
L’orgoglio delle persone lgbTqia+ non conosce confini geografici. E no, non è un refuso: ho deciso che la T, nella sigla, la scriverò sempre maiuscola, perché una parte della nostra comunità non può e non deve continuare a essere quella messa da parte, convocata nei discorsi e poi dimenticata nelle pratiche. Nota dell’autore, ma neppure troppo laterale.
Ora il Pride arriva anche nel Sud più profondo, nella bellissima quanto complicata Calabria. E lo sapete bene: più le cose sono complicate, più ci piacciono. Il Catanzaro Pride nasce come una mobilitazione autonoma, popolare e intersezionale, radicata nel territorio e costruita contro ogni forma di marginalizzazione.
Al centro ci sono l’autodeterminazione delle persone lgbTqia+ e il diritto a vivere liberamente la propria identità senza essere costrettə ad abbandonare la propria terra per cercare altrove ciò che dovrebbe essere garantito ovunque: dignità, sicurezza, riconoscimento, affetti e possibilità. Nessunədovrebbe essere obbligatə a scegliere tra ciò che è e il luogo da cui proviene.
Quando si parla di omolesbobitransfobia, il Sud viene sempre convocato come esempio definitivo, quasi esistesse un’equazione geografica secondo cui più si scende e più aumenta il pregiudizio. Francamente, è una lettura che sa essa stessa di pregiudizio, come se nella provincia di Como o in quella di Imperia si vivesse tuttə immerse in un giardino permanente di rose, diritti acquisiti e zie progressiste.
Questo non significa negare che, in molti territori meridionali, affermare la propria identità o il proprio orientamento sia stato e continui a essere più difficile. Significa rifiutare l’idea che il problema sia inscritto nel paesaggio, nel dialetto o nella latitudine. Ed era ora che qualcunə, invece di limitarsi a descrivere quelle acque come immobili, decidesse finalmente di smuoverle.
A metterci la faccia, prima di tutto, sono le persone che questo Pride lo hanno pensato, costruito e reso possibile: Giovanni Carpanzano, presidente di Arciequa e portavoce del Catanzaro Pride; Rosario Bressi, presidente di Arci Calabria; e l’intero gruppo organizzativo che ha trasformato una dichiarazione politica in un percorso capace di attraversare Catanzaro, il suo litorale e diversi territori della provincia. Accanto a loro, un’amministrazione comunale che ha scelto di sostenere il Pride con una posizione netta e condivisa: il sindaco Nicola Fiorita, il presidente del Consiglio comunale Gianmichele Bosco, la consigliera comunale delegata Daniela Palaia e l’intera giunta, che ha voluto appoggiare all’unanimità la manifestazione.
Sono statə loro a scegliere Priscilla come ambassador, madrina o, più correttamente, Madre accogliente del Pride. Priscilla la faccia ce la metterà naturalmente truccatissima, perché la politica si può fare anche con una palpebra scolpita bene e spesso risulta persino più credibile. Porterà con sé la propria carica politica, la sagacia e quella calma apparente del Vesuvio che regge fino a quando qualcunə non insiste con il bip bip sbagliato; poi esplode, e a quel punto chi la tiene più.
A Priscilla spetterà il compito di accogliere Big Mama, super ospite dell’edizione, anche se definirla così rischia quasi di ridurne l’importanza. La sua presenza non è semplicemente un nome forte inserito nel cartellone, ma una dichiarazione politica. Una delle voci più potenti e riconoscibili della scena contemporanea italiana arriva in Calabria portando con sé una presenza che non ha chiesto il permesso di occupare spazio, una voce che non si è lasciata rendere docile e un immaginario capace di tenere insieme musica, identità, rabbia e desiderio senza trasformarli in una formula rassicurante. Big Mama non arriva per rappresentare una quota né per offrire al Pride il volto spendibile di una celebrità: arriva per spostare il centro della scena e ricordare che ciò che viene definito eccentrico o fuori misura è spesso soltanto ciò che il sistema non è ancora riuscito a contenere.
Con lei le Karma B, artiste in drag che non hanno bisogno di presentazioni. La loro storia attraversa decenni, palchi, televisione e cultura queer italiana con tale ostinazione che, secondo fonti non ancora smentite, si conserva traccia di un loro show persino sulla Stele di Rosetta.
Ampio spazio è dedicato al mondo drag e, in un territorio che ancora troppo spesso si compiace del proprio machismo, è già una bella sfida vedere avanzare tutte quelle pericolosissime parrucche, capaci di trasformare chi le indossa in figure ironiche, velenose quanto basta, scintillanti e soprattutto libere. Il drag non addolcisce la realtà: la esaspera, la smonta, la rimonta e la restituisce al pubblico con più verità di quanta il machismo sia disposto a sopportare.
A rappresentare la scena locale saranno le performer di Arciequa Odile LeNoir, La Nyni, La Doublemme e Sharpay Scorpio. Con loro la dissacrante Simonetta Musitano, artista trans celebre e riconoscibile, capace di trasformare ogni apparizione in un cortocircuito tra spettacolo, identità e libertà; Chicco Colella, artista e performer di grande esperienza; Vera Dragone, presenza scenica carismatica e coinvolgente; Gioman & Killacat, duo musicale che unisce reggae, soul e contaminazioni urban; e Antheal, giovane talento emergente della scena musicale.
Siamo particolarmente felici che abbiano scelto anche Muccassassina, in collaborazione con il Circolo Mario Mieli, per surriscaldare il dancefloor. La Mucca con la falce è sempre pronta quando c’è da lottare, usando le uniche armi che approviamo: la cultura, il divertimento e i nostri corpi. Corpi che ballano, occupano spazio, producono desiderio e trasformano la pista in una piazza politica, perché anche una notte trascorsa a sudare insieme può diventare un modo per sottrarsi al controllo, alla paura e all’obbligo di restare invisibili. Non fatevi spaventare dalle temperature super hot: ricordate che ad aspettarvi c’è anche un mare meraviglioso, pronto a rimettervi al mondo dopo aver dato tutto sul dancefloor.
Una presenza che lega idealmente le piazze del Sud e la lunga storia politica della comunità romana, come sottolinea Mario Colamarino, presidente del Circolo Mario Mieli e portavoce del Roma Pride:
«Il Catanzaro Pride è un appuntamento storico non solo per la Calabria, ma per tutto il Mezzogiorno. Essere visibili e rivendicare diritti nelle città del Sud significa costruire libertà, speranza e futuro per tante persone. Da Roma vi diciamo: siamo con voi e al vostro fianco. Anche le drag e i ballerini di Muccassassina, la festa di autofinanziamento del Mieli, saranno sul vostro palco per celebrare insieme questa giornata di orgoglio e partecipazione».
Accanto a Muccassassina ci saranno Freddy Dj e Molto Fresh, organizzazione che da trent’anni costruisce le serate queer di Catanzaro e della Calabria, insieme a Trysha e Dylan Jay, dj e attivistə che hanno trasformato la nightlife in uno spazio di presenza, riconoscimento e comunità.
Grande importanza ha avuto anche la partecipazione dei partner che hanno deciso di compiere una scelta di campo e associare il proprio nome al Catanzaro Pride, soprattutto davanti al rifiuto di molte altre realtà che hanno preferito non legare il proprio marchio alla manifestazione.
Non è un dettaglio, perché sostenere un Pride significa assumersi pubblicamente una responsabilità, senza utilizzare l’arcobaleno come ornamento stagionale e senza sottrarsi quando quella vicinanza diventa una posizione politica. A sostenere il progetto sono stati FILCAMS CGIL Calabria, Caffè Guglielmo, Acqua Sorbello, Vaniglia, Ubik Catanzaro e Indaco Film.
Il percorso del Catanzaro Pride è iniziato il 10 luglio con l’AperiPride all’Outsider, nel centro di Catanzaro, ed è proseguito il 12 luglio con l’evento a sostegno dell’Alibi.
Il 17 luglio l’AperiPride arriva al Foyer di Catanzaro, mentre il 19 luglio si sposta alla Costa Pagoda di Montepaone.
Il 22 luglio, sempre al Foyer, si terrà il talk “Prima del Pride: raccontarsi”, seguito da un drag show, e il 23 luglio sarà la volta di “Genere e fedi”, ancora accompagnato da uno spettacolo drag.
Il 25 luglio, al Parco Gaslini di Catanzaro Lido, Raji Bathish interverrà all’incontro “Selective Pride During Genocide: A Perspective from Palestine”.
Il 27 luglio, a Lido Mancuso, si discuterà de “Il diritto di avere diritti”, mentre il 30 luglio il Collettivo Addunati di Lamezia Terme ospiterà “Queer e ora”, talk politico che porta il confronto fuori dal capoluogo.
Il 31 luglio l’AperiPride raggiungerà Tiriolo, in collaborazione con Bacchanalia.
Il primo agosto, nel Chiostro di Lamezia Terme, sarà proiettato “Stranizza d’amuri”; il 2 agosto l’AperiPride tornerà sul litorale, al Lido Valentino di Catanzaro Lido; infine, il 5 agosto, al Parco Gaslini, il talk “Essere o non essere, vivere o non vivere” affronterà il tema dell’affermazione di genere.
È un cartellone che mette insieme musica, performance, cultura drag, cinema, confronto e presenza politica senza chiedere a nessuna di queste dimensioni di fingersi neutrale. Perché il Pride non è mai soltanto una festa e proprio per questo deve anche saper essere una festa. È uno spazio nel quale la visibilità smette di essere una concessione e torna a essere presa di parola, presenza, occupazione simbolica e concreta del territorio.
Catanzaro non ospita semplicemente il Pride: è il Pride a ridefinire Catanzaro, a mostrarne le contraddizioni, le possibilità e quella parte di città che esiste da sempre, anche quando qualcunə preferiva non vederla.

A Giovanni Carpanzano abbiamo posto tre domande, per capire in che modo il Catanzaro Pride intenda superare la dimensione dell’evento e diventare una presenza culturale capace di incidere sul territorio.
Il Manifesto rifiuta l’idea che chi nasce nel Sud debba partire per poter vivere liberamente la propria identità. In che modo un Pride può trasformarsi da evento annuale a infrastruttura culturale permanente, capace di incidere davvero su scuole, servizi, linguaggi e spazi pubblici?
Per me il punto è molto chiaro: il Pride non deve finire con la parata dell’8 agosto, ma continuare come un lavoro permanente sul territorio. Nel progetto questo è esplicitato bene: l’obiettivo è costruire “un anno di Pride” con attività mensili, assemblee pubbliche, incontri nei quartieri, percorsi nelle scuole, momenti culturali e formazione per operatori, così da trasformare l’energia del Pride in una presenza stabile nella vita della città e della provincia. Questa è, per me, l’idea di infrastruttura culturale: non solo visibilità, ma continuità. Significa incidere sui linguaggi, sui servizi, sull’educazione, sulla salute, sugli spazi pubblici e sulla possibilità concreta per le persone lgbTqia+di sentirsi riconosciute e protette anche fuori dal giorno della festa. In questo senso il Pride diventa davvero utile quando non chiede soltanto di essere celebrato, ma di essere attraversato dalle istituzioni, dalle scuole, dalle associazioni, dai servizi e dalla cittadinanza come un processo collettivo di trasformazione.
Il Catanzaro Pride rivendica una posizione autonoma, intersezionale e apertamente politica, ma allo stesso tempo costruisce un programma fatto di drag, musica, cinema e nightlife. Quanto è importante, oggi, sottrarre la cultura queer alla distinzione artificiale tra militanza e intrattenimento?
Io credo che oggi sia fondamentale sottrarre la cultura queer alla distinzione artificiale tra militanza e intrattenimento. Il manifesto è molto netto su questo: rifiuta la normalizzazione e la monetizzazione del Pride, ma allo stesso tempo rivendica la forza politica della piazza, della cultura, della socialità e delle soggettività che la abitano. Per questo drag queen è drag king, musica, cinema, nightlife e performance non sono il contorno del Pride: sono parte della sua grammatica politica. Sono linguaggi attraverso cui si produce comunità, si rende visibile ciò che spesso viene marginalizzato e si costruisce uno spazio in cui la libertà non è astratta, ma vissuta nel corpo, nella relazione e nella condivisione. Separare “militanza” e “intrattenimento” significa spesso depotenziare la cultura queer, come se il piacere e la festa non avessero valore politico. Per me è l’opposto: proprio in contesti come il nostro, la cultura è anche una forma di resistenza, di autodeterminazione e di costruzione di futuro.
La Calabria viene spesso raccontata come periferia conservatrice, quasi fosse naturalmente impermeabile al cambiamento. Organizzare qui un Pride significa soltanto rivendicare diritti o anche produrre una contro-narrazione del Sud, capace di restituirgli complessità, desiderio e futuro?
Credo fermamente che organizzare un Pride in Calabria non significhi soltanto rivendicare diritti, ma anche produrre una contro-narrazione del Sud. Il progetto e il manifesto dicono chiaramente che il Pride nasce in un contesto in cui molte persone queer si sentono spinte al silenzio o alla partenza, e proprio per questo vuole affermare che si può restare, vivere e costruire libertà qui. Io penso che questa sia la posta politica più importante: rompere l’immagine della Calabria come periferia immobile e conservatrice, e restituirle complessità, desiderio e futuro. Il Pride, in questa prospettiva, non è solo una rivendicazione di diritti individuali, ma un atto collettivo che cambia il racconto del territorio e lo rende più vero, più plurale, più contemporaneo. Ed è anche per questo che il progetto insiste su scuole, università, quartieri, servizi, cultura e assemblee: perché la contro-narrazione non si fa con uno slogan, ma con una presenza continua capace di lasciare tracce reali nella città e nella provincia.








































































































