
Quando leggo che bisognerebbe dare meno visibilità al Generale, rimango davvero senza parole. Parliamo di qualcuno che vuole ripristinare il cosiddetto “patriarcato mediterraneo”; introdurre fasce orarie contro la visibilità lgbTqia+ in televisione; abolire le unioni civili; imporre un certificato C1 ai genitori dei bambini stranieri o a chi chiede di diventare cittadino italiano; restringere il diritto all’aborto; ricondurre i corpi a un binarismo obbligatorio che cancella l’esistenza stessa delle identità trans. Qualcuno che sa perfettamente che cosa significhi “femminicidio”, ma sceglie di negarlo per poter rincarare la dose inventando provocazioni come l’“immigraticidio”.
Quelle idee non vanno oscurate sperando che scompaiano. Vanno contestate, smontate e spiegate. Senza birignao, senza eufemismi e senza la paura di risultare impopolari. Molte entrano apertamente in collisione con i principi della nostra Costituzione, con i diritti fondamentali e con obblighi internazionali che chi studia queste materie conosce certamente meglio di me. Altre sembrano oggi impraticabili. Ma quel “sembrano” ormai mi inquieta.
Perché quelle idee stanno già facendo breccia nella testa di persone che, se dovessero sostenere lo stesso esame richiesto agli altri, quel C1 d’italiano probabilmente se lo sognerebbero. E sono molte più di quanto immaginiamo. Tra loro ci sono anche giovani ai quali si sta facendo credere che la Resistenza, il Ventennio e la storia che ha condotto alla nascita della Repubblica siano soltanto una versione faziosa scritta dai comunisti. Il pericolo non è necessariamente immediato. È la venatura che compare nel vetro: all’inizio sembra sottile, quasi insignificante. Poi si allarga, si ramifica e, alla fine, il vetro esplode.
Lo vediamo quando ci esaltiamo davanti ai borseggiatori marchiati con la vernice e ripresi per produrre video, oppure picchiati in nome di una presunta giustizia popolare. Non sto difendendo chi ruba: io stesso ho subito sia un furto sia un’aggressione. Ma riesco ancora a distinguere un reato dal linciaggio e la giustizia dalla vendetta spettacolarizzata. Ci stiamo anestetizzando alla violenza. Non riusciamo più ad avere un confronto senza trasformarlo in uno scontro.
Il “bau bau” di una parlamentare non è una goliardata. È il segnale di chi abbiamo messo a decidere per noi. Così come sono un segnale le incoerenze di chi strillava quando rappresentava una piccola opposizione e, una volta arrivato al potere, ha continuato a crescere proprio grazie a quello stesso linguaggio.
Mi terrorizza l’idea che mio nipote possa crescere in un Paese nel quale, al posto dell’educazione sessuo-affettiva, gli venga proposta quella militare perché “tempra” e forma uomini capaci di difendere le donne. Difenderle da chi? Dai “giganti buoni”? Da quelli dei quali, dopo l’ennesimo femminicidio, qualcuno dice che erano tanto bravi, tanto educati, tanto innamorati da non poter accettare di perderle? Le donne non hanno bisogno di uomini addestrati a proteggerle. Hanno bisogno di uomini educati a riconoscerne la libertà.
Abbiamo paura dei Paesi governati da regimi teocratici e poi approviamo o invochiamo leggi fondate sui valori di una morale religiosa, come se in Italia esistesse una sola religione e un solo modo legittimo di vivere.
E mi chiedo perché non riempiamo le piazze contro queste derive. Perché consideriamo folklore politico andare a mangiare un panino con la porchetta durante una festa musulmana gridando: “Non mi diranno mai che cosa posso mangiare”. Come se la cucina ebraico-romanesca – parte meravigliosa della storia di Roma – non escludesse il maiale per motivi religiosi e non prevedesse regole che qualcuno potrebbe altrettanto superficialmente definire “limitazioni”. Ma questa non è una crociata a favore o contro l’Islam. È il bisogno urgente di risvegliare un Paese che si nutre di personaggi di dubbio gusto, diventati celebri trasformando l’ignoranza, il disprezzo delle regole sociali e talvolta persino delle leggi in un manifesto da offrire ai propri seguaci.
No, le idee del Generale non vanno prese a ridere. Non basta dire che sono irrealizzabili. Ormai ho paura persino di affidarmi alla certezza che non possano diventarlo. Vanno contestate. Smontate. Spiegate. Combattute politicamente. E il fatto che persino dentro la nostra comunità alcune di quelle idee comincino a sembrare quasi accettabili – perché almeno lui promette di cacciare i nostri presunti e pericolosissimi nemici, quelli che vorrebbero limitarci la libertà – dimostra quanto la propaganda abbia già attecchito. Si accetta di essere indicati come il problema pur di vedere colpito qualcun altro. Si tollera un programma che vorrebbe cancellare i nostri diritti perché ci promette che, prima di noi, cancellerà quelli di chi ci è stato indicato come nemico. È così che funziona la propaganda: non ti chiede subito di rinunciare alla tua libertà. Prima ti convince che quella degli altri sia una minaccia.








































































































