
La morte consapevole e pianificata, all’unisono, di Alice ed Ellen Kessler, che pone fine a un’esistenza e a una carriera formidabili, arriva un lunedì pomeriggio novembrino come un flash di cronaca nera che sa di fake news, quasi una deviazione dagli aggiornamenti da Garlasco.
Appena saputo così della loro misteriosa (nelle prime due ore) morte, l’unico appiglio alla “nera” della loro carriera è la partecipazione in un formidabile episodio del 2011 “Das Dorf” del tedeschissimo “Tatort”, dove ballavano “Sag mir quando quando, sag mir wann” (lo trovare sul tubo) ma erano solo un’allucinazione del commissario. Poi, appena si è compreso che non è una scena di un delitto degna di Derrick o, appunto, “Tatort”, parte dei media italiani ignorano volutamente le motivazioni della loro scelta del fine vita, così drasticamente intima, ma ampiamente annunciata nelle ultime interviste. Se vogliamo, l’ultimo atto di una censura cominciata appena misero piede in uno studio televisivo italiano, nel gennaio 1961.
Il quadretto del loro lontano successo televisivo, però non si incrina, ma si espande di una lezione morale per una consapevolezza che è ancora tabù, come tanti sono stati i tabù che hanno infranto. Altro che soffitto di cristallo.
Le due sorelle originarie di Lipsia, nate il 20 agosto del ’36, stesso giorno in cui nasceva a Milano un’altra stella dell’arte coreutica, Carla Fracci, hanno avuto una vita intrecciata alla storia. Talmente gocce d’acqua che la mamma per distinguerle legava due nastrini al braccino, uno rosso per Ellen e uno azzurro per Alice. Nate sotto il Terzo Reich, hanno vissuto la guerra dalla parte dei vinti e si sono ritrovate nel dopoguerra nella parte della Germania dominata dai Sovietici, vivendo un’ulteriore povertà, da cui fuggono con l’amato padre, l’ingegnere meccanico Paul, seguite a breve distanza dalla madre Elsa.
E’ il 1954: l’Europa occidentale sta riprendendo quota e le due sorelle diciottenni si esibiscono al Palladium di Dusseldorf, ma data la loro unicità fisica -175 cm di altezza per 50 chili, bionde e sottili come il personaggio di Lilli, la mascotte della rivista Bild e sulla quale verrà ricalcata qualche anno dopo l’americanissima Barbie- entrano nel corpo di ballo del Lido di Parigi, le mitologiche “Blue bell”, dirette dal “sergente di ferro”, la signora Margaret Kelly. Nel ’61 sono 124 le Bluebell, suddivise in cinque corpi di ballo tra Europa e America. Alice ed Ellen non sono solo ballerine, ma incidono dischi in patria, tanto da rappresentare la Germania all’Eurovision Song Contest del 1959, arrivando ottave. E poi partecipano anche ad alcuni film musicali… uno di questi, Le gemelle dello Zillertal, lo vidi una volta in TV ed era sconvolgente da quanto fosse kitsch: le protagoniste non sono loro, ma una coppia di altre gemelle, le sorelle Gunther.
Di tutta questa carriera estera, ne sappiamo poco, perché le due, come Venere dalle acque, spuntano agli occhi dell’Italia tramite le telecamere dirette da Antonello Falqui nel pomposo eppure moderno varietà “Giardino d’Inverno”, in onda sull’unico canale Rai da sabato 21 gennaio ’61. Per averle, Falqui e il produttore Guido Sacerdote, si prendono anche dodici bluebell. E’ diventata leggenda tutta la trattativa con la dirigenza Rai sui danari delle calze che devono indossare, talmente spesse che è più corretto parlare di calzamaglie.
In mezzo a loro compare il coreografo della trasmissione, Don Lurio, un “folletto” americano che sta inventando, con Paul Steffen e Gino Landi, un tipo di danza adatta ai teleschermi, fatta di gesti e di movimenti frontali che meglio tracciano gli spazi televisivi. Alice ed Ellen, con Don Lurio, inventano coreografie “narrative” molto divertenti, come un mambo dove sono vestiti uguali, maglietta bianca e pantaloni neri. Nella rigida televisione dell’epoca, il ballerino è una presenza curiosa, un po’ asessuale, con qualche segno, agli occhi più maliziosi, di una certa ambiguità. Il povero Paul Steffen, in quei mesi, si deve pure difendere dalle accuse saltate fuori dalla indagini a Brescia per i cosidetti Balletti verdi, il primo “scandalo” a sfondo omosessuale dell’Italia del dopoguerra a riempire le pagine dei giornali.
Falqui e Sacerdote richiamano le gemelle e Don Lurio per il proseguo autunnale di “Giardino d’inverno”, “Studio 1”, che inizia il 21 ottobre dello stesso 1961 e vede il debutto come soubrette televisiva della cantante del momento, la 21enne Mina.
Sigla di Studio Uno è “Da da un pa” (scritto staccato), emblema di un’epoca da molti rimpianta, utilizzata negli anni ’80 da Raitre per riempire pomeriggi a base di teche, per me ragazzino nato con la TV a colori scoperta di un mondo magico da studiare con una certa ossessione negli anni universitari.
In piena “dolce vita”, Ellen si fidanza con il viscontiano (nel senso, della crew di Luchino Visconti) attore Umberto Orsini, viene spesso fotografata in giro per Roma. Un altro attore viscontiano, Corrado Pani, conosce, al bar di via Teulada, Mina e hanno una storia, concepiscono un figlio fuori dal matrimonio e lo scandalo è grande. Mina resta fuori dai teleschermi per un anno e mezzo.
Anche Alice ed Ellen due si prendono un po’ di pausa dalla Rai, ma fanno una breve apparizione nel kolossal di Falqui & Sacerdote, “Biblioteca di Studio Uno”, otto parodie in forma di musical di otto grandi romanzi con il quartetto Cetra.
L’ottava puntata, trasmessa il 18 aprile ’64, è dedicata all’Odissea di Omero. Ed è un’Odissea anche la registrazione del brano perché il protrarsi di un’agitazione sindacale riduce i tempi di studio. Le Kessler, contrattualizzate per tre giorni per interpretare le Sirene, provarono e registrarono solo una volta, a mezzanotte meno dieci dell’ultimo giorno di contratto, per poi correre a Fiumicino e prendere un aereo per Parigi. Splendide e talentuose, questo pezzo realizzato (come tutta la serie) sul sinc del playback ha un testo semplicemente geniale scritto dall’autore Dino Verde Gemelle Kessler le sirene siamo noi:
Ehi (fischio) Marinaio, dove vai, se per caso non lo sai, le sirene siamo noi Ehi (fischio)
Ehi (fischio) Noi facciamo il nave stop, con un pizzico di strip, e lo stile da pin up Ehi (fischio)
Mentre a casa Penelope fila e rifila la tela, noi balliamo balliamo balliamo cantiamo nel mar
E tu cali tu cali tu cali tu cali la vela, marinaio, per guardar
L’odissea è il nostro show, siam del mare le soubrette, con le pinne per paillettes Ehi (fischio)
Procuriamo ai turisti ritardi perfin decennali, e facciamo perciò fin da ora concorrenza sleal
Ai ritardi che un giorno faranno i servizi postali… SIAM FATAL, MAI PUNTUAL!
Di Nettuno, Nettuno, Nettuno, noi siam le vallette, precorrendo di qualche millennio le donne di Mike, come loro noi siamo bravissime, siamo perfette, recitiam e balliam
Noi trattiamo solo eroi, condottieri, semidei. Le sirene siamo noi!
Un anno dopo, discendono dal soffitto del Teatro Delle Vittorie su una piattaforma luminosa e tutte impellicciate con un bustino di paillettes e calze sempre più sottili per aprire l’edizione 1965 di Studio Uno sulle note de “La notte è piccola (per noi)”, altra sigla rimasta impressa nella memoria.
Come rimangono impressi i numeri di danza e canto, tra cui una versione del Ragazzo di Ipanema dove contemplano un muscoloso ballerino. Oppure il loro ballo del “Letkiss”, che si ascolta anche nel cult “Io la conoscevo bene” con la splendida Stefania Sandrelli, che racconta la storia di una ragazza che si perde nei meandri dello spettacolo e della vita.
Il re della commedia all’italiana, Alberto Sordi, le vuole a fianco nell’episodio Guglielmo il dentone del film I complessi, tutto girato dentro la Rai per raccontare un concorso per un posto da speaker del Telegiornale. In quel ’65 loro incarnano il desiderio del maschio alfa italico, che vuole due donne uguali e possibilmente nordiche, e nel film rappresentano una sorta di “bonus aziendale”. Uno degli appellativi più perfidi glielo affibbiò Ennio Flaiano “quattro gambe e un cervello”, ma le due sorelle sono tutt’altro che sciocche.
Nel ’66 tornano a Studio Uno con una sigla oggi dimenticata “Su su giù giù”, titolo che è tutto un programma. Nell’ultima puntata ballano con Sordi, dopo essere stato ospite di Mina, portandolo addirittura fuori dallo studio in braccio, in un numero che ripeteranno nel’84. Nel ’67 vengono chiamate da Garinei e Giovannini in un musical costruito ad hoc per loro, Viola violino e viola d’amore dove sono un doppio femminile che ammalia il Maschio, Enrico Maria Salerno. Il Sessantotto le vede lontane dall’Italia ma tornano nella primavera ’69 per realizzare, con Falqui e Sacerdote, un special che viene bloccato per gli scioperi in Rai. Per ricompensarle, le inseriscono nel cast di “Canzonissima”, una gara canora abbinata alla lotteria di Capodanno, la più importante dell’anno, ancor più di Sanremo. L’estate 1969 è quella della conquista della Luna e lo scenografo pensa di rivestire il Teatro Delle Vittorie di oltre due milioni di specchietti. Alice ed Ellen si presentano con una incredibile acconciatura gonfia e dei sontuosissimi pigiami palazzo. Ma tutta questa lucentezza, settimana dopo settimana, si opacizza con le notizie che arrivano da fuori “Canzonissima”, scioperi e manifestazioni che verrà definito “l’autunno caldo”, con scontri, anche mortali” tra polizia e manifestanti. In Rai si pensa di sessualizzare le eleganti e sincronizzate “gemelline”, come venivano vezzosamente chiamate dai co-conduttori Raimondo Vianello e Johnny Dorelli: il costumista Corrado Colabucci viene invitato a “spogliarle”, facendogli scoprire il proibitissimo ombelico per ballare “Mas Que Nada” nell’ottava puntata del 16 novembre, un anno prima di Raffaella Carrà. Ma è solo un palliativo: le bombe fasciste di venerdì 12 dicembre, che causano a Milano, alla Banca nazionale dell’Agricoltura in piazza Fontana, 17 morti e 90 feriti, bloccano “Canzonissima” e sono la fine dell’età dell’innocenza d’Italia e l’inizio della “strategia della tensione” e degli “anni di piombo”.
Alice ed Ellen Kessler diventano subito “obsolete” nei Settanta, la TV italiana con Raffaella Carrà e Sabina Ciuffini sembra aver trovato nuovi modelli femminili, più ragazzine in minigonna e meno balletti in sincronia. Però girano il mondo e ogni tanto tornano da noi come ospiti d’onore, come a “Teatro 10” e soprattutto a “Milleluci” nel 1974, ultimo spettacolo di Antonello Falqui con la sua musa Mina, trasmissione-mostre per omaggi e presenze prestigiose, ma flagellata dalla cosiddetta “Austerity”, i tagli alle spese energetiche volute dal governo.
Una trasmissione che celebra i generi dello spettacolo, dall’avanspettacolo al cabaret, e festeggia i 50 anni della Radio italiana e i 20 della TV. Giocoforza, Alice ed Ellen compaiono in questa puntata, discendendo come a Studio Uno ’65 da una piattaforma luminosa, ma cantando una canzone dai toni alquanto sensuali, dove le due promettono ai telespettatori maschi, qualcosa in più delle “solite” gambe, perché altrimenti “si avvera il sogno femminista, la donna va avanti e l’uomo indietro”. Subito dopo, compiono un quartetto con Mina e Raffaella Carrà sulla stessa linea: “So quel che sempre piacerà al gran pubblico maschile”. Per Mina le braccia, per Raffaella caschetto e ombelico, per Alice ed Ellen… le gambe. Otto mesi dopo quell’esibizione, eccole comparire in edicola in uno storico numero (gennaio 1975) di Playboy, fotografate “senza veli” da Angelo Frontoni. I tempi cambiano e loro si adeguano. Ma la svolta sexy dura giusto quelle poche pagine a colori, accompagnate da un testo evocativo di Antonio Amurri, noto autore e scrittore umoristico.
Dagli anni ’80 in poi, non c’è evocazione televisiva dei decenni della TV che si fa sempre più colorata e commerciale che non le veda in prima fila.
Le ricordo ad Al Paradise con il fido Antonello Falqui, a Fantastico e a “Domenica In”, ospiti del coetaneo Pippo Baudo, oppure a Pronto..Raffaella! ospiti nel salotto della Carrà.

Intanto, nelle mie perenigrazioni di studente di Scienze della comunicazione, trovo in una libreria dell’usato un buffo libro del 1984 firmato da loro, “Ricettario” di bellezza’, pubblicato in piena Jane -Fonda-Aerobic-phisical-Era; dove le Nostre si propongono in una personale versione gemellare del fitness, ma corredato di uno splendido album di foto della loro carriera.
Nel 1996, sessantenni, danno alle stampe, ma solo in Germania, la loro autobiografia “Eins und Eins ist eins”, uno più uno uguale uno. Quasi un contro-omaggio alla battuta di Ennio Flaiano. Un libro che ricevo in regalo e che per leggerlo ho preso pure qualche lezione di tedesco, ma che viene snocciolato per una settimana di fila da Paolo Limiti che le intervista nel suo salotto televisivo, dove le due parlano non solo della carriera, ma anche di amori difficili -spesso per uomini gay- derivanti dall’aver assistito alle violenze del padre alcolista nei confronti della loro madre. E si rivela anche la loro convivenza nella stessa villetta con due ingressi indipendenti. Unite e indipendenti, come il migliore dei matrimoni.
Mi capita di conoscerle la sera del 50esimo della TV italiana, il 3 gennaio 2004. Lavoro dietro le quinte della serata in diretta televisiva condotto da Pippo Baudo, in scaletta devono rifare un quartetto, ma al posto di Mina e Raffaella Carrà, ci sono Lorella Cuccarini ed Heather Parisi. Simpaticissime eppure formali, mi accontentano con una foto e un paio di dediche ai miei reperti recuperati nella mia biblioteca. Parliamo un po’ di Falqui e Don Lurio, che ebbi modo di conoscere, e mi congedarono con un “adesso andiamo a casa a bere una buona birra tedesca!”, frase che sapeva di leggero e simpatico perculamento. Ho tentato di intervistarle in anni più recenti, ma senza successo. Dopo l’ultima apparizione nel 2021 a Domenica In hanno sempre detto no alla Rai, ma ci sta.
Proprio la sera del loro trapasso che ha lasciato tutti senza parole – prima di loro, solo Raffaella Carrà ha lasciato lo stesso sentimento di sconcerto- si è tenuto al teatro Ghione una serata d’onore per Antonello Falqui nel Centenario della sua nascita, avvenuto il 6 novembre, organizzato dall’Associazione che porta il suo nome. Un caso? Probabile. Erano state invitate ma avevano declinato l’invito. Il perché abbiano deciso una data come il 17 novembre resta un mistero. Un mistero che chiude una vita luminosa, cominciata in tempi oscuri, e finita con un esempio di coraggio.








































































































