
Ciao Dolly,
doverti scrivere questa lettera è doloroso perché il mondo non perde soltanto una grande artista, ma soprattutto una persona. Non mi va di dire “una grande donna”, perché sembra sempre che dobbiamo sottolinearlo, come se essere donna fosse una categoria accessoria, una specifica da aggiungere dopo.
Tu sei stata molto di più: una presenza capace di attraversare decenni con il sorriso, l’esagerazione, una dose preponderante di Camp estremo e un rapporto con il Kitsch che non era mai inconsapevole. Lo conoscevi, lo esasperavi, lo dominavi.
Capelli impossibili, seno, unghie, strass, tacchi, cristalli, silhouette costruite fino all’eccesso: su di te tutto diventava linguaggio perché eri così sicura di te, così fiera di quell’immagine, da trasformare ciò che per chiunque altrə avrebbe potuto essere una caricatura in un marchio di fabbrica.
Sei stata nostra alleata quando non solo non era scontato esserlo, ma poteva essere difficile, scomodo, perfino rischioso. Hai parlato di AIDS quando ancora troppə preferivano tacere, non hai avuto paura di schierarti in modo sfacciato per i nostri diritti, hai difeso persone gay, lesbiche, trans, hai continuato a ripetere che ognunə dovrebbe poter essere ciò che è e amare chi ama. E lo hai fatto senza costruirti addosso l’immagine artificiale dell’alleata perfetta, senza quell’aria edificante che spesso accompagna chi vuole essere riconosciutə come “dalla parte giusta”. Tu eri semplicemente Dolly.
Le tue battute erano più taglienti del freddo, come direbbe la nostra Rettore. La tua autoironia non permetteva a nessunə di scalfirti perché eri sempre arrivata prima tu. Prima delle battute sul tuo seno, sui capelli, sugli abiti, sull’eccesso, sul cattivo gusto. Ti eri già appropriata di tutto ciò che avrebbe potuto essere usato contro di te, trasformandolo in materiale scenico, in identità, in potere.
Eppure, eri anche il simbolo di un’America che siamo abituatə a considerare cattolica, conservatrice, rurale, quella del country, quella dove la parola di Dio viene prima di tutto. E nessunə ha mai trovato davvero incoerente tutto questo. Forse perché ci hai insegnato cosa può significare essere credenti e laici contemporaneamente: credente per te stessa, laica nei confronti degli altri.
Non hai mai avuto bisogno di rinnegare la tua fede per difendere la libertà altrui, né hai mai usato quella fede come uno strumento per giudicare chi viveva, amava, desiderava o costruiva il proprio corpo in modo diverso dal tuo.
Le tue canzoni sono tante e parlano di amori struggenti, tormentati, infiniti, di povertà, lavoro, desiderio, perdita, dignità, corpi e possibilità di scelta.
Con Jolene, invece di prendere per i capelli la tua rivale, le apri il cuore. Le dici che è bellissima, che basta la sua presenza a mettere in crisi il tuo mondo, ammetti che la tua felicità dipende anche da una sua decisione e le chiedi di non prendersi il tuo uomo soltanto perché può. Non era una resa, non era sottomissione. Era la voce sincera di una donna che alla propria rivale riconosce prima di tutto un potere e poi le chiede di scegliere cosa farne. L’uomo, quasi, scompare. Restate voi due: una donna che guarda l’altra, ne riconosce la bellezza, ne teme la forza, le confessa la propria vulnerabilità senza insultarla, senza distruggerla, senza ridurla a caricatura. Forse è anche per questo che le persone queer ti hanno riconosciuta così presto come una di quelle figure capaci di costruire uno spazio nel quale sentirsi viste. Non perché fossi “una drag queen senza esserlo”, anche se hai sempre dichiarato di essere orgogliosa di essere donna e che, se fossi nata uomo, probabilmente saresti stata una drag queen.
Ammettiamolo: tu avevi globuli bianchi e globuli glitter. Ma il punto era un altro, molto più profondo. Avevi capito che artificio e autenticità non sono opposti. Che ci si può costruire senza mentire. Che una parrucca può essere più sincera di una presunta naturalezza. Che l’identità non è meno vera solo perché viene scelta, elaborata, esagerata, messa in scena. Hai combattuto per il diritto di essere Dolly Parton e forse è proprio per questo che tante persone lgbTqia+ hanno riconosciuto qualcosa di sé nella tua figura. Perché chi ha dovuto lottare per essere vistə come realmente è comprende molto bene la differenza tra travestimento e autorappresentazione. E sei arrivata a trasformare perfino il tuo nome in un luogo reale: Dollywood, parco a tema, impresa, immaginario e monumento pop permanente a quella ragazza del Tennessee che aveva deciso di diventare Dolly Parton.
In Just Because I’m a Woman avevi già messo in discussione il doppio standard sessuale che permetteva agli uomini ciò che alle donne veniva rimproverato. In 9 to 5 hai trasformato la commedia in una delle più perfette rappresentazioni pop dello sfruttamento lavorativo, della subordinazione femminile e di un sistema nel quale qualcunə utilizza il tuo tempo, il tuo lavoro, le tue idee e persino la tua pazienza per costruire il proprio potere.
In Coat of Many Colors avevi raccontato la bambina derisa perché indossava un cappotto cucito con pezzi di stoffa e capace, invece, di vederne il valore proprio perché conteneva qualcosa che glə altrə non riuscivano a comprendere. E con Travelin’ Thru, scritta per Transamerica, hai accompagnato il viaggio di una persona trans che cerca semplicemente di arrivare a sé stessa, senza mai trasformare quella storia in qualcosa di esotico o distante.
E poi il cinema. Con 9 to 5 dividere l’ufficio con Jane Fonda e Lily Tomlin è stata un’epifania contro il perbenismo: Jane, regina dei diritti civili e dell’attivismo politico; Lily, donna lesbica e regina assoluta della comedy; e tu, la bionda apparentemente svampita, quasi il cliché perfetto di una certa femminilità country. E proprio quel cliché sei riuscita a sabotarlo dall’interno, trasformando la caricatura in coscienza, il sorriso in strategia, l’apparente ingenuità in una forma di potere. Anni dopo Jane e Lily si sarebbero ritrovate in Grace and Frankie, quasi a prolungare altrove quella stessa genealogia di donne indocili.
Poi sei stata una delle “Magnolie d’acciaio”, in uno dei grandi drammi corali che hanno traghettato la fine degli anni Ottanta direttamente nell’immaginario dei Novanta. E anche lì il cast sembrava una dichiarazione di guerra all’eteronormatività più rassicurante: Sally Field, madre ferita e furiosa capace di tenere insieme controllo e disperazione; Shirley MacLaine, acida, imprevedibile, magnificamente insofferente alle convenzioni; Olympia Dukakis, elegante, tagliente, depositaria di quella sapienza che sa essere affettuosa senza mai diventare zuccherosa; Daryl Hannah, timida e trattenuta, quasi costretta a negoziare continuamente il proprio posto; Julia Roberts, giovane, luminosa, fragile e ostinata; e tu, Truvy, padrona di quel salone dove i capelli erano una scusa e la conversazione era il vero rito collettivo. Donne diversissime che parlavano, litigavano, ridevano, si sostenevano, si giudicavano e si amavano senza avere bisogno che un uomo diventasse il centro del racconto. E quanto ci hai fatto piangere con quel film.
Poi è arrivata Whitney Houston. Ha preso I Will Always Love You, uno dei tuoi capolavori, e lo ha trasformato per The Bodyguard in una delle più grandi dichiarazioni d’amore della storia del pop. E tu non hai mai mostrato gelosia per quella reinterpretazione gigantesca, anzi: hai riconosciuto che una canzone, quando è davvero grande, può uscire da chi l’ha scritta e vivere in un’altra voce. Arrivasti persino a consegnarle il Grammy. Un passaggio di testimone quasi perfetto, il segno che quella canzone non apparteneva più a un’epoca, ma era diventata eterna. Come eterno sarà il tuo ricordo.
Forse la cosa più Camp di tutte resta sapere che una volta ti sei iscritta in incognito a un concorso per drag queen sosia di Dolly Parton e hai perso. L’originale sconfitta dalle proprie copie. Le drag più Dolly di Dolly. Una parabola praticamente perfetta, perché a quel punto la tua immagine non ti apparteneva più completamente: era diventata un codice, un alfabeto, un corpo collettivo che poteva essere riprodotto, deformato, amplificato.
Dicevi che costava moltissimo sembrare così economica. Dentro quella battuta c’era già un’intera teoria del Camp. Conoscevi perfettamente i codici del buon gusto e decidevi deliberatamente di sabotarne la gerarchia. Non cercavi di sembrare sofisticata secondo le regole degli altri. Avevi costruito le tue.
Country e drag. Bibbia e autodeterminazione. Tennessee e Hollywood. Famiglia e libertà. Povertà e ostentazione. Femminilità tradizionale portata a un livello talmente iperbolico da smettere di essere tradizionale.
Di cose da dire ce ne sarebbero ancora tante e adesso sui social spunteranno interviste, momenti divertenti, apparizioni memorabili, episodi a volte quasi assurdi. Ognunə tirerà fuori la propria Dolly, perché eri diventata talmente grande da permettere a ciascunə di riconoscere una parte diversa di te.
Io, per salutarti, voglio ricordare anche una cosa che sono certo avresti apprezzato: oltre ad avere un gran paio di tette, avevi anche un bel culo. Lo dicevi tu stessa, perché effettivamente quel seno così prorompente finiva per rubargli un po’ la scena. E sono certo che avresti sorriso anche di fronte a questo ricordo, perché prima che qualcunə potesse trasformare il tuo corpo in una battuta, eri già stata tu a trasformarlo in linguaggio.
Il Camp ha perso un’Ambassador enorme, come dite voi in America, e tuttə noi un’amica fedele, sincera, esageratamente straordinaria.
Ciao Dolly.








































































































