
MUTA non parla soltanto di corpi. Parla del momento esatto in cui un corpo prova a sottrarsi alla narrazione che altri hanno costruito su di lui. In un tempo in cui l’immagine sembra precedere l’esistenza, in cui ogni volto viene catturato, commentato, classificato, corretto e restituito a una logica di consumo visivo, il progetto fotografico di Ivana Noto introduce una sospensione necessaria. Non chiede al corpo di spiegarsi, non lo costringe a sedurre, non lo organizza dentro una posa riconoscibile. Gli restituisce la possibilità più difficile: essere presente prima di essere interpretato. È forse qui che il lavoro trova il suo punto più politico. Ogni corpo arriva davanti all’obiettivo già attraversato da parole, giudizi, diagnosi sociali, aspettative estetiche, ruoli familiari, stereotipi di genere, ferite visibili e invisibili. Lo sguardo degli altri, nel tempo, può diventare una seconda pelle: definisce, corregge, mutila, pretende di sapere. MUTA interviene proprio lì, in quel punto di attrito tra ciò che un corpo è e ciò che il mondo ha deciso di vedere in esso.
Nato nel 2025 da un’urgenza personale e progressivamente trasformato in un lavoro collettivo sul corpo, sull’identità e sulla rappresentazione, MUTA costruisce un archivio umano fatto di storie, età, esperienze, vulnerabilità, trasformazioni e attraversamenti diversi. Le persone ritratte entrano nello stesso spazio, davanti allo stesso dispositivo visivo, in una condizione essenziale che elimina gran parte dei codici attraverso cui siamo abituati a leggere gli altri: contesto, abito, ruolo sociale, ambiente, scenografia. Resta il corpo. Ma non il corpo come oggetto di osservazione. Il corpo come presenza.
La stoffa bianca, elemento ricorrente del progetto, non funziona come costume né come censura. È una soglia. Può coprire, rivelare, proteggere, diventare gesto, riparo, linguaggio, scelta. La sua forza sta proprio nell’ambiguità: non impone una lettura, non stabilisce una distanza fissa tra nudità e pudore, esposizione e difesa, intimità e immagine. Ogni persona decide cosa mostrare, cosa trattenere, come abitare lo spazio davanti alla fotografia. Nessuna posa. Nessuna aspettativa. Nessuna correzione.
Il gesto di Ivana Noto non è dunque quello di produrre una nuova narrazione sul corpo, ma di sospendere le narrazioni imposte. La fotografia diventa uno spazio di restituzione, non di appropriazione. Restituire al corpo la sua verità significa permettergli di esistere senza dover confermare un racconto già scritto: non il corpo malato, non il corpo desiderabile, non il corpo conforme, non il corpo eccezionale, non il corpo da spiegare, ma il corpo come presenza irriducibile. Una presenza che non chiede di essere tradotta per diventare legittima. In questo senso, MUTA è profondamente femminista e transfemminista. Non perché si limiti a raccontare alcuni corpi esclusi dalla rappresentazione dominante, ma perché mette in crisi il principio stesso secondo cui il corpo debba essere autorizzato da uno sguardo esterno. Il transfemminismo, in questo caso, non è una cornice aggiunta al progetto per renderlo più attuale, ma la sua struttura profonda: rifiuta la gerarchia tra corpi legittimi e corpi tollerati, tra corpi leggibili e corpi disturbanti, tra identità considerate piene e identità trattate come eccezione. Non chiede di includere qualcuno dentro uno spazio già deciso da altri. Prova a modificare lo spazio stesso. Questa è una distinzione essenziale. Molti discorsi pubblici sulla rappresentazione continuano a ragionare in termini di concessione: dare spazio, dare voce, dare visibilità. Ma chi dà, da quale posizione parla? Chi stabilisce il perimetro entro cui un corpo può finalmente apparire? MUTA non sembra interessato a questa logica verticale. Non mette i corpi “al centro” per trasformarli in casi esemplari, non li convoca come prove di apertura, non chiede loro di farsi simbolo per essere accettati. Li lascia accadere. Ed è proprio questo, forse, il suo gesto più radicale.
La frase che attraversa il progetto, “Che tu sia chi vuoi essere. Che tu sia al sicuro”, contiene la sua dichiarazione più limpida. Identità e sicurezza vengono poste una accanto all’altra, come due condizioni inseparabili. Non basta poter essere visibili se quella visibilità si trasforma immediatamente in esposizione al giudizio, alla violenza, alla riduzione. Non basta mostrarsi se il mondo continua a pretendere che quel mostrarsi sia una prova da superare. Sentirsi al sicuro, in MUTA, non significa essere protetti da uno sguardo paternalistico, ma poter abitare il proprio corpo senza doverlo giustificare. È una sicurezza politica, affettiva, relazionale. Uno spazio in cui la vulnerabilità non viene consumata come spettacolo, ma riconosciuta come forma di presenza. Anche per questo il concetto di spazio sicuro, dentro MUTA, non va inteso come formula rassicurante. Uno spazio sicuro non è uno spazio privo di conflitto, né un ambiente sterilizzato dove tutto deve apparire pacificato. È piuttosto un luogo in cui la complessità può emergere senza essere punita. Dove un corpo segnato, trasformato, mutilato fisicamente, emotivamente, socialmente o simbolicamente non viene ridotto al proprio trauma. Dove una persona trans, una donna, una persona non conforme, una persona malata, anziana, disabile, vulnerabile o semplicemente stanca di essere letta attraverso uno sguardo imposto può apparire senza essere immediatamente ricondotta a un racconto già scritto.
Il lavoro di Ivana Noto si muove precisamente su questa linea sottile: trasformare la fotografia in luogo di incontro, non di cattura. La sua ricerca, già concentrata sulla figura femminile, sul corpo e sull’identità, trova in MUTA una forma più ampia e collettiva. Noto non costruisce un catalogo di differenze, ma una costellazione di presenze. Le immagini, realizzate con coerenza visiva e rigore formale, non cercano l’eccezionalità del soggetto, non trasformano la differenza in ornamento, non spettacolarizzano la fragilità. Al contrario, insistono su una domanda più scomoda: cosa accade quando un corpo viene guardato senza essere immediatamente tradotto in ruolo, desiderio, giudizio o categoria?
La scelta di lavorare su ritratti a grandezza naturale amplifica questo interrogativo. Il progetto espositivo prevede circa duecento fotografie, in un percorso immersivo che trasforma lo spazio della mostra in un ambiente di vicinanza, ascolto e responsabilità dello sguardo. Il pubblico non è chiamato semplicemente a osservare dei corpi, ma a interrogare il proprio modo di guardarli. È un passaggio decisivo, perché sposta il centro della questione: non sono i corpi a dover essere spiegati, ma lo sguardo a dover essere messo in discussione. MUTA non chiede “chi sono queste persone?”, ma “che cosa stiamo facendo quando le guardiamo?”.
Il progetto coinvolge artiste, attiviste, professioniste della salute, scrittrici, giornaliste, persone comuni, associazioni e realtà impegnate sui temi del corpo, dell’autodeterminazione e della rappresentazione. Tra le presenze già attraversate da MUTA compaiono nomi come Greta Scarano, Valeria Solarino, Carla Antonelli, Azzurra Rinaldi, Chiara Sfregola, Valentina Farinaccio, Pegah Moshirpour, Bianca Hirata di Donnexstrada, oltre a realtà come Donne X Strada, Il Cuore Scoperto, Ingeneri e C’è Tempo ODV. Questa pluralità non costruisce una galleria di testimonial, ma un campo di relazioni. Il progetto non usa i volti per legittimarsi: li convoca dentro un discorso comune, in cui la presenza individuale diventa parte di una domanda collettiva.
C’è un aspetto particolarmente forte in MUTA: la capacità di tenere insieme intimità e dimensione pubblica. Ogni fotografia sembra nascere da una relazione privata tra chi guarda e chi viene fotografatə, ma il risultato non resta chiuso nell’intimità dello studio. Diventa immagine condivisa, possibilità di confronto, materia politica. In questo passaggio la fotografia smette di essere soltanto testimonianza e diventa dispositivo di trasformazione. Non perché cambi magicamente il mondo, ma perché rende visibile il punto in cui il mondo esercita il proprio potere sui corpi.
È anche per questo che MUTA dialoga in modo naturale con Roma Pride 2026. Non come semplice progetto artistico accostato a una cornice militante, ma come pratica visiva capace di interrogare alcune delle questioni più urgenti delle comunità LGBTQIA+ e transfemministe: il diritto all’autodeterminazione, la possibilità di essere vistə senza essere consumatə, la necessità di costruire spazi sicuri che non siano nicchie separate dal mondo, ma laboratori di convivenza possibile. La fotografia, in questo senso, non è un gesto neutro. Ogni immagine partecipa alla costruzione dell’immaginario sociale, e ogni immaginario decide quali corpi possono esistere senza paura.
MUTA è ancora un progetto aperto, in crescita, attraversato da nuovi incontri e nuove adesioni. La futura mostra, prevista al Mattatoio di Roma, e il possibile sviluppo editoriale non saranno soltanto esiti di un lavoro fotografico, ma forme diverse di un medesimo gesto: restituire ai corpi uno spazio in cui non debbano essere corretti per essere guardati. Non un archivio chiuso, dunque, ma un organismo in movimento. Un lavoro che continua a mutare insieme alle persone che accoglie, alle storie che incontra, alle domande che genera.
Forse il punto più radicale del progetto è proprio questo. MUTA non promette di liberarci dallo sguardo degli altri, perché nessun corpo esiste fuori dalla relazione. Ma prova a immaginare un altro patto dello sguardo: meno predatorio, meno disciplinante, meno affamato di definizioni. Uno sguardo capace di sostare senza possedere. Di riconoscere senza addomesticare. Di accogliere senza pretendere gratitudine.
In un’epoca in cui la visibilità è spesso scambiata per libertà, MUTA ricorda che essere vistənon basta. Bisogna poter scegliere come esserlo. Bisogna poter costruire il proprio margine di opacità, la propria distanza, la propria esposizione. Bisogna poter dire: questo corpo non è un’immagine da correggere, non è un racconto da semplificare, non è una prova da superare. È una presenza. È una storia. È un luogo politico. MUTA non vuole rendere i corpi più leggibili. Vuole renderli finalmente non espropriati. Non sostituisce una narrazione sbagliata con una narrazione più gentile, ma apre un varco in cui il corpo possa sottrarsi alla fame interpretativa del mondo. La sua verità non è una confessione, non è una didascalia, non è un’identità da archiviare. È una presenza che accade. E che, proprio perché accade, obbliga chi guarda a cambiare posizione. Ed è, prima di tutto, uno spazio che deve poter essere sicuro.

Incontriamo la fotografa Ivana Noto per attraversare un progetto che, su Aut, non può non essere raccontato.
MUTA sembra nascere da una domanda radicale: come restituire al corpo la sua verità, liberandolo dalle narrazioni che gli altri hanno costruito su di esso. Quando hai capito che questo sarebbe diventato il centro del progetto?
Non credo di averlo capito in un momento preciso. Credo di averlo vissuto prima ancora di riuscire a nominarlo. MUTA nasce da un’esperienza molto personale, un cancro al seno e dal modo in cui quella esperienza ha trasformato il mio rapporto con il mio corpo. Quando attraversi una malattia, soprattutto quando coinvolge il corpo in modo così profondo, ti accorgi di quanto facilmente il corpo possa smettere di essere percepito come il luogo in cui vivi e diventare invece qualcosa che viene osservato, analizzato, giudicato. A un certo punto il tuo corpo non sembra più appartenerti del tutto: è una diagnosi, una cartella clinica, un insieme di immagini, qualcosa su cui tutti sembrano avere il diritto di dire qualcosa. C’erano gli sguardi dei medici, quelli delle persone che mi volevano bene, quelli di chi provava pietà, quelli di chi cercava rassicurazione. Ognuno vedeva qualcosa, ma quasi nessuno vedeva semplicemente me.Mentre cercavo di ricostruire quel rapporto con me stessa, ho capito però una cosa fondamentale: la malattia non era l’unica forma possibile di espropriazione del corpo. Era la forma che avevo attraversato io, ma non era l’unica. Succede continuamente. Succede alle donne, alle persone trans, alle persone disabili, ai corpi anziani, ai corpi grassi, ai corpi definiti dalla norma non conformi, ai corpi segnati da una cicatrice, ma anche a quelli che semplicemente non corrispondono alle aspettative degli altri. È come se il mondo avesse sempre bisogno di dare un significato ai nostri corpi prima ancora di incontrarci. All’inizio pensavo che MUTA parlasse del mio corpo. Poi, fotografia dopo fotografia, ho capito che stava parlando di qualcosa di molto più grande. Ogni persona che entrava nella mia casa portava con sé una storia diversa, ma la domanda era sempre la stessa: chi saremmo se nessuno ci dicesse chi dovremmo essere? Da quel momento il progetto ha smesso di essere autobiografico ed è diventato collettivo. Oggi ciò che mi interessa è creare le condizioni perché ogni corpo possa raccontarsi, o anche scegliere di non raccontarsi affatto. Credo che la libertà inizi proprio lì.
Ogni persona ritratta sceglie cosa mostrare, cosa coprire e come stare davanti all’obiettivo. Quanto è importante, per te, che la fotografia non interpreti il corpo, ma gli restituisca uno spazio di autodeterminazione?
Per me quella scelta è tutto. Se togliessi la libertà di decidere come stare davanti alla macchina fotografica, MUTA perderebbe il suo senso. Viviamo in un mondo che ci dice continuamente come dovremmo apparire. Ci insegna come sederci, come sorridere, quanto del nostro corpo mostrare, cosa nascondere, cosa correggere. Anche quando pensiamo di scegliere liberamente, spesso stiamo semplicemente rispondendo a un’immagine che qualcun altro ha costruito prima di noi. Io volevo creare il contrario. Per questo, quando una persona arriva in MUTA, non le dico quasi mai come mettersi. Le spiego il progetto, le racconto perché esiste quella stoffa bianca e poi lascio che sia lei a trovare il proprio modo di abitarla. C’è chi si copre completamente, chi la usa come una protezione, chi la lascia cadere, chi ci gioca, chi la stringe fortissimo. Non esiste un gesto giusto. Esiste il gesto necessario per quella persona, in quel momento. Quella stoffa non serve a coprire la nudità. Serve a restituire una possibilità di scelta. È un oggetto estremamente semplice, ma diventa ogni volta qualcosa di diverso perché è la persona a dargli un significato. Può essere una barriera, una carezza, una casa, un peso, una liberazione. Con il tempo ho capito che questa libertà riguarda anche il modo in cui guardiamo alle motivazioni per cui una persona sceglie di entrare in MUTA. All’inizio mi interrogavo molto. C’erano persone che arrivavano con storie di malattia, di trasformazione, di lotta, di attraversamenti profondi. C’erano persone che portavano con sé ferite visibili o invisibili. Ma c’erano anche persone che arrivavano con un desiderio apparentemente più semplice: quello di vedersi, di riconoscersi in un’immagine. Per un momento mi sono chiesta se tutte queste motivazioni avessero lo stesso valore. Poi ho capito che stavo rischiando di fare proprio ciò che MUTA prova a mettere in discussione: attribuire un valore diverso ai corpi e alle ragioni con cui si presentano davanti a noi. MUTA non chiede alle persone di avere una ferita, una storia eccezionale o una battaglia da raccontare per poter abitare quello spazio. Non chiede a nessuno di rappresentare una categoria o di diventare il simbolo di qualcosa. MUTA invita ad autodeterminarsi. La domanda per me non è quanto una motivazione sia visibile agli altri o quanto possa sembrare importante dall’esterno. La domanda è: quella persona sta scegliendo davvero come stare davanti allo sguardo? Sta entrando in relazione con il proprio corpo in un modo che le appartiene? Anche il desiderio di piacersi, di riconoscersi in un’immagine che ci appartiene, può essere una forma di autodeterminazione, se nasce da una scelta personale e non dall’obbligo di aderire a un modello imposto. L’autodeterminazione non sta nella motivazione che io, da fuori, considero più nobile. Sta nella libertà della scelta. Anche nei dettagli ho cercato di essere coerente con questo principio. Se una persona sente che una collana, un anello, degli orecchini o un altro elemento fanno parte del proprio modo di stare nel mondo, non voglio essere io a cancellarlo in nome di un’estetica. Sarebbe un paradosso: chiedere libertà e allo stesso tempo imporre un’immagine. Credo che il mio compito come fotografa non sia interpretare il corpo di chi ho davanti. Non voglio dimostrare una tesi attraverso le persone. Voglio costruire uno spazio in cui possano esistere senza sentirsi obbligate a rappresentare qualcosa. In quel momento la fotografia smette di essere un atto di appropriazione e diventa una relazione. Io continuo ad avere una responsabilità enorme, perché sono sempre io a premere il pulsante, ma cerco di farlo dopo aver lasciato alla persona tutto lo spazio possibile per riconoscersi dentro quell’immagine. Forse è questo che intendo quando parlo di autodeterminazione: non la libertà di essere guardati, ma la possibilità di appartenere a sé stessi anche nel momento in cui si sceglie di essere guardati.
Nel progetto ritorna continuamente il tema dello sguardo. Ma qui lo sguardo non sembra chiamato a capire, quanto piuttosto a disarmarsi. Che cosa deve perdere chi guarda per poter incontrare davvero un corpo?
Credo che chi guarda debba perdere, prima di tutto, la convinzione di sapere già chi ha davanti. Siamo abituati a leggere i corpi in modo istantaneo. In pochi secondi attribuiamo un’età, un genere, un carattere, un vissuto. Pensiamo di vedere una persona, ma molto spesso stiamo vedendo le categorie che abbiamo imparato a usare. Abbiamo la tendenza a far coincidere il corpo con l’intera identità di una persona. È un meccanismo che pesa soprattutto sui corpi che vengono percepiti come non conformi, perché spesso vengono ridotti proprio a ciò che li rende diversi, ma in realtà riguarda tutti: il corpo diventa la prima cosa attraverso cui crediamo di poter sapere chi è qualcuno. MUTA prova a interrompere questo automatismo. Per questo le persone vengono fotografate nello stesso spazio, con la stessa luce, senza il contesto che normalmente ci aiuta a costruire una storia. Non perché le loro storie non siano importanti, ma perché vorrei creare un momento in cui sia possibile incontrare una persona prima di ridurla a ciò che il suo corpo sembra raccontare. Uno sguardo disarmato, per me, non è uno sguardo ingenuo. È uno sguardo che rinuncia al possesso. Che accetta di non sapere tutto, di non dover classificare tutto, di lasciare che una parte dell’altro resti irriducibile. MUTA pone delle domande, tra queste ce ne una: “E tu, chi sei ora?”. Non è una domanda rivolta alle persone ritratte, ma a chi attraverserà la mostra o il libro. Dopo aver incontrato tutti quei corpi, la questione non è più soltanto chi siano loro. La domanda diventa: cosa è cambiato nel tuo modo di guardarli? Se MUTA funziona, non cambia i corpi. Cambia la posizione dello spettatore. Lo invita a passare da uno sguardo che definisce a uno sguardo che incontra. Ed è forse lì che la fotografia può diventare un gesto politico: non quando pretende di spiegare il mondo, ma quando riesce a modificare, anche solo per un istante, il modo in cui scegliamo di stare di fronte agli altri.
Definisci MUTA un progetto femminista e transfemminista. In che modo il transfemminismo ti permette di rifiutare l’idea di corpi “da includere” e di pensare invece a uno spazio in cui nessun corpo debba essere autorizzato?
Non sono partita dall’idea di fare un progetto transfemminista. Sono partita da una domanda molto più semplice: come posso creare uno spazio in cui una persona non senta di dover chiedere il permesso per essere sé stessa? Poi, incontro dopo incontro, ho capito che quella domanda aveva una dimensione politica molto più grande di me. Il transfemminismo mi ha aiutata a dare un nome a qualcosa che stavo già cercando di costruire. Mi ha fatto capire che il problema non è chi includiamo, ma chi ha il potere di decidere chi può essere visto, chi può essere riconosciuto e a quali condizioni. La parola “inclusione”, a volte, mi mette un po’ in difficoltà. Perché include sempre qualcuno dentro uno spazio che qualcun altro ha costruito. E allora mi chiedo: chi è che sta includendo? E da quale posizione lo sta facendo? Io non vorrei che MUTA fosse uno spazio che concede visibilità. Vorrei che fosse uno spazio in cui nessuno debba sentirsi un ospite. Per questo il progetto è fatto di persone con storie, identità e corpi molto diversi tra loro, ma non chiede a nessuno di rappresentare una categoria. Nessuno è lì perché deve incarnare una battaglia o dimostrare qualcosa. Ognuno è lì come persona. Credo che questo sia, per me, il significato più profondo del transfemminismo: non costruire una nuova gerarchia di corpi, ma mettere in discussione l’idea stessa che alcuni corpi abbiano bisogno dell’autorizzazione di altri per esistere. MUTA prova a immaginare uno spazio in cui quella autorizzazione non sia più necessaria. Dove il corpo non debba guadagnarsi il diritto di essere guardato, rispettato o riconosciuto. Dove possa semplicemente esserci. Ed è forse questo il cuore politico di MUTA, non decidere chi merita di essere visibile, ma creare le condizioni perché ogni persona possa abitare la propria visibilità secondo i propri tempi, i propri limiti e il proprio desiderio.
La frase “Che tu sia chi vuoi essere. Che tu sia al sicuro” mette insieme identità e protezione. Che cosa significa creare uno spazio sicuro non come rifugio separato dal mondo, ma come luogo in cui il corpo non venga più espropriato dallo sguardo degli altri?
Credo di aver capito, anche attraverso la mia esperienza di malattia e attraverso un lungo percorso di consapevolezza, che autodeterminazione del corpo e sicurezza sono inseparabili. Il concetto espresso nella frase “Che tu sia chi vuoi essere. Che tu sia al sicuro” nasce molto prima di MUTA. Per molto tempo è stato un pensiero, una necessità interiore, un modo di ricordarmi che il mio corpo continuava ad appartenermi anche quando era diventato oggetto di osservazione, valutazione e interpretazione. Solo dopo questo concetto ha trovato una forma nelle parole. Poi ho capito che non riguardava soltanto me. Perché ogni volta che una persona sceglie di essere sé stessa, ogni volta che un corpo si espone, occupa uno spazio, può diventare vulnerabile allo sguardo degli altri. E questo riguarda tutti i corpi, anche se pesa in maniera diversa su quelli che storicamente sono stati giudicati, corretti o esclusi. Per questo, quando parlo di sicurezza, non intendo la possibilità di sottrarsi completamente allo sguardo del mondo. Non possiamo eliminare lo sguardo degli altri, perché siamo esseri in relazione. La sicurezza, per me, significa costruire un confine dentro il quale quello sguardo non abbia il potere di definirci completamente. MUTA nasce proprio da questa consapevolezza: creare uno spazio in cui l’esposizione non diventi espropriazione. Perché mostrarsi non è automaticamente un atto di libertà. Può esserlo, quando quella possibilità appartiene alla persona. Ma può diventare anche una nuova forma di violenza quando qualcun altro decide il significato di quel corpo. La differenza sta nella scelta, nel margine di autodeterminazione, nella possibilità di dire: questo sono io, questo lo mostro, questo lo proteggo. Quando una persona si espone davanti alla macchina fotografica non sta semplicemente mostrando un corpo. Sta affidando una parte della propria vulnerabilità. E questa per me è una responsabilità enorme. Uno spazio sicuro, quindi, non è una promessa di immunità dal mondo. Non è un luogo in cui nessuno potrà mai giudicarci o ferirci. È qualcosa di diverso: è la possibilità di rimanere appartenenti a sé stessi e di non lasciare che lo sguardo degli altri diventi la misura della nostra esistenza.
MUTA è ancora aperto e continua a crescere. Che cosa vorresti dire a una persona che sente il bisogno di riappropriarsi del proprio corpo, ma teme ancora che mostrarsi significhi essere giudicatə, spiegatə o ridottə a una narrazione non sua?
Vorrei dire a quella persona che la paura dello sguardo degli altri è una paura profondamente umana. Quando ci esponiamo, quando scegliamo di mostrarci, sappiamo che esiste la possibilità di essere interpretati, giudicati, ricondotti a qualcosa che non ci appartiene. La verità è che non possiamo controllare completamente lo sguardo degli altri. Non possiamo decidere cosa leggeranno in noi, quali significati attribuiranno al nostro corpo, quale storia costruiranno. Possiamo però lavorare sul rapporto che abbiamo con noi stessi. Credo che un passaggio fondamentale sia imparare ad ascoltarci, a perdonarci, a volerci bene e soprattutto a non essere noi per primi i giudici di noi stessi. Viviamo in una cultura che ci insegna continuamente a correggerci, confrontarci, misurarci. Ci abitua a guardare il nostro corpo attraverso un filtro di mancanze, difetti e aspettative. E spesso lo sguardo più duro che incontriamo è quello che abbiamo imparato a rivolgere verso di noi. Quando iniziamo, anche lentamente, a liberarci da quel giudizio interiore, anche il giudizio degli altri può perdere parte del suo potere. Forse è anche così che impariamo a non giudicare gli altri: riconoscendo la complessità dei nostri stessi corpi, delle nostre paure e delle nostre fragilità. Riappropriarsi del proprio corpo non significa dover dimostrare qualcosa attraverso di esso. Non significa esporsi per essere finalmente accettati o diventare visibili per forza. Significa tornare a sentire che quel corpo ci appartiene e che possiamo scegliere come abitarlo. A volte quella scelta sarà mostrarsi. A volte sarà proteggersi. La libertà non sta nella forma che assume, ma nel fatto che quella decisione appartenga davvero alla persona. MUTA nasce anche da questa consapevolezza: non dobbiamo diventare visibili per dimostrare di essere abbastanza forti, abbastanza coraggiosi o abbastanza guariti. Non dobbiamo trasformare il nostro corpo in una prova da offrire agli altri. Dobbiamo poter scegliere il nostro rapporto con lo sguardo. Perché mostrarsi non significa consegnarsi allo sguardo degli altri. Significa poter scegliere di entrare in quello spazio senza abbandonare se stessi. Forse la vera riappropriazione non è arrivare al punto in cui nessuno ci giudicherà più. Quel momento probabilmente non arriverà mai. È arrivare al punto in cui quel giudizio non avrà più il potere di allontanarci da noi stessi. Ed è forse questa la domanda che MUTA lascia a ciascuno: non soltanto “come mi vedranno gli altri?”, ma “riesco ancora a riconoscermi, anche quando qualcuno mi guarda?”.








































































































