza in un diversivo permanente. È il funzionamento tipico di una politica fondata sul culto del nemico. Una politica che non governa la complessità, ma la riduce a pericolo; che non offre strumenti per comprendere ciò che è differente, ma nutre il proprio elettorato attraverso il sospetto; che ha bisogno di mostrare continuamente qualcuno come estraneo, eccessivo o incompatibile con un’identità nazionale presentata come immobile e omogenea. In questo campo possono convivere l’omofobia, la transfobia, il razzismo e l’islamofobia.
Condannare un attentato compiuto da un estremista non autorizza a trasformare tutte le persone musulmane in un nuovo nemico collettivo, esattamente come denunciare l’estremismo cristiano non significa accusare ogni credente. Le responsabilità devono essere individuate con precisione, senza estenderle a intere comunità e senza utilizzarle per alimentare un altro circuito di odio.
È questa la differenza tra la critica e il fanatismo. La critica nomina ideologie, strutture, parole e responsabilità. Il fanatismo essenzializza le persone, attribuisce loro una colpa per appartenenza e costruisce categorie indistinte da temere. Condannare una visione radicalizzata e contemporaneamente rifiutare l’islamofobia non è una contraddizione. È l’unica posizione capace di sottrarsi davvero alla logica che produce i fanatici. La stessa precisione dovrebbe essere applicata al nostro sistema mediatico. Esistono trasmissioni radiofoniche e spazi di comunicazione nei quali la translesboomofobia è quotidiana, trasformata in intrattenimento, opinione personale, provocazione, battuta o libertà di espressione. La ripetizione anestetizza. Rende familiare il disprezzo, lo priva apparentemente della sua violenza e lo consegna al pubblico come una delle tante posizioni possibili.
Ma non tutte le opinioni sono innocue e non tutte le parole rimangono parole. Quando un’identità viene rappresentata ogni giorno come ridicola, pericolosa, falsa o moralmente inferiore, l’aggressione non appare più come una rottura improvvisa dell’ordine sociale. Diventa il punto estremo di un discorso che quello stesso ordine ha tollerato, ospitato e spesso premiato con visibilità.
L’odio non comincia quando qualcuno sale su un’automobile e si dirige contro una folla. Comincia molto prima, quando una società decide che umiliare alcune persone sia ancora un esercizio legittimo del linguaggio; quando una religione trasforma la loro esistenza in peccato pubblico; quando un governo le utilizza come diversivo; quando un mezzo di comunicazione offre al pregiudizio un microfono, una frequenza e un pubblico.
Amsterdam e Berlino, nello stesso giorno, hanno così mostrato due possibilità. Da una parte un’istituzione che entra nello spazio del Pride e lo riconosce come parte della storia nazionale. Dall’altra un estremista che tenta di trasformare quello spazio in un luogo di paura. Tra questi due gesti si misura la distanza tra una società che include la differenza nella propria idea di cittadinanza e una cultura che continua a percepirla come una contaminazione da espellere.
La civiltà non consiste nello scegliere l’estremismo che ci somiglia di più o quello che ci fa meno paura. Non consiste nel condannare l’odio soltanto quando viene pronunciato in una lingua diversa dalla nostra, rivolto da un pulpito che non frequentiamo o giustificato da un dio nel quale non crediamo. Consiste nel rifiutare ogni ideologia che pretenda di stabilire quali persone abbiano diritto di esistere pienamente e quali debbano tornare a nascondersi.
Difendere il Pride significa allora difendere molto più di una festa o di una manifestazione. Significa proteggerlo non soltanto dagli attentati e dalla violenza dichiarata, ma anche da tutte quelle forme di delegittimazione che preparano il terreno perché quella violenza possa apparire comprensibile, tollerabile o persino meritata. Significa difenderlo da chi lo considera una pagliacciata, una provocazione, un’ostentazione inutile; da chi vi si presenta come disturbatore per trasformare la nostra presenza in un bersaglio; da chi si sente offeso non da ciò che accade, ma dal semplice fatto che esistiamo pubblicamente. Significa difenderlo anche dall’omofobia interiorizzata di chi ancora ne ha paura, di chi ha imparato a vivere la propria identità soltanto a condizione che resti discreta, contenuta, rassicurante, privata. Di chi percepisce il Pride come un eccesso perché la visibilità altrui incrina l’equilibrio faticosamente costruito sulla propria invisibilità. Non è raro che il rifiuto più feroce arrivi proprio da chi teme che quella piazza renda impossibile continuare a negoziare la propria presenza attraverso il silenzio.
Il Pride disturba perché interrompe una gerarchia dello sguardo. Per un giorno non siamo osservatə come eccezione, caso umano, bersaglio o oggetto di dibattito: siamo noi a occupare il centro della scena, a definire il linguaggio, i corpi, i gesti e la misura dello spazio. È questa inversione a essere spesso descritta come ostentazione. Non ciò che facciamo, ma il fatto che non chiediamo permesso. Chi si dichiara disturbato o offeso dalla nostra visibilità pretende in realtà che la propria sensibilità abbia più valore della nostra libertà. Vorrebbe che la pace sociale coincidesse con il nostro contenimento, che il rispetto fosse garantito soltanto a condizione di non essere troppo visibili, troppo rumorosə, troppo riconoscibili. Ma una libertà concessa solo quando non si vede non è libertà: è una forma più elegante di clandestinità.
Difendere il Pride significa quindi difendere il diritto a essere presenti anche quando la nostra presenza non è comoda, ordinata o facilmente assimilabile. Significa rifiutare l’idea che la dignità debba presentarsi in abiti sobri per essere riconosciuta, che i nostri corpi debbano diventare decorosi per meritare protezione, che la nostra rabbia debba essere educata e la nostra gioia contenuta per non urtare chi ci ha sempre chiesto di restare ai margini. Significa proteggere la possibilità di occupare la piazza senza che la visibilità si trasformi nuovamente in una condanna. Significa ricordare che abbiamo impiegato decenni a uscire dai luoghi nascosti e che nessun fanatismo, religioso o politico, nessuna provocazione organizzata, nessuna offesa rivendicata come libertà di opinione deve poterci ricacciare dentro.
Ci hanno già costrettə abbastanza a cercare una porta laterale, un locale al riparo dagli sguardi, una stanza nella quale sentirci finalmente liberə. La piazza è stata la nostra conquista più esposta e più collettiva. Toccare quella piazza significa toccare il cuore stesso della nostra storia. E se oggi tentano di renderci insicuro persino il luogo nel quale siamo più visibili e più unitə, la risposta non può essere tornare a nasconderci. Deve essere impedire che la paura, il disprezzo e l’idea che la nostra libertà sia negoziabile tornino a decidere quali spazi possiamo abitare.








































































































