
C’è stato un tempo, neppure così lontano, in cui lo Stato pretendeva di decidere se una donna potesse interrompere una gravidanza, che il matrimonio fosse praticamente indissolubile e che la morale cattolica entrasse nelle leggi dalla porta principale. Un tempo in cui molte delle libertà che oggi consideriamo acquisite erano ancora materia da tribunale, confessionale o clandestinità. In quell’Italia Emma Bonino non ha semplicemente fatto politica. Ha contribuito a cambiare il significato stesso della parola libertà. Forse è da qui che bisognerebbe ripartire per raccontarla oggi. Non dagli incarichi, dai ministeri, dall’Europa, dalle candidature, dalla lunga sequenza di sigle che accompagna inevitabilmente chi attraversa mezzo secolo di storia pubblica. Ma da un’idea molto più radicale, nel senso letterale del termine.
La libertà individuale ha un corpo. Un corpo che può restare incinta. Che può desiderare. Che può rifiutare. Che può ammalarsi. Che può scegliere di costruire una famiglia diversa da quella prevista. Che può sottrarsi a una morale imposta. Che può decidere come vivere e rivendicare una parola persino sul proprio morire. Un corpo che, soprattutto, non dovrebbe appartenere allo Stato, alla Chiesa, al marito, al medico, al partito o alla maggioranza.
Quando negli anni Settanta Emma Bonino entra nel Partito Radicale, l’aborto clandestino non è una metafora politica. È una realtà materiale fatta di donne, paura, soldi, ferri, viaggi all’estero, corpi feriti e talvolta morti. Bonino partecipa all’attività del CISA, il Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto, si autodenuncia e viene arrestata. Non chiede semplicemente che una legge cambi: infrange pubblicamente quella esistente per mostrarne la violenza. È disobbedienza civile prima che la disobbedienza diventasse posa, slogan o fotografia da pubblicare sui social. Ed è soprattutto una donna che decide di prestare il proprio corpo e la propria voce a tutte quelle donne che una voce non ce l’avevano, o che potevano usarla soltanto sottovoce.
Bonino non parlava delle donne dall’esterno. Parlava con loro e per loro, quando pronunciare la parola aborto significava ancora parlare di clandestinità, vergogna, paura. E qui la sua caratura umana e politica diventa inseparabile dalla battaglia, perché i diritti civili, per lei e per quella cultura radicale, non sono mai stati un elegante capitolo di programma elettorale. Erano vite.
La cultura radicale italiana nasce anche così: prendendo ciò che il potere vorrebbe relegare nella sfera privata, intima, vergognosa, indicibile, trascinandolo con forza nello spazio pubblico. Il divorzio. L’aborto. La contraccezione. L’obiezione di coscienza. La sessualità. Le carceri. Le droghe. La libertà scientifica. La fame nel mondo. La pena di morte. L’eutanasia. I diritti delle minoranze. Non tutte queste battaglie appartengono personalmente a Emma Bonino e sarebbe sbagliato costruire intorno a lei un santino laico. La battaglia per il divorzio, per esempio, precede il suo ingresso nel Partito Radicale. Ma Bonino entra in quella genealogia politica, la attraversa, la amplia e ne diventa uno dei corpi più riconoscibili. E proprio la parola **corpo** conta.
Per decenni la politica italiana ha parlato dei corpi senza ascoltarli. Il corpo della donna da proteggere, controllare, moralizzare. Il corpo omosessuale da nascondere. Il corpo trans da diagnosticare, correggere, regolamentare. Il corpo fertile trasformato in patrimonio della nazione. Il corpo malato affidato alle decisioni altrui. Il corpo morente al quale negare persino l’ultima parola.
La cultura radicale ha avuto contraddizioni, limiti, errori, come qualunque esperienza politica sufficientemente lunga da diventare storia. Ma ha compiuto un gesto che continua ad avere una potenza enorme: ha cambiato la domanda. Non più: che cosa è giusto che tu faccia del tuo corpo? Ma: chi ha il diritto di deciderlo? Ed è una domanda profondamente queer. Non perché Emma Bonino debba essere trasformata retroattivamente in qualcosa che non è, né perché ogni battaglia libertaria possa essere automaticamente ribattezzata queer. Sarebbe una forzatura tanto inutile quanto ingenua. Ma perché il pensiero queer, nella sua parte più radicale e politica, rimette continuamente in discussione l’idea che esista una sola forma legittima di corpo, di desiderio, di famiglia, di identità, di relazione e persino di esistenza. L’autodeterminazione non è una parola elegante da stampare su un manifesto. È il momento in cui la teoria incontra la carne.
Anche le alleanze considerate più scomode di Bonino e dei Radicali, comprese quelle con Silvio Berlusconi, andrebbero lette dentro questa cultura politica. Ridurle all’opportunismo o all’incoerenza significa non comprendere fino in fondo il metodo radicale. Per quella tradizione politica lo schieramento non è mai stato una religione. Prima viene l’obiettivo. Poi si cercano tutte le strade politicamente percorribili per raggiungerlo. Si dialoga con chi può consentire un avanzamento su una battaglia concreta senza che quel dialogo comporti necessariamente l’adesione all’intero sistema di valori dell’interlocutore. Una postura oggi quasi inconcepibile, mentre la politica sembra definirsi sempre più attraverso l’appartenenza a un campo e sempre meno attraverso ciò che quel campo riesce effettivamente a cambiare.
Purezza identitaria oppure risultato politico. I Radicali, nel bene e nel male, hanno spesso scelto il secondo. Ed è forse anche per questo che l’esperimento della Rosa nel Pugno meriterebbe oggi di essere riletto con uno sguardo diverso. Non soltanto come l’incontro elettorale tra radicali e socialisti, non semplicemente come una parentesi della Seconda Repubblica, ma quasi come una metafora involontaria di ciò che dovrebbe essere la politica. La rosa e il pugno. La delicatezza necessaria per riconoscere le vite, le fragilità, i desideri e le differenze. Il pugno necessario per difenderli quando riconoscerli non basta più. La capacità di ascoltare e quella di decidere. La cura e il conflitto. La gentilezza verso le persone e l’intransigenza sui loro diritti. Perché la rosa senza il pugno rischia di diventare testimonianza. Il pugno senza la rosa diventa potere. Ed è forse qui che quella metafora appare oggi perfino più necessaria di allora. Viviamo una stagione politica innamorata della forza, della voce grossa, dell’uomo forte, della decisione esibita come muscolo. Il pugno c’è. È ovunque. Spesso è di ferro. Qualche volta tiene anche una mazzetta. È la rosa che manca. Emma Bonino ha rappresentato per decenni proprio quella combinazione difficile: fermezza senza brutalità, pragmatismo senza cinismo, radicalità senza disumanizzazione.
Poteva sostenere una posizione impopolare senza aver bisogno di trasformare chi la pensava diversamente in un nemico da annientare. Poteva cercare una mediazione politica senza confonderla con la rinuncia ai principi. E poteva attraversare schieramenti diversi perché il punto non era appartenere a una tribù, ma provare a spostare un confine. Un confine dopo l’altro. Quello imposto alle donne. Quello imposto alle persone omosessuali. Quello tra famiglia legittima e famiglia illegittima. Quello tra vita privata e decisione dello Stato. Quello tra chi aveva diritto di parlare e chi doveva continuare a essere parlato dagli altri. Per questo il legame con la comunità LGBTQIA+ non è stato accessorio né di circostanza.
«Perdiamo un’amica, un’alleata, un punto di riferimento», dichiara Mario Colamarino, Presidente del Circolo di Cultura Omosessuale Mario Mieli. «Una presenza fissa al Roma Pride non come vetrina, ma come uno spazio da non lasciare mai scoperto e solo. Grazie Emma». È una distinzione che dice molto. **Non esserci per farsi vedere. Esserci perché quello spazio non restasse solo.**
In un tempo in cui la partecipazione politica ai Pride rischia spesso di ridursi a fotografia, fascia istituzionale e dichiarazione di circostanza, la presenza costante acquista un altro significato: quello dell’alleanza. E un’alleanza autentica si misura soprattutto quando non è comoda, quando non porta necessariamente consenso, quando significa prendere posizione per qualcuno anche se quel qualcuno non appartiene al proprio gruppo.
Bonino ha fatto questo per le donne quando molte non avevano voce pubblica. Lo ha fatto dentro una cultura politica che ha reso i diritti civili un terreno centrale dello scontro democratico. E lo ha fatto continuando a ricordare che i diritti delle minoranze non possono dipendere dalla benevolenza delle maggioranze. Altrimenti non sono diritti. Sono concessioni. E ogni concessione può essere ritirata. È questo che rende la sua storia così contemporanea.
Perché mentre pensavamo che alcuni diritti fossero diventati definitivamente parte dell’arredamento democratico, abbiamo scoperto che niente resta al proprio posto da solo. L’aborto può tornare sotto attacco. Le famiglie LGBTQIA+ possono tornare a essere definite meno famiglie delle altre. I corpi trans possono essere nuovamente trasformati in un’emergenza politica. Il fine vita può essere rinviato all’infinito perché decidere costa consenso. I diritti non sono monumenti. Sono manutenzione quotidiana. E quasi tutte le libertà che oggi ci sembrano acquisite sono state considerate scandalose prima di diventare diritti. Qualcuno ha dovuto dire aborto quando quella parola non si pronunciava. Qualcuno ha dovuto dire divorzio quando la famiglia veniva raccontata come un destino. Qualcuno ha dovuto dire che uno Stato laico non può imporre una morale religiosa a tuttə. Qualcuno ha dovuto dire che amare una persona dello stesso sesso non rende una vita meno degna. Qualcuno ha dovuto mettere il proprio corpo davanti alla legge e dire: questa legge è ingiusta.
E poi succede qualcosa che, guardato da lontano, ha quasi la precisione di una sceneggiatura. La donna arrestata per la battaglia contro l’aborto clandestino diventa, decenni dopo, la donna che una parte del Paese sogna al Quirinale. Dalla clandestinità alla Presidenza della Repubblica desiderata. Dal corpo che lo Stato punisce al corpo che molti cittadini vorrebbero alla guida dello Stato. Quel sogno non si è realizzato. Emma Bonino non è diventata Presidente della Repubblica. Ma forse il significato politico di quella candidatura desiderata sta proprio nella distanza percorsa: una donna un tempo considerata sovversiva perché pretendeva che altre donne potessero decidere del proprio corpo era diventata, per milioni di persone, una possibile garante della Repubblica.
La clandestina diventata istituzione. La disobbediente immaginata al Quirinale. Non è soltanto la storia di Emma Bonino. È la misura di quanto un Paese possa cambiare quando qualcuno comincia una battaglia prima che quella battaglia sia popolare. Per questo oggi perdiamo una figura politica, ma perdiamo anche qualcosa di più difficile da nominare. Un’amica per chi l’ha conosciuta. Un’alleata per chi l’ha avuta accanto nelle proprie battaglie. Un punto di riferimento per chi ha imparato da quella storia che essere minoranza non significa avere diritti minori.
E perdiamo una forma di politica che forse avremmo ancora terribilmente bisogno di praticare: capace di entrare nel conflitto senza innamorarsi della violenza, capace di decidere senza disprezzare, capace di cercare tutte le strade percorribili senza dimenticare perché le sta percorrendo. Una politica con abbastanza pugno da cambiare le cose e abbastanza rosa da ricordarsi per chi le sta cambiando. Grazie, Emma.








































































































