AUT Magazine

La fotografa Ivana Noto e il suo progetto MUTA. La parola ai corpi

di Stefano Mastropaolo
Abbiamo incontrato la fotografa Ivana Noto per esplorare MUTA, un progetto visivo che restituisce al corpo la sua presenza primaria, liberandolo da diagnosi, canoni e narrazioni imposte. In un'intensa intervista, l'artista ripercorre la genesi di quest'opera collettiva e transfemminista - nata da un'esperienza di malattia e maturata nel dialogo con volti noti e persone comuni - che trasforma lo scatto in uno spazio sicuro di autodeterminazione. Dalla stoffa bianca usata come soglia di libertà al rigore dei ritratti a grandezza naturale destinati al Mattatoio di Roma, scopriamo come la fotografia possa smettere di "catturare" per iniziare finalmente a "incontrare". Un progetto che, su Aut, non può non essere raccontato.
Ivana Noto 3

MUTA non parla soltanto di corpi. Parla del momento esatto in cui un corpo prova a sottrarsi alla narrazione che altri hanno costruito su di lui. In un tempo in cui l’immagine sembra precedere l’esistenza, in cui ogni volto viene catturato, commentato, classificato, corretto e restituito a una logica di consumo visivo, il progetto fotografico di Ivana Noto introduce una sospensione necessaria. Non chiede al corpo di spiegarsi, non lo costringe a sedurre, non lo organizza dentro una posa riconoscibile. Gli restituisce la possibilità più difficile: essere presente prima di essere interpretato. È forse qui che il lavoro trova il suo punto più politico. Ogni corpo arriva davanti all’obiettivo già attraversato da parole, giudizi, diagnosi sociali, aspettative estetiche, ruoli familiari, stereotipi di genere, ferite visibili e invisibili. Lo sguardo degli altri, nel tempo, può diventare una seconda pelle: definisce, corregge, mutila, pretende di sapere. MUTA interviene proprio lì, in quel punto di attrito tra ciò che un corpo è e ciò che il mondo ha deciso di vedere in esso.

Nato nel 2025 da un’urgenza personale e progressivamente trasformato in un lavoro collettivo sul corpo, sull’identità e sulla rappresentazione, MUTA costruisce un archivio umano fatto di storie, età, esperienze, vulnerabilità, trasformazioni e attraversamenti diversi. Le persone ritratte entrano nello stesso spazio, davanti allo stesso dispositivo visivo, in una condizione essenziale che elimina gran parte dei codici attraverso cui siamo abituati a leggere gli altri: contesto, abito, ruolo sociale, ambiente, scenografia. Resta il corpo. Ma non il corpo come oggetto di osservazione. Il corpo come presenza.

La stoffa bianca, elemento ricorrente del progetto, non funziona come costume né come censura. È una soglia. Può coprire, rivelare, proteggere, diventare gesto, riparo, linguaggio, scelta. La sua forza sta proprio nell’ambiguità: non impone una lettura, non stabilisce una distanza fissa tra nudità e pudore, esposizione e difesa, intimità e immagine. Ogni persona decide cosa mostrare, cosa trattenere, come abitare lo spazio davanti alla fotografia. Nessuna posa. Nessuna aspettativa. Nessuna correzione.

Il gesto di Ivana Noto non è dunque quello di produrre una nuova narrazione sul corpo, ma di sospendere le narrazioni imposte. La fotografia diventa uno spazio di restituzione, non di appropriazione. Restituire al corpo la sua verità significa permettergli di esistere senza dover confermare un racconto già scritto: non il corpo malato, non il corpo desiderabile, non il corpo conforme, non il corpo eccezionale, non il corpo da spiegare, ma il corpo come presenza irriducibile. Una presenza che non chiede di essere tradotta per diventare legittima. In questo senso, MUTA è profondamente femminista e transfemminista. Non perché si limiti a raccontare alcuni corpi esclusi dalla rappresentazione dominante, ma perché mette in crisi il principio stesso secondo cui il corpo debba essere autorizzato da uno sguardo esterno. Il transfemminismo, in questo caso, non è una cornice aggiunta al progetto per renderlo più attuale, ma la sua struttura profonda: rifiuta la gerarchia tra corpi legittimi e corpi tollerati, tra corpi leggibili e corpi disturbanti, tra identità considerate piene e identità trattate come eccezione. Non chiede di includere qualcuno dentro uno spazio già deciso da altri. Prova a modificare lo spazio stesso. Questa è una distinzione essenziale. Molti discorsi pubblici sulla rappresentazione continuano a ragionare in termini di concessione: dare spazio, dare voce, dare visibilità. Ma chi dà, da quale posizione parla? Chi stabilisce il perimetro entro cui un corpo può finalmente apparire? MUTA non sembra interessato a questa logica verticale. Non mette i corpi “al centro” per trasformarli in casi esemplari, non li convoca come prove di apertura, non chiede loro di farsi simbolo per essere accettati. Li lascia accadere. Ed è proprio questo, forse, il suo gesto più radicale.

La frase che attraversa il progetto, “Che tu sia chi vuoi essere. Che tu sia al sicuro”, contiene la sua dichiarazione più limpida. Identità e sicurezza vengono poste una accanto all’altra, come due condizioni inseparabili. Non basta poter essere visibili se quella visibilità si trasforma immediatamente in esposizione al giudizio, alla violenza, alla riduzione. Non basta mostrarsi se il mondo continua a pretendere che quel mostrarsi sia una prova da superare. Sentirsi al sicuro, in MUTA, non significa essere protetti da uno sguardo paternalistico, ma poter abitare il proprio corpo senza doverlo giustificare. È una sicurezza politica, affettiva, relazionale. Uno spazio in cui la vulnerabilità non viene consumata come spettacolo, ma riconosciuta come forma di presenza. Anche per questo il concetto di spazio sicuro, dentro MUTA, non va inteso come formula rassicurante. Uno spazio sicuro non è uno spazio privo di conflitto, né un ambiente sterilizzato dove tutto deve apparire pacificato. È piuttosto un luogo in cui la complessità può emergere senza essere punita. Dove un corpo segnato, trasformato, mutilato fisicamente, emotivamente, socialmente o simbolicamente non viene ridotto al proprio trauma. Dove una persona trans, una donna, una persona non conforme, una persona malata, anziana, disabile, vulnerabile o semplicemente stanca di essere letta attraverso uno sguardo imposto può apparire senza essere immediatamente ricondotta a un racconto già scritto.

Il lavoro di Ivana Noto si muove precisamente su questa linea sottile: trasformare la fotografia in luogo di incontro, non di cattura. La sua ricerca, già concentrata sulla figura femminile, sul corpo e sull’identità, trova in MUTA una forma più ampia e collettiva. Noto non costruisce un catalogo di differenze, ma una costellazione di presenze. Le immagini, realizzate con coerenza visiva e rigore formale, non cercano l’eccezionalità del soggetto, non trasformano la differenza in ornamento, non spettacolarizzano la fragilità. Al contrario, insistono su una domanda più scomoda: cosa accade quando un corpo viene guardato senza essere immediatamente tradotto in ruolo, desiderio, giudizio o categoria?

La scelta di lavorare su ritratti a grandezza naturale amplifica questo interrogativo. Il progetto espositivo prevede circa duecento fotografie, in un percorso immersivo che trasforma lo spazio della mostra in un ambiente di vicinanza, ascolto e responsabilità dello sguardo. Il pubblico non è chiamato semplicemente a osservare dei corpi, ma a interrogare il proprio modo di guardarli. È un passaggio decisivo, perché sposta il centro della questione: non sono i corpi a dover essere spiegati, ma lo sguardo a dover essere messo in discussione. MUTA non chiede “chi sono queste persone?”, ma “che cosa stiamo facendo quando le guardiamo?”.

Il progetto coinvolge artiste, attiviste, professioniste della salute, scrittrici, giornaliste, persone comuni, associazioni e realtà impegnate sui temi del corpo, dell’autodeterminazione e della rappresentazione. Tra le presenze già attraversate da MUTA compaiono nomi come Greta Scarano, Valeria Solarino, Carla Antonelli, Azzurra Rinaldi, Chiara Sfregola, Valentina Farinaccio, Pegah Moshirpour, Bianca Hirata di Donnexstrada, oltre a realtà come Donne X Strada, Il Cuore Scoperto, Ingeneri e C’è Tempo ODV. Questa pluralità non costruisce una galleria di testimonial, ma un campo di relazioni. Il progetto non usa i volti per legittimarsi: li convoca dentro un discorso comune, in cui la presenza individuale diventa parte di una domanda collettiva.

C’è un aspetto particolarmente forte in MUTA: la capacità di tenere insieme intimità e dimensione pubblica. Ogni fotografia sembra nascere da una relazione privata tra chi guarda e chi viene fotografatə, ma il risultato non resta chiuso nell’intimità dello studio. Diventa immagine condivisa, possibilità di confronto, materia politica. In questo passaggio la fotografia smette di essere soltanto testimonianza e diventa dispositivo di trasformazione. Non perché cambi magicamente il mondo, ma perché rende visibile il punto in cui il mondo esercita il proprio potere sui corpi.

È anche per questo che MUTA dialoga in modo naturale con Roma Pride 2026. Non come semplice progetto artistico accostato a una cornice militante, ma come pratica visiva capace di interrogare alcune delle questioni più urgenti delle comunità LGBTQIA+ e transfemministe: il diritto all’autodeterminazione, la possibilità di essere vistə senza essere consumatə, la necessità di costruire spazi sicuri che non siano nicchie separate dal mondo, ma laboratori di convivenza possibile. La fotografia, in questo senso, non è un gesto neutro. Ogni immagine partecipa alla costruzione dell’immaginario sociale, e ogni immaginario decide quali corpi possono esistere senza paura.

MUTA è ancora un progetto aperto, in crescita, attraversato da nuovi incontri e nuove adesioni. La futura mostra, prevista al Mattatoio di Roma, e il possibile sviluppo editoriale non saranno soltanto esiti di un lavoro fotografico, ma forme diverse di un medesimo gesto: restituire ai corpi uno spazio in cui non debbano essere corretti per essere guardati. Non un archivio chiuso, dunque, ma un organismo in movimento. Un lavoro che continua a mutare insieme alle persone che accoglie, alle storie che incontra, alle domande che genera.

Forse il punto più radicale del progetto è proprio questo. MUTA non promette di liberarci dallo sguardo degli altri, perché nessun corpo esiste fuori dalla relazione. Ma prova a immaginare un altro patto dello sguardo: meno predatorio, meno disciplinante, meno affamato di definizioni. Uno sguardo capace di sostare senza possedere. Di riconoscere senza addomesticare. Di accogliere senza pretendere gratitudine.

In un’epoca in cui la visibilità è spesso scambiata per libertà, MUTA ricorda che essere vistənon basta. Bisogna poter scegliere come esserlo. Bisogna poter costruire il proprio margine di opacità, la propria distanza, la propria esposizione. Bisogna poter dire: questo corpo non è un’immagine da correggere, non è un racconto da semplificare, non è una prova da superare. È una presenza. È una storia. È un luogo politico. MUTA non vuole rendere i corpi più leggibili. Vuole renderli finalmente non espropriati. Non sostituisce una narrazione sbagliata con una narrazione più gentile, ma apre un varco in cui il corpo possa sottrarsi alla fame interpretativa del mondo.  La sua verità non è una confessione, non è una didascalia, non è un’identità da archiviare. È una presenza che accade. E che, proprio perché accade, obbliga chi guarda a cambiare posizione. Ed è, prima di tutto, uno spazio che deve poter essere sicuro.

Incontriamo la fotografa Ivana Noto per attraversare un progetto che, su Aut, non può non essere raccontato.

MUTA sembra nascere da una domanda radicale: come restituire al corpo la sua verità, liberandolo dalle narrazioni che gli altri hanno costruito su di esso. Quando hai capito che questo sarebbe diventato il centro del progetto?

Non credo di averlo capito in un momento preciso. Credo di averlo vissuto prima ancora di riuscire a nominarlo. MUTA nasce da un’esperienza molto personale, un cancro al seno e dal modo in cui quella esperienza ha trasformato il mio rapporto con il mio corpo. Quando attraversi una malattia, soprattutto quando coinvolge il corpo in modo così profondo, ti accorgi di quanto facilmente il corpo possa smettere di essere percepito come il luogo in cui vivi e diventare invece qualcosa che viene osservato, analizzato, giudicato. A un certo punto il tuo corpo non sembra più appartenerti del tutto: è una diagnosi, una cartella clinica, un insieme di immagini, qualcosa su cui tutti sembrano avere il diritto di dire qualcosa. C’erano gli sguardi dei medici, quelli delle persone che mi volevano bene, quelli di chi provava pietà, quelli di chi cercava rassicurazione.  Ognuno vedeva qualcosa, ma quasi nessuno vedeva semplicemente me.Mentre cercavo di ricostruire quel rapporto con me stessa, ho capito però una cosa fondamentale: la malattia non era l’unica forma possibile di espropriazione del corpo. Era la forma che avevo attraversato io, ma non era l’unica. Succede continuamente. Succede alle donne, alle persone trans, alle persone disabili, ai corpi anziani, ai corpi grassi, ai corpi definiti dalla norma non conformi, ai corpi segnati da una cicatrice, ma anche a quelli che semplicemente non corrispondono alle aspettative degli altri. È come se il mondo avesse sempre bisogno di dare un significato ai nostri corpi prima ancora di incontrarci. All’inizio pensavo che MUTA parlasse del mio corpo. Poi, fotografia dopo fotografia, ho capito che stava parlando di qualcosa di molto più grande. Ogni persona che entrava nella mia casa portava con sé una storia diversa, ma la domanda era sempre la stessa: chi saremmo se nessuno ci dicesse chi dovremmo essere? Da quel momento il progetto ha smesso di essere autobiografico ed è diventato collettivo. Oggi ciò che mi interessa è creare le condizioni perché ogni corpo possa raccontarsi, o anche scegliere di non raccontarsi affatto. Credo che la libertà inizi proprio lì.

Ogni persona ritratta sceglie cosa mostrare, cosa coprire e come stare davanti all’obiettivo. Quanto è importante, per te, che la fotografia non interpreti il corpo, ma gli restituisca uno spazio di autodeterminazione?

Per me quella scelta è tutto. Se togliessi la libertà di decidere come stare davanti alla macchina fotografica, MUTA perderebbe il suo senso. Viviamo in un mondo che ci dice continuamente come dovremmo apparire. Ci insegna come sederci, come sorridere, quanto del nostro corpo mostrare, cosa nascondere, cosa correggere. Anche quando pensiamo di scegliere liberamente, spesso stiamo semplicemente rispondendo a un’immagine che qualcun altro ha costruito prima di noi. Io volevo creare il contrario. Per questo, quando una persona arriva in MUTA, non le dico quasi mai come mettersi. Le spiego il progetto, le racconto perché esiste quella stoffa bianca e poi lascio che sia lei a trovare il proprio modo di abitarla. C’è chi si copre completamente, chi la usa come una protezione, chi la lascia cadere, chi ci gioca, chi la stringe fortissimo. Non esiste un gesto giusto. Esiste il gesto necessario per quella persona, in quel momento. Quella stoffa non serve a coprire la nudità. Serve a restituire una possibilità di scelta. È un oggetto estremamente semplice, ma diventa ogni volta qualcosa di diverso perché è la persona a dargli un significato. Può essere una barriera, una carezza, una casa, un peso, una liberazione. Con il tempo ho capito che questa libertà riguarda anche il modo in cui guardiamo alle motivazioni per cui una persona sceglie di entrare in MUTA. All’inizio mi interrogavo molto. C’erano persone che arrivavano con storie di malattia, di trasformazione, di lotta, di attraversamenti profondi. C’erano persone che portavano con sé ferite visibili o invisibili. Ma c’erano anche persone che arrivavano con un desiderio apparentemente più semplice: quello di vedersi, di riconoscersi in un’immagine. Per un momento mi sono chiesta se tutte queste motivazioni avessero lo stesso valore. Poi ho capito che stavo rischiando di fare proprio ciò che MUTA prova a mettere in discussione: attribuire un valore diverso ai corpi e alle ragioni con cui si presentano davanti a noi. MUTA non chiede alle persone di avere una ferita, una storia eccezionale o una battaglia da raccontare per poter abitare quello spazio. Non chiede a nessuno di rappresentare una categoria o di diventare il simbolo di qualcosa. MUTA invita ad autodeterminarsi. La domanda per me non è quanto una motivazione sia visibile agli altri o quanto possa sembrare importante dall’esterno. La domanda è: quella persona sta scegliendo davvero come stare davanti allo sguardo? Sta entrando in relazione con il proprio corpo in un modo che le appartiene? Anche il desiderio di piacersi, di riconoscersi in un’immagine che ci appartiene, può essere una forma di autodeterminazione, se nasce da una scelta personale e non dall’obbligo di aderire a un modello imposto. L’autodeterminazione non sta nella motivazione che io, da fuori, considero più nobile. Sta nella libertà della scelta. Anche nei dettagli ho cercato di essere coerente con questo principio. Se una persona sente che una collana, un anello, degli orecchini o un altro elemento fanno parte del proprio modo di stare nel mondo, non voglio essere io a cancellarlo in nome di un’estetica. Sarebbe un paradosso: chiedere libertà e allo stesso tempo imporre un’immagine. Credo che il mio compito come fotografa non sia interpretare il corpo di chi ho davanti. Non voglio dimostrare una tesi attraverso le persone. Voglio costruire uno spazio in cui possano esistere senza sentirsi obbligate a rappresentare qualcosa. In quel momento la fotografia smette di essere un atto di appropriazione e diventa una relazione. Io continuo ad avere una responsabilità enorme, perché sono sempre io a premere il pulsante, ma cerco di farlo dopo aver lasciato alla persona tutto lo spazio possibile per riconoscersi dentro quell’immagine. Forse è questo che intendo quando parlo di autodeterminazione: non la libertà di essere guardati, ma la possibilità di appartenere a sé stessi anche nel momento in cui si sceglie di essere guardati.

Nel progetto ritorna continuamente il tema dello sguardo. Ma qui lo sguardo non sembra chiamato a capire, quanto piuttosto a disarmarsi. Che cosa deve perdere chi guarda per poter incontrare davvero un corpo?

Credo che chi guarda debba perdere, prima di tutto, la convinzione di sapere già chi ha davanti. Siamo abituati a leggere i corpi in modo istantaneo. In pochi secondi attribuiamo un’età, un genere, un carattere, un vissuto. Pensiamo di vedere una persona, ma molto spesso stiamo vedendo le categorie che abbiamo imparato a usare. Abbiamo la tendenza a far coincidere il corpo con l’intera identità di una persona. È un meccanismo che pesa soprattutto sui corpi che vengono percepiti come non conformi, perché spesso vengono ridotti proprio a ciò che li rende diversi, ma in realtà riguarda tutti: il corpo diventa la prima cosa attraverso cui crediamo di poter sapere chi è qualcuno. MUTA prova a interrompere questo automatismo. Per questo le persone vengono fotografate nello stesso spazio, con la stessa luce, senza il contesto che normalmente ci aiuta a costruire una storia. Non perché le loro storie non siano importanti, ma perché vorrei creare un momento in cui sia possibile incontrare una persona prima di ridurla a ciò che il suo corpo sembra raccontare. Uno sguardo disarmato, per me, non è uno sguardo ingenuo. È uno sguardo che rinuncia al possesso. Che accetta di non sapere tutto, di non dover classificare tutto, di lasciare che una parte dell’altro resti irriducibile. MUTA pone delle domande, tra queste ce ne una: “E tu, chi sei ora?”. Non è una domanda rivolta alle persone ritratte, ma a chi attraverserà la mostra o il libro. Dopo aver incontrato tutti quei corpi, la questione non è più soltanto chi siano loro. La domanda diventa: cosa è cambiato nel tuo modo di guardarli? Se MUTA funziona, non cambia i corpi. Cambia la posizione dello spettatore. Lo invita a passare da uno sguardo che definisce a uno sguardo che incontra. Ed è forse lì che la fotografia può diventare un gesto politico: non quando pretende di spiegare il mondo, ma quando riesce a modificare, anche solo per un istante, il modo in cui scegliamo di stare di fronte agli altri.

Definisci MUTA un progetto femminista e transfemminista. In che modo il transfemminismo ti permette di rifiutare l’idea di corpi “da includere” e di pensare invece a uno spazio in cui nessun corpo debba essere autorizzato?

Non sono partita dall’idea di fare un progetto transfemminista. Sono partita da una domanda molto più semplice: come posso creare uno spazio in cui una persona non senta di dover chiedere il permesso per essere sé stessa? Poi, incontro dopo incontro, ho capito che quella domanda aveva una dimensione politica molto più grande di me. Il transfemminismo mi ha aiutata a dare un nome a qualcosa che stavo già cercando di costruire. Mi ha fatto capire che il problema non è chi includiamo, ma chi ha il potere di decidere chi può essere visto, chi può essere riconosciuto e a quali condizioni. La parola “inclusione”, a volte, mi mette un po’ in difficoltà. Perché include sempre qualcuno dentro uno spazio che qualcun altro ha costruito. E allora mi chiedo: chi è che sta includendo? E da quale posizione lo sta facendo? Io non vorrei che MUTA fosse uno spazio che concede visibilità. Vorrei che fosse uno spazio in cui nessuno debba sentirsi un ospite. Per questo il progetto è fatto di persone con storie, identità e corpi molto diversi tra loro, ma non chiede a nessuno di rappresentare una categoria. Nessuno è lì perché deve incarnare una battaglia o dimostrare qualcosa. Ognuno è lì come persona. Credo che questo sia, per me, il significato più profondo del transfemminismo: non costruire una nuova gerarchia di corpi, ma mettere in discussione l’idea stessa che alcuni corpi abbiano bisogno dell’autorizzazione di altri per esistere. MUTA prova a immaginare uno spazio in cui quella autorizzazione non sia più necessaria. Dove il corpo non debba guadagnarsi il diritto di essere guardato, rispettato o riconosciuto. Dove possa semplicemente esserci. Ed è forse questo il cuore politico di MUTA, non decidere chi merita di essere visibile, ma creare le condizioni perché ogni persona possa abitare la propria visibilità secondo i propri tempi, i propri limiti e il proprio desiderio.

La frase “Che tu sia chi vuoi essere. Che tu sia al sicuro” mette insieme identità e protezione. Che cosa significa creare uno spazio sicuro non come rifugio separato dal mondo, ma come luogo in cui il corpo non venga più espropriato dallo sguardo degli altri?

Credo di aver capito, anche attraverso la mia esperienza di malattia e attraverso un lungo percorso di consapevolezza, che autodeterminazione del corpo e sicurezza sono inseparabili. Il concetto espresso nella frase “Che tu sia chi vuoi essere. Che tu sia al sicuro” nasce molto prima di MUTA. Per molto tempo è stato un pensiero, una necessità interiore, un modo di ricordarmi che il mio corpo continuava ad appartenermi anche quando era diventato oggetto di osservazione, valutazione e interpretazione. Solo dopo questo concetto ha trovato una forma nelle parole. Poi ho capito che non riguardava soltanto me. Perché ogni volta che una persona sceglie di essere sé stessa, ogni volta che un corpo si espone, occupa uno spazio, può diventare vulnerabile allo sguardo degli altri. E questo riguarda tutti i corpi, anche se pesa in maniera diversa su quelli che storicamente sono stati giudicati, corretti o esclusi. Per questo, quando parlo di sicurezza, non intendo la possibilità di sottrarsi completamente allo sguardo del mondo. Non possiamo eliminare lo sguardo degli altri, perché siamo esseri in relazione. La sicurezza, per me, significa costruire un confine dentro il quale quello sguardo non abbia il potere di definirci completamente. MUTA nasce proprio da questa consapevolezza: creare uno spazio in cui l’esposizione non diventi espropriazione. Perché mostrarsi non è automaticamente un atto di libertà. Può esserlo, quando quella possibilità appartiene alla persona. Ma può diventare anche una nuova forma di violenza quando qualcun altro decide il significato di quel corpo. La differenza sta nella scelta, nel margine di autodeterminazione, nella possibilità di dire: questo sono io, questo lo mostro, questo lo proteggo. Quando una persona si espone davanti alla macchina fotografica non sta semplicemente mostrando un corpo. Sta affidando una parte della propria vulnerabilità. E questa per me è una responsabilità enorme. Uno spazio sicuro, quindi, non è una promessa di immunità dal mondo. Non è un luogo in cui nessuno potrà mai giudicarci o ferirci. È qualcosa di diverso: è la possibilità di rimanere appartenenti a sé stessi e di non lasciare che lo sguardo degli altri diventi la misura della nostra esistenza.

MUTA è ancora aperto e continua a crescere. Che cosa vorresti dire a una persona che sente il bisogno di riappropriarsi del proprio corpo, ma teme ancora che mostrarsi significhi essere giudicatə, spiegatə o ridottə a una narrazione non sua?

Vorrei dire a quella persona che la paura dello sguardo degli altri è una paura profondamente umana. Quando ci esponiamo, quando scegliamo di mostrarci, sappiamo che esiste la possibilità di essere interpretati, giudicati, ricondotti a qualcosa che non ci appartiene. La verità è che non possiamo controllare completamente lo sguardo degli altri. Non possiamo decidere cosa leggeranno in noi, quali significati attribuiranno al nostro corpo, quale storia costruiranno. Possiamo però lavorare sul rapporto che abbiamo con noi stessi. Credo che un passaggio fondamentale sia imparare ad ascoltarci, a perdonarci, a volerci bene e soprattutto a non essere noi per primi i giudici di noi stessi. Viviamo in una cultura che ci insegna continuamente a correggerci, confrontarci, misurarci. Ci abitua a guardare il nostro corpo attraverso un filtro di mancanze, difetti e aspettative. E spesso lo sguardo più duro che incontriamo è quello che abbiamo imparato a rivolgere verso di noi. Quando iniziamo, anche lentamente, a liberarci da quel giudizio interiore, anche il giudizio degli altri può perdere parte del suo potere. Forse è anche così che impariamo a non giudicare gli altri: riconoscendo la complessità dei nostri stessi corpi, delle nostre paure e delle nostre fragilità. Riappropriarsi del proprio corpo non significa dover dimostrare qualcosa attraverso di esso. Non significa esporsi per essere finalmente accettati o diventare visibili per forza. Significa tornare a sentire che quel corpo ci appartiene e che possiamo scegliere come abitarlo. A volte quella scelta sarà mostrarsi. A volte sarà proteggersi. La libertà non sta nella forma che assume, ma nel fatto che quella decisione appartenga davvero alla persona. MUTA nasce anche da questa consapevolezza: non dobbiamo diventare visibili per dimostrare di essere abbastanza forti, abbastanza coraggiosi o abbastanza guariti. Non dobbiamo trasformare il nostro corpo in una prova da offrire agli altri. Dobbiamo poter scegliere il nostro rapporto con lo sguardo. Perché mostrarsi non significa consegnarsi allo sguardo degli altri. Significa poter scegliere di entrare in quello spazio senza abbandonare se stessi. Forse la vera riappropriazione non è arrivare al punto in cui nessuno ci giudicherà più. Quel momento probabilmente non arriverà mai. È arrivare al punto in cui quel giudizio non avrà più il potere di allontanarci da noi stessi. Ed è forse questa la domanda che MUTA lascia a ciascuno: non soltanto “come mi vedranno gli altri?”, ma “riesco ancora a riconoscermi, anche quando qualcuno mi guarda?”.

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Mohamed Maalel
Il ritorno di Hannah Montana (anche se solo per un’ora)

A vent’anni dal debutto della serie, è tornata Hannah Montana e ci riporta a quella possibilità di esistere simultaneamente in più versioni di sé, tra norma e desiderio, tra visibilità e segreto. Per tutte quelle persone queer che hanno dovuto fare i conti tra ciò che è normale e ciò che deve esserlo a tutti i costi, Hannah Montana, Miley Cyrus e la sua alter ego sono state il simbolo di una frattura generazionale con l’idea di “normalità” imposta e hanno rappresentato quella forma in divenire da imitare. Con o senza il bisogno di indossare a tutti i costi una parrucca.

Emiliano Metalli
Lucia Poli racconta Paolo Poli

A dieci anni dalla scomparsa di Paolo Poli, il suo nome continua a evocare un’idea radicale di libertà artistica, fatta di ironia, travestimento e intelligenza fuori dagli schemi. Attore e intellettuale tra i più anticonformisti del Novecento, ha attraversato il teatro italiano trasformando identità e linguaggi in materia viva di scena, sempre lontano da ogni etichetta. A restituirne oggi la complessità è la voce di Lucia Poli, sorella e compagna di percorso teatrale, oltre che artista autonoma e osservatrice attenta del presente. In questa intervista, il ricordo personale si intreccia alla storia culturale di un Paese, tra aneddoti, memoria e sguardi laterali. Un ritratto che non celebra soltanto un artista, ma un modo di abitare il teatro come spazio di libertà assoluta.

Alessandro Bentivegna
Il giorno in cui la lobby gay smise di essere una lobby

C’era un tempo in cui la cosiddetta “lobby gay” americana evocava potere, influenza e coesione. Oggi, quell’immagine appare lontana, quasi nostalgica, sostituita da una realtà più frammentata e meno incisiva. In un sistema politico dominato da gruppi di pressione forti e organizzati, la comunità LGBTQ+ sembra aver perso parte della sua capacità di orientare il dibattito. Tra derive del linguaggio woke e reazioni sempre più compatte dell’anti-woke, il terreno si è fatto più complesso. E nel mezzo resta una domanda: cosa serve oggi per tornare a incidere davvero?

Stefano Farroni
Andy Warhol torna a Ferrara con Ladies and Gentlemen. Oggi come allora un appuntamento necessario

Ha appena inaugurato a Ferrara “Andy Warhol. Ladies and Gentlemen”, mostra curata da Chiara Vorrasi che riporta al centro una delle serie più radicali di Andy Warhol. A differenza delle celebri icone pop qui i protagonisti sono drag queen, donne trans e performer afroamericani e latini della New York underground degli anni Settanta. Corpi e identità allora relegati ai margini dello spazio pubblico diventano improvvisamente immagini monumentali. È un cambio di soggetto che trasforma il linguaggio della Pop Art in un gesto politico di visibilità. E che, a cinquant’anni di distanza, continua a parlare direttamente alla comunità queer. L’abbiamo vista per voi. E ve la raccontiamo.

Egizia Mondini
La vita segreta dei Papaveri: il cortometraggio di Giorgia Rumiz

Un cortometraggio che racconta l’incontro e la nascita dell’amore tra Leonora e Bianca. A dare il ritmo, Giordano, il grillo parlante interiore di Leonora, specchio del suo tormento e critico consigliere. Diciotto minuti di dramedy intimista dove ogni gesto e silenzio raccontano fragilità, cura, desiderio e rinascita. Abbiamo intervistato l’autrice, Giorgia Rumiz, e il regista, Stefano Scaramuzzino.

Stefano Mastropaolo
Il bacio tra Levante e Gaia: censura o no?

E se provassimo a immaginare di essere tornati negli anni Sessanta, sfogliando un rotocalco scandalizzato dal bacio tra Levante e Gaia?
E se leggessimo quel gesto con le lenti severe della morale d’altri tempi, tra richiami alla famiglia e all’ordine? E se la presunta censura diventasse il pretesto per inscenare un caso nazionale degno di prima pagina? E se evocassimo bambini turbati e ruoli “naturali” per restituire l’atmosfera di allora? E se, giocando con quel linguaggio, scoprissimo come tutto risuoni ancora, e per fortuna solo in parte, così attuale?

Stefano Mastropaolo
La lezione di Bambole di pezza: il femminismo è ancora necessario

Al Festival di Sanremo, durante una conferenza stampa, Bambole di Pezza scoprono che nel “tremila” il femminismo sarebbe fuori moda, come una giacca dell’anno scorso. Così, tra una barzelletta sulla moglie che “comanda” e la favola del patriarcato estinto, tocca ancora alle donne spiegare l’ovvio. Loro, brave, non alzano i toni: alzano il livello, ricordando che la parità non è un aneddoto domestico ma una questione strutturale. Perché la differenza tra un caso e un sistema è tutta lì: nella ripetizione, nei numeri, nei corpi. A riprova che il femminismo non è un residuo archeologico ma una manutenzione urgente del presente.

Stefano Mastropaolo
L’ultima di Trump: via la Rainbow Flag da Stonewall

La notte di Stonewall non è solo un capitolo di storia: è l’origine di una lotta che ha trasformato la vergogna in orgoglio, la marginalità in presenza pubblica, una comunità in movimento. Oggi, a distanza di oltre cinquant’anni, quel conflitto torna a farsi visibile. La decisione dell’amministrazione Trump di far rimuovere la Rainbow Flag dal monumento nazionale riapre una questione che sembrava acquisita. Non si tratta soltanto di una bandiera, ma del riconoscimento di una storia e di corpi che l’hanno resa possibile. Stonewall, ancora una volta, non è un simbolo pacificato: è un terreno di scontro sulla memoria e sulla cittadinanza. Perennemente acceso. E in questo senso Stonewall è, e continua a essere, rivolta.

Stefano Mastropaolo
Valentino, la grammatica dell’eleganza

C’è una parola che oggi ritorna, parlando di Valentino: maestro. Ma la sua eredità non è solo estetica: è anche una storia di amore, riserbo e potere condiviso. Con Giancarlo Giammetti ha costruito una maison e una vita, in un Paese che per decenni ha sorvolato sulla vera natura di questa unione. Moda, storia e trasformazioni sociali si intrecciano nel percorso di Valentino, letto non come icona da commemorare, ma come linguaggio ancora operativo nel presente.

Maria Laura Annibali
L’ultimo saluto a Edda Billi, memoria e voce radicale del lesbofemminismo

Poetessa, attivista, lesbica separatista, femminista internazionalista, Edda Billi è stata soprattutto una costruttrice instancabile di senso politico, di memoria e di relazioni tra donne. Il 10 gennaio è scomparsa e con lei se ne va una voce radicale e poetica del lesbofemminismo italiano, una donna che ha attraversato decenni di lotte senza mai smettere di interrogare il presente, di sfidare il potere, di immaginare libertà più ampie. Il discorso che pubblichiamo è quello che Maria Laura Annibali – attivista storica del movimento lesbico e presidente del Di’Gay Project – ha pronunciato al funerale di Edda Billi. Non è un necrologio né una ricostruzione biografica: è un atto d’amore politico, un saluto che nasce dalla sorellanza, dalla condivisione di una stessa genealogia di lotta e di desiderio di libertà. Una testimonianza intima e collettiva insieme, capace di restituire la forza umana e simbolica di Edda più di qualsiasi elenco di incarichi o pubblicazioni. In anteprima per Aut.

Egizia Mondini
Il coraggio della vulnerabilità

Un percorso di accettazione e scoperta di sé attraverso la scrittura. Un diario intimo e sincero, dove fragilità e coraggio si intrecciano, trasformando emozioni personali in un invito universale alla condivisione e all’ascolto. Un esordio letterario che parla al cuore di chiunque abbia avuto paura di mostrarsi e di amarsi davvero. La giovane Laura Sanna, autrice di “Scrivi chi a.mare”, si racconta in questa intervista, rivelando come scrivere per lei abbia rappresentato un atto di cura.

Egizia Mondini
Giorgio Bozzo: l’Omero del movimento queer italiano

Dal nuovo libro “Non Esistono Bambini Arcobaleno” al monumentale progetto “Le Radici dell’Orgoglio”, passando per “La Compagnia del gender”, un viaggio nelle memorie sommerse della comunità lgbtqia+ italiana. Nel suo lavoro Giorgio Umberto Bozzo intreccia ricerca, documenti, storie, voci e archivi per insegnarci che l’orgoglio è un’eredità collettiva, nata molto prima di noi e affidata oggi alle generazioni future. In questa intervista Bozzo ci racconta perché salvare la memoria non sia un esercizio nostalgico, ma un gesto politico urgente: un atto di cura verso chi c’era, verso chi c’è e verso chi verrà.

Alessandro Bentivegna
Il sindaco Mamdani, il Corano e New York City

Un giuramento in una stazione fantasma. Due Corani. Una città intera come pubblico. Zohran Mamdani diventa sindaco di New York senza retorica, senza scenografie dorate, ma con un messaggio politico chiarissimo: identità, fede e diritti possono convivere nello spazio pubblico. Musulmano praticante, socialista, femminista, pro-choice e alleato LGBTQ+, Mamdani manda in crisi la narrazione di chi per anni ha usato i “valori occidentali” come arma identitaria. Dell’insediamento del primo sindaco musulmano di New York ci racconta il nostro corrispondente in città.

Stefano Mastropaolo
Cher ha ancora qualcosa da dire (e lo dice)

Una risposta attribuita a Cher da Karoline Leavitt ha fatto il giro dei social, ma è una fake news. Proprio per questo, però, vale la pena prenderla sul serio. In un tempo in cui il falso riesce a dire più del vero, abbiamo scelto di trattare questa bufala come un dispositivo di lettura del presente. Questo testo nasce da una scelta consapevole: prendere una bugia e usarla per leggere il presente. Come Aut, come squadra, come spazio che prova a fare cultura e non solo cronaca, crediamo che il nostro lavoro non sia limitarci a dire cosa sia, o non sia, successo ma chiederci perché avremmo voluto che succedesse o non succedesse.

Giorgio Umberto Bozzo
Rosa von Praunheim, tra cinema radicale e memoria collettiva

Questo non è un necrologio, né una biografia ufficiale. È un attraversamento della memoria, personale e politica, per salutare Rosa von Praunheim: regista, attivista, provocatore instancabile. Un incontro avvenuto nella Berlino Ovest di fine anni Ottanta diventa il punto di partenza per raccontare un’eredità culturale enorme, fatta di cinema queer, militanza e libertà radicale. Tra ricordi, film, feste e battaglie, prende forma il ritratto affettuoso e imperfetto di uno dei padri più indisciplinati della storia LGBTQ+. E di una gratitudine che supera il lutto.

Stefano Mastropaolo
Il MACRO riapre e smette di chiedere permesso alla città

Riaprire oggi non significa tornare indietro, ma prendere posizione. Con la direzione artistica di Cristiana Perrella, il MACRO di Roma riapre come spazio poroso e attraversabile, rinunciando a ogni forma di neutralità e rassicurazione istituzionale. UNAROMA inaugura un nuovo corso che non racconta Roma, ma la attraversa: una pratica curatoriale che espone il museo alle contraddizioni della città, ai suoi corpi, alle sue memorie e ai suoi conflitti, trasformando esposizione e cinema in dispositivi di relazione politica.

Stefano Mastropaolo
Reboot: perché continuiamo a guardare indietro

Il futuro non è più quello di una volta.  E’ tutto un dilagare di reboot culturali, mode travestite da novità, memorie queer che resistono. Ma cosa ci spinge, proprio ora, a cercare conforto nel second-hand, nel vintage, nei miti degli anni ’80-’90? Se qualcosa deve cambiare, non è il passato, ma lo sguardo con cui lo attraversiamo. Perché tra nostalgia di lusso, archivi in passerella e un occidente in modalità replay, sono sempre i margini a ricordarci che il nuovo non è mai dove lo cerchiamo. Una riflessione sui ritorni che abitano il nostro immaginario e sulle memorie che chiedono ancora di essere ascoltate.

Stefano Mastropaolo
MTV chiude, ma il suo spirito torna dove meno ce lo aspettavamo

Ora che MTV chiude, chiude anche un capitolo identitario: quello che ha insegnato a una generazione a guardare il mondo attraverso un filtro glamour, pop, libero e un po’ contraddittorio. E proprio mentre salutiamo MTV, da dietro le quinte rispunta Massimo Coppola – uno che MTV l’ha vissuta, animata, fatta e capita – e torna esattamente dove la tv non vuole più stare: nel punto in cui si pensa, si guarda e si smonta il presente. Non con un podcast, non con un programma, ma con uno showcast: un ibrido brillante e anarchico, mezzo monologo, mezzo seduta spiritica del contemporaneo. E allora sì: MTV chiude, ma il suo spirito no. Si sposta, muta, si reincarna in formati liquidi e insolenti. MTV era un linguaggio. E i linguaggi – quelli davvero iconici – non muoiono mai. Si limitano a cercare un nuovo schermo da accendere.

Stefano Mastropaolo
Le icone queer non brillano per caso: la rivoluzione, spesso, indossa un tacco 12

Se nel primo articolo abbiamo raccontato l’eredità culturale che le Kessler hanno lasciato alla tv italiana, oggi torniamo sulla loro storia mettendone in luce la dimensione politica e profondamente umana: perché le icone queer non sono mai solo glitter, ma corpi che scardinano norme, aspettative e moralismi. La loro scelta finale – insieme intima e pubblica – non solo riapre il dibattito sul diritto di scelta e sul vuoto legislativo italiano, ma si accompagna a un testamento di solidarietà che parla di cura, responsabilità e comunità. Con un unico gesto, due lezioni di vita: la libertà di appartenere a se stesse e il dovere di restituire qualcosa al mondo.

Enrico Salvatori
La dolce vita (e la dolce morte) di Alice ed Ellen Kessler

Dalla Germania divisa del dopoguerra ai sabati sera della Rai in bianco e nero, la storia di Alice ed Ellen Kessler si intreccia con quella del nostro Paese, tra rivoluzioni culturali, censure, scintillii e cambiamenti epocali. Un viaggio nella memoria che ripercorre una carriera luminosa e un’epoca che l’Italia non ha mai davvero dimenticato. Fino all’epilogo da vere icone e grande esempio di libertà e autodeterminazione. Il ricordo intimo e documentato di Enrico Salvatori, storico regista e autore Rai, esperto di archivi audiovisivi e di storia radiotelevisiva.

Alessandro Bentivegna
Il matrimonio di ferro: i gay di destra e la fragile promessa americana

Nei sobborghi perfetti della Florida o nei brunch di Palm Springs, li riconosci: polo Ralph Lauren, SUV ibrido, labrador di nome Liberty. Sono i gay conservatori americani, l’ultima mutazione del sogno di integrazione: patrioti, padri, madri e fieramente contrari alla “politica woke”. Molti hanno figli, una bandiera americana in giardino e un’abitudine rassicurante: votare repubblicano. Per anni hanno creduto che l’amore avesse davvero vinto: il matrimonio egualitario del 2015, i talk show pieni di coppie felici, le pubblicità arcobaleno. Poi la realtà ha bussato alla porta con il garbo di un messo giudiziario: nulla è per sempre, nemmeno la felicità domestica. Dal nostro corrispondente da New York, una nuova, spietata puntata di Cronache da Carroll Gardens.

Alessandro Bentivegna
Il mondo al contrario, esiste!

A quattro ore da New York, c’è un luogo che ribalta i paradigmi del mondo: Provincetown, estrema punta del Massachusetts. Da oltre un secolo rifugio per artisti e comunità queer, è diventata laboratorio vivente di inclusione, bellezza e libertà. Qui la mascolinità tossica è già storia passata, le coppie etero convivono serenamente con famiglie arcobaleno e gli anziani queer testimoniano una resistenza fatta di amore durato una vita. Provincetown non è un’utopia: è la prova che un “mondo al contrario” può aggiustare, non distruggere.

Alessandro Bentivegna
Italoamericani a New York: il lato kitsch (e tenero) della piramide identitaria e la questione sospesa LGBTQ+

Non basta un cognome e una nonna che fa le lasagne per capire cos’è davvero l’identità italoamericana. È un mosaico di memorie, stereotipi e orgoglio, dove “dolce vita” e “fast life” si intrecciano… ma spesso lasciano fuori le voci queer. In molte comunità ortodosse, l’Italia resta un presepe immutabile: cattolica, patriarcale, allergica a Pride e famiglie arcobaleno. Tra Staten Island e TikTok, si celebra un’Italia in bianco e nero, ignorando quella viva e multicolore di oggi. Eppure, dietro cliché e contraddizioni, si nasconde un bisogno universale: sentirsi parte di una storia. Ce lo racconta, con una lente da vicino, il nostro corrispondente da New York.

Stefano Mastropaolo
Mercoledì 2: la fortuna di essere un’Addams

In occasione dell’uscita della seconda stagione di “Mercoledì”, torniamo in casa Addams. Una famiglia che non giudica, non etichetta, non si scandalizza per l’aspetto, per il colore, per la stranezza. Loro non guardano la copertina: la strappano via. Essere Addams non è una condizione: è un atto politico. È il manifesto silenzioso di chi non si piega. È queer prima ancora che la parola venisse inventata. È l’arte di vivere nel proprio margine senza desiderare il centro. Questa sì che un’ideale di famiglia. Altro che Mulino Bianco.

Stefano Mastropaolo
“And Just Like That”: addio, per sempre

È ufficiale: “And Just Like That” si ferma qui. Nessun seguito, nessun nuovo tentativo di riportare in vita le (ex) ragazze di Sex and the City. Finisce una volta per tutte la corsa nostalgica che sperava di capitalizzare sui nostri ricordi. Ma l’amarezza resta: perché Carrie, Miranda e Charlotte non sono invecchiate, sono rimaste bloccate in una versione sfocata di sé stesse. E così, just like that, non le riconosciamo più.

Francesco Castagna
“Madonna Songbook”, il libro che svela il vero talento della regina del pop: scrivere canzoni

Tre cassette segrete, ascoltate ossessivamente tra gli scaffali della Biblioteca del Congresso di Washington, hanno acceso la miccia. “Madonna Songbook”, il libro di Giulio Mazzoleni, racconta non la diva ma l’artigiana della musica: autrice, produttrice, creativa instancabile che costruisce hit seduta per terra con un quaderno in mano. Oltre provocazioni e look iconici, emerge il volto meno raccontato di Madonna. Quello di chi ha rivoluzionato il pop partendo dal suono, non dall’immagine. Ed è forse il ritratto più potente di tutti.

Alessandro Bentivegna
Cosa è successo nel mese del pride a NY

Nel Pride Month 2025, New York non ha festeggiato: ha resistito. E dato forma a un pride diverso da tutti gli altri anni. Tra silenzi istituzionali, attacchi violenti e diritti cancellati, la comunità queer ha marciato comunque. Non per celebrare, ma per ricordare che il Pride è ancora protesta. Meno glitter, più coraggio. Meno festa, più fede nel futuro. Perché non basta essere visibili: bisogna restare liberi. Il reportage dal nostro corrispondente in città.

Mohamed Maalel
10 canzoni che mi hanno salvato la vita: una playlist contro il bullismo e il dolore

Un ritornello semplice, eppure eterno. Le parole si aggrappano alla memoria anche dopo anni, riaffiorano nei momenti bui e in quelli colmi di luce. Lo scrittore Mohamed Maalel torna su Aut per raccontarci quanto la musica sia sempre stata per lui rifugio e rinascita: un luogo sicuro, un angolo di mondo dove smettere di sentirsi sbagliato. Per Aut ha creato un racconto della sua playlist, la storia di un adolescente che ha trovato nei suoni ciò che la realtà non riusciva a offrire: comprensione, libertà, possibilità. Dieci canzoni, dieci frammenti di resistenza emotiva. E un’ultima traccia da scrivere insieme.

Extra-complicate
Lesbodrammi – Episodio 5: sprint e fantasmi. Ovvero, dal “Ti Amo” al “Chi sei?” in 21 giorni

Nel mondo saffico, la temporalità segue leggi proprie. Dopo tre vocali su Tinder e due caffè – di cui uno era solo un “ci vediamo un attimo per darci il libro”– ti ritrovi a parlare di come chiamerete il vostro primo gatto adottato insieme. L’amore tra donne ha spesso il ritmo di un fuoco d’artificio. Si parte in quinta, col bagagliaio pieno di traumi da condividere e la cartina di IKEA già in mano per scegliere la cucina. Il Paradosso della Fretta Sentimentale. Ma il peggio è che ogni volta CI CREDI.

Egizia Mondini
Vivere, diritto o dovere?

Da anni parliamo di autodeterminazione, di libertà di amare, di procreare. Ma c’è un diritto che, in Italia, resta ancora un tabù: quello di morire con dignità. Ne abbiamo parlato con la filosofa e bioeticista Chiara Lalli. In questa conversazione, l’attivismo diventa linguaggio preciso, radicale, necessario. Perché il dolore non si gestisce con i divieti. E la libertà vale solo se include anche il diritto di scegliere la fine. La battaglia per il fine vita non è una questione etica: è il termometro di una democrazia che vuole dirsi adulta.

Alessandro Bentivegna
Carroll Gardens Pride edition: finché destra non ci separi

A dieci anni dalla sentenza Obergefell v. Hodges, che legalizzò il matrimonio tra persone dello stesso sesso negli Stati Uniti, la comunità LGBTQIA+ scopre che l’amore vince. Ma a volte serve anche un avvocato costituzionalista. Perché Obergefell ci ha insegnato che i diritti si conquistano, sì — ma soprattutto si difendono. E questo vale ovunque. Gli Stati Uniti oggi garantiscono più diritti alle persone queer rispetto all’Italia, è vero. Ma anche qui questi diritti non sono scolpiti nella pietra. A New York come a Roma, si lotta per esistere, per amare, per essere riconosciuti come cittadini a pieno titolo.

Egizia Mondini
Rainbow Eggs: il Pride si serve anche al cucchiaio

Anche la cucina può essere un manifesto e parlare di identità, libertà e inclusione. E’ quello che ha fatto chef Barbara Agosti, fondatrice e anima del Ristorante Eggs di Roma e Milano, ideando Rainbow Eggs, un dessert arcobaleno creato per il Pride Month. Un progetto gastronomico e un gesto concreto per ricordare che la cucina può farsi anche espressione di valori, come ci racconta in questa intervista.

Mario Colamarino
Perché il Roma Pride quest’anno è fuorilegge

Fuorilegge non è solo il tema del RomaPride 2025, è una diagnosi politica. E’ la legge stessa ad aver infranto la promessa democratica di uguaglianza, protezione e libertà per tutt3. La Rainbow Map di ILGA-Europe ci posiziona al 35° posto su 49 paesi europei, fotografia di un’Italia ormai allo sbando sul fronte dei diritti LGBTQIA+. E quando si vive in un Paese pervaso da questo clima di odio, far parte della nostra comunità significa essere esclus3, ignorat3 e non protett3 dalla legge. Rivendicare il diritto di manifestare, di scendere in piazza, di mostrare il proprio corpo e far sentire la propria voce non è un vezzo o un gesto di esibizionismo, è sopravvivenza politica, è un atto di ribellione e di resistenza.

Alessandro Michetti
Carolina Morace: nel calcio, attaccante. Per i diritti, in difesa 

Ha segnato il calcio italiano dentro e fuori dal campo. Prima giocatrice dichiaratamente lesbica, prima donna a guidare una squadra maschile, icona dello sport e ora europarlamentare, è in prima linea per i diritti. Il 28 giugno sarà a Budapest per sostenere il Pride, ufficialmente vietato dal governo ungherese. L’abbiamo intervistata alla vigilia della partenza, tra politica, visibilità e desiderio di un’Europa (e un’Italia) che non lasci indietro nessuno.

Yuri Guaiana
Fuorilegge e fuori controllo: la nuova ondata globale di repressione anti-LGBTQIA+

Un Pride vietato in Ungheria, una legge repressiva in Mali, un corpo spezzato in un fiume colombiano, una sentenza crudele nei Caraibi: sono tutte facce della stessa strategia. Criminalizzati, repressi, uccisi. Dai Caraibi all’Africa occidentale, passando per l’Europa dell’Est, i diritti delle persone LGBTQIA+ sono sotto attacco.
Dietro questa ondata globale di odio non ci sono solo governi autoritari, ma vere e proprie reti transnazionali che esportano repressione e censura.
Un’inchiesta che attraversa tre continenti e smaschera la strategia globale per cancellare l’esistenza queer. Se oggi essere LGBTQIA+ è ancora un crimine in 66 paesi, allora la nostra lotta è tutt’altro che finita.

Alessandro Michetti
Genitori fuorilegge intergalattici

Da padri a criminali universali. Con la Legge Varchi, in Italia, la gestazione per altri è diventata reato ovunque nel mondo, paragonata a crimini come il genocidio. Padri fuorilegge, appunto. Ne parliamo con Cristiano Giraldi, papà di due figli e membro del direttivo di di Famiglie Arcobaleno, che racconta cosa significa crescere una famiglia sotto attacco legislativo e culturale. Una testimonianza potente di amore, resistenza e diritti negati.

Egizia Mondini
Editoriale – Fuori dalla legge. Dentro la storia

Essere fuorilegge è diventata una condizione civile. È l’atto semplice ma radicale di esistere quando la legge si rifiuta di nominarci. È vivere con fierezza in una realtà che la politica ignora. Ma è anche – e forse soprattutto – un atto poetico: costruire linguaggio dove c’è censura, comunità dove c’è isolamento, affetto dove c’è odio. Siamo fuorilegge perché lo Stato non sa ancora scrivere leggi che parlino di noi. Ma sappiamo farlo noi: con le parole, con i gesti, con le piazze.

jkr terf
Sara Tamisari
Cara JK Rowling, o JK TERF, grazie, ma no grazie

J.K. Rowling è la mamma di un ragazzino, anzi di un intero mondo, un mondo meraviglioso che abbiamo amato, e ancora amiamo alla follia. Ma come tutte le mamme, anche lei commette errori. Anche se lei ci è andata giù pesante. Sì proprio lei che aveva aperto le menti di così tantə bambinə, che aveva creato personagge femminili tanto indipendenti, lei che ha cresciuto una, due, tre generazioni. Dal 2018, di misfatti, J.K. Rowling ne ha fatti parecchi. Allora ci domandiamo: è possibile separare l’opera dall’autrice? La seconda puntata di Galassia Clandestina è dedicata a questo argomento “scottante”, nel senso che ci brucia forte: possiamo continuare ad amare Harry Potter senza pensare alle posizioni della sua autrice?

Coordinamento Roma Pride
Il Manifesto politico del Roma Pride 2025

FUORILEGGE non è solo uno slogan. È la realtà che viviamo ogni giorno. Dal diritto alla genitorialità alla libertà di essere se stessə, dal riconoscimento delle famiglie al rifiuto della violenza di genere: il Manifesto del Roma Pride 2025 è una dichiarazione di resistenza collettiva. Se ancora non lo avete fatto, leggetelo qui. Perché se essere fuorilegge significa esistere con dignità, allora lo siamo tuttə.

Alessandro Bentivegna
Forever Young? Cronache (semiserie) della vecchiaia queer nella città che non invecchia mai

Per molti gay, il corpo non è mai stato solo carne: è stato passaporto, armatura, statement politico. Ma cosa succede quando comincia a cedere? Quando gli addominali diventano un ricordo annebbiato e i contorni del viso iniziano una silenziosa ribellione? New York è la città del futuro. Ma, per quanto corra avanti, pare dimenticarsi regolarmente una piccola verità: che il futuro, se tutto va bene, invecchia. Male, se sei gay. In una cultura che ci vuole perennemente “ready for the weekend”, essere vecchi e visibili è un atto poetico. E anche politico. Una nuova, tagliente, puntata della rubrica del nostro corrispondente da New York.

Emiliano Metalli
Pleuteri, Lidi e le dinamiche di coppia a teatro

“I ragazzi che si amano si baciano in piedi contro le porte della notte”, scrive Prévert. È questa l’immagine evocata da “Come nei giorni migliori” di Diego Pleuteri, in scena al Teatro India con regia di Leonardo Lidi, accolto da un tutto esaurito. L’esistenza, l’amore, le difficoltà, le aspettative, il sesso, il desiderio. Il tutto raccontato con naturalezza, senza enfasi sull’omosessualità, che è solo una delle variabili, non la principale. Una performance eccellente: il corpo parla prima della parola, ogni gesto è carico di senso, ogni passaggio è una variazione emotiva.

Extra-complicate
Lesbodrammi – Episodio 4: cercavi uno sguardo, hai trovato un rituale tribale (ovvero come flirtare quando lei è accompagnata da sacerdotesse del sarcasmo saffico)

Esiste una categoria umana precisa, che si manifesta soprattutto nei circoli lesbo: la cricca saffica affiatata, inossidabile, vagamente intimidatoria. Individuate singolarmente, sono dolci ed educate, ma in gruppo, cambiano. In gruppo diventano un’energia nuova: sarcastica, velocissima, tipo sitcom. Dove tu sei l’unica senza copione. Cercavi uno sguardo, e trovi una comunità, un ecosistema.

Alessandro Bentivegna
Cronache da Carroll Gardens: considerazioni sulla danza contemporanea, giovani artistə trans, la nobile woke culture e il dolce alla fine

Woke, ma non troppo. Una serata di danza nel Queens accende una riflessione più ampia su cosa significhi oggi “essere woke” in un tempo in cui la parola è diventata etichetta divisiva, tra slogan ideologici e parodie reazionarie. Cosa resta, davvero, della cultura dell’inclusione quando si libera dalla rigidità del linguaggio e torna ad abitare i gesti, la cura, l’ascolto? Forse, come ricorda Jane Fonda, “woke” significa solo preoccuparsi degli altri. E farlo bene.

Emiliano Metalli
Due donne per sei vite fuori dall’ordinario: D’Abbraccio e Kustermann al Teatro Vascello

Sei donne. Sei serate. Sei storie che hanno lasciato il segno. Al Teatro Vascello di Roma, due grandi interpreti — Mariangela D’Abbraccio e Manuela Kustermann — danno voce a Camille Claudel, Marie Curie, Marilyn Monroe, Maria Montessori, Eleonora Duse e Billie Holiday. Con testi firmati da Dacia Maraini, Maurizio De Giovanni, Sandra Petrignani (e altri), questo ciclo di spettacoli è un viaggio potente nella vita di sei icone femminili tra arte, scienza, teatro e resistenza. Ogni sera una donna diversa. Una storia da ascoltare, sentire, vivere. “Una voce per ogni anima che ha cambiato il mondo.”

Egizia Mondini
25 anni di cultura drag in Italia

“Drag Italia” è un volume che racconta la storia della cultura drag italiana. Un libro-manifesto che attraversa storia, clubbing, memoria, militanza e che racconta figure iconiche dalle esagerate acconciature e dalle pungenti battute. Un prezioso lavoro di ricerca che dà conto di come lustrini, paillettes e tacchi vertiginosi siano una vera forma di espressione politica. Drag non è un costume. È consapevolezza, arte, resistenza. Ne abbiamo parlato con l’autore, Stefano Mastropaolo.

Extra-complicate
LesboDrammi – Episodio 3: la Sacra Trinità lesbica. Tu, lei e la sua ex

Una dinamica che esiste da sempre nella cultura lesbica. Una di quelle costanti che si tramandano di generazione in generazione, come le poesie di Saffo o le cassette di The L Word. Nel nuovo episodio di LesboDramma parliamo di una peculiarità del mondo delle relazioni al femminile: l’ex che resta. L’ex che non scompare. Che diventa “migliore amica” e, spesso, che non se n’è mai andata davvero. E voi siete team “amiche mai” o “armonia a tutti i costi”?

Silvia staff Dyke March
La prima Dyke March della storia italiana è a Roma

Dal 23 al 26 aprile 2025 Roma ospita per la prima volta la Conferenza Lesbica Europea (EL*C) e la prima Dykemarch italiana: un evento storico, politico e rivoluzionario nel cuore della capitale. In un momento segnato da attacchi ai diritti LGBTQIA+, questa iniziativa è un grido di resistenza, visibilità e orgoglio lesbico. Ce ne parla una delle organizzatrici.

Porpora Marcasciano
Dagli Stati Uniti all’Italia: cresce la stretta sui diritti delle persone trans

“Sono appena tornata da un’America in cui anche le biblioteche sussurrano. Le parole non scorrono più libere nei corridoi delle università: si spiano, si annotano, si correggono. Gli studenti, soprattutto quelli queer o stranieri, vivono in apnea, temendo una deportazione mascherata da burocrazia. E mentre mi arrivano le prime notizie dalla Florida – patenti strappate alla verità delle persone trans – scopro che anche l’Italia vuole “schedare” i corpi non conformi. Non è un inciampo. È una strategia. E noi siamo ancora troppo silenzios*”. Porpora Marcasciano, Presidente onoraria del Movimento Identità Trans (MIT), ci racconta il suo rientro in Italia.

Alessandro Bentivegna
Cronache da Carroll Gardens: appunti sotto le volte del Met, su famiglie e diritti per tuttə

Cosa unisce due famiglie gay, un croissant decente a Central Park e la memoria dei sarcofagi egizi? In questa nuova puntata, Alessandro Bentivegna ci accompagna tra le sale del Met, tra tessere museali, brunch sospesi e domande scomode sulla democrazia. Perché i diritti civili, come i musei, sono spazi da abitare. Una riflessione in punta di penna sull’identità, i privilegi e il rischio (serissimo) di diventare progressisti solo nel proprio quartiere. Seconda puntata di Cronache da Carroll Gardens. Solo su Aut.

Davide Ferraro
L’odore che resta

Amori, cortili e dittature interiori: il romanzo di Giuliano Brenna racconta Lisbona, ma soprattutto Mattia. Orfano precoce, amante silenzioso, uomo in cerca di sé e di un futuro che non sa ancora se gli appartiene. In una città attraversata da storia e rivoluzione, tra odori che conservano la memoria e legami che sanno di salvezza, Brenna ci consegna un racconto struggente e potente sull’identità, il desiderio e la possibilità di rinascere. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Emiliano Metalli
Ferdinando/Cirillo: per chi desidera immergersi nelle sfumature dell’animo umano

Nel panorama del teatro italiano del secondo Novecento, pochi autori hanno saputo intrecciare con tanta audacia il tema del desiderio sessuale con un gioco linguistico che contrappone tradizione e contemporaneità. “Ferdinando” di Annibale Ruccello è un vero capolavoro di drammaturgia che esplora i temi del desiderio sessuale e del suo potere sull’altro. In scena al Teatro India.

Emiliano Metalli
“La pulce nell’orecchio” di Carmelo Rifici al Teatro Vascello: un vaudeville in chiave contemporanea

Dal 28 marzo al 6 aprile 2025, il Teatro Vascello di Roma ospita “La pulce nell’orecchio”, il celebre vaudeville di Georges Feydeau in una nuova versione diretta da Carmelo Rifici. Il teatro, come la letteratura e il cinema, si conferma uno spazio di resistenza culturale, capace di dare voce a chi spesso viene messo a tacere. Su Aut vi segnaliamo, raccontiamo e consigliamo tutti quegli spettacoli da non perdere.

Extra-complicate
LesboDrammi – Episodio 2: il paradosso della “tranquilla”, ovvero, il lupo vestito da agnello

Quante volte restiamo in situazioni tossiche solo per il bisogno di provare a noi stesse di poter “gestire” l’altro? Quante volte ci convinciamo che se resistiamo abbastanza, se dimostriamo il nostro valore, la persona davanti a noi smetterà di essere una sfida e diventerà un porto sicuro? L’amore è un labirinto pieno di false uscite. Ogni tanto ci fermiamo, guardiamo indietro e ci chiediamo come abbiamo fatto a perderci di nuovo. Forse il segreto non è trovare la via d’uscita, ma imparare a riconoscere i segnali d’allarme prima di entrare. Eccovi il nuovo episodio della rubrica Lesbodramma.

Sara Tamisari
Galassia Clandestina: il genere è necessario?

Benvenutə su Galassia Clandestina, la nuova rubrica di Aut che accende il cervello e apre mondi. Qui si parla di tutto: queerness, film, serie tv, libri, manga, anime, videogiochi e marketing. Uno spazio di dialogo, per chi cerca connessioni fuori dalle orbite mainstream, dove sentirsi al sicuro nel condividere anche ciò che è personale, senza censura. Se è un safe space quello che cercavate, avete trovato il vostro pianeta.

Alessandro Bentivegna
Cronache da Carroll Gardens: appunti sul successo, i cani e l’America di Trump

Benvenuti a New York, dove il sogno americano si misura in metri quadri e saldo disponibile. Alessandro Bentivegna racconta la sua nuova vita nella Grande Mela, tra brunch progressisti e realtà ben più spietate. Una coppia gay, due cagnoline e una domanda scomoda: quanto vale davvero una vita umana, oggi? Un nuovo appuntamento imperdibile, e in esclusiva su Aut, per chi ama punti di vista pungenti e storie senza filtri. Seguite “Cronache da Carroll Gardens” e scopriamo l’America raccontata da chi la sta vivendo da dentro.

Extra-complicate
LesboDrammi – Episodio 1: l’eterno ritorno dell’etero-curiosa

Una nuova rubrica, nata tra i corridoi del Mieli e approdata qui per raccontare, ridere e ironizzare su una delle caratteristiche più frequenti della comunità lesbica: i drammi amorosi che solo le donne tra loro riescono a creare. Nasce quindi su Aut: LesboDramma, rubrica ironica, tragicomica e spaventosamente realistica sulle liturgie amorose tra ragazze. A firmarla è il collettivo delle Extra-complicate che, attraverso il loro spazio, ci raccontano, con autoironia e un pizzico di cinismo, il caos sentimentale, i déjà vu amorosi e quelle piccole grandi nevrosi che ogni donna queer conosce bene. Non perdetevi nemmeno un episodio. Eccovi il pilota.

Luca Ragazzi
La lettera T nel cinema

Per troppo tempo il cinema ha parlato delle persone trans senza lasciarle parlare davvero, riducendole a inganni, tragedie o mostri. Da The Rocky Horror Picture Show, che ha scardinato il genere con ironia, fino a Emilia Perez, dove identità e destino si riscrivono, il cinema inizia a restituire alle persone trans il diritto di essere protagoniste. Non è solo rappresentazione, è riscrittura dell’immaginario. Ecco i film che hanno segnato questo viaggio.

Andrea Amadio @LibriconFragole
5 libri sull’essere transgender

Le parole creano ponti, non barriere. Per questo vi consigliamo 5 libri che raccontano l’essere transgender con profondità e autenticità. Dalla letteratura classica ai graphic novel, storie di transizione, identità e resistenza. Perché leggere significa anche comprendere. A fare questa “classifica” non poteva che essere lui: Andrea Amadio, ovvero @Libriconfragole, il più brillante book influencer in circolazione. “In un mondo dove i vari governi cercano di annullare i dibattiti sulla questione dei corpi e delle persone transgender, voglio continuare a combattere e lottare con le armi che so usare meglio: i libri”.

Emiliano Metalli
“Erodiade” di Testori: il grido del desiderio al Teatro Vascello

Nella poetica di Giovanni Testori, il corpo e la parola si fondono in un grido lacerante, una lingua slabbrata e reinventata, che in “Erodiade” diventa l’urlo di un’identità che sfugge a ogni definizione. In scena a Roma.

Emiliano Metalli
“Ho paura torero” al Teatro Argentina: quando l’attore diventa Resistenza

Il teatro, come la letteratura e il cinema, si conferma uno spazio di resistenza culturale, capace di dare voce a chi spesso viene messo a tacere. Su Aut vi segnaliamo, raccontiamo e consigliamo tutti quegli spettacoli da non perdere.

Egizia Mondini
Editoriale – The T Word

Aut torna con un monografico sulla comunità trans e una nuova sezione aggiornata con rubriche, attualità, storie e approfondimenti dal mondo LGBTQIA+. Questo mese, accendiamo i riflettori su “The T Word” e sulla nuova sezione Aut Now.

Ignazio Billera
L’ombra di Trump: perché riguarda tuttə noi

Dagli attacchi alle persone transgender alla censura del linguaggio: le politiche di Trump minacciano i diritti LGBTQIA+ e potrebbero avere ripercussioni anche in Europa. Anzi, hanno già iniziato. 

Giorgio Umberto Bozzo
In ricordo di Ivan Teobaldelli

Scrittore, poeta, critico d’arte, è stato fondatore, editore e direttore di «Babilonia», la prima rivista di cultura omosessuale in Italia pensata per un pubblico generalista, fondata nel 1982. Aveva 76 anni. Questa è l’ultima intervista concessa a Giorgio Umberto Bozzo, con cui vogliamo rendergli omaggio e riconoscergli il ruolo che merita nella storia della cultura LGBTQIA+ italiana.

Antonia Caruso
Ma è davvero solo colpa di Trump?

Dalla paura del complotto alla caccia alle streghe: come la transfobia si alimenta attraverso la cultura del sospetto e della paranoia collettiva. Una voce un po’ fuori dal coro. O no?

Karma B
Quell* che al Pride non ci vogliono andare secondo le KarmaB

Il Pride è inclusività, comprensione e difesa strenue della libertà individuale, anche quella di non partecipare al Pride. Ma chi sono quelli che al Pride non ci vanno o non ci vogliono andare? Abbiamo chiesto alle Karma B di interpretare per noi questo concetto attraverso la loro scintillante creatività.  

Egizia Mondini
L’editoriale – GenderAzioni: 30 anni di pride

Com’è cambiato il pride negli ultimi 30 anni? È possibile che il suo significato politico, culturale e sociale si sia modificato? In meglio? In peggio? Con GENDERAZIONI abbiamo voluto mettere in prospettiva il percorso che la comunità LGBTQIA ha fatto dal primo Pride del 1994. È l’occasione per riflettere su come il significato del Pride sia cambiato nel corso degli ultimi tre decenni. E per ripercorrere le diverse istanze evolute in base al contesto storico.

Egizia Mondini
Annalisa, la Queen del pop che conquista tutt*

L’artista italiana più ascoltata su Spotify, prima italiana nella top 100 globale di Billboard, è la madrina del RomaPride 2024. L’abbiamo intervistata alla vigilia della manifestazione. 

Loredane M. Tshilombo
Pride: ieri, oggi, domani

Nel corso di 30 anni il pride in Italia ha attraversato diverse fasi. Come è cambiato negli anni, come è percepito diversamente dalle generazioni, nei propositi, negli obiettivi, nei racconti e soprattutto in un’ottica intersezionale? Una prospettiva personale e politica di una militante cresciuta insieme e in mezzo ai cortei.

Santiago Olivares
L’ispirazione di SakoAsko per il RomaPride

Santiago Olivares, meglio conosciuto come SakoAsko, è l’artista che ha realizzato l’illustrazione-manifesto del RomaPride 2024. Gli abbiamo chiesto di di raccontarci cosa lo ha ispirato per realizzarla.

Luca Ragazzi
40 anni di pride attraverso il cinema

Abbiamo fatto passi da gigante da quel ’94 del primo Pride italiano e il cinema e la televisione, da sempre specchio della società, lo hanno saputo raccontare bene. Anzi, talvolta, è lecito pensare che abbiano aiutato il dibattito, mostrando quantomeno modelli diversi da quelli veicolati dalle barzellette e nel migliore dei casi, traghettando il paese verso il progresso. Ripercorriamo insieme i film più significativi per la comunità.

Chiara Sfregola
Le unioni civili ci hanno regalato l’illusione di essere un Paese normale

Le istanze dei Pride dal 1994 a oggi sono cambiate? E come si sono evolute? Un dato è certo: volevamo una legge contro l’omolesbotransfobia e non l’abbiamo. Sono passati 8 anni dall’approvazione delle unioni civili e del matrimonio egualitario nemmeno l’ombra. Si sta avverando la profezia paventata da Famiglie Arcobaleno all’epoca, e cioè che questa legge “contentino”, incompleta a causa dello stralcio della stepchild adoption, non sarebbe stata toccata per 10 anni. Poi dicono che i Pride non servono più…

Isa Borrelli
Nostra è la rabbia

Il primo Pride fu rivolta. E mai come oggi in Italia e nel mondo lottiamo per la sopravvivenza. Viviamo sotto un governo fascista che perseguita le persone trans* e nonbinarie, le coppie omogenitoriali e lesbiche, che picchia studenti, ostacola il diritto all’aborto, nega una casa e un salario minimo a una popolazione sempre più povera, ma soprattutto è complice di un genocidio che osserviamo sempre più assopiti dagli smartphone. E’ tempo di riprendenderci spazi, luoghi e potere di parola.

Alessandro Michetti
Scie luminose queer al METEORE Fest 2024

Quest’anno non dovremo aspettare la notte di San Lorenzo per vedere delle meteore attraversare il cielo, basterà puntare il nostro sguardo verso gli spazi di Roma Smistamento fino al 15 giugno e di BASE Milano dal 21 al 29 giugno. A sprigionare l’energia detonatrice queer sarà il METEORE Fest – Lo spazio è queer. Ne parliamo con Carlo Settimio Battisti, Nicola Brucoli e Federico Sacco di TWM Factory.

Valeria Scancarello
La genZ incontra Dario Bellezza

“Bellezza, addio” è il titolo del documentario ideato da Massimiliano Palmese e diretto insieme a Carmen Giardina. Si tratta di un omaggio alla figura di Dario Bellezza, il celebre poeta romano, amico di Pasolini, Moravia, Morante, una delle voci più intense e originali della poesia italiana contemporanea. Ci siamo chiesti: quanti giovani oggi lo conoscono? Per questo abbiamo affidato a una delle nostre giovani penne l’intervista a Massimiliano Palmese. Quello che state per leggere è l’incontro tra le nuove generazioni e Beltà.

Sciltian Gastaldi
Fra pischell* e “scarti” 

Come cambiano i giovani di oggi rispetto a quelli di ieri. Fra errori, imprecisioni, ideologie e voglia di cercare un senso. Tre prospettive raccontate da student* del liceo e una panoramica offerta dal loro professore.

Paolo Notarticola
Il presente e il futuro visto dagli student*. Battaglie di oggi e obiettivi di domani

Le manganellate a Pisa. Il decreto ecovandali. I tagli all’istruzione. Segnali forti di assenza totale di politiche concrete a sostegno dei giovani. In questo contesto, le manifestazioni studentesche rappresentano non solo un mezzo per esprimere dissenso, ma anche un’opportunità di partecipazione attiva alla vita democratica del Paese. 
Un’appassionata analisi in prima persona delle sfide che si trovano a fronteggiare l* giovani. Con granitica determinazione.

Andrea Collins Amadio
Libri young adult, per adolescenti e non solo

La letteratura young adult è un genere per giovani adulti, ossia quella nicchia di adolescenti che va dai 14 ai 19 anni, troppo grande per le storie da bambini, ma ancora acerbo per un Michel Houellebecq o un Carrère. Hanno per protagonisti teenager da poco maggiorenni che affrontano i dilemmi tipici dell’adolescenza La realtà, però, è che il genere viene spesso letto maggiormente da chi i 20 li ha superati anche da alcuni anni. I maggior fruitori infatti sono persone di 40 anni. Forse perché la letteratura non ha mai età, come le emozioni. 

Sara Innamorati
La grammatica del conformismo nella scuola e nelle università italiane

Quanto è difficile riuscire a trovare una propria identità e una propria verità in un contesto di estremo conformismo, studiando su libri di testo scritti perlopiù da uomini eterosessuali e cis-gender? Continuare a insegnare con un sistema binario limita studentesse e studenti nella loro consapevolezza identitaria. La grammatica del conformismo spiegata da chi la vive sui banchi di scuola.

Camilla Rugolotto
Il modello transfemminista per rendere la scuola un posto sicuro

Per raggiungere un modello di scuola inclusiva servono strumenti per riconoscere, combattere e prevenire dinamiche di prevaricazione e violenza di genere insite in abitudini, gesti e parole di matrice patriarcale di cui siamo inconsapevoli. Abbiamo chiesto a Rete degli Studenti Medi, associazione fatta da student3 delle scuole superiori, di raccontarci la scuola italiana da chi vive quelle aule e quei corridoi ogni giorno.

Nicolas Pasantes
Come rendere la scuola uno spazio aperto a tutti i corpi e le identità?

La scuola italiana deve fare i conti con un problema di omobilesbotransfobia e, per quanto carriere alias e bagni genderless siano un primo passo per diminuire il minority stress che le persone lgbtqia+ soffrono quotidianamente anche dentro le mura scolastiche, bisogna fare molto di più. A dircelo, questa volta non sono i dati, ma loro: l3 student3. Abbiamo chiesto infatti a Rete degli Studenti Medi, associazione fatta da student3 delle scuole superiori, di raccontarci la scuola italiana da chi vive quelle aule e quei corridoi ogni giorno.

Nicola Brucoli e Ulderico Sconci
Roma, una puntata alla volta

Si dice sempre che c’è uno scollamento tra i giovani e la politica. Che la gen Z pensa solo ai social e a diventare famos*. Noi invece vi raccontiamo un’altra realtà. Quella dei tant* ragazzi e ragazze roman*, i pischelli appunto, impegnati e interessati alla politica. E lo facciamo attraverso gli autori di Roma Capita, un podacast che racconta una capitale piena di associazioni e comitati dal basso, di iniziative e centri culturali indipendenti formati da giovanissim* e che fa le pulci agli amministratori. Altro che i balletti di TikTok.

Emiliano Metalli
Pischellə teatrali e non: qualche esempio e un po’ di storia

Nel mondo del teatro e dello spettacolo sono tant* i giovani e le giovani artist* che hanno conquistato passo dopo passo spazi di creatività, influenzando sottili mutamenti sociali. Da Sarah Bernhardt a Greta Garbo, da Marlene Dietrich a Judy Garland, da Mario Mieli fino ai giovan* autori di oggi. Artist* che hanno saputo scavare nel tema identitario cercando di rinnovare lo spessore, il volume e il carattere di ogni scelta di autodeterminazione, impiegando linguaggi trasversali. 

Chiara Tesei
Quel (poco) che ho capito sull3 piskell3

Non può esistere più lotta queer senza quella transfemminista, antirazzista, per il clima e per qualunque istanza non rispetti la vita, umana e non. Le nuove menti affrontano le loro battaglie con creatività. Hanno i mezzi e sanno come usarli. Conoscono le parole per comunicare ciò che sentono. E se per quello che sentono la parola non esiste, nessun problema: la creano. Ecco come sono l3 pischell3 attivist3 della gen Z, visti da Chiara Tesei, referente del Gruppo Giovani del Mario Mieli. 

Sciltian Gastaldi
HIV, 40 anni senza vaccino

La scoperta del virus dell’immunodeficienza acquisita umana (Hiv) compie in questi giorni 40 anni, 23 aprile 1984, ed è un compleanno davvero triste, perché a oggi non esiste ancora un vaccino e le prospettive future non sembrano promettere nulla di buono. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Caterina Fimiani, medico specialista in Allergologia e Immunologia clinica presso il Policlinico Umberto I di Roma.

Egizia Mondini
L’editoriale – Pischell*

La parola a chi è adolescente, studente, nativodigitale, alle giovani menti, alle generazioni Zeta e Alfa. Del resto sono da sempre ciclicamente loro il motore del loro tempo. Questo AUT lascia la parola (e la tastiera) ai pischell*.

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