
Quando finisce un Pride si comincia quasi sempre dalla conta dei partecipanti. Un gesto che sembra amministrativo, quasi da ufficio statistico con ancora qualche glitter sulla scrivania, ma che serve soprattutto a ricordare che non siamo poi una comunità così piccola, marginale e trascurabile come qualcuno vorrebbe far credere. Almeno quando si tratta di riconoscerci diritti, spazi, rappresentazione e dignità pubblica. Perché quando invece c’è da offenderci, accusarci, mistificare le nostre vite o trasformarci nella causa immaginaria di ogni possibile crollo della civiltà occidentale, lgbTqia+ lo sanno dire tuttə. Magari inciampano nelle lettere, ma il disprezzo arriva sempre perfettamente coniugato.
In ostinata controtendenza rispetto alla liturgia dei grandi numeri, delle fotografie aeree, dei carri monumentali e delle strade invase da corpi finalmente visibili, esiste un Pride che ha scelto di fare della propria dimensione minima una dichiarazione politica. È il Monterotondo Marittimo Pride – da non confondere con il Pride che si tiene nell’altra Monterotondo, quella alle porte di Roma a cui si vuole bene in egual misura, sia chiaro, perché anche la geografia italiana, quando si impegna, sa regalarci un piccolo cortocircuito camp.
Qui, nel borgo delle Colline Metallifere, il giorno del Pride non si attraversano le strade della città. Non perché manchino il desiderio, la rabbia o le scarpe adatte alla marcia, ma perché la manifestazione si svolge interamente in un’unica piazza. Piazza Mario Chieli diventa così percorso, destinazione, agorà, palcoscenico, pista da ballo e camerino collettivo. Non si sfila da un punto all’altro: si resta, si occupa, si trasforma. Il movimento non è lineare ma concentrico, come se tutta l’energia di una parata fosse stata compressa dentro pochi metri quadrati fino a diventare un distillato politico ad altissima gradazione queer.
Monterotondo Marittimo conta circa milleseicento abitanti, molti meno durante l’anno, e ospita quello che può davvero rivendicare, almeno per dimensioni geografiche, il titolo di Pride più piccolo d’Italia. Piccolo nello spazio che occupa, certamente, ma non nel significato che produce. Perché un Pride in un borgo non è la versione tascabile di una manifestazione metropolitana, non è Roma rimpicciolita con la pistola della colla a caldo, né Milano privata di qualche led. È un’altra costruzione politica: afferma che i diritti non sono un servizio disponibile soltanto nelle grandi città e che le vite queer non devono necessariamente emigrare per diventare leggibili, incontrarsi o sentirsi finalmente nel posto giusto.
A desiderare fortemente questa follia necessaria è stato il collettivo CLAPS, realtà attiva sul territorio, affiancato dalla direzione artistica di Mauriziano Carannante, che cura la parte creativa, organizzativa e comunicativa della manifestazione. Un progetto cresciuto anno dopo anno attraverso il lavoro volontario, le relazioni costruite, le presenze conquistate e quella forma di ostinazione che nei territori piccoli non può permettersi di essere soltanto posa. Qui ogni tassello pesa, ogni adesione conta, ogni persona che decide di esserci modifica concretamente la misura dell’evento.
Il Monterotondo Marittimo Pride non è soltanto una festa, benché la festa resti una delle forme più serie elaborate dalla cultura queer. È una giornata dedicata ai diritti, alla cultura, all’arte, alla possibilità di raccontarsi e di essere ascoltatə senza dover tradurre continuamente la propria esistenza in qualcosa di più rassicurante per chi guarda. Nella stessa piazza convivono testimonianze, riflessione politica, spettacolo e musica, senza la solita separazione un po’ punitiva tra il momento in cui si parla di cose importanti e quello in cui finalmente ci si può divertire. Come se la gioia non fosse mai stata una questione politica. Come se ballare insieme, soprattutto nei luoghi in cui ci si è sentitə solə, non fosse già una presa di posizione.
La giornata si apre con i saluti istituzionali dell’Amministrazione comunale, partecipe e dichiaratamente favorevole alla manifestazione. Un dettaglio che dettaglio non è, in un Paese nel quale alcuni comuni trattano ancora il patrocinio a un Pride come se comportasse la rinuncia immediata alla potestà genitoriale e la sostituzione del gonfalone con un boa di struzzo. Monterotondo Marittimo ha invece scelto di esserci, di sostenere l’iniziativa e di considerarla parte del proprio spazio pubblico. Segue il talk condotto dalla psicologa Lucia Cortecci, al quale partecipano attivistə, scrittorə, artistə, attorə e ospiti provenienti da diverse parti d’Italia. Le esperienze individuali diventano materia collettiva, il racconto personale torna a essere politico e la piazza si trasforma in un luogo nel quale parlare di diritti civili e inclusione senza ridurre tutto a una sequenza di slogan ben intenzionati. Non un convegno messo lì per nobilitare la festa, ma uno spazio di parola che della festa costituisce già una parte.

Poteva mancare la drag culture? Ovviamente no. Sarebbe stato come convocare il queer lasciando le ciglia finte nel cassetto o apparecchiare una tavola toscana dimenticando il vino. A esibirsi sarà BabyMaky, tra le drag queen più riconoscibili della scena di Riccione, accompagnata da performer provenienti da tutta Italia. La parrucca, il trucco, l’artificio e l’iperbole entrano nella piazza non come semplice intrattenimento, ma come strumenti attraverso cui il corpo rivendica la propria capacità di costruirsi, moltiplicarsi e sfuggire alla sobrietà obbligatoria.
Nei grandi centri la drag rischia talvolta di essere percepita come una presenza ormai acquisita, addomesticata dal consumo, fotografata, applaudita e rapidamente convertita in contenuto. In un piccolo borgo mantiene invece una forza dirompente più evidente: interrompe l’idea che esista un solo modo legittimo di apparire nello spazio pubblico. Basta una parrucca troppo alta, un abito eccessivo, una gestualità che non chiede permesso, e la piazza cambia temperatura. Per qualche ora il centro delle Colline Metallifere diventa il centro dell’universo, e l’universo, finalmente, ha un contouring impeccabile.
La serata prosegue con musica, DJ set e animazione, fino a trasformare Piazza Mario Chieli in una festa aperta a tuttə. Non un momento di evasione rispetto alle parole pronunciate durante il giorno, ma la loro continuazione attraverso altri codici. Si ascolta, si discute, si guarda uno show, si balla. Cultura, attivismo e piacere condividono la stessa scena senza dover stabilire chi possieda maggiore dignità politica.
Dietro questa apparente leggerezza esiste però una struttura fragile, costruita quasi interamente attraverso il volontariato. Il Comune rappresenta il sostegno istituzionale più costante, mentre molte collaborazioni con realtà nazionali, personalità pubbliche e figure note del mondo lgbTqia+ non sono state possibili per l’assenza di risorse economiche adeguate. Una condizione che non deve essere romanticizzata: il lavoro gratuito non è la prova definitiva della purezza di un progetto e i piccoli territori non dovrebbero essere costretti a sopravvivere soltanto grazie alla generosità di chi accetta di esserci senza compenso. Proprio per questo assumono ancora più valore artistə, performer, ospiti e volontariə che ogni anno mettono a disposizione tempo, lavoro e presenza. Non perché un Pride possa o debba essere realizzato senza denaro, ma perché in quella scelta riconoscono il significato di una manifestazione che esiste fuori dai grandi circuiti, lontano dai luoghi nei quali la visibilità è più semplice da ottenere e più facile da trasformare in capitale simbolico.
Il Pride più piccolo d’Italia racconta allora una questione molto più grande delle sue dimensioni: chi stabilisce quali territori meritino attenzione? Perché la provincia viene ricordata così spesso come luogo della discriminazione e così raramente come spazio nel quale costruire forme alternative di comunità? E soprattutto, perché continuiamo a pensare che per essere visibili sia necessario andarsene? A Monterotondo Marittimo non si percorrono chilometri. Si occupa una piazza. Può sembrare poco soltanto a chi continua a misurare la politica con il metro sbagliato.

Abbiamo incontrato di Mauriziano Carannante e abbiamo scambiato quattro chiacchiere con lui.
Monterotondo Marittimo Pride viene spesso definito “il Pride più piccolo d’Italia”. È solo una questione di dimensioni o c’è anche una scelta politica dietro questa definizione?
Più che una definizione è una realtà. Monterotondo Marittimo conta circa 1.600 abitanti e quelli che vivono stabilmente durante l’anno sono poco più della metà. Il Pride si svolge interamente nella splendida Piazza Mario Chieli, quindi sì, è davvero il Pride più piccolo d’Italia. Ho deciso però di valorizzare questo titolo perché racconta perfettamente quello che siamo. È un modo per incuriosire, ma soprattutto per dimostrare che anche un piccolo borgo può diventare un punto di riferimento quando si parla di diritti, inclusione e cultura. Non servono grandi città per fare qualcosa di importante: servono persone che ci credono.
Come è nata l’idea di organizzare un Pride proprio qui?
Tutto nasce dal collettivo CLAPS, una realtà molto attiva sul territorio che ha deciso di osare e portare qualcosa di completamente nuovo a Monterotondo Marittimo. Successivamente mi è stato chiesto di seguire la direzione artistica, la comunicazione, i social e tutta l’organizzazione dell’evento. Da lì abbiamo iniziato un percorso fatto di piccoli passi, aggiungendo ogni anno un tassello in più. Oggi il Monterotondo Marittimo Pride è diventato un appuntamento fisso, capace di richiamare persone da tutta la Toscana e anche da altre regioni. Questo dimostra che quando un progetto nasce con autenticità riesce a crescere naturalmente.
Come ha reagito Monterotondo Marittimo?
L’Amministrazione Comunale è stata al nostro fianco fin dall’inizio. Il sindaco Giacomo Termine apre personalmente il Pride ogni anno e il Comune concede il patrocinio e sostiene concretamente l’iniziativa. Tra i simboli più belli di questo percorso c’è anche la panchina Rainbow, voluta dall’amministrazione come segno permanente di inclusione. Per quanto riguarda la cittadinanza, credo sia stato un percorso di crescita reciproca. All’inizio c’era curiosità e forse anche qualche dubbio. Era normale. Ma ogni anno abbiamo costruito fiducia attraverso il dialogo, la cultura e il rispetto. Oggi vedere la piazza piena di cittadini, famiglie e persone arrivate da fuori è la dimostrazione che questo evento è diventato patrimonio dell’intera comunità.
Oltre alla parata, quali sono gli appuntamenti principali di questa edizione?
In realtà la parata da noi sarebbe impossibile… e questa è la prova definitiva che siamo davvero il Pride più piccolo d’Italia! Tutta la manifestazione si svolge nella piazza del paese. Si parte con l’apertura istituzionale, poi il talk condotto dalla psicologa Lucia Cortecci con ospiti provenienti da tutta Italia: attivistə, scrittorə, artistə, attorə e tante persone che porteranno le proprie esperienze. Successivamente arriva il momento dello spettacolo con BabyMaky, una delle drag queen più iconiche di Riccione, che presenterà performer provenienti da tutta Italia. Infine, musica, DJ set e animazione accompagneranno il pubblico fino a sera. Il nostro obiettivo è offrire, nello stesso luogo e nella stessa giornata, cultura, informazione, spettacolo e divertimento. Vogliamo che chi arriva qui riparta con il sorriso, ma anche con qualche riflessione in più.
Quanto è difficile organizzare un Pride come questo?
Molto. Il Monterotondo Marittimo Pride è costruito quasi interamente con le nostre mani. L’unico sostegno istituzionale costante è quello del Comune di Monterotondo Marittimo, che continua a credere nel progetto. Negli anni abbiamo cercato di coinvolgere realtà nazionali, abbiamo scritto anche a diversi circoli Arcigay di cui non abbiamo ancora ricevuto risposta ma che siamo sicuri un giorno arriverà e a numerosi artistə, madrinə e attivistəmolto conosciuti che ogni giorno raccontano questi temi attraverso i loro canali. Purtroppo, non potendo garantire un compenso economico, non siamo riusciti ad avere la loro partecipazione. Questo però rende ancora più prezioso chi ogni anno sceglie di esserci. Tantissimə artistə, performer, ospitə e volontarə mettono gratuitamente a disposizione il loro talento, il loro tempo e il loro volto per far crescere questa manifestazione. È grazie a loro che il Pride più piccolo d’Italia continua a esistere e, anno dopo anno, a diventare sempre più grande nel suo messaggio.








































































































