
Carə lettorə di Aut,
ieri sera, durante la serata cover del Festival di Sanremo, è andata in onda una censura? Oppure, come ha dichiarato Levante, si è trattato semplicemente di un effetto-sorpresa che nessuno sapeva? Per chi ha seguito da casa, la presunta censura del bacio tra lei e Gaia non avrebbe avuto motivo di esistere: la regia avrebbe chiuso sull’inquadratura totale non per evitare di mostrare il gesto, ma per rispettare la normale scaletta. Noi, lo sapete, siamo qui per osservare sempre e comunque. E abbiamo deciso di giocare con la notizia. Ci siamo immaginatə cosa avrebbe potuto scrivere un rotocalco degli anni Sessanta davanti a un fatto così “increscioso”. Inforchiamo dei tipici occhiali cat-eye e leggiamo.
La giovane cantante Levante, in compagnia della sua ospite Gaia, ha dato luogo, nella serata di ieri sul palcoscenico del Teatro Ariston, a una scena che riteniamo francamente poco consona allo spirito del nostro Festival di Sanremo, manifestazione canora che da anni rappresenta un momento di composta riunione familiare per milioni di italiani. La kermesse musicale, che si svolge come di consueto nella elegante città ligure nota per i suoi fiori e per il clima temperato che la rende meta prediletta durante i mesi invernali, non meritava di essere turbata da un gesto tanto plateale quanto inopportuno. Il bacio che le due artiste si sono scambiate, in evidente ricerca di facile clamore, ha costretto persino la regia a un rapido mutamento d’inquadratura, quasi a voler restituire al pubblico quella compostezza che il momento aveva incrinato.
Il primo canale della televisione di Stato non può e non deve prestarsi a simili esibizioni, che rischiano di minare il sentimento della famiglia, cardine della nostra società e fondamento dell’ordine civile. La televisione entra ogni sera nelle case degli italiani, è presenza discreta ma autorevole, e non può trasformarsi in veicolo di confusioni e di mode equivoche che nulla hanno a che vedere con la nostra tradizione. Non mancherà, ne siamo certi, chi negli ambienti più agitati e progressisti difenderà l’accaduto in nome di una presunta libertà d’espressione; ma libertà non significa licenza, e modernità non equivale a smarrimento dei ruoli naturali sui quali si regge la famiglia.
Molti bambini si trovavano davanti allo schermo al momento dell’episodio. Bambini che, ignari e fiduciosi, avrebbero potuto trovarsi a rivolgere domande imbarazzate alle proprie madri, custodi del focolare domestico, e ai padri, che ogni mattina escono per assicurare con il loro lavoro stabilità e decoro alla casa, mentre la moglie resta a sbrigare le faccende e a preparare il pranzo, concedendosi magari qualche innocente pettegolezzo con le vicine. Non è compito del Primo Canale suscitare turbamenti o incrinare quella serena innocenza che dovrebbe accompagnare l’infanzia.
Assistiamo, con crescente preoccupazione, a un progressivo scivolamento dei costumi verso forme di esibizionismo che pretendono di fondarsi su una generica idea di amore, svincolata da ogni riferimento alla tradizione, al dovere e alla naturale complementarità tra uomo e donna. Si vorrebbe far credere che una famiglia possa basarsi unicamente su sentimenti e reciproca comprensione, che ogni modello sia sovrapponibile a un altro, che l’ordine delle cose sia materia di opinione personale. Sono gli stessi che vorrebbero sottrarre alle famiglie il diritto di decidere secondo coscienza, di trasmettere ai figli valori chiari e non soggetti a interpretazioni mutevoli.
Un gesto come quello visto all’Ariston non è dunque episodio isolato, ma sintomo di una più ampia tendenza che tende a relativizzare tutto, persino ciò che fino a ieri appariva saldo e indiscutibile. Cara signorina Levante, non ci risulta ella abbia marito; e a lei, signorina Gaia, rivolgiamo un invito alla misura e al rispetto per il pubblico che le segue. L’arte può e deve elevare, non provocare gratuitamente.
In tempi già difficili, nei quali il Paese affronta incertezze economiche e tensioni internazionali che destano legittima apprensione, sarebbe auspicabile che almeno lo spettacolo restasse luogo di concordia e rassicurante continuità, anziché terreno di sperimentazioni che rischiano di lasciare smarriti coloro che alla nostra cara Televisione Nazionale chiedono soltanto un momento di distensione. Le notizie di dazi che gravano sulla nostra economia, di conflitti che insanguinano terre lontane, di popoli costretti alla sofferenza e di bambini travolti dagli eventi della Storia, fanno ormai parte del consueto notiziario serale e non turbano l’equilibrio morale delle nostre case; ma un gesto come quello visto all’Ariston, sì, rischia di incrinare certezze ben più profonde e di insinuare dubbi laddove dovrebbero regnare chiarezza e ordine.








































































































